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"Giobbe" di Joseph Roth 1 - La vita di Roth

Autore: Conci, Donata  Curatore: Leonardi, Enrico
Fonte: CulturaCattolica.it
martedì 27 dicembre 2016

Giobbe. Romanzo di un uomo semplice di Joseph Roth
(ed. Adelphi)

Premessa
Come diceva il prof. M Apollonio:
“Gli incontri che la parola sollecita avvengono fra uomo e uomo…e il lettore non conoscerà che uomini, i poeti, e non riconoscerà che un uomo, se stesso, ma immensamente ricco della vita di tutti “(M. Apollonio, Storia della Letteratura Italiana, 1954).
Questo è il motivo ultimo per cui, consapevolmente o inconsapevolmente, amiamo leggere e l’incontro con la persona, la vita, i sentimenti, le convinzioni, il contesto storico dello scrittore è l’avventura e la sfida affascinante che si rinnova e ci coinvolge sempre davanti ad un nuovo testo ed al suo Autore. Anche noi come i cercatori di perle, di cui parla H. Arendt che arrivano sul fondo del mare per staccare dalla roccia nelle profondità le cose preziose e rare, perle e coralli, vogliamo scoprire il messaggio segreto che sempre si cela nelle pagine di un libro e che l’Autore svela solo ai suoi veri lettori e non ad altri.


La lettura del testo “Giobbe, Romanzo di un uomo semplice” di Joseph Roth si presenta particolarmente complessa perché racconta lo svolgersi di tre storie che si intrecciano e sovrappongono: quella della vita di Joseph Roth, scrittore ebreo orientale asburgico nel cuore, esiliato nel sentimento; quella del Giobbe veterotestamentario e quella di Mendel, il protagonista del romanzo.

La vita
Iniziamo dalla biografia di Roth, che, come ha detto Magris, sfugge da ogni etichetta di scuola e oscilla tra la minuta oggettiva osservazione delle realtà e una calda, sommessa partecipazione umana alle cose narrate (Claudio Magris, “Lontano da dove”, Einaudi).
Dai documenti risulta che J. Roth sia nato il 2 settembre 1894 in Galizia, estrema provincia orientale dell'Impero austro-ungarico, a Brody, anche se lui raccontava di essere nato a Schwabendorf in Volinia, dove si trovavano più ebrei che non in territorio polacco, e dove le genti dell’Est si erano stanziate e convivevano in un crogiolo slavo-tedesco-ebraico sotto la comune Heimat austro-ungarica che ne garantiva unità e coesione.
Roth trascorre l’infanzia e la giovinezza accanto alla madre di famiglia ebrea, nella casa del nonno, dopo la scomparsa del padre Nachum Roth internato in casa di cura perché malato di mente, e questo trauma lascerà tracce incancellabili nella sua vita e nei suoi scritti che del suo animo sono la proiezione.
Nel 1913 si trasferisce a Vienna, in quella felix Austria di fine ‘800/primi del ‘900 all'apogeo del suo splendore culturale, per affrontare gli studi universitari; qui lavora come giornalista e inizia a scrivere poesie e racconti fino al 28 agosto del 1916 quando si arruola come volontario per un anno.
Il 21 novembre 1916 muore l'imperatore Francesco Giuseppe; Roth fa parte del cordone di soldati lungo il percorso del corteo funebre e nelle sue opere la morte del vecchio imperatore segnerà e simboleggerà la fine di un’epoca, e di un universo retto da pace, ordine, valori riconosciuti e rispettati.
Partecipa alla Prima guerra mondiale convinto della vittoria del grande Impero; è stato, forse, prigioniero dei Russi (una delle tante incertezze che caratterizzano la vita privata dell’Autore, di cui era estremamente geloso), ha assistito incredulo e impotente alla dissoluzione dell’Impero dopo la disfatta del 1918 e alla dispersione delle comunità ebraiche orientali costitutive del cosiddetto Ostjudentum. dove affondavano la sua identità e le sue radici di appartenenza. (Con questo termine si indicavano le comunità ebraiche orientali segnate da un collante identitario fortissimo fedele alle tradizioni, ai rabbini, ai caffetani, alla parlata Yiddish, alle rappresentazioni di Chagall, ad un preciso modo di essere e di vivere, attaccate alla propria specificità come nessun altro popolo della monarchia. Molto diverse dalle comunità degli ebrei occidentali che, secondo Roth, si erano lasciati corrompere dalla modernità e dal borghesismo capitalista del dopoguerra).
Quando torna dalla guerra tutto è mutato e la sua vita non sembra avere più un luogo in cui riconoscersi, una comunità cui appoggiarsi, uno scopo per cui vivere. Come scrive la Milani: Il suo smarrimento è infinito. Nell’Europa del benessere, nessuno si è sentito superfluo quanto lui…, è un alienato, uno sradicato, solo di fronte ad un mondo irrimediabilmente perduto ed impreparato ad affrontare il nuovo.
(Ornella Milani, “Joseph Roth, un esule su questa terra”, Lupo della steppa).
Il passato è guardato con nostalgia e strazio, quasi fosse qualcosa di definitivamente perduto:
“L’infanzia - scrive Roth - giaceva irrimediabilmente lontana dietro le mie spalle, separata da un incendio di dimensioni mondiali, da un mondo in fiamme. Essa stessa non era più di un sogno. La vita l’aveva cancellata; anni morti e sepolti, non anni trascorsi… Ciò che venne dopo fu come un’estate senza primavera…La mia giovinezza fu un servizio militare grigio e rosso, una caserma, una trincea, un ospedale militare ….Prima che iniziassi a vivere, il mondo intero era aperto di fronte a me. Ma quando cominciai a vivere, questo grande mondo si rivelò un deserto. Io stesso, con i miei coetanei, l’avevo distrutto.… Soltanto noi, soltanto la nostra generazione ha vissuto il terremoto, dopo aver fatto affidamento fin dalla nascita, sulla assoluta stabilità della terra ... In un batter d’occhio ogni cosa ha assunto mille facce diverse, è stata sfigurata, resa irriconoscibile”. (J. Roth, Introduzione a “Le città bianche”).
Nel primo soggiorno a Vienna (1918/19) e nel successivo poi a Berlino (1920/21), non mancano allo scrittore le occasioni di lavoro, e infatti per una decina d’anni si dedica a scrivere articoli conquistandosi la fama di uno dei migliori corrispondenti del momento. Ma Berlino non è amata da Roth, perché, come scrive, gli appare una città fredda, troppo caotica e cosmopolita dove l’identità nazionale non conta, non è ritenuta un segno d’appartenenza personale e dove i cittadini non costituiscono più una Gesellshaft, una comunità di uomini unificati e mossi dagli stessi intenti e dagli stessi valori (La frammentazione politica di quegli anni svolgeva un ruolo centrale nel rendere instabile la situazione oggettiva e soggettiva).


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