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Cristianesimo e Islam

Autore: Righetti, Federica  Curatore: Buggio, Nerella
Fonte: Cudowny, anno X, n. 4, Ottobre-Dicembre 2001
domenica 21 novembre 2004

intervista a Giacomo Samek Lodovici


Qual era la situazione geografica, storica e politica del mondo arabo prima di Maometto?
L'Islam nasce in Arabia, a La Mecca e a Medina, le due città principali dell'Arabia. Nasce nel 610 e Maometto (che era nato nel 570) muore nel 632: in questi 22 anni la storia dell'Arabia, del Medio Oriente e del mondo intero, è stata cambiata attraverso una personalità straordinaria, appunto quella di Maometto. Poco si sa dell'Arabia prima di Maometto, divisa com'era in tante tribù, spesso nomadi, il cui capo era l'unica autorità riconosciuta, che non sentiva il bisogno di mettere per iscritto le proprie tradizioni. Quando Maometto inizia la sua predicazione l'Arabia stava attraversando un periodo acuto di disfacimento politico, al limite dell'anarchia. A 40 anni Maometto dice di aver fatto esperienza spirituale di Dio nel deserto e decide di dedicare l'esistenza a far conoscere questo Dio unico, che nel suo ambiente non era sconosciuto, ma non era diffuso. Non era sconosciuto perché in Arabia risiedevano alcuni ebrei e numerosi cristiani. Dunque l'atmosfera in Arabia era pronta ad accogliere il monoteismo, ma è Maometto che dedica tutte le proprie energie ad annunciare questo Dio unico. Nei momenti di maggiore isolamento, Maometto cerca l'appoggio anzitutto dei cristiani ed ebrei de La Mecca, e poi anche degli ebrei di Medina.

Come Maometto si inserisce nel contesto del mondo arabo e cosa resta e cosa cambia, dopo il suo passaggio, delle tradizioni a lui precedenti?
A La Mecca la predicazione è chiara, semplice e religiosa: c'è un solo Dio, c'è un giudizio eterno, ognuno sarà giudicato secondo i suoi atti, e la conseguenza sarà il castigo, l'inferno per chi ha fatto il male, il paradiso eterno per chi ha fatto il bene. Maometto dice di essere il profeta di Dio e predica di conseguenza la giustizia sociale. Ora, La Mecca era il centro dell'Arabia, un centro commerciale importantissimo ed anche un centro religioso dove tutti gli dei della penisola erano adorati con dei riti particolari; durante un mese di pellegrinaggio tutte le tribù arabe si radunavano lì per adorare i propri dei, per comprare e vendere e fare il loro negozio, e per competere in gare di poesia. La Mecca era dunque un centro commerciale, religioso, politico e sociale. La predicazione di Maometto però non piace ai meccani, perché chiede la solidarietà con i poveri, e viene dunque rifiutata. Col crescere dell'opposizione è costretto a fuggire con i suoi seguaci in Etiopia, sede di un regno cristiano. Questa è la prima emigrazione. Intanto però l'opposizione dei meccani cresce, Maometto non riesce ad imporsi, e decide di cambiare tattica: si mette d'accordo con la città rivale, Medina, la seconda città dell'Arabia, a circa 350 km da La Mecca. Quelli di Medina si accordano con lui e si dicono disposti ad accoglierlo con i suoi seguaci. Maometto manda i suoi a piccoli gruppi per non attirare l'attenzione dei meccani, perché in pratica quello che sta organizzando è un tradimento della sua tribù. La notte fra il 15 e il 16 luglio 622 avviene l'egira, cioè Maometto fugge a Medina. Lì, oltre ai pagani arabi che lo accolgono, vivono tre tribù ebraiche potenti. Maometto comincia a fare patti con tutti, anche con gli ebrei, e organizza la vita sociale, politica, culturale e religiosa dei suoi. In un primo tempo, Maometto orienta la preghiera verso Gerusalemme per guadagnare a sé le tre tribù ebraiche che sono le più ricche di Medina. Questo anche perché ha bisogno di soldi e di aiuto, si trova isolato, con un pugno di seguaci, senza terra, senza lavoro; i suoi uomini devono essere mantenuti da quelli che li hanno accolti. Ha quindi bisogno di un più largo aiuto. Ma i suoi tentativi di guadagnare gli ebrei non portano frutto: gli ebrei non lo riconoscono come profeta. Perciò, dopo circa un anno e mezzo, Maometto cambia rotta: la preghiera non è più orientata verso Gerusalemme, ma verso La Mecca, per guadagnare a sé gli arabi pagani, e innanzitutto la sua tribù. Il digiuno, che prima durava un solo giorno, come il Kippur degli ebrei, diventa di un mese, uno dei mesi sacri. Poi comincia una serie di razzie per fare bottino e, soprattutto, per stringere patti con le varie tribù, in modo da spezzare il suo isolamento e allargare la propria base. Quando si sente più forte attacca e guadagna a sé una tribù, sottomettendola e costringendola a pagare un tributo; quando è di pari forza fa un patto; e, quando è più debole, evita lo scontro. Così, grazie alla sua ottima