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Inferno e non inferno

Autore: Saro, Luisella  Curatore: Mangiarotti, Don Gabriele
Fonte: CulturaCattolica.it
venerdì 30 settembre 2016

«L’inferno dei viventi non è qualcosa che sarà; se ce n’è uno, è quello che è già qui, l’inferno che abitiamo tutti i giorni, che formiamo stando insieme. Due modi ci sono per non soffrirne. Il primo riesce facile a molti: accettare l’inferno e diventarne parte fino al punto di non vederlo più. Il secondo è rischioso ed esige attenzione e apprendimento continui: cercare e saper riconoscere chi e cosa, in mezzo all’inferno, non è inferno, e farlo durare, e dargli spazio.» (Italo Calvino, Le città invisibili)
Ho aspettato a raccontare, come il contadino pazientemente attende che il seme germogli. Dovrei aspettare ancora per parlare dei frutti, perché i tempi non sono nostri. Ne accenno soltanto.
Da quasi un decennio, il primo giorno di scuola arrivo in sede con mezz’ora di anticipo e appiccico all’ingresso, in sala insegnanti, nei corridoi, nei luoghi di passaggio, nelle mie aule, una poesia o un breve brano in prosa come augurio di buon anno scolastico. Ungaretti, Montale, Saba, Dante, Pavese, Manzoni, Kavafis… Versi o frasi che provochino, che indirizzino lo sguardo, che ricordino ad adulti e ragazzi perché siamo qui, cosa ci stiamo a fare, qual è il compito. Poso sempre questo foglio, innanzitutto, sulla scrivania del preside, perché il buongiorno si vede dal mattino.
Quest’anno ho scelto la conclusione delle “Città invisibili” di Calvino.
I colleghi arrivano, gli studenti varcano la soglia dell’Istituto e trovano (anche) questo benvenuto. Non il mio (non è mai firmato, il foglio, e nessuno sa chi è il folletto che si aggira mattiniero); è l’augurio dei poeti, degli scrittori che ci hanno preceduto e che hanno ancora e sempre qualcosa da dirci, uno sguardo da insegnarci.
Queste parole “lavoreranno” un anno, sempre che si abbia voglia di leggerle e di lasciarsi interrogare.
Prima ora di lezione nelle mie classi, si parte da lì. Cos’è l’inferno, oggi? Cosa vuol dire esserne parte, fino a non vederlo più? E cosa, oggi, inferno non è? Come facciamo a riconoscere il vero, il buono, il bello, a farli durare, a dargli spazio?
Anche quest’anno ho più di cento studenti: due terze e due quinte di liceali. Pongo domande, aspetto che pensino, che alzino la mano, che raccontino la vita. Mica tutti e tutto subito: ogni anno ci diamo tempo un anno. La frase, i versi sono, nero su bianco, appiccicati alla porta. Lì, visibili, ci tengono compagnia. A volte, se siamo distratti, diventano richiamo.
Parentesi. Quest’anno, dopo molti anni in cui la-Messa-non-si-fa-perché-la-scuola-è-laica, la seconda settimana abbiamo organizzato una Messa per ricordare una collega morta improvvisamente a luglio. A dispetto dei soliti noti che pregustavano (non dovrei dirlo ma è così) la chiesa vuota, e dei colleghi cattolici (ma solo della domenica: gli altri giorni no perché un po’ si vergognano, e poi neutri si dialoga meglio, vuoi mettere…), quelli che «ai ragazzi non interessa, o magari si vergognano, non verrà nessuno… perché non pensiamo a un gesto che sia più inclusivo?…», la chiesa era piena e tantissimi studenti si sono accostati all’Eucaristia. (Sveglia, colleghi “cattolici”, fuori la grinta e il coraggio: bisogna rischiare!) Bene. Quel giorno il sacerdote, don Tommaso, giovane polacco (e ho detto tutto), in un’epoca in cui l’unica cosa che pare interessare alla scuola è la certificazione delle competenze, del saper fare, ha chiesto ai docenti di educare alla sapienza, parola che a scuola nessuno usa e osa più. E come c’azzecca, l’ateo Calvino, con l’omelia di don Tommaso! Inferno e ciò che inferno non è, e abituarsi a cogliere le differenze, e pensiero critico che scelga e segua, e attenzione, e apprendimento…
Io, in classe, non ho fretta. Aspetto pazientemente che ogni ragazzo racconti, regali a tutti qualcosa di sé. Così è stato, così comincia a essere.
Inferno è il terremoto, che si è portato via case, cose, persone; inferno sono gli sciacalli. I volontari no, non sono l’inferno. Le persone che scavavano a mani nude prima che arrivassero i soccorsi, tutti quelli che sono andati gratuitamente a dare soccorso. Anche i giovani di Sesto al Reghena e Davide, alunno di quinta. Vincitori al “Gioco dei Comuni” su Rai2, a maggio avevano ricevuto in premio uno scuolabus, che hanno deciso di regalare ai bambini di Amatrice. E’ inferno la competizione, il doping, la sgomitata per arrivare primi, il mors tua, vita mea, il fine che giustifica i mezzi. Non sono inferno le testimonianze alle paralimpiadi: Alex Zanardi e Beatrice Vio, per fare due nomi. Più grati per quello che hanno ancora, che arrabbiati per ciò che non hanno più. Non è inferno l’amica di una studentessa di terza, che era in grande vantaggio a una gara di corsa ma si è fermata perché un’amica era in difficoltà e ha solcato il traguardo in ritardo ma insieme. Non è inferno lo sguardo che ha testimoniato a tanti giovani don Patriciello, invitato di recente a Concordia Sagittaria, paese a pochi chilometri da qui. E’ inferno la cultura di morte che censura il dolore e la malattia e relega negli istituti i malati cronici, gli anziani, i “terminali”; non è inferno il sedicenne che racconta di aver percorso in un mese, con la famiglia, più di tremila chilometri, per andare su e giù in Toscana a fare compagnia al nonno morente. «Lui non capiva più, non ci riconosceva più, ma siamo stati accanto a lui tutte le volte che potevamo, fino alla fine». O i genitori che ha conosciuto un’altra studentessa di terza, che questa estate ha fatto uno stage presso una scuola materna. Avevano da poco perso una figlia, ma arrivavano al mattino con la primogenita per mano, sorridenti, e un giorno hanno portato la merenda per tutti, e hanno intonato una canzone perché la vita è bella, pur dentro il dolore. Non è inferno l’amica, ancora minorenne, che andando contro i “consigli” di tutti, ha deciso di tenere il bambino, anche se il suo ragazzo, il padre del bambino, per paura l’ha mollata. E nell’inferno dell’egoismo, di pseudo-amici che ti lasciano solo proprio quando hai più bisogno di essere sostenuto, non è inferno la famiglia. Magari scalcagnata, c’è, ed è un punto fermo: la certezza, per i figli, di un amore-per-sempre.
Ho accennato solo ad alcune delle risposte degli studenti, fari nella nebbia di mass media capaci solo di dare eco alle cattive notizie e di una società sempre più nichilista e sempre più disperata. E per la scuola che, più che “buona”, è sempre più “alla buona”, la salvezza non saranno i progetti, le commissioni, i POF, PTOF, BES, DSA, PON, RAV, CIC… sigle dall’aspetto un po’ infernale pure loro, ma questo sguardo e questo cuore. Io, come il contadino, semino e attendo paziente.


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