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Le nostre sole forze o la grazia di Dio?

Autore: Paciolla, Sabino  Curatore: Mangiarotti, Don Gabriele
Fonte: CulturaCattolica.it
sabato 18 marzo 2017

Il vaticanista Andrea Tornielli, su Vatican Insider di mercoledì scorso, ha recensito il libro scritto a 4 mani dal card. Ennio Antonelli e dal filosofo prof. Rocco Buttiglione dal titolo: Terapia dell’amore ferito in “Amoris Laetitia”, Edizioni Ares, pag. 104, 10 euro.

Riprendiamo alcuni passi del libro, come li ha riportati Tornielli. Scrive il card. Antonelli: «Dobbiamo renderci conto che il contesto sociale e culturale influenza profondamente la coscienza soggettiva delle persone e che ormai la società e la cultura dell’Occidente sono largamente scristianizzate e hanno bisogno di una nuova, coraggiosa e paziente evangelizzazione. La gerarchia dei valori interiorizzata nei cuori non corrisponde molto spesso alla verità oggettiva del bene e del male, neppure tra i cristiani praticanti.

(...) Quando i condizionamenti interni o esterni attenuano o annullano la responsabilità soggettiva, può accadere che una persona continui a vivere in grazia di Dio anche in una situazione oggettiva segnata dall’errore e dal grave disordine morale».

Alla domanda se sia lecito in alcuni casi «dare l’assoluzione a persone che, pur legate da un precedente matrimonio, convivano more uxorio e abbiano rapporti sessuali fra loro», il prof. Buttiglione risponde: «Sembra che, alla luce di Amoris Laetitia ma anche dei princìpi generali della teologia morale, la risposta debba essere positiva, almeno in qualche caso. Bisogna distinguere chiaramente fra l’atto, che è materia grave di peccato, e l’agente, che può trovarsi in condizioni che limitano la sua responsabilità per l’atto o, in alcuni casi particolari, possono perfino annullarla».
Buttiglione propone quindi l’esempio di una donna che viva in condizioni di totale dipendenza economica e psicologica e alla quale i rapporti sessuali vengano imposti contro la sua volontà. «Mancano qui le condizioni soggettive del peccato (piena avvertenza e deliberato consenso)».

La coscienza del penitente – aggiunge il card. Antonelli – «potrebbe essere retta, anche se, a causa di oggettive difficoltà, egli non riesce ancora a osservare la norma (per esempio, praticando la continenza sessuale), ma cerca di fare il possibile per superare le difficoltà». In presenza di queste «disposizioni soggettive, il sacerdote può concedere l’assoluzione sacramentale e la comunione eucaristica, essendo peraltro consapevole che si tratta di un’eccezione da non trasformare in prassi ordinaria».

E’ bene avvertire subito, che questa interpretazione dell’Amoris Laetitia non trova concordi altri esponenti del mondo cattolico, a cominciare, ad esempio, dai quattro cardinali (Burke, Caffarra, Brandmüller e Meisner), autori della richiesta di chiarimenti, 5 Dubia, inviati al Papa, per finire poi con il Card. Müller che, in una intervista rilasciata al Timone il primo febbraio scorso, ha detto: «Non si può dire che ci sono circostanze per cui un adulterio non costituisce peccato mortale. Per la dottrina Cattolica è IMPOSSIBILE la coesistenza tra il peccato mortale e la grazia giustificante. Per superare questa ASSURDA CONTRADDIZIONE, Cristo ha istituito per i fedeli il Sacramento della penitenza e riconciliazione con Dio e con la Chiesa». [maiuscolo mio]

Riflettendo sull’esempio riportato dal prof. Buttiglione me ne viene un altro che, seppure del tutto immaginario, non è affatto distante dalla realtà.

Immaginiamo un brillante signore esperto di finanza, uno che, attraverso complesse operazioni di ingegneria finanziarie, riesce ad ottenere illeciti guadagni ai danni di ignari risparmiatori.
Il suo veicolo finanziario ha grandi debiti, che però sono comunque sostenibili perché gli affari vanno a gonfie vele. Gli utili sono tanti da consentire alla sua famiglia un alto tenore di vita: vacanze elitarie e figli che studiano con grande profitto in prestigiose università americane.

