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15 Febbraio. Piero Gobetti: un grande liberale ancora attuale

Autore: Restelli, Silvio  Curatore: Mangiarotti, Don Gabriele
Fonte: CulturaCattolica.it  E-mail: silvio.restelli@poste.it
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Oggi, 15 Febbraio, (1543 - Johannes Eck; 1936 - Luigi De Marchi ; 1959 - Luigi Emanueli; 1988 - Richard Phillips Feynman, premio Nobel per la Fisica; 2003 - Roberto Leydi, grande etno-musicologo; 2005 - Carlo Tullio Altan, antropologo e sociologo; 2006 - Divo Barsotti, monaco, sacerdote e mistico; 2007 - Robert Adler , inventore austriaco), ricordiamo in particolare la figura, grande e anomala di Piero Gobetti, liberale attento alle esigenze di tutto il popolo italiano, autore di opere ancora importanti nel dibattito attuale come Rivoluzione Liberale.
Piero Gobetti (Torino, 19 giugno 1901 – Parigi, 15 febbraio 1926) è stato un giornalista, politico e antifascista italiano. Fondò e diresse le riviste Energie Nove, La Rivoluzione Liberale e Il Baretti.
«Era un giovane alto e sottile, disdegnava l'eleganza della persona, portava occhiali a stanghetta, da modesto studioso: i lunghi capelli arruffati dai riflessi rossi gli ombreggiavano la fronte» (Carlo Levi, in «Introduzione agli Scritti politici di Piero Gobetti», XVII, 1960)

Piero Gobetti nasce a Torino il 19 giugno 1901 da Giovanni Battista e Angela Canuto, «piccola donna bruna e tonda, gentile e modesta, capace tuttavia non solo di grande abnegazione per il figlio unico che adorava, ma anche di strenuo lavoro e di sagace giudizio», i quali, trasferitisi da Andenno, una frazione di Chieri, avevano aperto a Torino una drogheria nella centrale via XX Settembre: «Mio padre e mia madre avevano un piccolo commercio. Lavoravano diciotto ore al giorno. Il mio avvenire era il loro pensiero dominante [...] L'impegno del loro lavoro era di arricchire [...] permettersi e permettermi una vita dignitosa. In quanto a me pensavano di dovermi dare un' istruzione, quella che essi non avevano potuto avere».
Dopo gli studi elementari nella scuola «Giacinto Pacchiotti» s'iscrive al ginnasio «Cesare Balbo»: scriverà di sé di quegli anni, in terza persona, che «gli pesava un'amarezza, uno sconforto, che nei ragazzi di dodici anni segnano inquietudini fruttuose. Si vedeva troppo poco stimato, troppo solo, troppo malsicuro del domani. Aveva dei dubbi strani sulle sue stesse attitudini [...] Un'adolescenza che s'ispirava a motivi così integrali doveva dargli una tragica forza».
Passato nel 1916 al liceo classico Vincenzo Gioberti, dove è iscritta e conosce la futura moglie Ada, ha per professore d'Italiano Umberto Cosmo e per insegnante di filosofia Balbino Giuliano, un gentiliano che collabora alla rivista «L'Unità» di Gaetano Salvemini.
Questi gli ispira quei sentimenti di patriottismo e di interventismo democratico che sono propri del Salvemini e spingono Gobetti ad anticipare di un anno l'esame di maturità, superato nell'estate del 1918, allo scopo di poter andare, libero da impegni, volontario alla guerra.
La guerra è ormai vinta quando Piero, in ottobre, s'iscrive alla Facoltà di Giurisprudenza, in quella Università torinese che egli aveva già frequentato, ancora liceale, per seguirvi corsi di suo interesse: letteratura, arte, filosofia.
Tra i suoi insegnanti vi sono Luigi Einaudi, da cui «rafforza il suo primitivo, spontaneo antistatalismo, in cui s'incontrano liberalismo, liberismo e quello stesso libertarismo che gli è congeniale» Luigi Farinelli, Gaetano Mosca, Giuseppe Prato, Francesco Ruffini e Gioele Solari, con il quale nel giugno del 1922 sosterrà la tesi di laurea, ottenuta a pieni voti, su La filosofia politica di Vittorio Alfieri.
Non solo: in settembre aveva scritto all'amica Ada di aver «deciso di fondare un periodico studentesco di cultura che s'occuperà di arte, letteratura, filosofia, questioni sociali [...] è fatto di soli giovani [...] si tratta di opera di intensificazione di cultura e di azione [...] e tutti i giovani devono aiutarla».
