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Catechismo dell'universo quotidiano

Torna il Caso Mortara: il bambino cristiano figlio di ebrei

Autore: Costa, Luca  Curatore: Mangiarotti, Don Gabriele
Fonte: CulturaCattolica.it
venerdì 6 gennaio 2017

Sono passati ormai anni dalla discussione della mia tesi di laurea, tuttavia sono ancora nitide nella mia mente le espressioni sui volti dei membri della giuria mentre racconto loro questa storia incredibile: Il Caso Mortara. Sono passati molti anni, ogni tanto mi capitava di ripensare a Edgardo e alla sua vita straordinaria, ma sempre più di rado.
Poi un giorno, per caso, leggendo un quotidiano, la notizia: Steven Spielberg sta girando un film, in Italia, proprio sul Caso Mortara! Edgardo ritorna, non vuole che ci dimentichiamo di lui.

Edgardo Mortara, il bambino bolognese, ebreo, malato, in pericolo di vita, battezzato all’insaputa dei genitori da una fantesca cristiana assunta illegalmente e separato dalla famiglia perché potesse conoscere i contenuti di quella fede in cui il battesimo l’aveva immerso. Il tutto nel cuore dei rivolgimenti risorgimentali: la guerra per fare e disfare l’Italia, il processo per rapimento all’ultimo inquisitore di Bologna, Edgardo che si fa prete, una vita di missione e di predicazione in giro per il mondo per portare ad altri quel Dio dei cristiani che per arrivare a lui aveva compiuto un’acrobazia forse unica nella storia.
Quanto c’era e c’è da studiare nel Caso Mortara? Tantissimo. Io stesso penso ci sia ancora molto da fare, e seriamente.

Eppure la vicenda di Edgardo viene ancora una volta, l’ennesima, strumentalizzata per creare emozioni nel pubblico ignaro della storia, emozioni che sono poi facili da tramutare in odio ideologico.

Il film di Spielberg si basa su un libro di David Kertzer, l’autore del testo più conosciuto sulla vicenda: “Il rapimento di Edgardo Mortara” la cui ipotesi appare fin troppo trasparente sin dal titolo. L’uscita ormai prossima nelle sale è accompagnata da articoli che in questi giorni spuntano come funghi su numerosi quotidiani e in rete. Articoli che, come il libro di Kertzer, insistono tutti sugli stessi punti: la Chiesa ha commesso un crimine di stampo antisemita, il Papa si è macchiato di un abuso di potere e, infine, la Chiesa dovrebbe smetterla di battezzare i bambini perché - udite udite - un battesimo non fa un cristiano.
La Stampa.it ha addirittura pubblicato in questi giorni un pezzo di Elena Loewenthal dal titolo: “Pio IX e i predatori del bambino perduto”. Proprio così, predatori, quasi fossero vampiri da film horror i protagonisti del Caso Mortara…
Non manca nulla nell’articolo, che non risparmia gli aggettivi roboanti: una storia terribile, spietata, oscena… peccato che tra le righe manchi l’essenziale: il vero Caso Mortara, che è molto più complesso di quanto si voglia far credere.

Perché l’appassionante vita di Edgardo merita davvero di essere conosciuta e giudicata e ciò - ahimè, cara Mme Loewenthal - è possibile solo se si evita l’errore di sradicare brutalmente i fatti dal loro contesto storico, e si rinuncia a strumentalizzazioni che, invece di aiutare a capire, sollevano solo polemiche. La realtà non è così piatta e opaca come i media vorrebbero farci credere. È ovvio che si può pensarla diversamente da Pio IX (e ci mancherebbe, anche io la penso diversamente), si può pensare che il bambino non andava separato dalla famiglia, è fin troppo ovvio.
Ciò che non si può fare è semplificare la realtà. Non si può prendere l’elemento più appariscente di una vicenda, strappare qualche lacrima, emettere giudizi sommari, e poi spazzare tutto il resto sotto il tappeto. Edgardo Mortara non sarebbe d’accordo.

I fatti, i fatti nel loro contesto storico.

