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Dottrina e pastorale

Autore: Oliosi, Don Gino  Curatore: Mangiarotti, Don Gabriele
Fonte: CulturaCattolica.it
martedì 13 ottobre 2015

“Non sminuire in nulla la salutare dottrina di Cristo, è eminente forma di carità, (di pastoralità) verso le anime. Ma ciò deve sempre accompagnarsi con la pazienza e la bontà di cui il Redentore stesso ha dato l’esempio nel trattare gli uomini. Venuto non per giudicare, ma per salvare, egli fu certo intransigente con il male, ma paziente e misericordioso verso i peccatori” (Paolo VI)
Nel 1968 la pubblicazione dell’enciclica Humanae vitae ha provocato il dilagare senza precedenti di aspre critiche anche di episcopati contro l’insegnamento magisteriale di Paolo VI sul matrimonio e sul regolamento delle nascite. Con una grande intelligenza e una perfetta fedeltà all’insegnamento della Chiesa, anche con una Commissione contraria, voleva soprattutto sottolineare due aspetti indissociabili nell’atto coniugale, nella sessualità, l’unione e la procreazione: “Tale dottrina, più volte esposta dal magistero della Chiesa, è fondata sulle connessione inscindibile, che Dio ha voluto e che l’uomo non può rompere di sua iniziativa (resta l’apertura al controllo naturale della fertilità unito alla tensione per la castità coniugale) . Tra i due significati dell’atto coniugale: il significato unitivo e il significato procreativo. Infatti, per la sua struttura, l’atto coniugale, mentre unisce con profondissimo vincolo gli sposi, li rende atti alla generazione di nuove vite, secondo leggi iscritte nell’essere stesso dell’uomo e della donna. Salvaguardando ambedue questi aspetti essenziali, unitivo e procreativo, l’atto coniugale conserva integralmente il senso di mutuo e vero amore ed il suo ordinamento all’altissima vocazione dell’uomo alla paternità. Non pensiamo che gli uomini del nostro tempo sono particolarmente in grado di afferrare quanto questa dottrina sia consentanea alla ragione umana” (Humanae vitae, n. 12).
Anche di fronte ad una solitudine da parte di vescovi, teologi, soprattutto culturale il successore di Pietro era consapevole di essere fedele alla verità biblico-ecclesiastica  e quindi alla ragionevolezza comprensibile e dicibile a tutti. Giovanni Battista Montini ha testimoniato una fiducia infinita nella saggezza dell’insegnamento della Chiesa; per lui, malgrado le sofferenze passeggere, le mode sarebbero passate anche se ingrandite dai mezzi della comunicazione sociale. Ma è importante la direttiva pastorale propria della morale cattolica che è una tensione cioè un tentare e ritentare con fiducia e speranza anche  quando non si riesce e ci si lascia perdonare da quel Padre che  non guarda quante volte cadiamo, ma quante volte ci rialziamo con il Sacramento della riconciliazione e ricominciamo. Malgrado le contestazioni, il Papa non ha mai voluto entrare nella logica del dibattitto falsato da l pensiero libertario egemone. Paolo VI ha pubblicato il suo atto di magistero e poi è rimasto silenzioso, portando tutte le difficoltà nella preghiera che consente a Dio di intervenire storicamente. Fino alla sua morte, il 6 agosto 1978, non ha più scritto encicliche. Ha scritto l’Esortazione sinodale più bella l’Evangelii nuntiandi,  costretto dai padri sinodali che nel 1974 nel Sinodo sull’evangelizzazione puntavano a una Esortazione sinodale e non essendo riusciti, pur lavorando con padre Grasso fino alle 5 del mattino di quel 28 ottobre, hanno risolto il problema consegnando tutto il materiale all’azione primaziale di Paolo VI, testimoniando così il necessario valore del primato.
Ma Paolo VI, non sminuendo per nulla la salutare dottrina di Cristo come eminente forma di carità verso le anime, nel suo grande rispetto per la libertà e il cammino morale della coscienza, concludendo il suo testo ha offerto ai sacerdoti la direttiva pastorale, mai presa sul serio nel confronto fra dottrina e pastorale: “Diletti figli sacerdoti, che per vocazione siete i consiglieri e le guide spirituali delle singole persone e delle famiglie, ci rivolgiamo ora a voi con fiducia. Il vostro primo compito – specialmente per quelli che insegnano teologia morale – è di esporre senza ambiguità l’insegnamento della Chiesa sul matrimonio. Siate i primi a dare, nell’esercizio del vostro ministero, l’esempio di un leale ossequio, interno ed esterno, al magistero della Chiesa. Tale esempio, ben lo sapete, obbliga non solo per le ragioni addotte, quanto piuttosto a motivo del lume dello Spirito santo, del quale sono particolarmente dotati i Pastori della Chiesa per illustrare le verità. Sapete anche che è di somma importanza, per la pace delle coscienze e per l’unità del popolo cristiano, che, nel campo della morale come in quello del dogma, tutti si attengano al magistero della Chiesa e parlino uno stesso linguaggio. Perciò con tutto il nostro animo vi rinnoviamo l’accorato appello del grande apostolo Paolo: “Vi scongiuro, fratelli, per il Nome di Nostro Signore Gesù Cristo, abbiate tutti uno stesso sentimento, non vi siano tra voi divisioni, ma siate tutti uniti nello stesso spirito e nello stesso pensiero”. Non sminuire in nulla  la salutare dottrina di Cristo, è eminente forma di carità verso le anime. Ma ciò deve sempre accompagnarsi con la pazienza e la bontà di cui il Redentore stesso ha dato l’esempio nel trattare con gli uomini. Venuto non per giudicare, ma per salvare, egli fu certo intransigente con il male, ma paziente e misericordioso verso i peccatori. Nelle loro difficoltà, i coniugi  ritrovino sempre nelle parole e nel cuore  del sacerdote l’eco della voce e dell’amore dello Spirito santo di Dio, mentre assiste il magistero nel proporre la dottrina, illumina internamente i cuori dei fedeli, invitandoli a dare il loro assenso. Insegnate agli sposi la necessaria via della preghiera, e istruiteli convenientemente, affinché ricorrano spesso e con grande fede ai sacramenti dell’eucarestia e della penitenza, e perché mai si scoraggino a motivo della loro debolezza”. La morale cristiana nel rapporto tra dottrina e pastorale non è riuscire ma tentare e ritentare, lasciandosi perdonare. Il Padre ci ama non solo quando o perché riusciamo, ma per portarci a riuscire. Può essere attuale questa memoria di fronte all’attuale Sinodo e al ministero di Papa Francesco.


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