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2. La dignità umana

Autore: Caramico, Adele  Curatore: Mangiarotti, Don Gabriele
Fonte: CulturaCattolica.it
domenica 11 dicembre 2016

Il termine “dignità” andrebbe direttamente collegato all’aggettivo “umana” in quanto è dell’uomo che si sta parlando e della sua stessa vita. Non si può quindi scindere l’uomo, la sua vita, il suo essere persona, dalla sua stessa dignità. L’uomo è un “essere particolare” a cui è dato il libero arbitrio e che come vuole per se stesso il rispetto della propria dignità, allo stesso modo deve rispettare quella dei suoi simili.
Ma è proprio sul termine “dignità” che nasce e continua il dibattito sia in ambito scientifico, che in quello filosofico, teologico, sociale, ecc… Tale dibattito sembra essere senza fine, senza un reale punto di convergenza che sia unico per tutti. Tutto parte da come la stessa persona umana viene considerata fin dal momento del suo concepimento, indipendentemente come questi avvenga, e fino al termine dei suoi giorni.
Il discorso verte sempre sullo stesso “filo della vita”, con il suo inizio e la sua fine: bisogna comprendere quando e come questo filo debba iniziare, quando e dove si “trova” l’inizio di questo filo, quando il filo “termina” realmente o quando altri vogliono recidere tale filo e determinare loro la sua lunghezza e il momento in cui poter stabilire che la vita di un essere umano sia finita. La dignità umana è legata a tutto questo, a come si determina il valore della vita umana, a come l’uomo viene considerato in se stesso.
Dare una definizione della dignità umana significa definire la stessa persona umana, sono due realtà indivisibili tra loro. Non esiste la persona dove non c’è dignità umana e non può esservi dignità umana se la persona a cui si debba riferire non c’è. Sembrerebbe quasi un gioco di parole ma nella realtà non è così, la realtà è molto più complessa.
Definire la persona umana non è facile. Ma, prima di farlo, è necessario tener presente che esiste una differenza enorme fra il mondo, cosiddetto delle cose, ed il mondo degli uomini. Questa grossa differenza è dovuta al fatto che l’uomo (col termine “uomo” si vuole intendere sia il sesso maschile che quello femminile), considerato in modo oggettivo, è e rimane sempre “qualcuno”, mentre tutto il resto delle cose create è un insieme di “qualche cosa” (Cfr. K. WOJTYLA, Amore e responsabilità, ed. Marietti, Casale Monferrato 19834, p. 15). E la differenza non sta solo in questo.
“Noi consideriamo cosa un essere non soltanto privo di ragione ma anche di vita; una cosa è un oggetto inanimato. Esiteremmo a chiamare cosa un animale e persino una pianta. Tuttavia non si può parlare di persona animale. Si dice invece «individuo animale», intendendo con ciò semplicemente «individuo di una specie animale»” (Ibidem, p. 15).
La persona umana ha una propria vita interiore che la differenzia notevolmente da qualsiasi individuo animale. La psicologia, quando parla di “persona”, intende spesso il suo temperamento e il suo carattere (Cfr. E. SGRECCIA, o. c., p. 106). Guardando, invece, l’uomo da una prospettiva metafisica, vediamo che per primo deve essere messo in risalto “il carattere spirituale, intellettivo e morale della persona: la persona è unità di spirito e di corpo” (Ibidem, p. 107). E’ necessario quindi definirne l’essenza e, quest’ultima, non può prescindere dal considerare sia la corporeità che la spiritualità come due componenti unite (Cfr. Ibidem, p. 108).
Parlare di persona umana, parlare dell’uomo, significa parlare del suo essere unione di un corpo e di un’anima, di una corporeità e di una spiritualità senza le quali l’uomo non potrebbe essere definito perché non sarebbe più tale. Molte scuole, per secoli, hanno diversamente affrontato il rapporto corpo-anima, parte materiale e parte spirituale dell’uomo. C’è chi ha svalutato l’uno e sopravvalutata l’altra, chi ha fatto il contrario, o chi invece ha cercato una via di mezzo. Diverse sono state le chiavi di interpretazione dell’uomo, come diversi anche oggi sono i modi di considerare la persona umana e la sua dignità. 