Edgardo Mortara nasce a Bologna, il 27 agosto 1851. I suoi genitori sono Salomone, detto Momolo, e Marianna. Entrambi di religione ebraica, lavorano come commercianti di tessuti. A Bologna, come in tutti gli Stati Pontifici, le leggi civili proibiscono agli ebrei di avere in casa domestici di religione cristiana. È un divieto che agli occhi delle autorità ebraiche non ha ambiguità: si vogliono evitare incidenti (vedi battesimi “sgraditi”): ognuno a casa sua. Nonostante ciò, i Mortara (liberali e progressisti) hanno assunto stabilmente Anna Morisi detta Nina, una ragazza di famiglia poverissima nata a San Giovanni in Persiceto, che vive con loro.
Nina è molto affezionata ai Mortara, in particolare al piccolo Edgardo, che all’età di un anno e mezzo si ammala in modo davvero grave. Il medico di famiglia lo visita quotidianamente, la situazione sembra disperata: il bambino rischia la vita. Ed è qui che tutto inizia, si produce un caso di coscienza in grado di segnare un’epoca. Preoccupata per la salvezza della sua anima, la giovane decide di battezzare Edgardo, di nascosto, in segreto, “per farne un’anima per il paradiso” dirà anni più tardi davanti ai giudici. Una coscienza semplice quella di Anna, che tuttavia esige un giudizio, una scelta, un gesto, di fronte ad un bambino morente.
Ma Edgardo non muore bensì, miracolosamente, guarisce. E passano cinque anni, durante i quali nessuno, oltre alla Morisi, è a conoscenza del fatto. Accade poi che un altro figlio dei Mortara si ammala, Anna a questo punto si interroga sul da farsi, vorrebbe battezzarlo ma la precedente guarigione miracolosa la induce a temporeggiare e a confidarsi con un’amica circa i fatti avvenuti ormai anni fa. Un’amica non troppo discreta visto che la voce circola fino ad arrivare all’orecchio di padre Feletti, capo dell’Inquisizione a Bologna. Questi avvia un’inchiesta con l’autorizzazione di Roma, e, una volta accertato il battesimo di Edgardo, Feletti deve agire, poiché la legge e il sovrano pontificio parlano chiaro: non si battezzano di nascosto i bambini e chi lo fa è perseguito penalmente, ma qui si tratta di un battesimo dato in un punto di morte ed è tutto un altro paio di maniche! Il battesimo è valido, e il bambino ha per legge il diritto di conoscere il cristianesimo. Dal momento che la famiglia non è disposta a collaborare, il Papa ordina che Edgardo venga portato a Roma.
Passano gli anni, la famiglia e le associazioni ebraiche internazionali createsi per la prima volta proprio per esercitare una pressione politica e diplomatica su Pio IX, fanno il possibile per ottenere la restituzione del bambino. Invano.
Scoppiano le guerre risorgimentali, il volto politico dell’Italia ne esce stravolto, il Piemonte invade la penisola divorando via via gli altri stati preunitari, compreso quelli pontifici. A questo punto tutti si aspettano il ritorno di Edgardo al focolare domestico. Saranno smentiti: Edgardo è diventato sacerdote e si dedica con fervore alla predicazione in svariate lingue per portare l’annuncio cristiano ai quattro angoli della terra.
La famiglia decide allora di mettere le mani su padre Feletti, che viene arrestato con un blitz notturno a Bologna e gettato per cento giorni in una cella minuscola senza finestre, nell’attesa che la nuova magistratura liberale trovi un capo di imputazione credibile. Si decide per il “rapimento di minore”. Tuttavia la corte, non certo composta da clericali, non può fare altro che piegarsi di fronte all’evidenza. Gli argomenti dell’avvocato Francesco Jussi (avvocato d’ufficio), sono solidi: il vecchio inquisitore non ha fatto altro che applicare le leggi, accertare i fatti (cioè il battesimo di Edgardo) ed obbedire al proprio sovrano. Se un magistrato agisce secondo la legge non può esserci reato, e il rapimento è un reato. Quindi non fu affatto un rapimento. L’unica legge non applicata da Feletti fu quella che avrebbe dovuto imporgli di perseguire i Mortara per aver assunto Anna Morisi in spregio alle leggi civili, pensate proprio per evitare ciò che invece accadde.

Alcune domande per capire meglio la vicenda:

Perché il Papa tenne con sé il bambino?

«Non possumus» fu la risposta che puntualmente diede Pio IX a chi gli chiedeva di restituire Edgardo alla famiglia.
Dato il clima politico dell’epoca, il papa sapeva che i suoi nemici avrebbero impugnato il Caso Mortara contro gli Stati della Chiesa, egli sapeva a che cosa andava incontro con la sua intransigenza.
Allora perché fu così irremovibile? Cosa voleva dire il suo “Non possumus”?
Parte della risposta nelle sue stesse parole: «Se un sovrano molto potente venisse dal Papa e gli dicesse: “Pagatemi parecchi milioni!” il Papa, per evitare sciagure più grandi, si lascerebbe spogliare dei propri averi, chiedendo a Dio di non presentare in seguito un conto troppo severo per il ladro. Ma se qualcuno dice al Papa: “Consegnatemi un’anima!”, tutta la forza del mondo non saprebbe ottenere il suo consenso e non ci sarebbe minaccia capace di farlo cedere, perché il Vicario di Cristo non ha nulla di più prezioso delle anime che appartengono a Cristo.»

