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“No Martini?, no party!”

Autore: Paciolla, Sabino  Curatore: Mangiarotti, Don Gabriele
Fonte: CulturaCattolica.it
lunedì 13 febbraio 2017

Non ho visto il festival di Sanremo, come ogni anno, per la verità, ma mi hanno detto che il calciatore Totti, invitato in seconda serata, alla domanda di Carlo Conti su quale fosse la sua canzone preferita di Sanremo ha risposto nominando l’innominabile “Povia”. Sì, Povia, proprio il cantautore che l’anno scorso non è stato ammesso alla kermesse canora nazional-popolare perché voleva cantare una canzone a difesa dell’infanzia. E, ovviamente, in un ambiente colorato con i nastrini arcobaleno dove il conformismo la fa da padrone, e intanto si sponsorizza l’utero in affitto, un cantante come Povia non poteva che essere marginalizzato e rifiutato.

Questo episodio mi ha fatto ricordare il concerto-incontro di Povia-Amato di gennaio scorso, a Gioia del Colle (BA), a cui ho partecipato. Ricordo di aver messo l’annuncio dell’evento sulla mia bacheca FB. Nei commenti a quel post, un mio giovane amico scrisse che, nonostante l’argomento lo interessasse (ha 27 anni e desidera approfondire le questioni del matrimonio), non vi avrebbe partecipato per la presenza di Povia. Gli risposi che Povia non lo conoscevo affatto, ma che siccome egli sarebbe stato in compagnia di Gianfranco Amato, che invece conosco bene, ci sarei andato lo stesso “per vedere l’effetto che fa”, come avrebbe cantato Jannacci. Semmai fossi rimasto deluso, la serata, comunque, sarebbe servita a mantenere vivo il desiderio di ciò che mi sta a cuore. E, a proposito di desiderio, gli consigliai di ascoltare una bella canzone di Giorgio Gaber che si intitola, appunto, “Il desiderio”.

Ho a mia volta riascoltato in auto con mia moglie alcuni brani del cantautore Giorgio Gaber che mi ha sempre colpito per la serietà umana, senza infingimenti, nell’affronto della realtà, espressa mediante lo strumento della canzone. Gaber non si è mai accodato alla massa, al pensiero comune. Ha addirittura “canzonato” il conformismo con un brano intitolato appunto “Il conformista”. Dicevo a mia moglie che la vita a volte sembra farci brutti scherzi, “togliendoci” quelle persone che possono darci quel di più che noi desideriamo e aspettiamo. Infatti, Giorgio Gaber è scomparso, stroncato da un tumore, il 1° gennaio del 2003. Dicevo a mia moglie che se allora Gaber scriveva una canzone come “Destra Sinistra”, in cui sbeffeggiava le posizioni ideologiche di coloro che nascondevano la loro umanità dietro il paravento dell’essere “di destra” o “di sinistra”, oggi sono sicuro che avrebbe criticato, con la sua solita schiettezza e con il suo consueto “gentile” sarcasmo, il “Pensiero Unico Dominante”, attualmente così dilagante.

Ed è proprio ai concerti di Gaber (che purtroppo ho visto solo su YouTube) che pensavo mentre ero presente in sala ad ascoltare Amato e Povia. Immagino, infatti, che chi partecipava ai suoi concerti, non lo faceva solo per la bellezza, aspra e rugosa, dei testi delle sue canzoni, ma perché poi ne usciva con maggiori interrogativi sulla vita, oltreché piacevolmente gratificato dai pezzi musicali.

Quella serata non saprei dire a cosa precisamente assomigliasse: un concerto? Un incontro? Direi che è stato piuttosto un “concerto-incontro”. Infatti, mi è sembrato un tentativo ironico, ma terribilmente serio, di porsi davanti alla vita, mentre si è colpiti da quello che accade. E Amato e Povia sono le persone, proprio come Giorgio Gaber, che rimangono inquiete dinanzi a quello che succede, pagando, se del caso, di persona. E’ questa umanità, questa positiva reattività umana che mi ha colpito per prima cosa nei due personaggi, con i quali si può non essere d’accordo su tutto, ma che comunque meritano rispetto e attenzione. Quell’interesse che, a quanto vedo, ogni sera stanno riscuotendo in tutta Italia.