strategia, riesce ad allargare la base dell'Islam, sia numericamente, sia a livello politico. Maometto, a questo punto, si sente abbastanza forte e si scatena contro gli ebrei: una dopo l'altra le tre tribù ebraiche verranno escluse da Medina, e i loro beni confiscati a favore dei musulmani. Avendo allargato la propria base con le tribù arabe, essendo ormai più ricco e più forte militarmente, Maometto può confrontarsi con La Mecca e due anni prima della morte riesce ad entrare nella città pacificamente, senza spargimento di sangue, perché i meccani riconoscono la sua supremazia. Così quasi tutta la penisola araba si converte all'Islam. La cosa più notevole della vita di Maometto sono state le guerre, 19 secondo la biografia più autorevole, la Sîrah di Ibn Hisciâm, durante il decennio di Medina. Ma anche come legislatore ha fatto molto: ha fatto progredire tutta la legislazione dei beduini, che non avevano leggi se non quelle tradizionali. Maometto però ha avuto anche un'idea geniale, quella di ricollegarsi alle religioni monoteiste esistenti. Nella loro prospettiva, così, i mussulmani dicono di riconoscere tutto ciò che li precede: il cristianesimo e l'ebraismo; nel Corano ci sono Gesù, Mosé ecc. Maometto si considera l'ultimo e definitivo profeta che ha ricevuto il compito di completare la rivelazione divina e accetta come profeti ispirati Abramo, Mosè, e Gesù. Naturalmente quello che dice il Corano riguardo a Gesù non corrisponde al Vangelo. Sono negate la divinità di Cristo, la Trinità, l'Incarnazione, addirittura il fatto storico della crocifissione: Gesù non è stato ucciso e crocifisso, ma è solo sembrato che lo fosse.

Come, dalla nascita dell'Islam, si è evoluto il rapporto con gli altri popoli?
Comincio con il dire che fin dalla morte di Maometto l'espansione araba fu travolgente fino a modificare stabilmente l'assetto politico del vicino oriente e dell'Africa settentrionale. Vennero ben presto conquistate la Palestina, l'Iraq, la Persia, l'Egitto. Dopo iniziò lo scontro con l'Occidente. Le tappe salienti di questa relazione conflittuale, di questi 1400 anni in cui l'Occidente fu più volte in pericolo di soccombere, sono: nel 655 la resistenza di Costantinopoli; nel 732 la battaglia di Poitiers e la vittoria di Carlo Martello; la caduta di Costantinopoli e dell'Impero Romano d'Oriente nel 1453; la battaglia di Lepanto nel 1571, quando la Lega tra Venezia, papa Pio V e la Spagna sconfisse la flotta dell'impero turco; la cruciale vittoria di Giovanni III Sobieski sotto le mura di Vienna assediata, nel 1683. Ci sono alcuni storici che hanno ridimensionato le proporzioni delle battaglie di Poitiers e di Lepanto, ma, quale che sia stata la loro reale proporzione, ciò che conta è il loro significato simbolico: la Christianitas resisteva e poteva resistere all'impressionante avanzata islamica. Molto spesso nella storia è proprio il significato simbolico di un avvenimento che conta. In fondo, lo stesso attentato dell'11 settembre non è poi numericamente molto rilevante: in pochi fine settimana negli Stati Uniti muoiono per incidenti stradali molte più persone. Però dal punto di vista simbolico quell'attentato è un colpo profondo al cuore dell'Occidente. Là dove l'Islam riusciva ad espandersi, dopo le stragi iniziali, con i vinti si stabiliva un vero e proprio "contratto di protezione" che si basava su due cardini: pagare un tributo e accettare la pubblica umiliazione, riconoscendo i privilegi dei padroni. Tra i doveri da rispettare c'è il divieto di suonare le campane, di mostrare in pubblico la croce, di costruire nuove chiese o conventi, di erigere case più alte di quelle dei discepoli di Maometto, di ospitare questi, gratuitamente, mentre pellegrinano verso la Mecca. La "protezione" aveva un prezzo, e anche assai alto: talvolta pari ai tre quarti del reddito degli sventurati "protetti". Solo questi pagavano le imposte, i musulmani vivevano, se appena possibile, come mantenuti. Spesso si parla della "tolleranza" mussulmana - ad esempio, in Spagna - contrapponendola, naturalmente, all'"intolleranza" cattolica. Ma così si dimentica di spiegare come stessero le cose: da una parte la folla degli sfruttati, dall'altra l'élite dei padroni che viveva da parassita su quanto estorto, vigilando perché le altre religioni sopravvivessero, così da potere continuare a riscuotere il pesantissimo tributo. Al momento della mietitura, ad esempio, i soldati dell'emiro vigilavano e sequestravano le messi direttamente sul campo. Non "tolleranza", dunque, ma preciso e cinico interesse economico. I turisti che visitano, ammirandole, le grandi moschee o l'Alhambra di Granada non sanno che quelle meraviglie sono state spesso erette riducendo alla fame i "protetti".

