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Diamo «voce a chi non può parlare»

Autore: Trotta, Michele  Curatore: Mangiarotti, Don Gabriele
Fonte: CulturaCattolica.it
martedì 30 agosto 2016

Nella notte tra il 19 e il 20 marzo 2003, sull’isola di Cuba vengono arrestati e processati 75 dissidenti tra scrittori, giornalisti e promotori dell’iniziativa popolare referendaria, denominata “Proyecto Varela”, dal nome di p. Felix Varela, sacerdote cubano che si batté contro lo strapotere degli spagnoli e morì in esilio negli Stati Uniti (1853). Nei giorni seguenti gli arresti, con una serie di processi “farsa” e tribunali di antico sapore sovietico, i dissidenti vengono tutti condannati a pene varianti dai 12 ai 28 anni. Un colpo tremendo alla tenue voce di libertà che, nell’ultimo baluardo del “socialismo reale”, uomini e donne coraggiosi tentano di tenere viva. Ma Fidel Castro, dittatore e padrone di Cuba, dopo la storica visita del Papa San Giovanni Paolo II nell’isola caraibica, non poteva permettere che i suoi “sudditi” si organizzassero tramite una raccolta di firme, per chiedere, secondo la legge (art. 88 della Cost.) un referendum riguardante una riforma politica a Cuba, a favore delle maggiori libertà individuali. Questo pacchetto, chiamato “Proyecto Varela”, contiene le famose cinque “libertà”: stampa, associazione, impresa, detenuti politici ed elezioni. Promotore e ideatore di questa iniziativa è Oswaldo Payà Sardinias, ingegnere, leader del Movimiento Cristiano Liberacion (MCL) che, fedele all’insegnamento della Dottrina Sociale della Chiesa, opera con un gruppo di uomini e donne, avendo come riferimento la dignità e unicità della vita dell’uomo. Già a soli 16 anni, si oppose durante il servizio militare, al trasferimento di alcuni prigionieri politici da una prigione all’altra e, a causa di ciò, fu condannato a tre anni e deportato ai lavori forzati all’isola dei Pini, oggi Isla de la Juventud. Scontata la pena tornò a L’Avana e, con molta difficoltà, proseguì gli studi e, poiché non era iscritto alla Partito Comunista, dopo la laurea in ingegneria, ebbe difficoltà a trovare lavoro, ma il suo impegno non diminuì. Divenne catechista e componente del Consiglio Pastorale della Parrocchia del Cerro, che rappresentò, nel 1986, al Convegno Ecclesiale Cubano. Sempre “osservato speciale” da parte della polizia cubana, fonda il Movimiento Cristiano Liberacion (MCL) e tra minacce e incursioni notturne in casa, dove vive con la moglie e i figli piccoli, inizia a scrivere il “programma di transizione”, un documento di dialogo tra i cubani che sull’isola, si trovano su opposti fronti. Realizza il primo documento sull’unità della dissidenza pacifica in Cuba ottenendo la fiducia di questo ambiente, ma viene arrestato. Il carcere non lo ferma, insieme ad altri dissidenti, compone il pacchetto di riforme denominato “Proyecto Varela”, contemporaneamente realizza, sotto forte repressione, la prima assemblea dell’opposizione cubana. Intanto, la passione e la gratuità dello sforzo di questo uomo non passa inosservato: la fondazione di Vaclav Havel, presidente della Repubblica Ceca, “People in need”, (1999) lo insignisce del premio “Homo homini” e viene invitato a Praga per riceverlo. Da quel momento, inizia con il presidente artista ceco un rapporto unico di amicizia. Nel 2001 la fondazione ispanico-cubana gli assegna il premio ai diritti umani e nel 2002, esattamente il 10 maggio, Oswaldo Payà, Tony Diaz e Regis Iglesias, presentano all’Assemblea nazionale del Poder Popular, più di 11.000 firme, per chiedere il referendum. L’ex presidente USA, Jimmy Carter, appoggia l’iniziativa e, in visita privata a L’Avana, raggiunge l’abitazione di Payà, dando visibilità internazionale all’iniziativa. Infatti, il Parlamento Europeo assegna ad Oswaldo il “Premio Sacharov per i diritti umani” e inizia un tour che lo porta nelle maggiori capitali