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3. #Bioetica e dignità umana

Autore: Caramico, Adele  Curatore: Mangiarotti, Don Gabriele
Fonte: CulturaCattolica.it
domenica 11 dicembre 2016

Mettere in relazione la bioetica con la dignità umana dovrebbe essere un processo ovvio perché in entrambi gli ambiti al centro c’è sempre la persona umana come protagonista ma anche come oggetto di riflessione ed azione.
A seconda di come e di quando la vita dell’uomo viene presa in considerazione, così si ha il metro di misura che viene usato per la sua dignità. Parlare di dignità equivale a parlare del rispetto che si deve all’uomo nella sua totalità, dal momento del suo concepimento fino alla sua morte naturale.
La bioetica nasce ed avrebbe come suo scopo principale proprio il far sì che la dignità dell’uomo, di ogni uomo, sia rispettata e tutelata, in qualsiasi stadio della sua esistenza, iniziando dal periodo prenatale.
Sembra una cosa ovvia che si parli o si discuta sul rispetto verso la vita umana. Ma è importante anche quel rispetto che si deve alla vita dell’uomo, prima che questi venga alla luce. Ed è proprio da qui che si dovrebbe partire. Se si riconosce la dignità di persona al bimbo appena nato, non sarebbe spontaneo riconoscergli la stessa dignità anche prima che avvenga il parto? Comunque è lo stesso bambino quello che pochi minuti prima si trova ancora nell’utero e dopo viene alla luce!
Nell’attuale dibattito su quale “tipo” di riconoscimento dare al bimbo non ancora nato, evidentemente i pareri non sono così concordi ed ovvi, visto che c’è una continua discussione su quando considerare persona umana la vita nel grembo materno, con le dovute conseguenze di quando attribuirle quei diritti di cui gode la persona, compreso quello primario e fondamentale alla vita stessa. Tutto questo scaturisce dal fatto che non tutti gli studiosi, filosofi, biologi e medici, riconoscono che, fin dall’istante del concepimento, ha inizio una nuova vita umana. Gli oppositori a tale riconoscimento affermano che non si può parlare di individuo umano fino al 14° giorno dalla fecondazione, data in cui avviene l’impianto in utero. Prima di questo momento alcuni studiosi parlano di pre-embrione. Il motivo di questa differenziazione è dovuto al fatto che, le cellule embrionali sono totipotenti, fino a quando non è avvenuto l’impianto nell’utero, perché potrebbe avvenire la formazione di uno o più embrioni gemelli del primo. Secondo coloro che sostengono la tesi del pre-embrione, non è possibile, e né è ammissibile, parlare di una vita umana da considerare individuale, fino a quando il neoconcepito non abbia perso questa totipotenza, cioè solo al 14° giorno di vita embrionale (Cfr. S. LEONE, La riproduzione assistita. Nuove tecnologie ed implicanze etiche, ed. S. Paolo, Cinisello Balsamo 1998, pp. 40-41).
Parlare dell’inizio della vita umana ha senso solo se esso rientra in un orizzonte di apertura all’altro e di rispetto per la vita dell’uomo. Per quante argomentazioni si vogliano portare, per negare che la vita ha inizio nell’istante del concepimento, ci sono sempre delle risposte, anche nella stessa biologia umana, che smentiscono tali tesi. Embrione ed adulto sono diverse fasi di sviluppo di un unico essere umano e la stessa genetica afferma che un essere vivente non può diventare qualcosa di diverso da quello che era già precedentemente; nel corso di tutto il suo sviluppo non perde le sue caratteristiche, e ciò vale anche per l’embrione (Cfr. M. LOMBARDI RICCI, Embrione, in Rivista di teologia Morale 30 [1998], p. 99).
