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Considerazioni sul rapporto tra il cosiddetto terrorismo e l’Islam

Autore: Lovat, Davide  Curatore: Buggio, Nerella
Fonte: CulturaCattolica.it
giovedì 13 ottobre 2005

Il nuovo millennio ha imposto alla civiltà occidentale il confronto, spesso purtroppo sotto forma di scontro, con l'avanzante civiltà islamica. Era inevitabile che ciò accadesse, dato che la permeabilità della nostra società consente l'immigrazione di persone provenienti da tutto il mondo, con la conseguente necessità di conoscenza reciproca: era inevitabile che proprio con l'Islam, tra tutte le altre civiltà, si verificassero situazioni di conflitto.
Prima di approfondire alcuni temi essenziali, nel mare di conoscenze che sull'Islam bisognerebbe avere e che invece mancano ai più, soprattutto purtroppo alla classe dirigente, devo sottolineare una cosa: l'Occidente è culturalmente impreparato a realizzare quell'idealizzata società multiculturale e multirazziale che negli ultimi decenni ha perseguito. Questo per due ragioni: primo, non riesce o non vuole, o non è più capace di riconoscere le proprie radici culturali, con la gravissima conseguenza di perdere la dimensione della propria identità che gli ha permesso di raggiungere il livello di preminenza che ancora ha nel mondo; secondo, gli occidentali continuano a ragionare e ad applicare agli altri il proprio metro di giudizio, usando il metodo analogico dei paragoni, affibbiando etichette che fungono da gabbie razionali per giungere a una comprensione che è per forza di cose distorta, parziale o addirittura completamente errata. Parlando di Islam voglio fare degli esempi, per dimostrare quanto deleterio sia questo modo di ragionare.
La tendenza dell'occidentale è di credere che Allah sia l'equivalente del Dio cristiano: nulla di più sbagliato. Che il rapporto con la religione si basi sul concetto cristiano della separazione fra Stato e Chiesa ("Date a Cesare quel che è di Cesare, a Dio quel che è di Dio"): nulla di più sbagliato, per l'Islam non ci può essere separazione fra politica e religione. Che Maometto sia il corrispondente di Gesù: qui rasentiamo la bestemmia, sia per gli islamici che per i cristiani che in Gesù riconoscono Dio stesso fatto carne (Vangelo Giovanni cap. 1). Che la moschea sia la loro chiesa: sbagliatissimo, semmai è l'oratorio se proprio dobbiamo giocare ai paragoni. Che l'imam sia il prete, l'ulema il teologo, il sufi un monaco, e così via: tutto sbagliato. Eppure così pensano i più, a causa della mania di ragionare per analogie.
Nello studio e nella comprensione delle altrui civiltà serve invece la doppia capacità di spogliarsi della propria cultura e mentalità, completamente, per rivestirsi dell'immedesimazione nella cultura altrui: è il passaggio che consente, per esempio, allo studioso di teologia di diventare teologo, perché potrà poi confrontare davvero in modo corretto le diverse esperienze religiose, cogliendone la peculiarità e le debolezze.

Parliamo ora di Islam. In queste poche righe affronterò tre soli argomenti, delle migliaia che sarebbero importanti, perché sono urgenti: l'essenza dell'Islam e il suo fine escatologico, la compatibilità tra l'Islam e la struttura sociale democratica, l'esistenza del cosiddetto Islam moderato.
"Non c'è altro Islam che l'Islam. Allah è l'unico Dio e Maometto il suo Inviato": questa professione di fede è uno dei cosiddetti cinque pilastri della religione musulmana; in arabo suona in modo un po' cacofonico, va pronunciata ogni giorno e basta recitarla ad alta voce, in arabo, davanti a testimoni musulmani, per appartenere irreversibilmente all'Islam. Una specie di battesimo, perpetuando lo stupido gioco dell'analogia. In esso è già contenuto in nuce tutto il pensiero islamico e da esso deriva anche lo scopo finale dell'Islam in vista del giudizio universale: quando tutto il mondo sarà sottoposto alla sharìa, la legge coranica, allora Gesù (grande profeta ma non divino) e il Mahdi (un alter ego di Maometto che ne porterà nome e sembianze) prepareranno la manifestazione di Allah e il suo giudizio. Ciò potrà avvenire quando tutto il mondo sarà sottoposto alla sharìa, cioè quando gli infedeli saranno stati eliminati e saranno rimasti solo i membri della Umma (la comunità dei credenti nell'Islam) e i Dhimmi (cristiani ed ebrei; "Gente del Libro", sottomessi al Corano e tributari dell'obolo obbligatorio alla moschea, ma privatamente liberi di pregare a modo loro). Ogni buon musulmano è chiamato ad impegnarsi per creare queste condizioni e questo "impegno sulla via del Corano" si definisce Jihad, che quindi non significa affatto "guerra santa" come dicono molti islamologi improvvisati, ma ha un valore assai più elevato, giacché lo scopo della islamizzazione finale dell'umanità può essere perseguito anche senza combattere cruentemente.