Qual è il significato corretto del concetto di "guerra santa"?
Circa il concetto di "guerra santa" è necessario fare una nuova precisazione. Anzitutto, sono convinto che se si domandasse a qualche cattolico come individuare la dottrina cattolica stessa, molto probabilmente mi risponderebbe che questa dottrina si ricostruisce attraverso la Bibbia e il Vangelo. Questa risposta, però, sarebbe sbagliata per la semplice ragione che il luogo dove rintracciare la dottrina cattolica non è direttamente la Bibbia o il Vangelo, bensì il Catechismo, e, in generale, tutti i documenti del Magistero. La ragione sta nel fatto che nella Sacra Scrittura c'è una stratificazione di significati: letterale, morale, allegorico, anagogico. Inoltre l'autore sacro incide nella redazione del testo biblico con la sua cultura scientifica personale e con il suo stile, con il genere letterario che adotta (cronaca, genere sapienziale, libro di proverbi, racconto allegorico, ecc.). Per queste e altre ragioni la Sacra Scrittura è un testo di difficile interpretazione, che il fedele da solo non può interpretare correttamente (contrariamente a quanto sostengono, sbagliando, i protestanti). La dottrina cristiana, così, è l'esito dell'interpretazione operata dal Magistero (cioè dal Papa e dai Vescovi in comunione con lui), che interpreta non solo la Scrittura, ma anche la Sacra Tradizione (l'insegnamento comunicato da Cristo ai suoi apostoli, e da questi trasmesso ai loro successori. Il dogma dell'Immacolata Concezione di Maria, per es., è stato formulato da Pio IX nel 1854 attingendo alla Sacra Tradizione).
Nel caso dell'Islam, invece, pochi commentatori hanno evidenziato che non c'è un'istanza simile a quella del Magistero, non c'è una fonte, un'autorità deputata ufficialmente a definire la dottrina islamica stessa. Perciò è impossibile individuare una dottrina islamica unica, definitiva, indiscutibile, che sia valida per tutti. Tutto quello che si può dire a proposito dell'islamismo, e che anch'io posso dire, basta che abbia un fondamento nel Corano. Perciò, chiunque interpreta e cita il Corano può considerarsi interprete legittimo e portavoce della dottrina islamica.
Fatta questa precisazione, il concetto di "guerra santa" può indicare la conversione forzata dell'infedele a costo di passarlo a fil di spada (quindi le crociate non c'entrano nulla con la guerra santa: sono un atto di legittima difesa contro l'occupazione dei luoghi santi, e non intendono provocare la conversione dei mussulmani). Ora, nel Corano ci sono molteplici passi che confermano una interpretazione di questo tipo. C'è una sura, che è uno dei 114 capitoli in cui è diviso il libro, in cui Dio dice: "getterò il terrore nel cuore di quelli che non credono e voi decapitateli" (VIII, 12); un'altra dice: "i cristiani dicono: "il Messia è figlio di Dio"; questo è ciò che essi dicono imitando i detti di coloro che prima di loro non credettero; Dio li combatta! Quanto vanno errati!" (IX, 30); un'altra ancora: "quando incontrerete quelli che non credono, uccideteli fino a che non ne abbiate fatto strage; allora, rafforzate le catene dei rimanenti" (XLVII, 4). Per quanto riguarda il suicidio, è vero che il Corano lo proibisce, però l'azione di un kamikaze non è suicidio, bensì un atto di martirio: "Non dite di coloro che furono uccisi combattendo nella via di Dio, che essi sono morti; poiché anzi essi sono vivi" (II, 149). Potrei continuare a citare molti altri passi simili.