Un giorno, però, questo brillante finanziere incontra una persona di grande fede che lo mette in crisi. Dopo questo incontro, egli prende coscienza che sta commettendo ogni giorno grandi frodi, violando il settimo comandamento. Egli riconosce sinceramente in cuor suo di peccare gravemente, e per questo vorrebbe con tutto il cuore cambiare vita, ma la situazione, purtroppo, non glielo permette. Infatti, cambiare attività significherebbe:
A) il fallimento della sua impresa, con enormi perdite finanziarie a carico di terzi;
B) il licenziamento dei dipendenti, con conseguenti drammi personali;
C) mettere sul lastrico la sua famiglia;
D) ritirare i suoi figli dalle università americane, compromettendo il loro futuro.
Si rende subito conto che la sua decisione di interrompere quelle illecite pratiche farebbe ricadere le dolorose conseguenze non solo su di sé, ma anche su persone (i dipendenti, i finanziatori e la sua famiglia) che non hanno alcuna colpa.
Un sacerdote, però, gli fa notare che la sua responsabilità, la sua colpa, è in realtà limitata, se non del tutto eliminata, dalla circostanza che il suo proposito di uscire da quella situazione è bloccato dalla volontà di non arrecare danni ad altre persone. Lui vorrebbe uscire da quell’incubo, ma non può, almeno in quel momento. Siccome però si è anche convertito, decide di accostarsi alla comunione dopo aver ricevuto l’assoluzione da un sacerdote che ha compreso perfettamente la situazione e la sua drammatica crisi di coscienza. Il progresso spirituale, in fondo, non può che avere una sua gradualità, e l’Eucaristia, in certi casi, può aiutare.

Nel frattempo, il brillante finanziere continua la sua attività perché non può permettersi di fermarla per le ragioni già menzionate; tra l’altro, i debiti sono ancora alti e bisogna remunerarli.

Come si vede, questo esempio immaginario, ma potenzialmente reale, ricalca la stessa situazione di quella prospettata dal card. Antonelli e dal prof. Buttiglione. Il risultato, però, è sorprendentemente amaro.

Il prof. Buttiglione, infine, afferma: «stupisce vedere come manchi, in alcuni eminenti studiosi che hanno espresso posizioni critiche, la dimensione della gradualità (nel bene come nel male) e, di conseguenza, la comprensione della intera tematica delle condizioni soggettive del peccato (piena avvertenza e deliberato consenso). Manca l’intero tema delle circostanze attenuanti che non giustificano mai l’azione ma diminuiscono e qualche volta annullano la colpa di chi la commette».

Ma a proposito della gradualità, occorre ricordare che è stato proprio san Giovanni Paolo II nella Familiaris Consortio a fugare alcuni equivoci interpretativi: «Essi [i coniugi], tuttavia, non possono guardare alla legge solo come ad un puro ideale da raggiungere in futuro, ma debbono considerarla come un comando di Cristo Signore a superare con impegno le difficoltà. «Perciò la cosiddetta “legge della gradualità”, o cammino graduale, non può identificarsi con la “gradualità della legge”, COME SE CI FOSSERO VARI GRADI E VARIE FORME DI PRECETTO NELLA LEGGE DIVINA PER UOMINI E SITUAZIONI DIVERSE. Tutti i coniugi, secondo il disegno divino, sono chiamati alla santità nel matrimonio e questa alta vocazione si realizza in quanto la persona umana è in grado di rispondere al comando divino con animo sereno, confidando nella grazia divina e nella propria volontà» (Giovanni Paolo PP. II, Omelia per la conclusione del VI Sinodo dei Vescovi, 8 [25 Ottobre 1980]: ASS 72 [1980] 1083). [maiuscolo mio]

Sebbene il concetto della gradualità, “questo è il massimo che mi è consentito fare”, sia in sé positivo, il gradualismo, invece, travisando le situazioni, è veramente deleterio. Infatti, dobbiamo chiederci: per superare le situazioni di peccato in cui frequentemente ci troviamo nella nostra vita, ci affidiamo solo sulle nostre forze, oppure “con animo sereno confidiamo nella grazia divina”? Allo stesso modo, la Comunione data ai divorziati risposati nella loro situazione adulterina non è forse un fidare solo sulle forze umane, “questo è il massimo che mi è consentito fare”, piuttosto che confidare nella grazia efficace divina? In fondo, chi mai può dire cosa potrà succedere in futuro, come la grazia divina potrà cambiare i nostri cuori, e dunque cambiare quelle situazioni e quelle persone che al momento, e secondo il nostro metro, sembrano “il massimo possibile”? Chi mai potrà escludere che quell’uomo che rende succube quella donna (esempio di Buttiglione) un giorno possa cambiare?

Come ci ha insegnato san Giovanni Paolo II, il “gradualismo della legge” esclude l’efficacia della grazia di Dio, rimettendo l’efficacia di ogni nostra azione esclusivamente sulla potenza delle nostre forze. È questa nostra presunzione che ci porta ad affermare: “questo è il massimo che posso fare” e a vedere il matrimonio solo come un ideale umano. Se invece la grazia è sempre efficace, cioè l’aiuto di Dio è sempre presente, allora tale concetto (“gradualismo della legge”) perde completamente di senso. Infatti, nel Padre Nostro noi recitiamo: “non ci indurre in tentazione, ma LIBERACI dal male”. Oppure: “Ebbene io vi dico: Chiedete e vi sarà dato, cercate e troverete, bussate e vi sarà aperto. Perché chi chiede ottiene, chi cerca trova, e a chi bussa sarà aperto” (Lc, 11,9-10).

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