Eccoci perciò al secondo argomento: al Zawahiri, il barbuto con gli occhiali che stava sempre a fianco di Bin Laden e definito dai nostri esperti come il numero due di AlQaeda, è il continuatore dell'opera di Quib, suo amico impiccato in Egitto nel 1966 per il reato di sedizione armata; egli è il numero due di Bin Laden come Berlusconi lo è di Galliani, o come Todt di Montezemolo alla Ferrari; o meglio, sempre per il gioco analogico che piace agli occidentali, come il grande architetto Palladio lo era dei signorotti della Serenissima che finanziavano le sue splendide realizzazioni. Egli disse: "Con le vostre leggi vi conquisteremo, con le nostre vi domineremo". L'Islam è per dogma religioso avverso e incompatibile alla democrazia: il potere è di Allah, non del popolo, e la struttura sociale politica deve riprodurre e perpetuare la forma costituzionale imposta dal Corano, cioè la Ansar ("associati", cioè i primi convertiti medinesi all'Islam): un capo (khalifa, in arabo), dei consiglieri (i visir) e l'esercito; poi il popolo, sottomesso ad Allah e adorante. Tuttavia gli islamici sono tenuti ad impegnarsi per jihad anche con l'utilizzo dei metodi democratici nei paesi appartenenti al territorio da conquistare, il dar-al-harb, cioè "casa della guerra" che è il nome dei territori non musulmani; quando saranno sottomessi, grazie anche al soprannumero garantito dalla politica di proliferazione permessa dall'istituto matrimoniale poligamico, tali paesi diverranno dar-al-islam, cioè "casa dell'Islam", e la democrazia eretica dovrà essere estirpata in favore della tradizionale struttura gerarchica teocratica voluta dal Corano.
Nel frattempo ogni atto, anche cruento, finalizzato a incutere timore e rispetto, a ottenere privilegi e concessioni, va incoraggiato; chi si immola sulla "via del Corano" è uno shadid, una specie di martire che accede direttamente al paradiso islamico, e se nel farlo uccide molti infedeli la sua gloria sarà maggiore.
Non si creda che questo sia pensiero fondamentalista: questo è Islam puro, l'unico vero Islam. Quello per il quale il peccato maggiore è l'offesa al Profeta, da punire con la decapitazione; il secondo è l'apostasia, motivo per il quale da 1.400 anni, cioè da sempre, gli Islamici uccidono o massacrano i loro fratelli che vivono la religione con troppa tiepidezza o concedendo aperture ad altri stili di vita; il terzo è l'infedeltà, motivo per il quale da 1.400 anni, cioè da sempre, essi combattono per espandere il dominio dell'Islam.

