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Manifesto delle parole non ostili

Autore: Saro, Luisella  Curatore: Mangiarotti, Don Gabriele
Fonte: CulturaCattolica.it
martedì 21 febbraio 2017

Social, Decalogo e fierezza cattolica

«Gesù rispose: «Il primo è: Ascolta, Israele! Il Signore nostro Dio è l’unico Signore; amerai il Signore tuo Dio con tutto il tuo cuore e con tutta la tua anima, con tutta la tua mente e con tutta la tua forza. Il secondo è questo: Amerai il tuo prossimo come te stesso. Non c’è altro comandamento più grande di questi.»
(Marco, 12,29-31)
Sapete i gruppi WhatsApp, quelli che posti una foto, una frase, una domanda e la leggono tutti i partecipanti? Mi arriva, l’altro giorno, nel gruppo degli ex compagni del liceo (sì, mi ritengo fortunata. Esame di maturità nel 1982 e ancora siamo in contatto se non quotidiano, quasi)… mi arriva, dicevo, la foto del Manifesto delle parole non ostili, il decalogo per un uso consapevole della rete, frutto della manifestazione organizzata a Trieste lo scorso fine settimana per confrontarsi sullo stile con cui stare nei social contrastando la violenza dei linguaggi.
Leggo, e la cosa mi incuriosisce. Leggo e non posso dire che in quella lista buona di buone intenzioni ci sia qualcosa che non va. Impossibile. Tutto profuma di rosa, di pulito. Di buono, appunto.
Eppure qualcosa non mi convince del tutto.
Non mi convince, ad esempio, l’entusiasmo con cui il mio ex compagno di classe, ora sposato, due figli, impegnato politicamente, ci inoltra questa immagine più il dépliant del convegno, come si trattasse della scoperta del fuoco per gli uomini primitivi. E ci chiede di firmare, di aderire, di far girare. Si riparta da qui, ci scrive.
Penso che per cinque anni siamo stati nella stessa aula: liceo classico, scuola cattolica. Penso che è stato scout per una vita. Penso che lui ed io e tanti (tutti?) del nostro gruppo di ex compagni di classe ci professiamo cattolici. E allora?
E allora ecco cosa non mi torna del tutto, pur nel rispetto della due-giorni triestina e delle sue proposte. Perché noi cattolici pensiamo sempre di dover cominciare daccapo? E’ un altro il decalogo che più che nelle tavole dovremmo avere scolpito nel cuore, e tanto dovrebbe bastarci. Quello dovremmo comunicare e testimoniare come contributo anche all’incontro di Trieste, anche nei social, anche nelle riflessioni tra noi. Gliel’ho scritto. In fondo, gli ho detto, basterebbe che ciascun cattolico testimoniasse le sette-parole-sette del secondo comandamento che ci ha lasciato Gesù. Basterebbe che pescassimo nel Vangelo, nel Magistero, nella Tradizione della Chiesa buone ragioni anzi buonissime per essere costruttivi e non essere sterilmente ostili nei social, e nei rapporti di carne.
Perché questo senso di inferiorità sempre, che ci porta a dimenticare chi siamo (e di Chi), a scusarci, spesso, per le “colpe” della Chiesa nei secoli, a porgere il microfono all’ambone e negli incontri ad altri intellettuali, ad altri “esperti”, perché a noi sembra sempre di non avere nulla di originale da dire, da dare?
Vale per lo stile nei social, vale per il bullismo, per il femminicidio, per l’educazione affettiva e sessuale, per le questioni legate alla vita e alla morte, alla politica e al sociale. Vale per tutto.
Che contributo possiamo dare, su queste tematiche, noi che l’abbiamo incontrato Dio che si è incarnato, si è fatto uomo ed è qui tutti i giorni fino alla fine del mondo, Lui che è Via, Verità e Vita?
Ma non è solo questo. L’ho capito chattando in quel gruppo, cos’altro non mi convince di quel decalogo, dell’incontro “Parole Ostili”. Non è profumo di pulito e basta, quello che sento, come quando ti lavi le mani prima di sederti a tavola. E’ odore di disinfettante (disinfestante?). E mi tornano in mente certe visite in ospedale, quando la regola è cuffietta, copriscarpe, camice e mascherina perché l’ambiente deve restare asettico.
E così mi pare che la (giusta) attenzione a come dire le cose, rischi di appiattire nel recto tono del politicamente-corretto-secondo-il-potere, anche le cose da dire.
Questo sì e questo no. Questa parola sì e l’altra meglio di no. In un camuffamento della realtà che proprio no, non mi piace. Nel dialogo vero, nella relazione tra esseri umani, vera o virtuale, onestà vuole che si guardino le cose in faccia per quello che sono e che si chiamino con il loro nome. E pazienza se qualcuno può sentirsi offeso, se a cuore abbiamo la Verità.
Mamma e papà, per non offendere, dovranno sparire dal lessico per trasformarsi in genitore 1 e genitore 2? Dovremmo adeguarci al mieloso distillato d’amore che sgorga dalla sigla GPA perché affitto dell’utero è crudo? E, anche se compravendita di bambini è la realtà, non si potrà dire perché non è bon ton? Dovremmo usare asterischi come detta la moda gender, per rispetto a chi ancora non ha deciso se oggi si sente più maschio o più femmina? Andrà introdotto il genere neutro nella lingua italiana come ode all’indistinto? Niente video con i Down come in Francia, per non turbare le donne che il figlio Down hanno deciso di abortirlo? Verrà stilato il dizionario degli eufemismi, dei sinonimi, delle perifrasi, degli acronimi per circumnavigare le parole scomode? Si creerà il Ministero del collutorio? Scatteranno provvedimenti nei confronti dei trasgressori alle regole? Pene pecuniarie? corsi di galateo? Rieducazione forzata? Limitazione della libertà? Verranno bloccati gli account?
Non so perché, ma mi viene in mente il Ddl 2688 che è proprio qui, dietro l’angolo, e il sospetto è che questo decalogo sia la premessa o la postilla proprio a quel Ddl. Ma questo è un altro articolo.
Per quanto mi riguarda, pur plaudendo alle buone intenzioni dell’iniziativa triestina sulle “Parole Ostili” e al decalogo che ne è scaturito, io continuerò a preferire e a testimoniare l’altro decalogo: schietto, crudo, se volete, ma che dice pane al pane e vino al vino, e in rete e nella vita continuerò ad usare lo stile cattolico, che a qualcuno potrà talvolta sembrare ostile, ma che in sintesi è Caritas in Veritate, e non serve spieghi cosa significa.
P. S. Non mi risulta che Gesù Cristo sia venuto in terra come sponsor dell’amuchina.


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