L’uomo, col suo mistero, oggi, diviene l’oggetto delle svariate scienze moderne, le quali ne sottolineano ora un aspetto ed ora un altro. Ma la persona umana continua a cercarsi uno spazio nel quale possa essere libera ed autentica e, dentro il quale, abbia la possibilità di porsi in modo centrale rispetto a qualsiasi ricerca che la riguardi (Cfr. R. FRATTALLONE, Persona e atto umano, in F. COMPAGNONI- G. PIANA – S. PRIVITERA [a cura di], Nuovo dizionario di Teologia Morale, edizioni S. Paolo, Cinisello Balsamo 19943, pp. 932-933).
Per definire cosa sia la dignità quindi è necessario definire la “persona umana”. A seconda del tipo di definizione che si dà a quest’ultima avremo le “diverse dignità” che molto spesso la società ci mette davanti… ma che non corrispondono al reale significato del termine. Nella cultura del nostro secolo notiamo una grande difficoltà nel riuscire a definire il mistero della persona umana (Cfr. Ibidem, p. 937). Il Cristianesimo ha il merito di aver introdotto nella storia dell’umanità Occidentale il concetto di “persona”. Come persona si intende un “essere sussistente, cosciente, libero e responsabile” (E. SGRECCIA, o. c., p. 117). Con tale termine si indica anche “il soggetto umano in quanto portatore di diritti e di doveri. Persona è l’essere verso il quale riteniamo di avere obblighi e diritti come verso noi stessi” (F. COMPAGNONI, Quale statuto per l’embrione umano?, In M. MORI [a cura di], La Bioetica. Questioni morali e politiche per il futuro dell’uomo, ed. Politeia, Milano 1991, p. 95).
L’essere umano, da quando è stato creato, è un essere che non può vivere da solo ma in relazione, e tale relazione va verso un essere in comunione (Cfr.R. FRATTALLONE, o. c., p.939). Leggendo Gen 1, 26-27 vediamo che l’uomo è stato creato ad immagine del suo Creatore, dominatore su tutti gli altri esseri fino a quel momento creati. Ed ancora, in Gen 1, 29-30 leggiamo la consegna, da parte di Dio all’uomo, di tutto ciò che c’è sulla terra: c’è il pieno affidamento del mondo animale come di quello vegetale (Cfr. GS, n. 12; cfr. R. FRATTALLONE, o. c., p. 939).
L’uomo quindi, come immagine di Dio, è “capace di conoscere e di amare il suo Creatore” (GS, n. 12). Ma, come già detto, l’uomo (inteso qui come maschio) non può vivere da solo, perciò accanto gli viene posta la donna da Dio stesso e l’unione tra uomo e donna si può considerare come il primissimo “tipo” di comunione tra le persone. La creatura umana non riuscirebbe a sopravvivere nell’isolamento, ha sempre bisogno di avere rapporti con i suoi simili (Cfr. Ibidem) in quanto “per sua intima natura è un essere sociale” (Ibidem).
All’uomo viene concesso di dialogare con Dio e può avere il dominio su tutto il creato a nome e per l’autorità del suo Creatore. La persona umana ha il privilegio del dono della vita divina con la quale viene ad essere associata alla stessa Vita del suo Creatore (Cfr. E. SGRECCIA, o. c., p. 117). L’uomo, considerato come un’unione di corpo e di anima, porta dentro di sé la sintesi delle cose che sono materiali, le quali, arrivano a raggiungere i vertici più alti proprio attraverso la creatura umana. Quindi egli è superiore a tutto ciò che è legato alla materia (Cfr. GS, n. 14), difatti “egli trascende l’universo delle cose (…), ma va a toccare in profondo la verità stessa delle cose” (Ibidem).
