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Il violento attacco al card. #Burke

Autore: Paciolla, Sabino  Curatore: Mangiarotti, Don Gabriele
Fonte: CulturaCattolica.it
martedì 14 febbraio 2017

Il dibattito su alcuni temi è oramai scaduto ad un livello veramente infimo, infarcito di attacchi personali degni delle epoche peggiori.

Martedì 7 febbraio è apparso un articolo di JASON HOROWITZ sul New York Times (NYT). Il giornalista scrive che Stephen K. Bannon, attuale consigliere responsabile della strategia del presidente degli Stati Uniti Donald Trump, in precedenza direttore esecutivo di Breitbart News, era presente a Roma nell’aprile 2014 in occasione della canonizzazione di Papa Giovanni Paolo II. In quella occasione avrebbe incontrato il card. Burke per “saldare la loro visione del mondo”. Secondo il giornalista, “essi [Bannon e Burke] vedono l’Islam come una minaccia che potrebbe schiacciare l’Occidente prostrato a causa della erosione dei tradizionali valori cristiani, e vedono loro stessi come ingiustamente ostracizzati dalle élites politiche che hanno perso il contatto con il mondo”.

Dato che il giornalista del NYT considera Bannon una persona che “si è legata con i partiti di estrema destra che minacciano di far vacillare i governi dell’Europa occidentale, e che inoltre ha stretto legami con personaggi della Chiesa Cattolica Romana che si oppongono al corso impresso da Papa Francesco”, risulta chiaro che il suo obiettivo è quello di associare (per fonderle) la figura del card. Burke a quella di Bannon, per legarla infine a quella del Presidente degli Stati Uniti che, ricordiamo, ebbe in campagna elettorale quel famoso diverbio a distanza con il Papa circa la costruzione del muro a confine con il Messico.

Il livello di fantapolitica dell’articolo è molto basso, prima di tutto perché non offre alcuna prova della presunta alleanza tra Burke e Bannon (e quindi con Trump) finalizzata a combattere “politicamente” Papa Francesco, e poi perché scantona completamente sui tempi. Il card. Burke non poteva “trescare” con Bannon nell’aprile del 2014 semplicemente perché in quel periodo Trump non si era ancora candidato, non si sapeva che avrebbe vinto e, men che meno, una volta vincitore, che avrebbe scelto come suo consigliere strategico proprio Bannon. Come si vede, le fantasiose congetture vengono elevate a fatti inoppugnabili, infischiandosene della realtà.

Ma questo articolo del NYT, pur di cattiva fattura, è semplicemente nulla a confronto con quello apparso sul Washington Post (WP), due giorni dopo, il 9 febbraio scorso, a nome della giornalista Emma-Kate Symons. L’articolo si apre con queste scioccanti testuali parole: “Papa Francesco bisogna che prenda azioni più dure nei confronti del più influente cattolico degli Stati Uniti residente a Roma, il Card. Raymond “Breitbart” Burke [notare l’appellativo “Breitbart”]. Tale rinnegato chierico sta non solo minando il papato caritatevole e riformista di Papa Francesco, e l’insegnamento dello Spirito Santo così come viene applicato ai rifugiati ed ai musulmani, ma il principe ribelle della Chiesa sta anche usando la sua posizione all’interno delle mura Vaticane per legittimare le forze estremistiche che vogliono abbattere le democrazie liberali occidentali, con lo stile tipico di Stephen K. Bannon. Detto in poche parole, il Vaticano sta affrontando una guerra politica tra il modernizzatore Papa Francesco e l’ala conservatrice che vuole riaffermare la DOMINANZA CRISTIANA DELLA RAZZA BIANCA” [maiuscolo mio].

Burke, di seguito, viene rappresentato come un razzista, un “anti islamico”, affetto da “fobia da migrante”, “difensore di Donal Trump”, “uno che scusa Putin”, “impenitente e persino sfidante, uno che continua a presiedere l’estrema destra, neo-fascista, tifoso della squadra anti Santo Pontefice”.