Ora, mi si potrebbe obiettare che questa è una lettura fondamentalista che si potrebbe applicare anche ad alcuni passi dell'Antico Testamento. Ma l'obiezione non coglierebbe nel segno, perché la lettura fondamentalista è pienamente legittima nell'Islam, visto che, come ho detto, non esiste un Magistero che la proibisca, mentre nel cristianesimo è illegittima, perché il Magistero indica come interpretare. Certo, questi passi possono anche essere interpretati in modo allegorico: la "guerra santa" è allora intesa come lotta contro se stessi, come lotta ascetica. Anche questa interpretazione è possibile e legittima, come però è legittima un'interpretazione letterale di questi passi. La mia convinzione è che tutte e due queste interpretazioni siano fondate. Si potrebbero infatti citare anche dei (rari) passi in cui si parla di tolleranza religiosa. Quel che certo è che, se è vero che nell'Islam non c'è un Magistero, forse l'unica istanza simile è quella della maggioranza. Ora, l'interpretazione maggioritaria di questi passi è proprio quella letterale. Infatti, se uno va a vedere qual è stata la storia passata dei rapporti tra l'Islam e l'Occidente, vede una storia di conflitti, contrasti e, ogni tanto, di tregue momentanee. Se uno guarda poi alla situazione presente, vede l'esistenza di un Islam moderato, ma anche l'esistenza di un Islam fondamentalista, che è di nuovo maggioritario: basterebbe ricordare le scene di giubilo degli islamici alla notizia del crollo delle Twin Towers, oppure ricordare le migliaia di cristiani che vengono ogni anno uccisi nei paesi islamici (cfr. l'annuale rapporto sulla persecuzione dei cristiani stilato da Aiuto alla Chiesa che Soffre), oppure leggere l'intervista rilasciata da Mohammed Said Tantawi, la guida suprema seguita dai sunniti, ossia il 90 % dei mussulmani. A Tantawi è stato chiesto di condannare i kamikaze islamici e la sua risposta è stata: "Chi si imbottisce di tritolo e si fa saltare in mezzo al nemico deve essere considerato un martire" (La Stampa, 16-11-2001). È logico che ognuno di noi, come fa il papa, deve cercare di aiutare e sostenere l'Islam moderato, ma non bisogna sottovalutare quello aggressivo e fondamentalista.

Dopo i terribili attentati di New York e Washington dell'11 settembre 2001 e lo scoppio della guerra in Afghanistan, iniziata il 7 ottobre, la situazione internazionale si è fatta particolarmente difficile. Nonostante la tragicità di questi fatti, può questo aver contribuito a far sì che molte persone, lontane dalla fede, si siano riavvicinate e che molti cristiani abbiano preso più seriamente le loro tradizioni e convinzioni religiose?
È una domanda molto interessante perché mi interpella su un problema cruciale e decisivo, cioè il problema del male. Questo ha dei risvolti teologici inquietanti, nel senso che il male, di primo acchito, offre due alternative teologiche altrettanto inquietanti e insostenibili: o Dio è impotente perché non è in grado di evitare il male, o Dio è malvagio perché non evita che il male esista. Ora la questione del male rimane in definitiva un mistero, però non è impossibile tentare una traccia di risposta.
Bisogna dire che il male morale dipende dall'uomo: è l'uomo che infligge all'altro uomo il male. L'origine del male è la libertà umana. Sotto questo profilo, dunque, Dio può essere scagionato.
