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"Alto come un vaso di gerani" 2 - La Primavera

Autore: Conci, Donata  Curatore: Leonardi, Enrico
Fonte: CulturaCattolica.it
giovedì 19 dicembre 2013

La Primavera

Dopo la Premessa e la Lettera, inizia il racconto autobiografico suddiviso in quattro sezioni, precedute ognuna dalla descrizione di una stagione, e ordinate cronologicamente dall’infanzia trascorsa a Villa Cortese agli anni della maturità vissuti a Milano.
La prima stagione evocata è la Primavera, quando tutto ha inizio:
Aprile - leggiamo - è il mese della conferma del miracolo, ad aprile la rinascita è una certezza e i nostri occhi si alzano fra i rami salutando i colori dei fiori. La vita si ridesta al tepore del sole, le gemme degli alberi ci sorridono e ci dicono che la vita non è solo per una stagione ma per sempre, perché Qualcuno lo vuole.
Per l’Autore, Qualcuno, celato eppur presente, armoniosamente regola il succedersi delle stagioni, con il loro ciclo di fecondità e aridità, stabilisce l’apparire della luce del giorno che si ritrae con l’arrivo delle stelle, veglia amorevolmente sull’equilibrio della natura e sul dipanarsi del nostro destino. Quando il tepore di maggio ci raggiunge, e i profumi del gelsomino, del mughetto, e della ginestra si diffondono nell’aria, i nostri sensi si risvegliano: la realtà - scrive - diventa una promessa, tutto diventa possibile, ogni cosa è bella e desiderabile.
Con l’incanto di questa prima stagione prendono forma sulla pagina le immagini più lontane, nelle quali la preoccupazione della salute di Giacomino, bimbetto di 4 anni (1960), si fonde col ricordo dei primi dolori ancor presenti nella memoria. Tenerezza e sorridente ironia attraversano la rievocazione di questo primo episodio della sua infanzia.
Ogni epoca storica, scrive l’Autore, ha avuto delle malattie che l’hanno contraddistinta, sindromi e patologie che nascevano e scomparivano con l’epoca stessa…Il Millenovecento sessanta è stata l’epoca dei bambini linfatici. Dottori e genitori decisero dunque di curare il linfatismo del piccolo Giacomo mandandolo per due mesi in colonia al mare a Pietra Ligure, con la convinzione di agire solo per il suo bene, ma quel primo distacco viene ricordato con ben altre impressioni.
Quando si andava al mare, si partiva dalla colonia, che era un palazzone ottocentesco nel centro di Pietra Ligure, incolonnati per tre e divisi in squadre. Mi ricordo un lungo serpentone di almeno quattrocento bambini (tutti linfatici?) che improvvisamente, senza essere istruiti da alcuno iniziavano a cantare: Milano, Milano, Milano arriveremo, la mamma, la mamma, la mamma abbracceremo e poi, e poi, e poi anche il papà! Abbasso la Colonia viva la libertà... E poi finalmente venne il giorno del rientro...
Ma anche all’arrivo a Milano non mancarono paure e sorprese per il bimbetto che in mezzo alla stazione, affidato solo alle signorine della colonia, rischiò di essere spedito al brefotrofio, perché i genitori, perso il treno, giunsero a riprendere Giacomino quando ogni speranza di vederli sembrava svanita.
La casa dove Poretti abitava con la sua famiglia è definita bellissima e tutti i particolari: il tavolo su cui si faceva il presepe, la turca in cortile, la camera da letto raggiungibile con la scala esterna, il mastello di plastica in cui fare il bagno, la scatola-frigo inventata dal papà, sono descritti con estrema precisione e con lo sguardo di chi conosce la preziosità degli affetti e il valore dell’ armonia famigliare, della dedizione alla cura dei più piccoli e della povertà affrontata con letizia e risorse inesauribili.

Quando era piccolo il grande problema di Giacomino era costituito dalla altezza, infatti era bassissimo e a poco servivano le appassionate preghiere rivolte al Signore per farlo crescere.
O il Signore non sentiva o non capiva, o forse, scrive l’Autore, era stufo di deleghe e invocazioni perché era Lui che chiedeva aiuto, Lui che cercava degli alleati sulla terra per fare i miracoli con e attraverso gli uomini che si rivolgevano a Lui, e forse non aveva neppure capito bene se Giacomino nelle sue preghiere chiedesse di diventare alto o grande.
Ma nonostante quello che si possa pensare dell’esito delle nostre preghiere, lo scrittore sa che il Signore ci ascolta sempre, bisogna solo stare attenti a cosa Gli si chiede.

Con rapidi passaggi dall’evocativo al comico vengono descritte le prime esperienze di scuola e divertentissima è quella in cui si racconta che la mamma lo portava malvolentieri all’asilo e uno dei primi giorni, dopo che la suora si era permessa di dare una specie di buffetto a suo figlio, lo ha portato via fra i pianti e le urla disperate del bambino, trovando così la scusa di affidarlo alle due nonne, come aveva in realtà sempre voluto e iniziando ad apprezzare con acuto spirito d’osservazione le sue doti di futuro attore per la scena di disperazione che era stato capace di mettere in piedi per convincerla a portarlo via.
Il tempo delle elementari e delle medie coincide con l’immagine delle aiuole affidate ad ogni piccolo allievo per la cura e la coltivazione, delle partite di calcio all’oratorio, del maestro Agnello che dormiva in classe, degli amori fra la Bettini Gisella che aveva fatto innamorare tutti i compagni delle medie e anche qualcuno di quarta e quinta elementare e Bariletti junior, che al primo romantico incontro fu prontamente piantato in asso per Keith, più esperto di lui e ripetente.
A sette anni il giorno di Natale avviene il primo incontro con la lettura, con La capanna dello zio Tom della Fratelli Fabbri, con una bella copertina cartonata azzurra. A questo seguirono, i Natali successivi: Le mie prigioni e Oliver Twist. Ecco le impressioni suscitate da quei doni: Ricordo che guardai i miei genitori e pensai: Sono troppo poveri. Mi vogliono abbandonare. Questa convinzione si rafforzò l’anno seguente quando a Natale trovai un solo pacchettino vicino al presepe e conteneva ancora un libro: Passerotti senza nido...
Con ben altro sguardo e cuore sono rivalutati da adulto quei doni preziosi e l’amorosa preoccupazione educativa che li accompagnava: I miei genitori non mi hanno mai abbandonato, mi hanno sempre regalato libri, chissà perché,… forse perché intuivano che tra quelle pagine, a loro precluse, c’erano storie straordinarie.

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