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Il calendario del 24 Febbraio

Autore: Restelli, Silvio  Curatore: Mangiarotti, Don Gabriele
Fonte: CulturaCattolica.it  E-mail: silvio.restelli@libero.it

Eventi

▪ 303 - L'imperatore romano Galerio pubblica l'editto che dà il via alla persecuzione dei cristiani sotto il suo regno

▪ 1525 - Battaglia di Pavia: Francesco I di Francia è sconfitto e preso prigioniero dalle milizie imperiali

▪ 1582 - Papa Gregorio XIII annuncia il calendario gregoriano

▪ 1836 - Samuel Colt ottiene il brevetto per il revolver Colt

▪ 1839 - William Otis ottiene il brevetto per la scavatrice a vapore

▪ 1848 - Re Luigi Filippo di Francia abdica

▪ 1917 - Prima guerra mondiale: all'ambasciatore statunitense nel Regno Unito viene consegnato il telegramma Zimmermann, nel quale la Germania si impegna a restituire Nuovo Messico, Texas, e Arizona al Messico se questo dichiara guerra agli USA

▪ 1918 - L'Estonia si proclama indipendente dalla Russia

▪ 1922 - Va in scena al Teatro Manzoni di Milano la prima dell'Enrico IV di Pirandello

▪ 1945 - Il premier egiziano Ahmed Maher Pasha viene ucciso nel parlamento dopo aver letto un decreto

▪ 1946 - Juan Domingo Perón viene eletto presidente dall'Argentina

▪ 1981 - Buckingham Palace annuncia il fidanzamento del Principe Carlo del Galles con Lady Diana Spencer

Anniversari

* 616/618 - Ethelbert del Kent (identificabile talvolta anche come Æthelbert o Aethelberht o Aibert o Edilbertus o Etelberto; 552 circa – 24 febbraio 616 o 618) è stato un sovrano anglosassone, re del Kent dal 580 o 590 alla morte. Nella Cronaca anglosassone viene definito Bretwalda (titolo con cui si definivano i re dell'antica Britannia). Dopo la sua morte, fu canonizzato.
Figlio di Eormenric, salì sul trono dopo di lui, secondo la Cronaca anglosassone. Gregorio di Tours, stretto conoscente della regina Ingoberg (madre di Berta, moglie di Ethelbert), lo definisce due volte solo "un uomo del Kent", indicando che era solo un re al tempo in cui questo autore scrisse la Storia dei Franchi e quindi che Ethelbert divenne re probabilmente attorno al 590.
La Cronaca anglosassone ricorda come, a un certo punto, egli abbia inutilmente cercato di strappare a Ceanwlin il dominio del Wessex. La sua condizione fu accresciuta dal matrimonio con Berta, figlia del merovingio Charibert, re dei franchi. Quest'unione, infatti, gli procurò un'alleanza con la più grande potenza europea del tempo.
L'influenza di Berta, che aveva portato con sé nel Kent il proprio cappellano Liuhard (o Letard), potrebbe aver condotto all'invito rivolto al Papa san Gregorio Magno di inviare missionari da Roma.
Sant'Agostino di Canterbury giunse sull'isola di Thanet nel 597 ed Ethelbert lo incontrò per la prima volta sotto una quercia: secondo le sue credenze, in questo modo egli avrebbe dissipato tutta la magia che i cristiani avrebbero potuto esercitare. Sebbene una tradizione dice che Agostino abbia battezzato Ethelbert appena pochi giorni dopo il suo arrivo nel Kent, una lettera di Papa Gregorio a Berta suggerisce che ciò non sarebbe avvenuto prima del 601. In ogni caso, furono fondate chiese e convertite migliaia di persone.
Ethelbert creò nel Kent anche il primo codice legislativo anglosassone scritto, che prevedeva la protezione della chiesa e l'istituzione di un complesso sistema di indennità. Questo codice dimostra come il Kent fosse un regno relativamente organizzato e centralizzato.
Dopo la morte (tra il 616 e il 618), Ethelbert fu canonizzato per il ruolo svolto nella reintroduzione del Cristianesimo in Inghilterra. Anche se morì il 24 febbraio e nel Martirologio Romano è sempre stato commemorato in questa data, in Inghilterra veniva di solito celebrato il 25 febbraio, o il 26, così da non coincidere con la festività di san Mattia, che era venerato il 24. Con la riforma del Calendario del 1969 la festa di san Mattia è stata spostata al 14 maggio, non c'è più motivo di spostare Etelberto.1265 - Ruggero IV di Foix