Ci si può domandare, però, come mai Dio, essendo onnipotente, tollera che alcuni uomini compiano il male a danno di altri. La risposta è che Dio consente il male perché dal male è in grado di ricavare un bene. Ciascuno, forse, nella sua storia personale può, a posteriori, verificare che la sua sofferenza non è stata infeconda. Non sempre possiamo rintracciare il significato del male; qualche volta lo rintracciamo qualche volta no. Se avessimo il punto di vista di Dio, capiremmo che il male è tollerato da Dio in funzione del bene. Alcuni hanno domandato: "Dove era Dio ad Auschwitz"? Una risposta possibile è che Auschwitz dipende da una organizzazione criminale di uomini che hanno realizzato i campi di concentramento. Ma perché Dio ha permesso Auschwitz? Questo resta un mistero, ma Egli sicuramente lo ha fatto in vista di un bene. Lo stesso discorso vale per l'attentato alle Torri Gemelle. Ho letto il resoconto di un'inchiesta che è stata fatta in America a fine agosto e in questo sondaggio di opinione in cui si chiedeva agli americani che cosa contasse di più nella vita, al primo posto c'era la carriera ed al terzo la ricchezza. Lo stesso sondaggio, fatto un mese dopo gli attentati, metteva al primo posto, questa volta, la famiglia, al secondo posto gli affetti, al terzo Dio e poi la salute; la carriera e la ricchezza sono finite rispettivamente al penultimo ed ultimo posto. Inoltre, i giornali USA continuano a pubblicare storie di personaggi che hanno scoperto dentro di sé identità e valori che paiono sorprendenti a chi li conosceva in precedenza. Una simile inchiesta è stata fatta in Italia con risultati simili e, se al 15 di Agosto gli obiettivi principali erano quelli del consumismo, dell'edonismo, dell'apparenza, a settembre, dice questo sondaggio, è emerso il bisogno di intimità, al posto della ricerca del sesso si ha il desiderio di un amore vero, all'individualismo subentra la solidarietà, dove prima c'era l'"io" ora compare il "noi". Quindi, già in termini collettivi, si può rintracciare l'aspetto positivo di questo attentato così simbolicamente impressionante.
Ci si potrebbe anche domandare perché Dio lasci comunque la possibilità di compiere il male: non sarebbe meglio se questa possibilità non fosse data per nulla all'uomo? Ma la libertà non può essere negata all'uomo perché è la cifra della dignità umana, della nobiltà umana. È la libertà che rende l'uomo una creatura privilegiata. Se poi ci si chiedesse perché Dio vuole l'uomo libero, la risposta definitiva mi sembra questa: Dio ha destinato l'uomo a partecipare alla comunione amorosa con Sé, a partecipare a quella inimmaginabile circolazione d'amore che è la vita intradivina. Ebbene, Dio chiede all'uomo se vuole partecipare a questa comunione, come l'innamorato che chiede a colei di cui si è innamorato che la sua proposta d'amore venga ricambiata. È come uno spasimante, come un pretendente che chiede la corrispondenza all'amata, non vuole certo costringerla a riamarlo, perciò la lascia libera.
Fin qui abbiamo dato una risposta filosofica al problema del male. Il cristianesimo, però, e soltanto il cristianesimo, è in grado di offrire una risposta religiosa definitivamente consolante, perché soltanto nel cristianesimo Dio non rimane impassibile nella sua beatitudine, non assiste imperturbabile alle sofferenze dell'uomo, lontano come uno spettatore imparziale. Soltanto nel cristianesimo Dio, nella persona del Figlio, assume tutto della condizione umana fuorché il peccato, e sceglie liberamente di sperimentare la sofferenza fino alla morte di croce, morte ignominiosa che comporta un dolore fisico inenarrabile e anche un intensissimo dolore psicologico e morale: il dolore dell'abbandono, della solitudine, del rifiuto dell'amicizia e dell'amore donato. Soltanto nel cristianesimo, a differenza di tutte le altre religioni, c'è un Dio che soffre e che patisce, che dà un modello di uomo sofferente, che dà un senso alla sofferenza umana. Il senso è quello di partecipare alla redenzione, di farsi corredentori insieme a Cristo, che dona la possibilità di offrire la sofferenza per il bene proprio e altrui.

Alla luce di quelli che sono i capisaldi della dottrina cattolica da una parte e dell'Islam dall'altra, quali sono le principali differenze tra le due religioni in tema di provenienza della rivelazione, concezione di Dio, concezione della persona e delle relazioni umane e dei rapporti tra stato e religione?
Anche qui rispondo riportando la visione prevalente nell'Islam, quindi non l'unica, ma la più diffusa. Per quanto riguarda la natura del Dio coranico egli è un Dio assolutamente staccato dal mondo; invece, il Dio biblico, pur essendo diverso dal mondo, si esprime nella creazione, come il pittore si esprime nel quadro che dipinge, pur non essendo il quadro. Il Dio coranico non ha parentela con il mondo, perciò l'Islam è una forma di nichilismo: giacché Dio è pura positività e il mondo è assolutamente diverso dal Dio, ne segue che il mondo non vale nulla. Viceversa, nel cristianesimo il mondo è buono perché è voluto da Dio. Nella Genesi si dice: "E Dio vide che era cosa buona" [cfr Gn 1].
