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Non sapete né il giorno né l’ora

Autore: Saro, Luisella  Curatore: Mangiarotti, Don Gabriele
Fonte: CulturaCattolica.it
giovedì 27 ottobre 2016

«… mentre quelle andavano per comprare l’olio, arrivò lo sposo e le vergini che erano pronte entrarono con lui alle nozze, e la porta fu chiusa. Più tardi arrivarono anche le altre vergini e incominciarono a dire: Signore, signore, aprici! Ma egli rispose: In verità vi dico: non vi conosco. Vegliate dunque, perché non sapete né il giorno né l’ora».
(Matteo, 25)
Pochi secondi, pochissimi. Eppure, ogni volta, pare un secolo. E’ in questi momenti che capisci come sono possibili quei sogni che a raccontarli sembrano storie lunghissime e invece ti eri appisolato solo qualche minuto. E’ di fronte al pericolo che il cervello saetta, supersonico. Cosa sta succedendo? E’ qui, l’epicentro? Reggerà questa stanza?… Intanto il cuore fa l’appello. Dove sono i miei figli, mio marito? Come stanno gli amici, avranno sentito la scossa? E la mamma, il papà che è bloccato a letto da quasi un anno e non potrebbe nemmeno tentarla, una fuga? Chissà che paura… E quelli che il terremoto, il centro del terremoto ce l’hanno sotto i piedi e questa scossa li ha fatti scappare di casa, e ora la casa magari son solo macerie? E i vecchi, i malati, i bambini più piccoli?
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Ancora lì, nelle Marche. Forte, questa seconda scossa, più della prima. Sono le 21.20. Lì, il boato alle 21.18. In due minuti le onde sono arrivate fin qui: Veneto orientale.
Pochi secondi, pochissimi. Una scossa, uno scossone che si propaga come il sasso in uno stagno, come l’effetto domino. Ad una ad una cadono, come pedine, le cose superflue che ingolfavano il cuore. Conta la vita, contano gli affetti, conta un tetto sopra la testa.
Poi li vedi, in tivù, i vecchi della casa di riposo evacuata. Imbacuccati, avvolti da coperte sulle sedie a rotelle, mostrano occhi impauriti, spaesati, alcuni; altri, la fermezza e la rassegnazione di chi nel tempo ne ha viste e ne ha passate tante.
Migliaia gli sfollati in tutta la zona. Figli di amici all’università di Urbino passeranno la notte in una palestra. E piove. Tanti dormono nelle auto, nei camper; si improvvisano giacigli. Anzi no, non si dorme, stanotte, con la terra che brontola, o con l’eco di quel che hai sentito che tamburella la mente.
Ed è attesa. Magari è stato un avvertimento…
E allora capisci – anche qui, anche in Veneto orientale, noi che il terremoto del Friuli ce lo portiamo dentro come bestia in gabbia – capisci cosa vuol dire essere in trincea. Appisolarti vestito, un occhio sempre aperto, le orecchie vigili. Il nemico potrebbe approfittare di una distrazione, prenderti alle spalle, colpire all’improvviso…
Ecco. “Improvvisamente” è LA parola.
Mentre mangi dormi lavori parli leggi studi fai shopping fai l’amore fai running prelevi soldi col bancomat fai progetti sull’oggi sul domani e non ci pensi…
Pochi secondi, pochissimi.
E’ da dentro che qualcosa si accende o si spegne, non so. Come un senso di nausea, prima. Il cuore che sembra si fermi, poi riparte, cavallo impazzito. E’ il corpo che per primo ti avverte del pericolo. Improvvisamente potrebbe finire tutto. Si sta come d’autunno sugli alberi le foglie. E ti ritrovi a pregare, perché il resto non conta… più.





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