E così il 1º novembre 1918 esce il primo numero del quindicinale «Energie Nove», nel quale scrive di voler «portare una fresca onda di spiritualità nella gretta cultura di oggi [...] non c'è mai momento inopportuno per lavorare seriamente».
Ispirata alle idee liberali di Einaudi, è vicina all'Unità di Salvemini, del quale riporta, nel secondo numero, l'aspra critica alla classe dirigente della politica italiana: «L'Italia ha vinto. Ma se avesse avuto una classe dirigente meno incolta, più consapevole delle sue tradizioni e dei suoi doveri, meno avida moralmente, l'Italia avrebbe vinto assai prima e assai meglio [...] È finita o sta per finire una guerra. Ne comincia un'altra. Più lunga, più aspra, più spietata». L'altra «guerra più lunga e spietata» è quella della riforma del Paese, una riforma che dev'esse, nelle intenzioni di Gobetti, innanzi tutto culturale e morale, per la quale occorre «serietà e intensità al lavoro» secondo i motivi di quell'«idealismo militante che ha animato La Voce» di Giuseppe Prezzolini, altro nume ispiratore del giovanissimo Gobetti.

La «Lega democratica»
In aprile Gobetti sospende la pubblicazione della rivista per poter partecipare, a Firenze, al I Congresso degli Unitari, i sostenitori della rivista di Salvemini, della quale egli è fondatore e rappresentante del Gruppo torinese. Può così conoscere di persona l'intellettuale pugliese e ne è entusiasta: «Salvemini è un genio. Me lo immaginavo proprio così.
L'uomo che sviscera le questioni, che la fa smettere agli importuni e ti presenta tutte le soluzioni in due minuti, definitive [...] Un'altra persona di cui sono entusiasta è Prezzolini, franco, semplice, pratico. Editore propriamente come lo pensavo io. L'editore più intelligente d'Italia»
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In quel Congresso gli Unitari fondano la Lega democratica per il rinnovamento della politica nazionale, una formazione politica che non riuscirà nemmeno a presentarsi alle elezioni e avrà vita breve.
Salvemini deve aver compreso le qualità di Gobetti se arriva ad offrirgli la direzione de L'Unità, una proposta che il giovane torinese lascia cadere.
Non si sente pronto per tanto impegno, come scrive nel suo diario, il 23 agosto: «Com'è vasta la cultura che devo conquistare! E non basta conquistare il vecchio. Bisogna anche produrre, creare quel po' che si può creare. Perciò faccio la rivista. Voglio impormi del lavoro».
E s'impone un piano di studi: «Gentile, ciò che non conosco ancora, rileggerò Croce [...] avvierò lo studio del Marxismo: per ora non mi preme. Basta che mi formi un'idea generale di Marx e della critica marxista (Sorel, Labriola ecc.). D'altra parte studio il bolscevismo, minutamente».
Queste note sembrano riflettere anche la polemica che, appena riprese il 5 maggio le pubblicazioni, Energie Nove aveva avuto con L'Ordine Nuovo - definito sprezzantemente «giornaletto torinese di propaganda» - di Togliatti, che aveva accusato Gobetti di idealismo astratto, e di Gramsci, che aveva definito velleitaria la Lega democratica, un «ricettario per cucinare la lepre alla cacciatora senza la lepre».
Ora in Gobetti vi è il segno di un'inquietudine nuova provocatagli dall'esperienza della Rivoluzione russa e dallo sviluppo del movimento operaio, molto attivo a Torino. Pubblica due numeri unici sul socialismo, conosce personalmente Gramsci, stimandolo e venendone apprezzato, del quale pubblica un articolo, studia il russo con la fidanzata Ada - insieme traducono Il figlio dell'uomo di Leonid Andreev, pubblicato dall'editore Sonzogno - e in settembre scrive, criticando la politica sviluppata da d'Annunzio in forma di retorica, che «la politica oggi deve essere realizzata come forma di educazione. La simpatia che io provo per Trotzchi [sic] e Lenin sta nel fatto che essi in un certo modo sono riusciti a realizzare questo valore».
