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Fa’Afafine: spettacolo altamente diseducativo

Autore: Lettera firmata  Curatore: Saro, Luisella
Fonte: CulturaCattolica.it
sabato 4 febbraio 2017

Abbiamo ricevuto questa lettera da una mamma che è andata a vedere lo spettacolo Fa’ Afafine e che ci invia le sue riflessioni. Un aiuto a un giudizio non per sentito dire, ma sofferto e partecipato
Lo spettacolo “Fa’ Afafine” risulta, a mio parere, altamente diseducativo e pericoloso per le seguenti ragioni:

1) Si dice che non si può giudicare lo spettacolo senza averlo visto, ma non si dà la possibilità ai genitori di vederlo prima; quindi non si dà loro non solo lo strumento per sottrarre, se lo desiderano, il figlio alla partecipazione, ma neanche per parlare dello spettacolo “recuperando” poi, a casa, quanto di problematico o di negativo il figlio possa aver visto e inteso.

2) Si dice che è uno spettacolo per bambini, ma in realtà non è uno spettacolo concepito per i bambini, e cioè attento, se non alla loro educazione, almeno alla loro sensibilità, ma è un prodotto “Ideologico”, concepito da adulti in una logica adulta (come adulto è il personaggio che incarna il protagonista). Un esempio di come tutta la rappresentazione rispecchi una sensibilità e un umorismo (cinico) adulto, è il fatto che il giovane protagonista dica che, dopo aver sposato il suo amato compagnetto Elliot a Samoa, “andrà a vivere con lui in casa della nonna, quando la nonna non ci sarà più”. Il regista decide poi, furbescamente, di risolvere l’affermazione in un contenzioso tra i due genitori, per capire di quale nonna si tratti, con svenimento del padre, quando la moglie, un po’ cinicamente compiaciuta, gli dice che si tratta della madre di lui. Ora: se lo spettatore adulto fa un sorrisetto maligno, cogliendo il sollievo di lei nell’immaginare la liberazione dalla suocera, lo spettatore bambino rimane “basito”: per lui la nonna, nei confronti della quale il protagonista ha dimostrato anche un certo affetto in precedenza, è “la nonna”, la nonna e basta, non un’inquilina da sfrattare per risparmiare sull’affitto. (Si noti che la casa della nonna non riserva altre particolari ragioni di fascino o di interesse nel film). Viene anche tristemente da pensare che in questo percorso di rieducazione forzata dei bambini operata dal regista, magari una puntatina indiretta sulla tematica dell’eutanasia, non ci stesse poi così male…
Un’altra scena profondamente “diseducativa” della pièce è quella in cui il bambino tenta il suicidio. Si dirà che i nostri bambini vedono comunque di tutto alla televisione, ed è tragicamente vero, ma il teatro è un’altra cosa: ha una forza comunicativa e di immedesimazione particolare e far veder che, se si ha qualche problema insolubile, ci si può suicidare annodando un capo del lenzuolo a una gamba del letto e l’altro al proprio collo, buttandosi poi giù dalla finestra della propria cameretta, non mi sembra proprio il massimo per uno spettacolo che si pretende “educativo” (anche se il regista furbescamente stempera la drammaticità del gesto facendolo sventare un po’ comicamente dall’intervento di una vicina pettegola che saluta Alex, quando il bambino apre la finestra per buttarsi giù).

3) Si fa credere che veicoli alcuni messaggi più espliciti e dichiarati, ma - oltre a ciò su cui rifletterò tra poco a questo riguardo - il testo è tutto “disseminato” di molti altri messaggi impliciti, “occulti”, che consistono nel dare per scontati concetti problematici, facendo convergere l’interesse su altri, in modo che il bambino recepisca i primi senza avvedersene e senza alcuna forma di difesa. Ad esempio, la vicenda prende avvio con il protagonista che, nella sua cameretta, racconta i suoi gusti strampalati, le sue stravaganze, il suo sentirsi oggi maschio, domani femmina, come fossero dati di realtà, oggettivi, non problematici o “singolari”. Il problema su cui si fa convergere l’interesse è comunque un altro: l’ostilità dei compagni e l’ostilità iniziale dei genitori. Nessuna traccia delle grandi malinconie dell’infanzia, dello stupore commosso con cui il bambino si affaccia al mistero di sé e del mondo. Per lui (e per il regista), il problema consiste solo nell’incomprensione altrui. Il fatto che Alex voglia sposarsi con un compagno maschio è dato per scontato, come un dato di non problematicità (in ossequio evidentemente alla legge Cirinnà), e soprattutto è scontato il fatto che se Elliot non lo ricambia è per paura delle reazioni omofobe dei compagni che ridono davanti ai cuoricini che questo gli invia. Non si accenna minimamente alla possibilità che l’amico possa non ricambiarlo, come tutti i dati oggettivamente comprovati della vicenda fanno credere. Siccome Alex ripete come un mantra che se pensi intensamente una cosa questa si avvera, e lo spettacolo ne dà una prova con l’intervento dei samoani che (non si capisce se sia immaginazione o realtà) risolvono la sua complessa situazione, questo concetto viene ben veicolato agli spettatori. Altro dato di stranezza è che il bambino appare in scena con una coda, di simil-volpe (un implicito omaggio all’antispecismo, dopo quello all’eutanasia?) e questo non suscita nessuna reazione né commento, non solleva curiosità od altro, né richiede spiegazioni... (suvvia, non vorremo mica sembrare anche “zoofobi”!?!)