Con Gesù l’uomo, immagine del Creatore, diventa una creatura rinnovata, nuova e ciò è ovvio che porti con sé un cambiamento anche del suo essere persona umana. Quest’ultima diventa la base di ogni rapporto umano, in quanto “è il fondamento di ogni etica autenticamente umana; infatti la persona è il primo e fondamentale valore etico, a partire dal quale derivano e si strutturano gli altri valori” (R. FRATTALLONE, o. c., p. 939). L’essere stato creato ad “immagine” dice anche la natura dell’uomo ed il suo fine e, nello stesso tempo, ricorda continuamente la dipendenza dal Creatore. Dio, facendo la sua creatura prediletta a sua immagine, le ha dato una caratteristica particolare che altre creature non hanno: una sua propria dignità, la quale non può permettere a nessuno di considerarla come una “cosa” della quale potersi servire (Cfr. L. MOIA [a cura di], Dionigi Tettamanzi. Famiglia, morale, bioetica, editrice PIEMME, Casale Monferrato 1998, pp. 124-125).
La dignità dell’uomo nasce proprio dal suo cuore, nel quale egli “trova” già una legge che non si è dato da solo ma che proviene da Dio. L’essere coerenti a questa legge è la dignità stessa della persona umana (Cfr. GS, n. 16).
L’uomo, però, è stato creato libero. Egli effettua le sue scelte di vita senza che l’obbedienza a Dio gli venga imposta con la forza, ma deve essere una sua scelta libera. L’uomo può scegliere il bene solo se è libero, altrimenti la sua non sarebbe più una scelta ed il bene non sarebbe più tale se fosse una costrizione. Il Creatore, per questo, non ha imposto all’uomo di sceglierlo, ma lo ha lasciato libero di cercarlo spontaneamente. L’uomo deve fare buon uso di questa libertà. Per “vera libertà” non si deve intendere il poter fare qualsiasi cosa, ma il cercare spontaneamente ciò che è bene (Cfr. Ibidem, n. 17).
“La persona, in quanto capacità di autocoscienza e autodeterminazione, supera per novità, livello ontologico e valore, il mondo materiale; è il mondo che prende significato nella persona umana che rappresenta il fine dell’universo” (E. SGRECCIA, o. c., p. 123). Rappresentando “il fine dell’universo” l’uomo non può essere considerato come le altre creature. Egli possiede una dignità che lo pone, senza dubbio, su un piano molto più alto rispetto al mondo creato, pur facendo parte integrante di esso.
La dignità dell’uomo si manifesta nel suo essere capace di apertura e di accoglienza dell’altro. Essere aperti ed accogliere l’altro significa dargli la possibilità di esprimersi come persona e, così facendo, ne rispettiamo anche la sua stessa dignità. Quando non lasciamo che la persona si esprima come tale, le neghiamo quella dignità che le è propria e che vorremmo per noi stessi. In effetti, il non rispettare la dignità dell’altro diventa, volendo adoperare una terminologia usata da Mounier, un “peccato contro la persona”. Quando trattiamo la persona umana identificandola con una delle funzioni che svolge, la escludiamo dalle sue reali capacità e la riduciamo ad una “cosa” oppure ad uno “strumento”: in questo modo le neghiamo la dignità che spetta ad ogni uomo (Cfr. E. MOUNIER, Personalismo e Cristianesimo, [introduzione e traduzione a cura di A. LAMACCHIA], Bari 1977, pp. 51-53).
L’uomo, proprio perché è stato creato libero di accettare o di rifiutare il disegno del Creatore, deve essere una creatura che agisce con responsabilità e consapevolezza. Da ciò ne consegue che il suo comportamento rispecchia l’essere ad immagine del suo Creatore e, quindi, il suo agire sia nel rispetto pieno dell’altro. La creatura umana è in grado di riflettere sulla sua stessa umanità, perciò il suo modo di rapportarsi agli altri non può, e non deve, essere istintivo, bensì deve rivelare la sua superiorità rispetto a tutto il resto del creato. L’uomo può fare ciò in quanto possiede l’autocoscienza, la quale gli permette di rendersi conto del proprio comportamento, sia rispetto a se stesso che agli altri (Cfr. L. MOIA [a cura di], o. c., pp. 130-131).

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