La sua profonda maturità e serietà morale si rivela anche nella considerazione del rapporto con la fidanzata: «Ho dovuto rifarmi un senso morale, un senso della vita forte a sedici anni, in gran parte a diciassette, e siccome me lo son fatto pensando a lei, gliene sarò grato sempre. Una fanciulla come io la sognavo sola poteva darmi un senso immediato di elevazione. Ho creduto in lei e la amo tanto perché mi fa credere ancora adesso».
Il 12 febbraio 1920 la rivista Energie Nove cessa le pubblicazioni: «sentivo bisogno di maggiore raccoglimento e pensavo una elaborazione politica assolutamente nuova, le cui linee mi apparvero di fatto nel settembre al tempo dell'occupazione delle fabbriche. Devo la mia rinnovazione dell'esperienza salveminiana al movimento dei comunisti torinesi da una parte (vivi di un concreto spirito marxista) e dall'altra agli studi sul Risorgimento e sulla rivoluzione russa che ero venuto compiendo in quel tempo», e infatti in giugno si consuma anche il distacco con la Lega democratica degli amici di Salvemini.
Continua le traduzioni dal russo e intraprende quelle dal francese dei cattolici modernisti Blondel e Laberthonnière - lo studio sulla filosofia di quest'ultimo gli è suggerito dal suo professore Gioele Solari - e cerca di rintracciare le radici del Risorgimento italiano studiando la cultura piemontese del Sette-Ottocento.

Il movimento operaio
Quando, ai primi di settembre, la FIAT e le altre maggiori fabbriche torinesi sono occupate dagli operai, Gobetti scrive: «Qui siamo in piena rivoluzione. Io seguo con simpatia gli sforzi degli operai che realmente costruiscono un mondo nuovo [...] il mio posto sarebbe necessariamente dalla parte che ha più religiosità e volontà di sacrificio. La rivoluzione si pone oggi in tutto il suo carattere religioso [...] Si tratta di un vero e proprio grande tentativo di realizzare non il collettivismo ma una organizzazione del lavoro in cui gli operai o almeno i migliori di essi siano quel che sono oggi gli industriali».
Si tratta, a suo avviso, di una rivoluzione che se non rinnoverà gli uomini e perciò neanche la nazione, potrà almeno rinnovare lo Stato, creando una nuova classe dirigente: «si può rinnovare lo Stato solo se la nazione ha in sé certe energie (come ora appunto accade) che improvvisamente da oscure si fanno chiare e acquistano possibilità e volontà di espansione».
La presa di distanza dall'azione politica di Salvemini - la sua ammirazione per l'uomo rimarrà sempre intatta - è ora piena: gli rimprovera, come scriverà pochi anni dopo, di intendere l'azione politica soltanto come «una questione di morale e di educazione»: il suo «moralismo solenne, mentre costituisce il suo più intimo fascino, appare il segreto delle sue debolezze [...] La sua concezione razionalista si risolve in un'azione di illuminismo e di propagandismo, che può riuscire utile a una società di cultura, non a un partito».
Prosegue i suoi studi sul Risorgimento e sulla Russia, terminando in ottobre La Russia dei Soviet: è la volontà di comprendere funzioni e limiti di due esperienze rivoluzionarie, al cui centro è sempre il problema della formazione della classe politica che diriga un Paese e dei suoi rapporti con la popolazione.
Ne conclude che il Risorgimento non può considerarsi un'esperienza rivoluzionaria, dal momento che i dirigenti politici che espresse rimasero estranei rispetto al popolo, diversamente dalla rivoluzione sovietica che, a suo avviso, ha espresso dirigenti come Lenin e Trotskij, che non sono soltanto dei bolscevichi, ma «uomini d'azioni che hanno destato un popolo e gli vanno ricreando un'anima» e, del resto, la creazione dal basso di un nuovo Stato, nel quale il popolo abbia fiducia proprio in quanto avvertito come opera propria, «è essenzialmente un'affermazione di liberalismo»
Sono concetti ripresi, il 30 novembre, in un articolo pubblicato su «L'Educazione nazionale», il Discorso ai collaboratori di Energie Nove, nel quale individua nel movimento operaio un «valore nazionale»: la novità, venuta dalla Russia e che sembra farsi strada anche in Italia, consiste nel fatto che «il popolo diventa Stato. Nessun pregiudizio del nostro passato ci può impedire la visione del miracolo. Questo non avrebbero fatto i liberali, questo non possono fare dei marxisti. Il movimento operaio è un'affermazione che ha trasceso tutte le premesse. È il primo movimento laico d'Italia. È la libertà che s'instaura».