4) Si dice che è uno spettacolo che accoglie le diversità sessuali, ma Il modo in cui viene presentata la diversità, anche in un’ottica sessuale, del protagonista, risulta ultimamente poco rispettoso di chi vive un orientamento sessuale non coincidente con la sua natura biologica, che va comunque considerato e presentato come una persona normale e rispettabile, mentre la visione dello spettacolo suggerisce piuttosto, ai giovani spettatori, l’idea di un “fenomeno da circo”, date le strampalatezze del nostro Alex.

5) Lo spettacolo viene presentato come una forma di educazione al rispetto delle diversità, mentre si traduce solo nell’annullamento di ogni criterio di distinzione che sfocia in un eccesso di stravaganze, e irragionevolezze, con sconfinamenti nel fantastico, nell’onirico, nel magico. La fatica di accogliere il “diverso” si riduce all’eliminazione del diverso, attraverso l’abbattimento dei criteri di normalità ed eccezione. Alla fine, però, così si annulla anche la necessità dell’accoglienza, intesa come vera accettazione tra identità differenti che si confrontano e accolgono, non che affogano in un magma di indifferentismo stordente.

6) Si dice che lo spettacolo è contro la violenza, ma in realtà questa censura del dato di realtà è la forma più grave e subdola di violenza, violenza culturale, da cui non potranno che generarsene altre
. Ad esempio, come potrà reagire il nostro Alex, che vede il mondo girare intorno a lui e che plasma la realtà secondo i suoi desideri, nel caso Elliot, l’amico del cuore, decida liberamente di non corrispondergli?

7) Si presenta lo spettacolo come un’opera creativa del regista Scarpinato, in realtà ci si accorge che riflette e interpreta un clima ideologico-culturale ben diffuso (testimoniato, ad esempio, dal fatto che recentemente il National Geographic ha dedicato un intero numero al fenomeno dei “Fa’afafine” dell’isola di Samoa e degli “intersessuali” di tutte le culture). Questo fa pensare ad un battage ideologico orchestrato ad alti livelli e con finalità che vanno ben al di là di quelle dichiarate, il che può dare ragione dei numerosi premi di cui lo spettacolo è stato insignito.

8) La ministra Giannini ha escluso, minacciando denunce, la presenza nella scuola dell’ideologia gender (che secondo tanti non esisterebbe neppure), ma sfido chiunque a negare che l’opera presenti questa impostazione, a partire dal protagonista Alex, che il regista definisce “gender creative”. Lo spettacolo è molto più di un’opera sulla fluidità di genere, è un’opera sulla fluidità del reale che inevitabilmente ne consegue. In tal senso si può definire anche “istruttiva”.

9) Si dirà, invocando le ragioni dell’arte e della finzione scenica, che un’opera teatrale non può essere oggetto di un’analisi di questo tipo, ma qui si tratta di uno spettacolo che viene proposto in orario scolastico, per il suo valore “educativo” e come tale va considerato. Inoltre è curioso il fatto che, di fronte alla polemica che ne è nata, la ministra Fedeli, che ha preso le difese dello spettacolo, sia stata invitata ufficialmente dal regista ad una visione dello stesso. Viene da chiedersi: che l’avesse visto prima? Dubito, perché se così fosse dimostrerebbe di non far tesoro dell’unico titolo culturale che ha: quello di maestra di asilo, che dovrebbe garantirle almeno un po’ di attenzione all’educazione dei bambini.

10) Tirando le somme, se ne desume che lo scopo dello spettacolo è apparentemente quello di educare al rispetto dell’altro, del diverso, ma, sostanzialmente, è quello di annullare le diversità, destrutturando completamente la realtà e scombinando tutti i riferimenti non solo di autorità, ma anche di realtà, con effetti che non possono che essere gravemente disorientanti per il giovane spettatore. Le prime figure a venirne penalizzate sono quelle autorevoli: la preside che convoca i genitori per parlare delle problematiche del figlio, risulta “l’antagonista”, e i due poveri genitori, in nome dell’amore, alla fine decidono di censurare la realtà per inseguire il figlio nella sua fuga nel sogno e nel fantastico. In tal senso, siccome il figlio vuole le trecce bionde, è illuminante la scena che vede i due genitori intrecciare meticolosamente “l’aria”, dato che i capelli (nerissimi) di Alex sono troppo corti… pur di non contrastare il sensibilissimo bambino. Per non parlare della scena finale: per accompagnare a scuola il figlio, vestito da principessa, il padre si veste da donna e la madre da uomo, per far intendere che loro sono una famiglia “speciale”.

11) Un unico elemento positivo si potrebbe trovare nel fatto che i genitori, prendendo consapevolezza del disagio del loro bambino, arrivano a sacrificare il proprio lavoro - il padre, in particolare, la sua prospettiva di carriera - ponendosi in atteggiamento di sfida nei confronti del mondo circostante, in nome dell’amore che li unisce al figlio e tra di loro. Ma questo atteggiamento risulta viziato dal fatto che non appare realistico e costruttivo, ma velleitario e irrealistico: non si traduce in effettivo aiuto al figlio, ma piuttosto in una fuga a tre dalla realtà, perciò, anche quello che dovrebbe essere “amore” si rivela, ad una riflessione pacata, soltanto un tradimento del bambino che vien ancora di più abbandonato a se stesso, nella effettiva rinuncia dei genitori al loro compito educativo.

12) Per concludere. Potremmo magari cogliere, come genitori, questo messaggio “positivo” che il testo vuole veicolare, e sapete come? Prestando più attenzione al mondo dei nostri figli e interrogandoci sui messaggi che vengono loro trasmessi anche nell’ambito scolastico e delle attività correlate, dove sempre più spesso si tenta di farli oggetto di una “rieducazione” politicamente (e gaiamente) corretta, bypassando i genitori che non condividono tale visione antropologica e della realtà, o confidando nella loro “distrazione”, o nell’obnubilamento della ragione e della coscienza in ossequio al pensiero dominante.


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