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Contro il mantra della #misericordia

Autore: Saro, Luisella  Curatore: Mangiarotti, Don Gabriele
Fonte: CulturaCattolica.it
martedì 3 maggio 2016

“Nacque il tuo nome da ciò che fissavi”.
(Karol Wojtyla, Veronica)
“Prof., mi giustifica, oggi? Non ho studiato”.
“Tommaso, hai portato la giustificazione dell’assenza?”
Pensavo a questo, stamattina compilando il registro. A come i verbi che usiamo, le parole che scegliamo a scuola e nella vita raccontino, tra le altre cose, anche il modo che abbiamo (o non abbiamo) per aiutare i giovani a diventare grandi.
“Giustificare”, a scuola, è sistemare le carte, mettere una pietra sopra alle assenze (anche a quelle strategiche, in concomitanza con le verifiche), al non studio, all’indisciplina, alla mancata assunzione di responsabilità. Si “giustifica” lo studente, che sciorina all’adulto i motivi veri o falsi dell’assenza, della sua impreparazione, del non aver portato a termine un impegno; l’adulto, sentite (distrattamente) le ragioni/motivazioni/scuse addotte dall’allievo si limita a registrare e condona. Ok. La lezione continua.
A scuola vale un po’ per tutte le trasgressioni alle regole e al regolamento: un cellulare usato quando non si può, l’utilizzo fuori orario delle macchinette delle merendine, l’aver preferito andare “in marina” piuttosto che a lezione, i compiti non eseguiti e via di seguito. Studenti che se ne escono con scuse fantasmagoriche e inventano improbabili emergenze (creatività, in fondo, non è anche questo? Non è annoverabile, pure questa, tra le “competenze”, l’ultima parola alla moda nell’era della sedicente “buona scuola”?) e docenti burocrati. Leggono, firmano, trascrivono, registrano. Atti dovuti.
Le parole ci raccontano, raccontano il clima dell’epoca, gli stili educativi. Raccontano anche quanto abbiamo a cuore il bene (vero) degli allievi.
Guardate i giornali.
Giubileo della misericordia. Perdono a piene mani, anzi a prescindere. La misericordia ridotta a mantra, a passepartout. Sparite dai giornali, dai media (anche dalla bocca di certi preti) parole come confessione, peccato, colpa, giudizio, pentimento, penitenza, conversione, inferno, castigo… Le ho scritte in disordine, come salivano, un po’ ammuffite, alla memoria.
E la misericordia? Uno zuccherino a stemperare l’amaro della vita, una mano di bianco su intemperanze e trasgressioni, una passata di Ava-come-lava sul pavimento sporco della coscienza.
Piace pensare che anche con Dio ci si può giustificare come a scuola. E’ vero, Dio, che ho trasgredito i tuoi comandamenti: questo, quello e anche quell’altro. Ma poi giù, subito, una sfilza di scuse che lo studente con i prof, al confronto, è solo un pivello. Vuoi non avere motivi per desiderare la roba o la donna, l’uomo d’altri, per rubare (ma solo un pochino), per dire falsa testimonianza?
Ecco i motivi, Signore. Ho trasgredito ma avevo delle buone ragioni anzi buonissime. Eccole. Giustificami. Mi hanno detto che sei buono, che mi ami così come sono. Non siamo in anno di condono straordinario? Forse sono stato così convincente che mi darai anche ragione, o almeno mi strizzerai l’occhiolino come fa il mio prof., che è stato giovane anche lui e certe cose le capisce. Mica il mio prof. mi chiede di cambiare vita! Ha il registro elettronico davanti agli occhi, prende il libretto, firma, digita qualcosa, mi restituisce il libretto, avanti il prossimo. Insomma: neanche mi guarda negli occhi (cosa vuoi che gliene freghi, in fondo…); si limita a cliccare A, B, C (salute, motivi familiari, altro…) e prende atto che poi a scuola sono tornato; non è come la tua storia del figliol prodigo? Siamo a casa. Signore, io te le ho date le mie buone ragioni, non chiedermi se sono pentito o no perché lo sai che ti direi di no; non chiedermi neanche se, giustificazioni a prescindere, ritengo che quel che ho fatto (o non ho fatto) sia male, perché… non lo so: del Bene e del Male non parla più nessuno. In questo dedalo di strade che è la vita, nessuno che ti dica se esiste e perché vale la pena la retta via, dove conduce. Ora si giustifica tutto (non l’hanno scritto anche i giornali che pure papa Francesco ha detto “Chi sono io per giudicare?”), dunque credo che reitererò. Sappilo, professore della prima ora. Sappilo, Dio.

Poi uno legge i messaggi della Regina della Pace. Quello del 25 aprile scorso, per esempio.
Non so come si pronuncerà la Chiesa sulle apparizioni a Medjugorje; dico solo che, ogni volta, le parole che leggo sembrano perfette per noi, oggi, qui. Perfette per me.
Sentite: “Cari figli, il Mio Cuore Immacolato sanguina guardandovi nel peccato e nelle abitudini peccaminose. Vi invito: ritornate a Dio ed alla preghiera affinché siate felici sulla terra. Dio vi invita tramite me perché i vostri cuori siano speranza e gioia per tutti coloro che sono lontani. Il mio invito sia per voi balsamo per l’anima e il cuore perché glorifichiate Dio Creatore che vi ama e vi invita all’ eternità. Figlioli, la vita è breve, approfittate di questo tempo per fare il bene. Grazie per aver risposto alla mia chiamata.”
Uscite dalla porta del misericordiosamente corretto e delle mode lassiste del relativismo imperante, le parole “scomode” censurate dai giornali (e da certi preti), rientrano dalla finestra della (retta) coscienza. Pane al pane e vino al vino. Peccato, cuore immacolato, dolore, conversione, preghiera, vita, morte, bene, male, aldiqua, aldilà… In queste parole, una misericordia che nasce dentro un giudizio, dentro la chiarezza di ciò che è bene e ciò che è male. Di più. Una misericordia che non è un atto burocratico/menefreghista, ma può nascere solo dentro un rapporto di amore.
Soffro perché vedo che stai facendo del male alla tua vita, soffro a dirtelo, soffro pensando che, dicendotelo, ti arrecherò tristezza, ma non posso “giustificarti”; non posso non dirti che stai sbagliando, perché ti voglio bene, più di quanto non ne voglia tu alla tua vita. E’ carta vetrata, il mio richiamo, lo so, ma questo dolore sulle pareti del cuore gratta le cellule morte del tuo egoismo, della tua istintività e si trasforma in balsamo per la tua umanità ferita.
Hanno il sapore dell’eterno, queste parole, perché è all’eterno che spalancano, al compimento vero di sé: limano le asperità, correggono la rotta, cesellano il cuore.
“Nacque il tuo nome da ciò che fissavi”, scrisse Karol Wojtyla in una splendida poesia. E’ nella relazione che si cresce, avendo davanti – a scuola e nella vita – maestri che alzino l’asticella ogni giorno un pochino, e testimonino perché vale la pena. Padri e madri che ti correggono perché ti amano. Un Dio che desidera il tuo bene, la tua felicità, e perdona ma non “giustifica”, perché chiama male il male e abbracciandoti ti indica, ogni volta che cadi, la strada della santità, che è sinonimo di felicità piena, perché per niente di meno vale la pena starsene al mondo.
Ma forse oggi, neanche santità si può più dire. Fa calare l’audience.


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