Il suo avvicinamento alle posizioni dei giovani comunisti dell' Ordine Nuovo ha anche il concreto effetto di una collaborazione e dal gennaio del 1921 Gobetti diventa il critico teatrale della rivista. In luglio, a Torino, deve assolvere gli obblighi di leva: «la vita militare è la consacrazione di tutti gli egoismi e di tutte le meschinità [...] la meccanicità pervade ogni forma di vita; tutto si riduce a elemento, a vegetazione. La caserma è l'antitesi del pensiero».

«La Rivoluzione Liberale»
Il 12 febbraio 1922 esce il primo numero della sua nuova rivista settimanale, La Rivoluzione Liberale: l'obiettivo, come indicato nell'Avviso ai lettori, è pur sempre quello di Energie Nove, ossia di formare una classe politica nuova ma, ora si aggiunge, che sia cosciente «delle esigenze sociali nascenti dalla partecipazione del popolo alla vita dello Stato».
E poiché l'Unità di Salvemini ha cessato le pubblicazioni nel dicembre scorso, La Rivoluzione Liberale intende proseguire quegli «sforzi di riorganizzazione morale che nell'Unità si avvertirono».
E nel Manifesto inaugurale espone il programma della rivista: «La Rivoluzione Liberale pone come base storica di giudizio una visione integrale e rigorosa del nostro Risorgimento; contro l'astrattismo dei demagoghi e dei falsi realisti esamina i problemi presenti nella loro genesi e nelle loro relazioni con gli elementi tradizionali della vita italiana; e inverando le formule empirico-tradizionaliste del liberismo classico all'inglese, afferma una coscienza moderna dello Stato».
Il 26 marzo vi pubblica la Storia dei comunisti torinesi scritta da un liberale e a maggio dedica un numero intero al fenomeno fascista; il mese dopo si laurea e l'anno dopo pubblicherà la sua tesi sull'Alfieri. Gobetti è vivamente colpito dagli scritti di Carlo Cattaneo, del quale è uscita in quei giorni un'antologia curata da Salvemini, che egli incontra a Torino il 10 agosto: «su Cattaneo ci siamo intesi, egli è assai vicino alle idee che gli ho espresso».
Su Cattaneo scrive, il 17 agosto, un articolo sull'Ordine Nuovo - sono i giorni della devastazione fascista della sede della rivista comunista - firmandosi Giuseppe Baretti: rappresentante della critica del processo unitario risorgimentale, Cattaneo fu emarginato dalla classe dirigente moderata. Eppure il Cattaneo «avversò non l'unità, ma l'illusione di risolvere con il mito dell'unità tutti i problemi che invece si potevano intendere soltanto nella loro specifica realtà autonoma, regionale [...] senza atteggiarsi a profeta, senza l'enfasi dell'apostolo, capì che il fondare una nazione non era impresa di letterati entusiasti, cercò nelle tradizioni un linguaggio di serietà, un ammaestramento di cautela [...] E lo condannarono alla solitudine e all'impopolarità, e diedero a lui, uomo positivo e realista, un ufficio di Cassandra, predicante al deserto».

L'avvento del fascismo
Favorito dall'inerzia e dalla complicità dei dirigenti «liberali» e della Casa reale, il fascismo procede alla conquista del potere e Gobetti non s'illude che con esso si possa venire a compromessi e lo si possa acquistare alla causa «democratica». Il 23 novembre scrive L'elogio della ghigliottina: bisogna sperare «che i tiranni siano tiranni, che la reazione sia reazione, che ci sia chi abbia il coraggio di levare la ghigliottina, che si mantengano le posizioni fino in fondo [...] Chiediamo le frustate, perché qualcuno si svegli, chiediamo il boia, perché si possa veder chiaro».
L'11 gennaio 1923 sposa Ada Prospero: vanno ad abitare nella sua casa natale di via XX Settembre 60, che diviene anche la sede della casa editrice che egli fonda, col suo nome, in aprile: la «Piero Gobetti Editore» pubblicherà, nei due anni della sua esistenza, 84 titoli. La coppia si trasferirà poi in via Fabro 6, attuale sede del Centro di studi a lui intitolato.
