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“Voglio trovare un senso a questa vita”

Autore: Paciolla, Sabino  Curatore: Mangiarotti, Don Gabriele
Fonte: CulturaCattolica.it
domenica 12 marzo 2017

Scrive Valerio Capasa: «Mi auguro persone che mi correggano, che mi aiutino a ricominciare. Vorrei amici che...»



La morte di Fabiano, in arte dj Fabo, ha ovviamente scosso l’opinione pubblica e riaperto un dibattito sul “fine vita” che cova sotto la cenere ormai da alcuni anni. Dibattito che di tanto in tanto si riaccende e rinfocola, in genere ad opera dei radicali. 
 
A tale proposito mi è stato segnalato un articolo, pubblicato sul Sussidiario.net, a firma dell’amico Valerio Capasa, del quale alcuni passi hanno attirato la mia attenzione.
 
Scrive Capasa: “Di sicuro non sarà un discorso sulla sacralità della vita (né una legge sul fine vita) a risollevare una persona che ne avverte l’insensatezza”.
 
Certo, quello di cui ciascuno ha bisogno è il calore umano della compagnia, e a volte le parole possono essere anche di troppo. Ma siccome l’uomo cerca continuamente il senso della vita, allora prima o poi arriverà il momento della ricercata ragione di quel calore, di quella presenza, di quell’amore, e le parole, se vorranno adeguatamente spiegare quell’esperienza, non potranno che affondare in un amore che non abbandona, un amore senza fine, un amore che porta il suggello della sacralità, cioè il richiamo a quella Suprema Compagnia, Dio, che ogni solitudine dissolve, anche nei momenti più bui della vita. L’essere accanto, il muto e fiducioso vegliare, il non abbandonare mai la persona amata, anche quando tutto remasse contro, è già il segno concreto, anche se non spiegato a parole, di un attaccamento non solo alla vita materiale, quella che si può “toccare” ma, impregnato com’è di anelito di infinito, a qualcosa che va oltre la vita. Questa fedeltà che non viene meno, testimonia di quel senso sacro dell’esistenza. Ecco perché il “discorso sulla sacralità della vita” rimane qualcosa di ineludibile. 
 
Né serve stare lì ad arzigogolare che bisogna testimoniare una vicinanza piuttosto che parlare di sacralità della vita. E’ la profondità del rapporto, la delicatezza del momento che decideranno quello che è necessario fare. Si parla se si deve parlare, si tace se si deve tacere, si veglia se si deve vegliare, si agisce se è necessario che si agisca. 
 
Che senso ha poi dire che “non può essere una legge sul fine vita a risollevare una persona”? Ma certo che è così. Infatti, chi mai, ragionevolmente, potrebbe pensare che una legge sul fine vita possa “risollevare” una persona afflitta dal pensiero della insensatezza della vita? È una affermazione che mischia i piani, quello personale e quello sociale, con il primo che racchiude tutte le gioie ed i dolori della nostra vita, ed il secondo che raccoglie tutte le dinamiche sociali che comunque influiranno sulla nostra vita. 
 
Continua Capasa: “Ed è più comprensibile il desiderio di dj Fabo, “bloccato a letto immerso in una notte senza fine”, di tutte le chiacchiere pro e contro l’eutanasia”.
 
Poiché il caso dolorosamente umano come quello di dj Fabo non è un episodio astratto, ma un caso concreto e reale, che si inserisce nella concretezza di una società, è inevitabile che dal caso singolo si passi a discutere di regolamentazione del “fine vita”, di eutanasia. Infatti, è dall’episodio di Eluana Englaro che vi sono forze politico-culturali che tenacemente reclamano la legalizzazione dell’eutanasia. E dunque non si può far finta che non esista tutta una dimensione politica e culturale che, appunto, non è né astratta né inutile. Con essa occorre farci i conti, senza sminuire la sua importanza e delicatezza, riducendola a “chiacchiera”. Anzi è una dimensione esigente, che ci interpella, e che richiede la nostra presenza e testimonianza di cristiani. 
 
In questo acceso confronto pubblico è necessario, perché c’è lo richiede la nostra coscienza e responsabilità, che offriamo a tutti la nostra antropologia cristiana, la nostra visione della vita, perché, non dimentichiamolo, in un sistema democratico, qualsiasi legge è sempre il frutto di un compromesso, si spera virtuoso, tra visioni della vita. E quando i temi in questione sono fondamentali, cioè quando questi riguardino la nascita, la vita, la famiglia e la morte, è proprio allora che è maggiormente richiesto il nostro contributo di cristiani. 
 
Infine Capasa prosegue spiegandoci che: “Ecco cosa mi fa paura: se io un giorno chiedessi il suicidio assistito, intorno a me chi troverei? Persone che assecondano il mio cedimento? (...) Possibile che nessuno sappia aiutarmi ad attraversare la notte? (...) Sì, se smetto di volermi bene, dovete dirmelo: e chiamare debolezza la mia debolezza, e non coraggio; e paura la mia paura, e non diritto; e cedimento il mio cedimento, e non libertà. (...) Non ditemi ‘muori’, ditemi ‘viviamo’”.
 
Già, “ditemi ‘viviamo’”. Ma perché proprio “viviamo”? Perché invece non sarebbe più giusto che si dica “moriamo”? Se si spera che si dica “viviamo”, vuol dire che “viviamo” ha più senso di “moriamo”, è cioè un bene maggiore. Ma quale e che tipo di bene? Occorre superare la contraddizione, perché non si può prima sminuire il discorso sulla “sacralità della vita”, persino considerare “chiacchiere” le discussioni pro o contro l’eutanasia, come se queste fossero solo discorsi astratti, buoni per i “salotti buoni”, e poi pretendere che gli altri ci dicano “viviamo”.
 
Perché gli altri mi dicano “viviamo” occorre, pur con tutti i miei limiti, testimoniare loro che tutto intorno a me, a cominciare dai volti delle persone che mi sono vicine, grida che io sono voluto e amato dal Mistero. E’ umano il grido di Vasco Rossi quando nella canzone “Un senso” dice: “Voglio trovare un senso a questa vita”. E’ a quel grido, che è anche il nostro, che occorre rispondere. E la Risposta ci è venuta incontro.

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