Dio, nel cristianesimo, assume il volto stupendo dell'amore: la definizione più incisiva del Dio cristiano è quella data da S. Giovanni, secondo cui "Dio è amore" (Gv, I, 4, 8). E la creazione intera è l'esito di un atto d'amore di Dio, perché il mondo non aggiunge nulla a Dio, non serve a Lui, perciò il mondo esiste per un'effusione gratuita e amorosa, l'atto creativo e gratuito di Dio. Al contrario, il Dio coranico è Volontà, una volontà arbitraria che può stravolgere e contraddire lo stesso Corano (per es., Sura II, 100), che può mandare in paradiso i malvagi e mandare all'inferno i buoni (Sura XI, 108-110). Questo Dio-Volontà non ama gli uomini, non chiede il loro amore, ma solo la loro sottomissione. Islam vuol dire appunto "sottomissione" alla Volontà divina, e mussulmano viene da muslim, sottomesso alla volontà divina.
Mentre il Dio cristiano dice "Non vi ho chiamato servi ma amici" [cfr Gv 15,15-16], il Dio coranico vuole dei servi. Il cristiano sta al cospetto di Dio e intrattiene una relazione personale con Lui, può chiamarlo Padre, può interrogarlo, ad esempio, per chiedere ragione della sofferenza, come ho detto prima. Invece il Dio di tutte le altre religioni rimane nella sua beatitudine, e dunque nelle altre religioni la sofferenza degli innocenti è uno scandalo. Il mussulmano non intrattiene una relazione personale con Dio e il nome di padre è esplicitamente escluso per Dio, il mussulmano non sta dinanzi a Dio, bensì gli è sottomesso, e il Dio coranico è causa della stessa sofferenza umana perché ogni evento che accade nel mondo è effetto diretto della Volontà divina.
La fede cristiana è una partecipazione alla conoscenza che Dio ha di sé stesso. È un atto dell'intelligenza che dà il suo assenso alle verità di fede perché ne scorge la ragionevolezza. I dogmi cristiani, cioè, eccedono la possibilità di dimostrazione della ragione, ma non sono contro ragione. e quest'ultima può almeno in parte intuire la loro profonda convenienza (per esempio, basterebbe ricordare le analogie con cui S. Agostino, nel De Trinitate, mostra la ragionevolezza del concetto di Trinità). Invece, la fede mussulmana è soggezione cieca alla volontà arbitraria divina.
Il cristianesimo apprezza la ragione, per cui un cristianesimo autentico promuove la filosofia e la stima profondamente. L'islamismo disprezza la ragione, infatti non ha avuto filosofi: gli unici che si ricordano sono al-Kindi, al-Farabi, Avicenna ed Averroè. Avveroè, per es., è stato un commentatore di Aristotele. Ora, anche San Tommaso ha commentato Aristotele, ma ha altresì elaborato uno straordinario pensiero: Averroè non vale la metà di San Tommaso d'Aquino! È significativo che, ad un certo punto, la filosofia araba si sia arrestata, come è significativo che il titolo di un testo di al-Gazali (un mistico) sia: "La distruzione della filosofia". L'islamismo disprezza la ragione perché svaluta in generale il mondo.

E per quanto riguarda i rapporti tra legge civile e religiosa?
Per quanto riguarda i rapporti tra legge religiosa e civile, nel cristianesimo esse sono chiamate a collaborare, non sono contrastanti. Però, la legge civile non deve proibire tutto ciò che la legge religiosa proibisce, ad esempio, gli atti di gelosia, di accidia, l'ateismo... perché l'unico compito della legge civile è quello di proibire soltanto ciò che danneggia direttamente il bene comune. Allo stesso modo, sarebbe assurdo se la legge civile imponesse come obbligatori tutti gli atti virtuosi perché, per essenza, la virtù è frutto di una scelta libera dell'uomo e una virtù forzata non ha senso. Nell'islamismo, invece, le due leggi coincidono. La violazione della legge civile è anche violazione della legge religiosa. Per questo principio, qualsiasi violazione della legge religiosa rende suscettibile ciascuno di essere punito dall'autorità civile. Mentre nel cristianesimo le autorità religiose sono distinte da quelle civili: "Rendete dunque a Cesare ciò che è di Cesare e a Dio quello che è di Dio" [Mt 22,21-22], l'islamismo è una sorta di religione civile, religione di un popolo, di una nazione che è quanto di più contrario al cristianesimo, che non si lascia irretire nei confini angusti di un popolo ma è una religione universale. Da questo punto di vista, i cristiani non sono nemmeno cittadini del mondo ma dell'universo.