La giornalista paragona la situazione odierna della Chiesa a quella del periodo di Mussolini e Hitler, quando “le forze fasciste infiltrarono i più alti livelli della Chiesa Cattolica” ma, assicura, con Papa Francesco questo non capiterà perché, “dopo l’inaugurazione del Presidente Trump, egli [il Papa] ha avvertito che un crescente populismo può produrre un nuovo Hitler”. Un chiaro riferimento all’ultima intervista rilasciata dal Papa ad El Pais.

La giornalista ammette che “le opzioni che il Papa ha con Burke sono limitate”. Infatti, non potrebbe scomunicarlo perché “Burke non è un eretico che nega la fede. Né Burke si sta rifiutando di sottomettersi al Pontefice, come fece mons. Lefebvre”. E allora che fare? Semplice, risponde la Symons, potrebbe richiamarlo per una “correzione pastorale sulle sue inaccettabili posizioni politiche”, rispedirlo negli Stati Uniti, e poi scrivere una enciclica su migranti, islamici ed ebrei in modo da farlo trovare in contrasto con la dottrina.

Si noti come la Symons usi disinvoltamente la parola “fascista”, quella che in genere si usa quando si vuole silenziare o “abbattere” un avversario politico. Però il card. Burke non è un politico, ma un mite uomo di fede, un principe della Chiesa che, per altro, fino a qualche anno fa, e per volere di Benedetto XVI, è stato anche Prefetto del massimo tribunale della Chiesa, la Segnatura Apostolica. Dunque, una persona che conosce la legge, una persona che ha cercato, per quanto possibile, di far emergere la giustizia umana nelle intricate vicende della vita. Ed invece viene fatto oggetto di una mancanza di rispetto senza precedenti, di una esplosione di odio che non ha uguali.

Si badi bene che questi due violenti attacchi provengono da due “portaerei” del giornalismo mondiale, il New York Times ed il Washington Post, mica da due barchette alla deriva nell’oceano Atlantico.

A questo punto sorge spontanea la domanda: perché tutto questo accanimento nei confronti del card. Burke? La risposta, a mio parere, va rintracciata nella presunzione tipica delle élites progressiste; nella loro atavica pretesa, tutta autoreferenziale, di voler essere al potere sempre e comunque. Il progressismo elitario dell’alta finanza in questi anni ha continuato ad arricchirsi sempre più a danno dei popoli. Per far questo ha finora cercato di sfruttare a suo vantaggio quella cultura che eradica dall’uomo la coscienza della dipendenza da un Altro per lasciarlo affossato nei suoi bisogni e nei suoi desideri, generatori di consumi. Scontata dunque l’alleanza politica tra l’alta finanza e Obama-Hillary Clinton, abortisti e alfieri dei nuovi diritti omosessualisti e delle “nuove famiglie” LGBT. Scontata anche l’accoglienza della figura di Papa Francesco, NON come Vicario di Cristo in terra, ma come guida spirituale a difesa della Terra e del surriscaldamento globale. Tutti temi che sono ovviamente utili ai loro affari. Ma qualcosa è andato storto. Donald Trump ha inaspettatamente vinto e Burke sembra creare problemi in Vaticano. Non a caso il giornalista del NYT scrive: “In un mondo nuovamente turbolento, Papa Francesco è una figura più solitaria. Dove una volta Papa Francesco aveva un potente alleato nella Casa Bianca di Barack Obama, ora c’è il sig. Trump ed il sig. Bannon”.

Risulta dunque chiaro come a queste élites interessi abbattere qualsiasi ostacolo intralci il perseguimento dei loro obiettivi, e il card. Burke è uno di questi. Ecco dunque spiegato l’attacco al card. Burke, testimone di Cristo, difensore della vita e della famiglia naturale. E, non a caso, l’attacco nei suoi confronti è arrivato nei momenti più critici per lui: la sottoscrizione insieme ad altri cardinali dei Dubia e i fatti che hanno coinvolto l’Ordine Sovrano dei Cavalieri di Malta. Infine, occorre notare la modalità di attacco: non potendolo colpire sul piano strettamente teologico, lo vogliono demolire riducendo la sua figura da teologica a politica, come fosse un capo banda di una falange estremista e razzista di destra. Una cosa indegna, oltre che assolutamente ridicola!


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