Il 6 febbraio è arrestato perché sospetto di «appartenenza a gruppi sovversivi che complottano contro lo Stato»: rilasciato cinque giorni dopo, subisce un nuovo arresto il 29 maggio, provocando un'interrogazione parlamentare alla quale il governo risponde che Gobetti «era stato redattore dell' Ordine Nuovo di Torino, giornale antinazionale; la rivista che egli dirige, conduce da tempo una campagna contro le istituzioni e il governo fascista; il prefetto si è perciò sentito in diritto di far operare una perquisizione e il fermo di Gobetti per misure di ordine pubblico». Gobetti replica con una lettera ai giornali, ribadendo la sua funzione di oppositore del fascismo, e aggiunge, nei libri stampati dalle sue edizioni, il motto «Che ho a che fare io con gli schiavi?».
Dopo aver preso le distanze dal Prezzolini, che ha scelto il disimpegno di fronte al fascismo, rinnega anche il suo originario gentilismo: il Gentile è incapace «di dar ragione di ogni fatto politico, nel suo semplicismo pratico la filosofia gentiliana mostra caratteristicamente i suoi limiti e la nessuna aderenza al reale».

«La rivoluzione liberale. Saggio sulla lotta politica in Italia»
Le tematiche liberali maggiormente sentite trovano una prima e ultima sistemazione in La rivoluzione liberale. Saggio sulla lotta politica in Italia, frutto maturo delle esperienze giornalistiche precedenti, dato alle stampe nell'aprile del 1924. L'opera è divisa in quattro parti: L'eredità del Risorgimento, La lotta politica in Italia, La critica liberale, Il fascismo.
La fretta con cui vuol dare alle stampe questo libro di lucida analisi politica gli impedisce di curare bene le parti marginali. Così succede che "L'eredità del Risorgimento" venga solo abbozzata: «Il problema italiano non è di autorità, ma di autonomia: l'assenza di una vita libera fu attraverso i secoli l'ostacolo fondamentale per la creazione di una classe dirigente, per il formarsi di un'attività economica moderna e di una classe tecnica progredita». Un Risorgimento calato dall'alto, che di popolare non aveva nulla. La sfida era riempire di liberalità le istituzioni liberali create.
Nel primo dopoguerra Gobetti assiste a qualcosa di assolutamente nuovo: la nascita dei partiti di massa (Ppi e Pc saranno una prima versione dei due partiti più importanti della cosiddetta Prima Repubblica). Ma questo non basta. «Per quattro anni la lotta politica non riuscì a dare la misura della lotta sociale». Una cosa erano le questioni politiche, un'altra le esigenze sociali.
La seconda parte si divide in sei capitoli. Ciascun capitolo è un fattore della lotta politica: sono presenti liberali e democratici, popolari (sviluppate le figure di Giuseppe Toniolo, Filippo Meda e Luigi Sturzo), socialisti, comunisti (grande spazio dato a Antonio Gramsci), nazionalisti (emblematico il pensiero di Alfredo Rocco) e repubblicani.
La terza parte è il cuore pulsante del saggio: una proposta concreta per fare politica senza dimenticare la società. La lotta di classe è per Gobetti strumento di formazione di una nuova élite, una via di rinnovamento popolare. Insomma, la lotta politica deve essere lotta sociale. In politica ecclesiastica Gobetti si rifà alla pregiudiziale cavouriana della laicità, come necessità da mantenere (cosa che verrà invece negata dai Patti Lateranensi).
Per la discussione sulle modalità d'elezione, Gobetti è convinto fautore della proporzionale. Il collegio uninominale aveva corrotto il rappresentante in tribuno. Solo con la proporzionale gli interessi si organizzano, così che l'economia venga elaborata dalla politica. Di grandissima attualità è la parte dedicata al problema dei contribuenti: «Il contribuente italiano paga bestemmiando lo Stato. Non ha coscienza di esercitare, pagando, una vera e propria funzione sovrana. L'imposta gli è imposta. [...] Una rivoluzione di contribuenti in Italia in queste condizioni non è possibile per la semplice ragione che non esistono contribuenti». Era quindi necessario per lui raggiungere una maggiore maturità economica.
In politica estera prospettava un ruolo importante per l'Italia a Versailles.
Ed infine richiamava attenzione sul problema scolastico: in un mondo fatto per grossa parte da analfabeti o semianalfabeti, la questione era fondamentale. Mancava un numero sufficienti di maestri, perciò si sarebbe dovuto mobilitare chiunque in grado di saper insegnare (anche preti, massoni, bolscevichi e così via).