L’uomo, da quando compare nel grembo materno, e per tutto il suo successivo sviluppo, prima nella vita prenatale e dopo nella vita extrauterina, attraverso le varie fasce di età, che lo portano poi a quella adulta ed alla vecchiaia, non perde mai la sua caratteristica primaria che è quella di essere persona umana. Il suo sviluppo procede in modo indipendente dai genitori dai quali ha avuto origine, la sua vita non è quella di suo padre come non è quella di sua madre. Il suo è lo sviluppo di un essere umano e, non sarà mai umano realmente, se non lo è stato fin dal momento del concepimento (Cfr. Dichiarazione sull’aborto procurato, n. 12; cfr. anche Donum vitae, I, n. 1).
In un’epoca, in cui a prevalere sono le dimostrazioni scientifiche, non si può comunque prescindere dal soffermarsi su delle riflessioni di carattere filosofico. Soprattutto quest’ultime ci vengono particolarmente in aiuto quando, nonostante ci siano tante e varie teorie scientifiche, non si raggiunga un punto di interpretazione del problema che sia comune a tutte. Ricollegandoci a ciò che Aristotele affermava circa la potenza e l’atto, ed applicandolo alle questioni relative all’inizio della vita umana, potremo dire che coloro che non riconoscono la vita umana fin dall’istante del concepimento, è come se considerassero l’embrione come un uomo in potenza: allora questo embrione potrebbe trasformarsi in qualsiasi altra cosa, anche non umana! E ciò sarebbe assurdo.
Anche lo stesso fatto che l’embrione sia totipotente, nella fase di preimpianto, ci fa affermare che egli è, comunque, in atto un uomo, almeno “uno” come numero, mentre potrebbe essere considerato un bambino in potenza, allo stesso modo come un bambino potrebbe essere considerato un adulto in potenza o una bambina potrebbe essere una mamma in potenza: ma in atto restano sempre persone umane che non mutano la loro caratteristica primaria, quella di appartenere alla razza umana.
Nel Cristianesimo, il rispetto della vita umana si deve fin dal momento del concepimento. Per colui che crede nel Creatore non è difficile ritenere che la vita dell’uomo non nasca per caso ma è voluta da Dio, e che la propria esistenza, non è determinata autonomamente, ma sempre nell’orizzonte divino. Non è quindi solo il codice genetico a determinare l’uomo, in questo caso, ma esso va affiancato a quel progetto divino che il Creatore ha su ogni sua creatura fatta a sua immagine e somiglianza, anzi si compenetrano a vicenda e si armonizzano, sempre nell’ambito di quella libertà che distingue l’uomo dal resto del creato.
La dignità umana sta proprio tutta qui, nel rispettare ciò che si è, nel rispettare ciò che gli altri sono fin dal primo istante della loro esistenza, della nostra esistenza. Madre Teresa di Calcutta diceva sempre che se non si rispetta la vita nel grembo materno diventa impossibile rispettare quella di chi è già nato, ed allora possiamo anche avere le guerre. In effetti se non si rispetta colui che è indifeso come il neoconcepito, come si può pretendere di riconoscere dignità, vera dignità, a chi è già nato, a prescindere dalla sua età anagrafica?
Fino a questo momento l’attenzione è stata puntata all’inizio della vita umana, all’inizio di “quel filo” di cui si parlava. Ma c’è anche il termine di quel filo che spesso, troppo spesso, molti vorrebbero recidere secondo un concetto di dignità molto “particolare” che non ha nulla a che vedere con la vera dignità dell’uomo.
Vedere soffrire qualcuno, sapere che la sua vita è al termine, spesso fa dare una valutazione della dignità umana in modo un po’ distorto. Alcune persone si chiedono il senso di una vita che va avanti solo perché il paziente è attaccato a dei macchinari, il senso di una vita che prosegue completamente insufficiente a fare qualsiasi cosa da sola ma completamente dipendente dall’assistenza di altri, sia familiari che personale medico e paramedico.
Il punto cruciale è proprio qui: nel senso da dare ad una vita umana che vive nella sofferenza fisica e psicologica. Possiamo noi stabilire quando la vita della persona abbia ancora senso oppure no? Possiamo noi creature umane dire quando la vita di un nostro simile non è più degna di essere vissuta perché dipende completamente dagli altri? Spesso, troppo spesso l’uomo si erge a giudice e giustiziere (basti pensare all’eutanasia) della vita altrui.