Siamo quindi al terzo punto: il fantomatico "Islam moderato", di cui si riempiono la bocca i nostri politici incompetenti, non esiste. Non è ammesso come concetto. Chi si propone come moderato è solo un combattente che usa lo strumento della politica in luogo di quello della guerra, ma spesso sotto la maschera di sorrisi e di doppie verità è più fanatico degli shadid, impropriamente definiti kamikaze. Questi finti moderati dicono: "il vero Islam vuole la pace per rispettare la parola del Profeta". Noi, allocchi che ragioniamo da cristiani anche se atei, abbocchiamo e pensiamo: "Visto che ci sono anche gli Islamici moderati?"; ma loro intendevano: "Quando tutti saranno sottomessi all'Islam non ci sarà più guerra, solo la pace preconizzata da Maometto".
Esistono invece molti, davvero tanti, mediorientali e nordafricani che cercano silenziosamente di sottrarsi al controllo delle moschee, che pregano Allah per abitudine e tradizione, a casa loro, ma sarebbero aperti alla possibile assimilazione nella nostra civiltà, ma con loro non può esserci alcun dialogo istituzionale perché sanno benissimo di non potersi esporre, pena la morte. Essi non parlano mai di politica, né di religione, hanno paura; sarebbero loro i cosiddetti islamici moderati non praticanti: sono persone verso le quali dovremmo impegnarci per inserirli, educandoli alla nostra civiltà, una volta individuati, ma non saranno mai un referente politico.

So di lasciare mille interrogativi, mille lacune: solo in un libro completo potrei trattare un argomento vasto come l'universo islamico di cui conosco, e da studioso rispetto, teologia e storia, diritto e sociologia. In un articolo si ha meno spazio, perciò concludo con due cose: una chiave interpretativa di alcuni fatti e un richiamo alle coscienze.
La guerra terroristica ha avuto un inizio simbolico in data 11 settembre 2001; già era in corso, con atroci episodi, ma quel frangente fu eclatante e fu scelto apposta. Fu scelta una data particolare del calendario cristiano (i musulmani ne usano un altro) perché era altamente simbolica: era proprio l'11 settembre 1683 quando San Marco d'Aviano arringò l'esercito europeo asserragliato a Vienna nel momento di maggior pericolo per l'Europa, ancor peggiore che a Lepanto il 7 Ottobre 1571. Il predicatore ammonì i combattenti, rendendoli consapevoli che una sconfitta avrebbe comportato la fine della cristianità e della civiltà europea. L'esito della battaglia, protrattosi fino al giorno successivo, vide la sconfitta definitiva delle truppe musulmane, ricacciate verso la Turchia che era allora il centro politico dell'Islam. Il significato dell'attacco alle Torri gemelle era quello di ricominciare da dove si erano fermati in modo tanto netto, e per l'occasione fu fatto uno strappo alla seguente regola: per gli attacchi in dar-al-harb il Profeta raccomandava il giorno di Giovedì, e infatti tutti gli attacchi successivi a Bali, Madrid, Mosca, Londra 1 e 2, furono di Giovedì. Invece in dar-al-islam è d'obbligo il combattimento perpetuo per cacciare gli infedeli invasori, ed ecco spiegati gli attacchi quotidiani in Iraq, Palestina o in Egitto.
Di fronte a questa situazione siamo tutti chiamati a rispondere: il Papa ha ragione a sostenere che non si tratta di una guerra contro i cristiani, bensì di una guerra alla democrazia (e a ciò che non corrisponde all'Islam puro, va aggiunto, dato che lui non può dirlo); ha ragione anche quando richiama a vivere nella consapevolezza delle proprie radici cristiane, indipendentemente dal sentimento religioso di ciascuno; ha ragione infine quando attacca il relativismo etico, che è il cancro morale della nostra civiltà poiché impedisce di trovare la concordia sulle regole di convivenza e sull'atteggiamento da opporre agli attacchi esterni.
Io aggiungo, umilmente: ricordate san Francesco, che andò dal sultano a parlargli del Vangelo; ricordate l'esortazione di Gesù "quello che avete udito per le strade, gridatelo dai tetti"; ritroviamo tutti il coraggio, chi con l'esempio e chi con la scienza, ciascuno secondo i propri talenti, di riprendere l'opera di evangelizzazione quotidiana che è un dovere per ogni cristiano. Dobbiamo essere coraggiosi, senza paura nel proclamare la parola del Signore; dobbiamo tenere la schiena dritta ed essere fieri dell'amicizia di Cristo. La via per risolvere democraticamente, pacificamente, senza violenza, ma certo con fermezza e decisione, il problema imposto dall'aggressione islamica, c'è. è noto a chi conosce gli strumenti della democrazia. Prima però bisogna ridare il senso di unità alla comunità dei cittadini, perché senza il senso di appartenenza unitaria superiore alle divisioni partitiche una democrazia è destinata a perire, senza eccezioni.


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