La questione non evitava di trattare l'aspetto economico: contro il parassitismo Gobetti pensava fosse utile tagliare stipendi e investimenti, così da distinguere la vocazione all'insegnamento dalla vocazione al parassitare.
Quarta e ultima parte, una rapida esposizione del perché Gobetti si oppone con ogni mezzo al fascismo. Si è detto che per l'autore la lotta sociale deve essere portata in Parlamento e dar vita ad una lotta politica efficiente ed efficace. Benito Mussolini invece fece in modo da soffocare la lotta politica, quando questa più di ogni altra cosa era necessaria all'Italia. Così il Duce per Gobetti era «l'eroe rappresentativo di questa stanchezza e di questa aspirazione di riposo» che si esplicava nel tacito consenso della popolazione allo sradicamento di ogni lotta politica nella nazione.
Il saggio è fortemente militante. Nella nota a conclusione dell'edizione Gobetti è chiaro: cerca collaboratori, non lettori.
Gobetti vuole la "rivoluzione liberale", cioè un nuovo liberalismo; scrive mentre si sta affermando il regime fascista, ha un'avversione contro il fascismo anche perché non è qualcosa di nuovo ma, anzi, il risultato ottenuto da coloro che hanno governato l'Italia: è quindi una condanna della vecchia classe dirigente liberale.
Il fascismo nasce dall'invadenza del cattolicesimo e dalla demagogia dell'Italia liberale: "Fascismo come autobiografia della nazione", il fascismo è, insomma, solo l'incancrenirsi dei mali tradizionali della società italiana.
La società tradizionale italiana reagisce sostenendo una forza conservatrice come quella del fascismo, anche se in realtà qualcosa di buono nell'Italia del primo dopoguerra vi era stato: il proletariato (soprattutto quello torinese) che assume su di sé la responsabilità di mutare lo stato delle cose. La borghesia ha perso ogni funzione propositiva, è una classe parassitaria che si è adagiata e aspetta tutto dallo Stato; si blocca così ogni istanza di rinnovamento: la funzione liberale e libertaria è assunta dal proletariato.
Le considerazioni politiche di Gobetti risentono della sua opinione sulla storia italiana, in "Risorgimento senza eroi" Gobetti descrive questo periodo come un'epopea patriottarda di cui simbolo è Giuseppe Mazzini (tante parole, pochi fatti): al Risorgimento sono mancati il pragmatismo e il realismo. Ci sono due eroi nel Risorgimento per Gobetti e sono Carlo Cattaneo e Cavour, due figure assai distanti tra loro ma accomunabili per il loro pragmatismo: Cattaneo piace a Gobetti per la sua volontà di operare, per la capacità di propugnare istanze pragmatiche e vuote di retorica; Cavour è uomo che media per raggiungere degli obiettivi, ha mire di lungo periodo. Il Risorgimento di Cattaneo è sconfitto, non quello di Cavour; entrambi, però, hanno instillato nella società italiana lo spirito della competizione e l'ideale di assunzione di responsabilità.
La società italiana si regge su ruoli e cariche già predefiniti, è statica e stagnante: il proletariato, però, si ribella a ciò, rifugge situazioni già prestabilite per costruire una società nuova in cui ciascuno sarà libero di esprimersi. Sono ovvie le obiezioni di commistione con il comunismo mosse a Gobetti, vanno però considerate la sua giovane età e le sue umili origini.

La persecuzione, l'esilio e la morte
Nel maggio del 1924 Gobetti va a Parigi e poi a Palermo per incontrare alcuni amici conosciuti durante il recente viaggio di nozze. I suoi spostamenti sono seguiti dalla polizia italiana e il 1º giugno Mussolini telegrafa al prefetto di Torino Agostino d'Adamo: «Mi si riferisce che noto Gobetti sia stato recentemente a Parigi e che oggi sia in Sicilia. Prego informarmi e vigilare per rendere nuovamente difficile vita questo insulso oppositore di governo e fascismo».
Il prefetto obbedisce e il 9 giugno Gobetti viene percosso, la sua abitazione perquisita e le sue carte sequestrate. Come scrive a Emilio Lussu, la polizia sospetta che egli intrattenga rapporti in Italia e all'estero per organizzare le forze antifasciste.