Ancora, per quanto riguarda la dignità della persona, nel cristianesimo gli uomini sono tutti uguali, tutti ugualmente figli di Dio. "Non più giudeo, né greco, né schiavo, né libero" come dice San Paolo nella Lettera ai Galati. Nell'Islam c'è una radicale discriminazione, perché, da una parte, sono posti i credenti, dall'altra i non credenti. Nel cristianesimo c'è uguaglianza di dignità tra l'uomo e la donna per cui, quando non mi indigno, mi viene da ridere quando si accusa il cristianesimo di essere maschilista, per esempio perché le donne non vengono ammesse al sacerdozio! Infatti, nel cristianesimo, la creatura più sublime di tutto l'universo è una donna: la Vergine Maria. Nell'Islam, come noto, l'uomo è nettamente superiore alla donna: può avere più mogli, può tranquillamente commettere adulterio, mentre, se la donna commette adulterio, viene lapidata. C'è un versetto del Corano che recita: "Le donne sono un campo da arare".

Avere un giusto orgoglio delle propria fede non deve portare certamente al fanatismo religioso, né da parte dei cristiani, né da parte dei musulmani, proprio perché Dio ci insegna ad amare tutti gli uomini indistintamente. Tuttavia, i Padri della Chiesa hanno detto che al di fuori di essa non c'è salvezza. Questa frase, apparentemente dura ma vera, come si interpreta correttamente riferita in particolare al mondo islamico?
Avere un giusto orgoglio della propria fede mi sembra necessario, soprattutto in quest'epoca caratterizzata da un notevole sincretismo religioso, in cui al supermarket del sacro ciascuno, erroneamente, si crede libero di scegliere sullo scaffale elementi diversi di differenti religioni, in modo da costruirsi un credo "fai da te". Avere un giusto orgoglio riguardo la propria fede è naturale per un cristiano, anche in relazione alle differenze teologiche che ho esposto prima, che palesano la superiorità del cristianesimo. Nel cristianesimo tutto è coerentemente articolato in maniera stupefacente e si ha una dottrina che risponde in maniera definitiva ai desideri radicali dell'uomo. Per fare solo un esempio, l'uomo desidera profondamente di condividere la sua vita con altri, perciò la famiglia è una realtà pienamente connaturata all'uomo, da difendere ad ogni costo. Ebbene, il cristianesimo promette di partecipare alla vita di un Dio che è Trinità, cioè che è famiglia.
Quindi, quando si fa ecumenismo bisogna tenere presente quello che ci unisce alle altre religioni, senza però occultare quello che ci divide, ed è giusto avere l'orgoglio di essere cattolici. Questo orgoglio non deve portare al fanatismo religioso: non ha senso convertire con la violenza un non credente, perché l'atto di fede dev'essere libero. Perciò, se qualche volta (molto meno spesso di quanto si creda) nella storia ci sono state delle violenze in nome della fede cristiana o delle conversioni forzate al cristianesimo, ebbene sono state perpetrate in spregio all'insegnamento cristiano.
Questo non significa che in certi casi il cristiano non possa ammettere l'impiego della forza: si pensi, per es., al principio della legittima difesa, che sta alla base del concetto di guerra giusta (diversa dalla guerra santa islamica, perché non si prefigge di imporre la fede, bensì di difendersi da un'aggressione, cfr. Catechismo della Chiesa Cattolica, punti 2263 ss.), o all'episodio evangelico dell'ira di Gesù contro i mercanti del Tempio. Ma per il resto il Dio cristiano prescrive di amare il fratello, che è confratello in Cristo e figlio dello stesso padre Dio: "Amerai il Signore Dio tuo con tutto il tuo cuore con tutta la tua anima [...] e amerai il prossimo tuo come te stesso" [cfr. Mt 22, 37-39]. Dio ama tutti gli uomini senza distinzioni, cosa impensabile, per esempio, per la filosofia greca. Il cristianesimo arriva addirittura allo sconvolgente "amate i vostri nemici e pregate per i vostri persecutori" [Mt 5, 44-45], e quindi è veramente l'orizzonte culturale in cui è possibile un vero e pieno umanesimo come promozione dell'uomo nei confronti dell'altro uomo.