▪ 1525
- Fanfulla da Lodi, al secolo Bartolomeo Tito Alon (Basiasco, 1 settembre 1477 – Pavia, 24 febbraio 1525), è stato un condottiero italiano.
I genitori, Domenico Alon e Angela Folli, gli diedero più nomi: Giovanni o Giovanni Battista (in onore del predicatore evangelico), Bartolomeo (in onore di Bartolomeo Colleoni) e Tito (in onore del grande imperatore romano). Nato in provincia di Lodi (ma per Guicciardini sarebbe originario di Parma), Fanfulla quasi certamente trovò la morte nella battaglia di Pavia. Ebbe almeno quattro figli (Marc’Antonio, Ambrosio, Giorgio e Domenico) e nove nipoti.
Fu dapprima soldato di ventura, poi cavaliere e infine capitano di bandiera tra il 1499 e il 1525.
Di lui si riporta: «Non v’è battaglia importante combattuta a cavallo del Cinquecento a cui Fanfulla non abbia partecipato, prima come semplice soldato di ventura e poi come Capitano di Bandiera (Alfiere) colla sua Lanza di cinquanta uomini d’armi direttamente sottoposti ai suoi comandi e al suo soldo» (Pietro Novati, Fanfulla da Lodi, Edizioni Lodigraf, 1982)
Nella sua vita combatté da parte di Firenze (1499), Spagna (dal 1503) e impero (dal 1515) avendo come avversari Pisa (nel 1499) e la Francia (dal 1503 in poi).
Assieme a Ettore Fieramosca fu il protagonista della famosa disfida di Barletta, che il 13 febbraio 1503 vide tredici guerrieri italiani confrontarsi con altrettanti francesi.
Rimasto appiedato (insieme con Giovanni Bracalone) durante lo scontro, lotterà a piedi uccidendo le cavalcature dei giostratori francesi. Al termine dello scontro, viene armato cavaliere dal potestà spagnolo Consalvo di Cordoba. È uno dei personaggi principali del romanzo Ettore Fieramosca o La disfida di Barletta (1833), del politico e letterato Massimo d'Azeglio, dove la fantasia dell'autore lo presenta come un uomo astuto, simpatico e guascone. Il ritratto colorito di eroico soldato di ventura che ne uscì fece la fama di Fanfulla.
Fanfulla è considerato uno dei simboli della città di Lodi e del suo territorio, tant'è vero che molte società sportive lodigiane si ispirano alla sua figura: tra le più titolate si ricordano l'Atletica Fanfulla e l'Associazione Calcio Fanfulla 1874. Inoltre, devono il proprio nome a Fanfulla gli Amaretti Fanfullini, prodotto tipico di Lodi.
A Fanfulla è stata anche dedicata una famosa canzone goliardica del secolo scorso: Fanfulla da Lodi.

- Jacques II de Chabannes de La Palice, o Lapalisse (La Palice, 1470 circa – Pavia, 24 febbraio 1525), è stato un militare francese, maresciallo di Francia, signore di La Palice, Pacy, Chauverothe, Bort-le-Comte e Le Héron.
Da una canzone a lui dedicata deriva l'aggettivo "lapalissiano".
L'aggettivo "lapalissiano" deriva dal nome di Jacques de La Palice ed indica un truismo, qualcosa cioè che è talmente evidente, stanti le sue premesse logiche, da risultare ovvio e scontato, se non addirittura ridicolo per la sua ovvietà.
Alla morte di La Palice, infatti, gli fu dedicata una canzone che, per un errore di trascrizione (f/s) e un gioco di assonanza (envie/en vie), suona come "se non fosse morto sarebbe ancora in vita" (il ferait encore envie = farebbe ancora invidia / il serait encore en vie = sarebbe ancora in vita): da qui il significato di "scontatissimo" attribuito all'aggettivo.