europee e non solo. In Spagna incontra il presidente Aznar, Repubblica Ceca dal presidente Havel, Svezia, Londra, Parigi e in Vaticano da Papa San Giovanni Paolo II. Poi negli Stati Uniti, a Washington dal segretario di Stato, Colin Powell, in Messico dal presidente Fox e nella Repubblica Domenicana viene ricevuto dal presidente Mejias. Il presidente Havel, presenta alla Fondazione “Nobel” la candidatura di Oswaldo Payà al premio per la Pace. La visibilità di cui godeva Oswaldo rappresentava anche la sua assicurazione sulla vita e infatti, nel marzo del 2003, come citato all’inizio di questo scritto, vengono arrestati i 75 dissidenti. Oswaldo rimane solo, isolato, spiato come non mai, la sua famiglia, come quelle dei prigionieri, viene emarginata e vessata, ma Oswaldo, approfittando di questa rete internazionale che era cresciuta attorno a lui, chiede aiuto per le famiglie dei “presos”, e ai Capi di Stato, delle iniziative internazionali al fine di far evidenziare la mancanza dello stato di diritto in Cuba e la sistematica violazione dei diritti umani. Le condizioni umane e sanitarie dei detenuti sono la sua preoccupazione costante. Il Governo castrista, per rendere più difficile la vita ai familiari sposta i prigionieri in strutture il più distanti possibile dalla loro residenza. Il regime dei fratelli Castro, cerca di logorare, sino allo sfinimento, i prigionieri e le loro famiglie. Ma Oswaldo nel 2003, nel mese di dicembre, presenta all’Assemblea del Poder Popular, altre 14.000 firme di cubani che richiedono di discutere il “Proyecto Varela”: la speranza non può essere fermata da quattro sbarre. Nel 2004 viene candidato nuovamente al Premio Nobel per la Pace e in Spagna gli assegnano il premio “Principe delle Asturie per la concordia”. Già, forse il premio che più lo rappresenta, perché la concordia tra tutti i cubani è il mantra di Oswaldo e del MCL, con tutti, regime compreso. Presenta il programma “Todos Cubanos”, documento per una transizione pacifica verso la democrazia e, contemporaneamente, la Columbia University, New York, gli assegna “honoris causa”, la laurea in Giurisprudenza. Nel frattempo, vengono scarcerati o meglio, esiliati i primi prigionieri di coscienza dei 75, grazie alla mediazione di papa Benedetto XVI e alla pressione internazionale. Nel 2008 i parlamenti di Uruguay e Cile presentano la candidatura di Oswaldo sempre per il premio Nobel per la Pace. L’anno successivo, insieme ad altre sigle dell’opposizione in Cuba, lancia il “Dialogo Nazionale”, una piattaforma d’idee sulla nuova costituzione, sullo Stato, la sanità, l’educazione, il lavoro, i diritti sociali in un paese che dovrà autodeterminarsi in forza della sua storia e quella dei suoi abitanti. La discussione viene estesa anche ai cubani in esilio, visto che oltre 3 milioni di loro vivono fuori dall’isola. Altri documenti in unità con la dissidenza vengono, nel corso degli anni, realizzati e fatti discutere alla popolazione con enormi difficoltà, dovute al controllo della polizia e dal collaudato sistema di spionaggio che il regime usa da oltre 60 anni. E infatti, la mattina del 22 luglio 2012, sulla strada di Bayamo a oltre 100 chilometri da L’Avana, l’auto su cui viaggiava Oswaldo con Harold Cepero, responsabile giovanile del MCL e due amici europei inviati dall’Internazionale democristiana (IDC) diretti nel sud del paese per un incontro con militanti del MCL cubano, viene speronata da un’auto della “Seguridad” e mandata fuori strada. Oswaldo e Harold muoiono, non per le lesioni dell’incidente (erano vivi e avevano solo delle escoriazioni sulla testa) ma per le percosse che riceveranno una volta allontanati i due ospiti europei. Arriveranno all’ospedale di Bayamo, irriconoscibili. Per far luce su questa vicenda si è chiesto l’istituzione di una Commissione d’inchiesta internazionale.


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