Da tempo è sempre nella bioetica che vengono trattati gli argomenti che riguardano la vita umana, sia il suo inizio che il suo termine. E, sempre in questo ambito, ultimamente si sta molto parlando anche di “eutanasia”. Sull’etimologia del termine non è il caso di soffermarsi: ormai la conoscono tutti. Bensì è importante cercare di vedere il motivo che c’è dietro a questa richiesta di “eutanasia” da parte delle persone.
Ciò che sconvolge è la richiesta di lasciare che si possa interrompere la propria esistenza perché si è stanchi di soffrire per una determinata malattia. E’ vero, il dolore per una malattia terminale è forte e, soprattutto lo diventa ancora di più se quest’arco terminale dell’esistenza viene vissuto nella solitudine, nell’abbandono e nel sentirsi come “un peso” per le persone che ci sono accanto. Una volta un’infermiera di un reparto di malati terminali ha raccontato di non aver mai udito uno di questi pazienti chiedere di morire. Una notte le è successa una cosa particolare che le ha fatto comprendere come si senta un malato in quelle condizioni e di cosa effettivamente abbia bisogno.
Ebbene un malato prima la chiama per chiederle di aprire un po’ la finestra, successivamente la chiama per chiederle un bicchiere d’acqua, poi la chiama per chiederle di essere spostato nel letto da una posizione ad un’altra, e poi… così alla fine l’infermiera comprende che il paziente aveva bisogno non proprio di una finestra più aperta, di un bicchiere d’acqua o di una posizione diversa in quel letto d’ospedale. Il paziente aveva bisogno di non sentirsi solo perché aveva paura e così si è seduta accanto a quel letto e lo ha fatto parlare e lo ha ascoltato per tutta la notte. La preoccupazione del malato non era la sua prossima morte, ma il dolore per le persone che lo vedevano soffrire, il dolore perché non voleva sentirsi di peso ai suoi familiari, la sofferenza nel vedere le lacrime sui volti delle persone a lui più care.
Il dolore era per gli altri e non per se stesso!
E allora chi vuole veramente l’eutanasia? La vuole veramente l’ammalato oppure è un sistema consumistico che, non potendo più “ricavare nulla” dal malato terminale, preferisce farlo sentire talmente inutile e di peso da pensare che sia meglio sopprimerlo? E’ la mancanza di ascolto, di comprensione, di condivisione del dolore e della sofferenza dell’altro, che può portare alla sofferenza ancora più grande di “chiedere” di morire: ma si sta veramente desiderando ciò che si chiede?
No, assolutamente no! E lo confermano coloro che in determinati reparti ospedalieri ci lavorano da anni: un malato terminale non chiede l’eutanasia, non chiede la morte, chiede invece la comprensione e l’amore dei suoi cari, di chi gli sta attorno, affinché possa essere aiutato ad affrontare quell’inevitabile momento del passaggio da questa vita ad un’Altra Vita!


Bibliografia

• CONCILIO VATICANO II, Costituzione Pastorale Gaudium et Spes
• CONGREGAZIONE PER LA DOTTRINA DELLA FEDE, Dichiarazione sull’aborto procurato (Roma, 18.11.1974): EV 5/662-688.
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FORNERO G., Bioetica cattolica e bioetica laica, ed. Bruno Mondadori, Milano 2009.
• LEONE S., La riproduzione assistita. Nuove tecnologie ed implicanze etiche, edizioni S. Paolo, Cinisello Balsamo (MI) 1998.
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• ID., Manuale di bioetica. Verso una civiltà biomedica secolarizzata, editrice Le Lettere, Firenze 2010.
• E. MOUNIER, Personalismo e Cristianesimo, (introduzione e traduzione a cura di A. LAMACCHIA), Bari 1977
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• TETTAMANZI, D., Bioetica. Nuove frontiere per l’uomo, editrice PIEMME, Casale Monferrato (AL) 1990.
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