È il giorno che precede la scomparsa di Giacomo Matteotti, il cui corpo verrà ritrovato solo in agosto, ma subito si ha la certezza che si tratti di un omicidio perpetrato da sicari fascisti. Gobetti ne traccia un profilo il 1º luglio: «Non ostentava presunzioni teoriche: dichiarava candidamente di non aver tempo per risolvere i problemi filosofici perché doveva studiare i bilanci e rivedere i conti degli amministratori socialisti [...] vide nascere nel Polesine il movimento fascista come schiavismo agrario, come cortigianeria servile degli spostati verso chi li pagava; come medievale crudeltà e torbido oscurantismo [...] Sentiva che per combattere utilmente il fascismo nel campo politico occorreva opporgli esempi di dignità con resistenza tenace. Farne una questione di carattere, di intransigenza, di rigorismo».
Auspica, dalle colonne della sua rivista, la formazione di Gruppi della Rivoluzione Liberale, formati da uomini di tutti i partiti antifascisti, che combattano il fascismo, questo fenomeno politico che trae i motivi del suo successo e della sua conservazione dalla creazione di «un esercito di parassiti dello Stato». Occorre, a questo scopo, formare un'economia moderna con un'industria «libera da ogni protezionismo e da ogni paternalismo di Stato» e con «una classe proletaria politicamente intransigente [20] [...] aiutare i partiti seri e moderni a liberarsi dei costumi giolittiani [...] La guerra al fascismo è questione di maturità storica, politica, economica».
Questi articoli e quello in cui accusa il deputato fascista grande invalido di guerra Carlo Delcroix di manovre parlamentari definite «aborti morali», provocano il sequestro della rivista e una violenta aggressione di una squadra fascista. Persino un articolo di Tommaso Fiore contro il criminale fascista Amerigo Dumini, apparso su La Rivoluzione Liberale del 23 settembre, fornisce il pretesto al prefetto di Torino di sequestrare la rivista. Con il Fiore e con Guido Dorso pubblica un Appello ai meridionali e con il Saluto all'altro Parlamento appoggia l'iniziativa aventiniana, dalla quale si aspetta un'opposizione intransigente e un esempio di rinnovamento dei costumi parlamentari italiani.
Il 23 dicembre 1924 Gobetti fonda una nuova rivista, Il Baretti, alla quale collaborano, tra gli altri, Augusto Monti, Natalino Sapegno, Benedetto Croce e Eugenio Montale, del quale Gobetti pubblica anche la raccolta di poesie Ossi di seppia tramite la casa «Piero Gobetti editore». Come La Rivoluzione Liberale è dedicata a temi storico-politici, così la nuova rivista vuole essere riservata alla critica letteraria e all'estetica. Il riferimento a Giuseppe Baretti, letteraro italiano vissuto a lungo all'estero, e alla sua Frusta letteraria, esempio di polemica vivace e irriverente, sottintende, scrive Gobetti nel nunero d'esordio, «una volontà di coerenza con le tradizioni di battaglia contro culture e letterature costrette nei limiti della provincia, chiuse dalle frontiere di dogmi angusti e di piccole patrie».
In ossequio alle direttive mussoliniane, proseguono i sequestri della sua rivista: «rimedieremo ai sequestri rifacendo l'edizione» - scrive Gobetti il 1° febbraio 1925 - e anche quel numero viene sequestrato con il pretesto di «scritti diffamatori dei poteri dello Stato e tendenti a screditare le forze nazionali». Pubblica la traduzione de La Libertà di John Stuart Mill, con la prefazione di Luigi Einaudi, il quale scrive che «quando, per fiaccare la voce dei ribelli, si assevera dai dominatori la unanimità del consenso, giova rileggere i grandi libri sulla libertà».
Anche produrre «citazioni di scrittori del passato» che non collimino col pensiero del Regime può essere «tendenzioso» e perciò provocare, l'8 marzo, il sequestro della rivista, come accade anche il 21 marzo e il 7 giugno: l'8 giugno è arrestato Gaetano Salvemini che ha pubblicato sul foglio clandestino «Non Mollare» l'articolo Mussolini il mandante. Altri sequestri de La Rivoluzione Liberale avvengono il 28 giugno e il 19 luglio.
Un periodo di serenità per Piero e la moglie Ada - che aspetta un bambino - è rappresentato da un viaggio a Parigi e a Londra e nella capitale francese Gobetti pensa di stabilire una sua casa editrice: «Credo che solo da Parigi, solo in francese, solo con la solidarietà dello spirito francese un italiano possa fare con utilità un'opera pratica di intelligenza europea. S'intende senza chauvinisme francese». D'altra parte, Gobetti intende ancora rimanere in Italia: «rimarrò in Italia fino all'ultimo. Sono deciso a non fare l'esule».
