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Il terremoto e una cristiana bambina

Autore: Saro, Luisella  Curatore: Mangiarotti, Don Gabriele
Fonte: CulturaCattolica.it
venerdì 11 novembre 2016

«Dopo un lungo dibattere e cercare insieme, conclusero che i guai vengono bensì spesso, perché ci si è dato cagione; ma che la condotta più cauta e più innocente non basta a tenerli lontani; e che quando vengono, o per colpa o senza colpa, la fiducia in Dio li raddolcisce, e li rende utili per una vita migliore. Questa conclusione, benché trovata da povera gente, c’è parsa così giusta, che abbiam pensato di metterla qui, come il sugo di tutta la storia»
(Alessandro Manzoni, I Promessi Sposi, capitolo XXXVIII)
Non sono una teologa, ad ognuno il suo mestiere. Non mi addentrerò dunque nella questione «terremoto uguale castigo, no, il terremoto è una teofania, anzi no, Dio non c’entra nulla con i terremoti, ha di meglio da fare, anzi no, se c’è il terremoto Dio è crudele, anzi no, Dio è un’invenzione, esiste solo il caso...»
Ne hanno già dette e scritte tante, più o meno a (s)proposito.
Non sono una teologa, sono una cristiana bambina, e me ne vanto.
Me ne vanto, sì, anche se lo so che c’è poco da vantarsi per una grazia che immeritatamente si riceve, ed è quella di guardare la realtà, le circostanze con occhi meravigliati, e cioè bambini. Grazie per questa grazia, Signore, perché, sapete che c’è? C’è che il sugo della storia, come direbbe Manzoni, è che la vita è questione di sguardi, e noi lo sguardo che salva, lo sguardo cristiano, l’abbiamo perduto da un po’, perché restiamo alla superficie e non sappiamo (più) andare oltre. Perché la realtà, le circostanze non hanno (più) niente da dirci, da darci. Perché abbiamo perso la chiave interpretativa, il codice, l’alfabeto.
Accadono, le circostanze. Ci sguazziamo dentro se sono di nostro gradimento o, quando non ci vanno a genio, cerchiamo alla bell’e meglio di stare a galla. Se la svanghiamo si va avanti, distratti come prima, col capo chino come prima.
Forse parlo difficile, ma abbiamo perso (pastori, dove siete? Perché non ce le insegnate più queste cose, perché non le testimoniate, in modo che le impariamo e ne facciamo tesoro?)… abbiamo perso la capacità di leggere la realtà secondo i quattro sensi della Scrittura: letterale, allegorico, morale, anagogico. Artefici del nostro destino, abbiamo smesso di confidare nella Provvidenza, la mano di Dio nella storia, che sa rendere diritte anche le righe storte degli uomini e abbiamo s-cordato, rimosso dal cuore, il fatto che, attraverso la realtà, gli avvenimenti, Dio paternamente ci educa, perché “tutto concorre al bene di coloro che amano Dio”. Abbiamo perso la certezza di un Destino buono, comunque e sempre, perché “nemmeno un capello del capo andrà perduto”.
Solo recuperando questo sguardo, persino il terremoto può essere una occasione. Perché io (sì, proprio io!) abbassi la cresta e molli la presa, e non pensi di poter controllare tutto, e non mi creda padrona della realtà che mi circonda (è un Altro il centro del cosmo e della storia!). Perché non dia tutto per scontato, ma riscopra uno sguardo di gratitudine per il dono della mia famiglia, la casa, il lavoro, gli amici… e questo cuore che pulsa ancora, e non è affatto scontato. Perché mi chieda a che vale la mia vita, per cosa, per chi sto spendendo il mio tempo, come metto a frutto i talenti. (Non nobis, Domine…)



Perché quando perdi tutto ti chiedi cosa conta davvero, e sarebbe bene farne memoria sempre. Perché la smettiamo di credere che la terra sia una divinità che starebbe meglio se non ci fosse l’uomo che inquina disbosca sfrutta toglie ossigeno al pianeta che altrimenti sarebbe perfetto. No. Perfetta non è, la terra. E’ imperfetta pure lei, dunque non è Dio. Con i suoi terremoti, i maremoti, i tifoni, le eruzioni vulcaniche non smette di ricordarcelo.
Devo, dobbiamo alzare lo sguardo.
Invece per noi, imbevuti di razionalismo e impantanati nel positivismo, il terremoto è terremoto e basta e ci scocciamo perché ancora non lo sappiamo prevedere (altra botta sui denti). Al massimo ci sentiamo un po’ più buoni per qualche giorno e facciamo partire una raccolta di fondi.
Non ci parla, il terremoto, non ci parla la realtà. Non siamo più capaci di ascoltarne la voce profonda, il senso allegorico (il terremoto allora sì darebbe uno scossone alla nostra apatia, al nostro borghesismo, ala nostra rigidezza, alla scorza del cuore…). Non ci interroghiamo sul senso morale (come sto vivendo la vita? cosa, Chi metto al primo posto?), figuriamoci se il terremoto, se ciò che accade ogni giorno ci interroga sul senso anagogico, escatologico, per cui le cose terrene rimandano a quelle celesti. Della salvezza eterna non parlano più nemmeno i preti!

Non sono una teologa, sono solo una cristiana bambina. Ma io questo sconquasso l’ho provato, dentro. Si chiama desiderio di conversione. Attaccarsi a ciò che vale davvero perché – Lui sì – è antisismico.
Nada te turbe, nada te espante, quien à Dios tiene, nada le falta. Solo Dios basta




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