Questo mi preme sottolinearlo perché, nella storia della filosofia, a partire dall'Illuminismo fino ai nostri giorni, ci sono degli autori che pensano che l'ateismo sia la condizione di possibilità di un vero e proprio umanesimo. Nel corso dell'Illuminismo, da Pierre Bayle a Voltaire, si è predisposto il fondamento teorico per l'affermazione conclusiva fatta nel 1800 da Bruno Bauer e Feuerbach, secondo cui bisogna eliminare Dio, perché l'uomo, da amico di Dio, deve diventare amico dell'uomo, e al Dio in cielo è necessario sostituire l'uomo di carne e sangue. Il punto è che non si può parlare genericamente di religione, perché le religioni non sono tutte uguali. Esse si distinguono per l'identità del Dio che venerano, per la fisionomia che assegnano al volto di Dio, per le credenze e gli atti di culto in cui si esprime il rapporto dell'uomo con il divino, per gli atti di culto esigiti, ecc. Ebbene, per quanto concerne la religione cristiana, contro le tesi di Bauer, di Feuerbach e dei loro odierni e numerosi epigoni, bisogna sempre rimarcare come essa sia fondata sul primato dell'amore, come abbiamo detto, sicché, piuttosto, relativamente al cristianesimo vale la celebre affermazione di Dostoevskij: "Se non esiste Dio, tutto è possibile": infatti, il XX secolo, con le sue carneficine e i suoi totalitarismi, ha dimostrato precisamente che le ideologie antireligiose e anticristiane, che hanno cercato di cancellare dalla storia il nome di Dio, hanno prodotto i più mostruosi genocidi e carneficine. La storia del Novecento gronda del sangue di centinaia di milioni di vittime proprio perché si è cercato di cancellare l'esistenza di Dio: perciò Dostoevskij è stato profetico. Che il cristianesimo sia la vera condizione di possibilità dell'umanesimo ce lo conferma un autore che non può certo essere sospettato di simpatia verso il cristianesimo, perché, anzi, ne è stato uno dei più feroci nemici, cioè Nietzsche. Questi sosteneva una concezione evoluzionistica secondo cui il genere umano doveva progredire attraverso la selezione dei migliori e l'eliminazione dei deboli, e pertanto, contestava al cristianesimo di essere uno pseudoumanesimo, che si opponeva alla vera (per lui) filantropia, proprio per avere sempre difeso ogni uomo, nessuno escluso: "l'individuo fu tenuto dal cristianesimo così importante, posto in modo così assoluto, che non lo si poté più sacrificare, ma la specie sussiste solo grazie a sacrifici umani. […] La vera filantropia vuole il sacrificio per il bene della specie. […] E questo pseudoumanesimo che si chiama cristianesimo, vuole giungere appunto a far si che nessuno venga sacrificato" (Frammenti postumi, 15 [110]).
Per quanto riguarda l'interpretazione dell'affermazione "extra Ecclesiam nulla salus", fuori dalla Chiesa non c'è salvezza, vuol dire che soltanto nel cattolicesimo c'è la verità tutta intera e quindi colui che abbia ricevuto un annuncio cristiano credibile, convincente, deve credere a Cristo e alla Sua Chiesa per salvarsi. Tuttavia, per l'infinita misericordia di Dio, si salvano anche coloro che - non avendo ricevuto un annuncio credibile e convincente - non credono esplicitamente nella Chiesa: se essi avessero ricevuto una proposta credibile avrebbero creduto, perciò si salvano a patto che rispettino la legge naturale, cioè quei precetti morali, che sono individuabili da ogni uomo e immutabili in ogni tempo, e che, in definitiva, corrispondono ai dieci comandamenti.


Giacomo Samek Lodovici è dottorando in Filosofia presso l'Università Cattolica del Sacro Cuore di Milano. Insegna anche storia e filosofia presso il Liceo Scientifico Faes-Argonne, sempre a Milano. Ha pubblicato il libro La felicità del bene - Una rilettura di Tommaso d'Aquino, Vita e Pensiero, Milano 2002, collabora a riviste come Studi Cattolici, Il Timone, Cultura & libri, Sensus Communis.


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