A metà agosto fanno ritorno a Torino e il 5 settembre è nuovamente picchiato dagli squadristi, ma è ancora intenzionato a rimanere in Italia: «Bisogna amare l'Italia con orgoglio di europei e con l'austera passione dell'esule in patria» - scrive nell'articolo Lettera a Parigi del 18 ottobre - «per capire con quale serena tristezza e inesorabile volontà di sacrificio noi viviamo nella presente realtà fascista [...] le nostre malattie e le nostre crisi di coscienza non possiamo curarle che noi. Dobbiamo trovare da soli la nostra giustizia. E questa è la nostra dignità di antifascisti: per essere europei dobbiamo su questo argomento sembrare, comunque la parola ci disgusti, nazionalisti».
Il 27 ottobre, poiché «i ripetuti sequestri a nulla hanno valso, e che il periodico in parola, sotto l'aspetto di critiche e di discussioni politiche, economiche, morali e religiose, che vorrebbero assurgere ad affermazioni e sviluppi di principi dottrinari, mira in realtà, con irriverenti richiami, alla menomazione delle Istituzioni Monarchiche, della Chiesa, dei Poteri dello Stato, danneggiando il prestigio nazionale, e nel complesso può dar motivo a reazioni pericolose per l'ordine pubblico, persistendo in violazioni sempre più gravi ai vigenti decreti sulla stampa», il prefetto d'Adamo diffida «il Direttore responsabile del periodico La Rivoluzione Liberale, Prof. Piero Gobetti, ai sensi e per gli effetti di cui all'art. 2 del R. D. 15 luglio 1923, n. 3288, e del R. D. 10 luglio 1924, n. 1081», ad adeguarsi alle direttive del Regime e poiché l'8 novembre la rivista disattende l'ordine, l'11 novembre il prefetto ingiunge la cessazione definitiva delle pubblicazioni e la soppressione della stessa casa editrice per «attività nettamente antinazionale».
Gobetti, che ora soffre anche di scompensi cardiaci, provocati o aggravati dalle violenze subite, pensa di lasciare l'Italia per proseguire in Francia l'attività editoriale. Il 28 dicembre nasce il figlio Paolo e il 6 febbraio 1926 Gobetti parte da solo per Parigi: alla stazione di Genova viene a salutarlo Eugenio Montale.
L'11 febbraio si ammala di una bronchite che aggrava i suoi problemi cardiaci: trasportato il giorno 13 in una clinica di Neully, vi muore alla mezzanotte del 15 febbraio 1926, assistito da Francesco Fausto e Francesco Saverio Nitti, da Prezzolini e da Luigi Emery. È sepolto nel cimitero parigino del Père Lachaise.

Scritti
▪ Piero Gobetti, La filosofia politica di Vittorio Alfieri, Torino, Piero Gobetti Editore, Torino, 1923
▪ Piero Gobetti, La frusta teatrale, Milano, Corbaccio, 1923
▪ Piero Gobetti, Felice Casorati pittore, Torino, Piero Gobetti Editore, 1923
▪ Piero Gobetti, Dal bolscevismo al fascismo. Note di cultura politica, Torino, Piero Gobetti Editore, 1923
▪ Piero Gobetti, Matteotti, Torino, Piero Gobetti Editore, 1924
▪ Piero Gobetti, La rivoluzione liberale. Saggio sulla lotta politica in Italia, Bologna, Cappelli, 1924
▪ Scritti politici, a cura di P. Spriano, Torino, Einaudi, 1960
▪ L'editore ideale, a cura di F. Antonicelli, Milano, Scheiwiller, 1966
▪ Scritti storici, letterari e filosofici, a cura di P. Spriano, Torino, Einaudi, 1969
▪ Scritti di critica teatrale, a cura di G. Guazzotti e C. Gobetti, Torino, Einaudi, 1974
▪ Il Baretti, Torino, Bottega d'Erasmo, 1977
▪ Lettere dalla Sicilia, a cura di G. Finocchiaro Chimirri, introduzione di N. Sapegno, Palermo, Nuova editrice meridionale, 1988
▪ Nella tua breve esistenza. Lettere 1918-1926, a cura di E. Alessandrone Perona, Torino, Einaudi, 1991


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