Educazione >> Strumenti per la Scuola >> I Promessi Sposi

Cap. 21 La notte di Lucia e quella dell’Innominato: due diverse angosce

Autore: Pinna, Maria Vittoria  Curatore: Mangiarotti, Don Gabriele
Fonte: CulturaCattolica.it ©
La notte di Lucia nell’orribile castello dell’Innominato non è solo la notte del voto alla Madonna. E’ una notte di angoscia indicibile che rischierebbe di annientarla se ella non avesse il conforto della fede che fa fiorire la speranza.
E’ lì, che si dibatte contro i fantasmi nati dall’incertezza e dal terrore quando si rammentò che poteva almen pregare, e insieme con quel pensiero, le spuntò in cuore come un’improvvisa speranza: prese di nuovo la sua corona, e ricominciò a dire il rosario: e, di mano in mano che la preghiera usciva dal suo labbro tremante, il cuore sentiva crescere una fiducia indeterminata. E’ a questo punto che si rende conto che la propria libertà, la propria salvezza vale qualsiasi sacrificio: anche quello di rinunciare per sempre al suo Renzo, consacrandosi a Maria “per non esser mai d’altri che vostra”. Tutto ciò le dona una pace e una serenità insospettata.


E’ inevitabile soffermarsi un attimo su questa notte così travagliata per osservare quanto sia pulsante di vita e reale questa situazione di gravissima ingiustizia: anche nella nostra disastrata società accadono delle situazioni altrettanto drammatiche; ma generalmente il dramma si trasforma in tragedia, cioè in una situazione senza speranza, perché nella maggior parte dei casi non vi è una personalità veramente cristiana che lo sappia affrontare.
La cattiveria gratuita, la sofferenza inflitta all’innocente sono purtroppo argomenti all’ordine del giorno, ma - se lo si fa – ci si ferma unicamente a stigmatizzare il fatto gravissimo senza riuscire a dargli un significato che lo salvi dalla tragica disperazione… e il dolore diventa, tranne per chi lo deve affrontare in una solitudine disumana, un puro pretesto per accusare i tempi che vanno sempre peggio. E questo perché senza Dio niente ha più significato e il dolore è solo qualcosa di bestiale e incomprensibile.
Ebbene Lucia , l’umile paesana del ’600, vive il tutto non come tragedia, ma come dramma; la sua persona infatti è pienamente protagonista della situazione, cui reagisce con dignità vera perché cosciente di una potenza superiore che ha in mano il cuore degli uomini e le cui vie sono imprevedibili.
Un’altra riflessione. Ultimamente vanno di moda gli sport estremi che dovrebbero riprodurre le emozioni di situazioni estreme: nulla contro questi sport. Ma la motivazione che spinge dei giovani annoiati a sperimentare una vita avventurosa in questo modo è davvero riduttiva della loro dignità di figli di Dio. Il vero dramma non è quello che ci scegliamo noi che non siamo padroni delle nostra vita, ma quello che un Misterioso Destino Buono permette per noi, per la nostra maturazione, per la nostra capacità di reggere davanti alle difficoltà. E tale allenamento non lo si fa con gli sport estremi, non basta; perché quel che importa è avere un’anima grande, come quella di Lucia o anche dell’Innominato. Sì, dell’Innominato, perché ha l’onestà di arrendersi all’evidenza di una vita più umana della sua, come vedremo. E un’anima grande non la si improvvisa se non si ha un ideale vero, esauriente, verso il quale convogliare tutte le nostre energie.


Di diverso tenore è l’angoscia mortale della notte dell’Innominato. Espletate velocemente tutte le incombenze serali, il padrone del castello si affretta a raggiungere la sua stanza, quale agognato rifugio al tormento che lo assilla. Quel tormento ha il volto di Lucia: “Ma quell’immagine, più che mai presente, parve che in quel momento gli dicesse: tu non dormirai. Cerca allora rifugio nel ricordo di qualche sua nefandezza, ma lungi dal rinfrancarlo, destava in lui invece una specie di terrore, una non so qual rabbia di pentimento. E così il pensiero tornava a Lucia, alla quale almeno avrebbe potuto far del bene liberandola, avrebbe potuto anche dirle: Perdonatemi… Perdonatemi? io domandar perdono? A una donna ? io…! Ah, eppure! Se una parola,una parola tale (…) potesse (…) levarmi d’addosso questa diavoleria, la direi, (…) a che cosa son ridotto! Non son più uomo, non son più uomo!...
Non starò qui a riprendere tutti i passaggi del suo pensiero allucinato che giunge alla decisione di liberare l’indomani Lucia. Ma tale decisione non basta ad acquietarlo; e la mente lo conduce a ripercorrere tutta la sua odiosa vita di soprusi inflitti ad innocenti. Il peso è troppo grande e, per non sentirsene schiacciare, gettò in furia le mani alla parete accanto al letto, afferrò una pistola, la staccò, e… al momento di finire una vita divenuta insopportabile, il suo pensiero sorpreso da un terrore, da un’inquietudine, per dir così, superstite, si slanciò nel tempo che pure continuerebbe a scorrere dopo la sua fine…
A questo punto il corso dei suoi pensieri prende una nuova direzione. Interessantissima: Se quell’altra vita di cui mi hanno parlato quand’ero ragazzo, di cui parlano sempre, come se fosse una cosa sicura; se quella vita non c’è; se è un’invenzione de’ preti; che fo io? perché morire?cos’importa quello che ho fatto? cos’importa?è una pazzia la mia… Ma poi ben più drammatico e terribile: …E se c’è questa vita?
A tal dubbio, a tal rischio, gli venne addosso una disperazione più nera, più grave, dalla quale dalla quale non si poteva fuggire, neppure con la morte.
E’ un dramma nel quale non è facile immedesimarsi, ma nella sua mente angosciata non perde un briciolo di lucidità: se l’altra vita non c’è perché suicidarsi? Se c’è, sarebbe tremendo… Insomma non c’è via di scampo alla disperazione che lo vuol ghermire.
Tutt’ad un tratto, gli tornarono in mente le parole che aveva sentite e risentite, poche ore prima: - Dio perdona tante cose per un’opera di misericordia – E non gli tornavan già con l’accento dell’umile preghiera (…) ma con un suono pieno di autorità, e che insieme induceva una lontana speranza…: avrebbe potuto liberarla e questa forse sarebbe stata la sua salvezza. Ma un residuo di disperazione lo riassaliva, anche se più debole, al pensare alla sua solita vita che sarebbe ripresa…
“Un imprevisto è la sola salvezza” diceva Montale, ma l’Innominato non lo sa e non può nemmeno aspettarselo. Ed è proprio l’imprevisto che lo strappa alla disperazione: sul far dell’alba ecco uno scampanio, un allegro vocio, gente che allegra si dirigeva tutta verso una comune meta: Che diavolo hanno costoro? Che c’è in questo maledetto paese? Dove va tutta quella canaglia?(…) Guardava… guardava; e gli cresceva in cuore una più che curiosità di saper cosa mai potesse comunicare un trasporto uguale a tanta gente diversa.
Vedremo nel prossimo capitolo che tutta quella festa era… per un uomo! (…) per vedere un uomo!
Ma quell’uomo è il Cardinal Federigo che completerà l’opera così pazientemente orchestrata da Dio nell’ anima dell’Innominato.



I Promessi Sposi



© Copyright 1995-2010 | CulturaCattolica.it | Privacy Policy |Credits