Infatti, Gianfranco Amato ha trascurato la sua professione di avvocato per sacrificarsi, letteralmente, a girare l’Italia per sensibilizzare le persone su gender, attacco ideologico alla famiglia, questione antropologica, fidando solo sulla solidarietà di coloro che, lungo il percorso, gli sono diventati amici. Il tutto, però, come esito di un giudizio che nasce dalla fede. Giuseppe Povia, d’altra parte, da subito, dalla sua partecipazione a Festival di Sanremo del 2005, ha manifestato chiaramente una sincerità d’animo ed una freschezza artistica che lo ha portato a non seguire il mainstream dello spettacolo, a non voler scrivere quello che il “Sistema” gli chiedeva, ma a vivere la vita mentre scriveva canzoni, o a scrivere canzoni perché viveva la vita. Lo si vede da subito, dal suo primo brano di successo (n. 1 in Italia per 20 settimane, di cui 19 consecutive, e 7 dischi di platino): “I Bambini Fanno ‘Ooh...’” nel cui testo troviamo la stoffa della sua santa inquietudine, come nel verso: “voglio tornare a fare ‘oh’”, cioè voglio tornare ad essere sorpreso dalla vita. Questa sua schiettezza ed attaccamento a quello che lui sentiva come vero, lo ha portato a scrivere una canzone, “Luca era gay”, con la quale ha partecipato al Festival di Sanremo del 2009 classificandosi secondo. Ma fu proprio questo testo a scatenare tante proteste ed aggressioni verbali da parte delle lobby LGBT. Un pesante clamore che, ancora oggi, nelle serate di spettacolo, aspira di tanto in tanto a limitare la sua libertà espressiva mediante puerili scenate di protesta.

Il Potere presente nella discografia, così sensibile al Pensiero Unico Dominante, lo ha così irrimediabilmente emarginato. Si potrebbe parafrasare la sua esperienza nello spettacolo “ufficiale” con quella fortunata pubblicità del Martini, che recitava: “no Martini?, no party!”. Cioè, non scrivi quello che ti diciamo? Allora non partecipi! Ma lui, cosciente dei sacrifici causati dalle ripercussioni negative che ciò avrebbe avuto sulla sua famiglia (e in accordo con sua moglie), non si è fatto intimidire ed ha continuato a percorrere la strada che il suo “cuore” gli indicava. Ecco, con due persone così, volentieri si sente il piacere di percorrere un tratto di strada insieme.

Lo spettacolo, come dicevo, è interessante, ed è sicuramente unico nel panorama italiano. Ma siccome il sistema massmediatico è molto sensibile al potere delle lobby LGBT, di questo spettacolo nessuno parla, accuratamente. E’ sicuramente un incontro-spettacolo “in progress”, che va affinandosi di serata in serata, e nel quale qualcosa dovrà essere ancora “aggiustato”. Ma è indubbio che la “formula” è unica, poiché è qualcosa che nasce da una sincera passione per l’umano. Si nota subito che c’è del genuino, qualcosa di non artefatto. Infine, si deve precisare che lo spettacolo è….gratuito, come gratuito è lo spendersi di Gianfranco e Giuseppe.

E’ una miscela avvincente di canzoni, immagini, parole, filmati che non sono staccati dalla vita, ma che nascono dalla vita, quella vera, non quella che il Potere ci vuol propinare come vera. Uno spettacolo-concerto-incontro sui generis che, come quelli di Giorgio Gaber, ti lascia una contentezza, un piacere, una inquietudine della quale, alla fine della serata, ti senti di doverli ringraziare. Proprio come hanno fatto don Tonino e don Innocenzo che, tra gli organizzatori dell’incontro, alla fine della serata hanno detto: “Il Signore vi benedica in questa importante missione nella società”.

E’ stata una serata in cui ci si è sentiti tra amici, tra persone che hanno a cuore il senso della vita e tutto ciò che ad esso è connesso: la famiglia, i bambini, l’educazione, l’uomo a tutto tondo. Il discorso lo abbiamo proseguito in un locale, tra olive, una pizza ed un amaro del posto, fino a tarda notte. Amici, che bella serata!


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