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"Il pranzo di Babette" 3 - L'arrivo del cantante Achille Papin

Autore: Conci, Donata  Curatore: Leonardi, Enrico
Fonte: CulturaCattolica.it
martedì 14 luglio 2015

Papin
Un anno dopo arrivò a Berlevaag una persona ancora più importante del tenente Loewenhielm e per la seconda volta l’esistenza delle giovani figlie del pastore venne attraversata da una presenza destinata a non scomparire dalla loro storia.
Achille Papin era un celebre cantante, conteso dai più famosi teatri del tempo. Aveva cantato per una settimana al teatro reale dell’Opera di Stoccolma entusiasmando il pubblico.
Una sera una dama di Corte, che sognava un'avventura sentimentale con quell'artista, gli aveva descritto il grandioso e selvaggio paesaggio norvegese. La sua natura romantica ne era stata eccitata e perciò aveva deciso di tornare in Francia seguendo le coste della Norvegia. Ma si sentiva smarrito in quel sublime paesaggio; non avendo nessuno con cui parlare finì con il cadere in una malinconia, che gli fece vedere se stesso come un vecchio, alla fine della carriera, finché una domenica, non riuscendo a trovar altro da fare, andò in chiesa e udì cantare Filippa. In un minuto si sentì rinvigorire, ebbe un’illuminazione: “Dio onnipotente - pensò - il tuo potere è sconfinato, e la tua misericordia sale fino alle nuvole! Ecco la prima donna dell’Opera che stenderebbe Parigi ai suoi piedi”.
Papin ci viene descritto come un bell’uomo di 40 anni, dalla voce potente, dal volto affascinante, e dal cuore buono. Dopo la celebrazione della messa si recò senza indugi alla casa gialla del Pastore, spiegando di sostare a Berlevaag per motivi di salute e di offrirsi gratuitamente come maestro di canto per la signorina, assicurando che, con i suoi insegnamenti, avrebbe cantato ancor più meravigliosamente in chiesa a gloria di Dio.
Il Decano acconsentì pur con qualche riserva, trovandosi davanti ad un cattolico romano, che però parlava perfettamente il francese, lingua del grande scrittore protestante Lefèvre d’Etàples difensore di certe idee fondamentali della Riforma, che egli stava appunto studiando.
Così iniziarono le lezioni e Papin sognava di portare la giovane novizia dalla voce d’usignolo alla ribalta dei più famosi teatri del tempo, davanti all’Imperatore Napoleone III, all’imperatrice Eugenia, al Principe ereditario, a tutta la Corte di Parigi, che avrebbero pianto di commozione, pensava, ascoltando la voce della allieva e del suo maestro.
Un giorno, durante una di queste lezioni, il maestro accompagnava col canto l’allieva e assieme si cimentarono nel provare gli spartiti di Don Giovanni e di Zerlina nella famosa opera di Mozart ed egli si sentì rapire dalla bellezza della musica e dalle loro voci divine. Afferrò alla fine del duetto le mani di Filippa e attirandola a sé la baciò con trasporto e solennità.
Il momento era sublime e Papin pensava che Mozart in persona “li guardava tutti e due da lassù“ approvando e benedicendoli. Una lettera scritta di proprio pugno dal Decano raggiunse l’indomani il maestro: la sua figliola non intendeva più presentarsi alle sue lezioni.
Quando ricevette la lettera del decano, Achille rimase seduto immobile per un'ora. Pensava: "Ho sbagliato. La mia giornata è al tramonto. Mai più sarò il divino Papin. E questo povero giardino del mondo, pieno di sterpi, ha perso il suo usignolo!". Avvilito e sconfortato, salì sulla prima nave che partiva da Berlevaag per ritornare in patria.
Raramente il suo nome dopo quella partenza improvvisa sarebbe stato ricordato nei discorsi delle due sorelle.

Ancora una volta, come già era accaduto per Martina e Lorens, due mondi di cui l’uno aveva sentito il fascino dell’altro, per un breve istante si erano incontrati per poi subito allontanarsi l’uno dall’altro, incapaci di riconoscere la ricchezza che quegli incontri avevano donato a ciascuno di loro e di costruire su di essi.
Martina aveva scoperto l’amore, Lorens aveva ritrovato le sue radici e si era sentito più buono, Filippa aveva espresso le sue straordinarie doti, Papin aveva attinto alla perfezione artistica. Ma nessuno dei quattro aveva saputo far fiorire ciò che inaspettatamente era stato dato loro di vivere.
Chi per fedeltà agli insegnamenti paterni, chi per amore alla carriera, chi infine per sete di gloria, ognuno era uscito dalla esperienza di Berlevaag temendo l’incognita e convincendosi che non fosse possibile intaccare la loro vita già irrevocabilmente tracciata, mutandone il corso. Così almeno essi pensavano.
Ma ”l’impossibile è aperto all’eroe della fiaba” afferma Cristina Campo (4) e la Blixen scrive per raccontare l’irrompere dell’impossibile e dell’imprevedibile nella vita dei protagonisti delle sue storie e di ciascuno di noi.

NOTE
4. Cristina Campo, Gli imperdonabili, ed. Adelphi, pag.32.

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