In breve, il Papa re risponde a Cristo delle anime dei “suoi” cristiani, e Edgardo, per quanto possa sembrare bizzarro, era un cristiano a tutti gli effetti poiché il suo battesimo - somministrato in articulo mortis e nelle forme prestabilite - era valido. Inoltre, le leggi degli Stati della Chiesa inchiodavano il sovrano: un cristiano, ogni cristiano, ha il diritto di conoscere Cristo: il diritto.
In sostanza Pio IX ha voluto garantire a Edgardo Mortara la libertà di poter conoscere ciò che gli era accaduto per mano di Anna Morisi, così come la legge dei suoi stati prevedeva.
E per garantire tale libertà ad un bambino, un sovrano è arrivato al punto di mettere in gioco il proprio potere temporale. Notevole.
È chiaro che riflettendo con le categorie tipiche della mentalità odierna, si può pensare che il battesimo non significhi nulla, che non sia altro che un rito, ma non si può certo pretendere che Pio IX, un Papa, sovrano legittimo di uno Stato peraltro, ragioni con le stesse categorie. Per il Papa un battesimo è un sacramento, e un sacramento è una cosa che fa Dio, e il Papa non può far finta di niente con Dio perché di fronte a Dio è responsabile, come pontefice e anche come sovrano. Ecco forse spiegato meglio il “Non possumus”.

Pio IX odiava gli ebrei?

Assolutamente no, è difficile parlare di antisemitismo per il Caso Mortara perché il fatto che fosse figlio di ebrei è una circostanza secondaria: fosse stato figlio di genitori professanti qualsiasi altra fede religiosa diversa dal cristianesimo si sarebbe posto lo stesso problema.
I rapporti di Pio IX con la comunità ebraica di Roma sono sempre stati più che buoni, anzi, ottimi: appena eletto, Mastai Ferretti sopprime senza esitare alcune delle restrizioni più anacronistiche che gravavano sugli abitanti del ghetto: la predica coatta, l’obbligo di segni distintivi sugli abiti, ecc. Nel 1846 Pio IX concede agli ebrei nuove libertà: permette loro di prender parte alle elemosine, li libera dall’umiliante corteo di carnevale al Campidoglio, acconsente a far venire da Gerusalemme il rabbino Mosè Israel Kassan; e, non potendo destinare loro dopo la terribile inondazione del 1846 un altro rione da abitare, allarga notevolmente il Ghetto le cui porte non saranno più rinchiuse la sera. In segno di ringraziamento, il 13 luglio, i rappresentanti della comunità ebraica si recano al Quirinale per fare i loro ringraziamenti e per offrire in dono un’antica urna. Pio IX li accoglie e consegna alla deputazione un dono di 1000 scudi.
Non sembra davvero il ritratto di un predone di ebrei…
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Un’ultima questione sollevata dal Caso potremmo presentarla così: “tenendo conto del fatto che la libertà nell’uomo non è un “assoluto” astratto che si definisce sé bensì si muove nella storia, allora la dimensione religiosa e culturale è un fenomeno secondario nella persona oppure ne costituisce il nucleo più profondo?”. Per un cristiano il battesimo, per un ebreo la circoncisione, ecc., sono fatti che rappresentano un epifenomeno marginale rispetto all’identità soggettiva, oppure di tale identità definiscono l’autentico volto interiore? Non è facile rispondere, sarebbe interessante discuterne.

Certo, guardando al Caso Mortara, oggi la Chiesa agirebbe in modo diverso: il battesimo in articulo mortis è ancora lecito, ma il bambino non sarebbe separato dalla famiglia. Il Concilio Vaticano II ha espresso una nuova lettura del principio Extra Ecclesiam nulla salus, e rischi di incidenti “diplomatici” non ve ne sono più. Per fortuna.

Un tempo non era così, e di rapimenti, veri però, di bambini per scopi politici e religiosi ce ne sono eccome stati nella storia. Per il mondo musulmano era la prassi, ma nessuno oggi si sognerebbe, per non incorrere nello psicoreato di islamofobia, di fare un film sui Giannizzeri. Nessuno sa più nemmeno cosa fossero.
Certo, a voler essere pignoli ancora ogni anno ci sono migliaia di casi di conversioni forzate di cristiani all’islam, in Africa, in Asia, in Europa, ma di quelle sembra non scandalizzarsi nessuno.



Ecco il mio articolo su Tribuna di oggi (09/01/201


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