* 1611 - Martin De Funes (Valladolid, 1560 – Colle di Val d'Elsa, 24 febbraio 1611) è stato un religioso spagnolo.
Martin de Funes fu un Gesuita, fondatore della “Scuola Gesuita” di Santa Fe di cui fu anche il primo Rettore.
Assieme a Giovanni Leonardi e Juan Bautista Vives y Marja il 25 marzo 1608 scrisse a papa Paolo V una lettera/memoriale allo scopo di riaccendere lo spirito missionario della Chiesa, con particolare riferimento alle terre del Sudamerica. Da queste idee nascerà, in seguito, il Collegio Missionario di Propaganda Fide che doveva accogliere ed educare i sacerdoti provenienti dalle nuove terre per poi farli tornare nei luoghi di origine per predicare e diffondere la fede di Cristo.
Fu un personaggio scomodo per le sue idee volte a difendere la causa delle “reduciones” (le “reduciones” erano villaggi in cui gli Indios erano avviati al lavoro dei campi, all’uso del denaro ed alla religione cattolica) del Paraguay e far cessare il genocidio e la schiavitù degli Indios.
Il memoriale che era stato inviato al Papa, che aveva dimostrato di gradirlo, andava a toccare i legami esistenti tra i religiosi regolari e la corona di Spagna, parlava delle gelosie tra i vari ordini religiosi che, timorosi di perdere i loro privilegi, erano ostili verso i religiosi secolari e la loro partecipazione alle missioni.
Con le tesi esposte nel documento si tendeva alla realizzazione di una congregazione missionaria di religiosi secolari che avrebbero dovuto fare voto di povertà e che, dopo un'accurata preparazione spirituale, avrebbero avuto, alle dirette dipendenze della Chiesa e del papa, lo scopo di convertire gli infedeli di tutto il mondo. Questo avrebbe avuto come risultato il ritorno alla centralità della Chiesa e del Papa nella propagazione della fede, relegando i laici al solo ruolo di collaboratori della Chiesa; e tra i laici erano compresi i re.
Il memoriale era però stato scritto senza il consenso dei suoi superiori e fu probabilmente portato a conoscenza del Padre generale della Compagnia, Claudio Acquaviva, proprio dal papa stesso in quanto firmatario risultava un gesuita.
Fu quindi invitato dal Padre generale della Compagnia, Padre Acquaviva, che non aveva gradito il contenuto del memoriale, a lasciare Roma ed a trasferirsi in una Casa della Compagnia in Spagna; ma, nonostante anche l’intervento diretto di Paolo V, che lo aveva invitato ad adeguarsi alle direttive del suo superiore, anziché tornare in Spagna, forte forse dell’incoraggiamento ricevuto dal Papa, trovò rifugio nello Stato di Milano, presso il Governatore Fuentes. Fu quindi espulso dall’ordine come ribelle.
Il Funes, proveniente e forse in fuga da Como e diretto a Roma dal Papa per perorare la sua causa, fece tappa a Colle Val d'Elsa. Qui fu ospitato, nel suo palazzo, da Usimbardo Usimbardi. La famiglia Usimbardi era molto potente: Usimbardo Usimbardi fu il primo vescovo di Colle Val d'Elsa; il fratello Pietro Usimbardi era vescovo di Arezzo, mentre un altro fratello, Lorenzo, già segretario del Granduca Francesco I de' Medici, ricopriva importanti cariche alla corte Granducale.
Sembra che l’Usimbardi sia stato invitato dai Medici a bloccare la partenza per Roma di Martin de Funes, che nella notte tra il 23 ed il 24 febbraio fu colto da malore. Morirà il 24 febbraio 1611.
I sospetti di un avvelenamento sono più che legittimi se si pensa agli intrecci politici esistenti all’epoca: il capo dei gesuiti era Claudio Acquaviva, imparentato con la Casa d’Aragona; Cosimo II, allora granduca di Toscana, aveva sposato Maria Maddalena d'Austria, sorella di Margherita d'Austria, regina di Spagna. Si aggiunga che il Papa era timoroso di compromettere i buoni rapporti esistenti tra lo Stato Pontificio e la Spagna qualora avesse preso posizione negli affari interni alla Compagnia di Gesù, il cui fondatore Sant'Ignazio di Loyola sarà beatificato nel 1609.
Martin De Funes fu sepolto il 25 febbraio nella Chiesa di Santa Maria in Via delle Romite a Colle Val d'Elsa.

▪ 1810 - Henry Cavendish (Nizza, 10 ottobre 1731 – Londra, 24 febbraio 1810) è stato un chimico e fisico scozzese.
Di famiglia aristocratica, dal 1749 al 1753 studia matematica e fisica a Cambridge. Molte delle sue scoperte nel campo dell'elettricità e del calore non vengono pubblicate, tuttavia i suoi contemporanei ritengono straordinari i lavori editi e considerano lo stesso Cavendish un chimico e un fisico di primissimo ordine. Membro effettivo della Royal Society e consigliere del British Museum, gode di un'ottima posizione sociale. In chimica si interessa allo studio dei gas, isola l'idrogeno, fece un'analisi precisa dell'aria e la sintesi dell'acqua (1784).
In fisica misura la costante di gravitazione universale, deducendo la densità media della Terra (1798) e, con Coulomb, può essere considerato il fondatore dell'elettrostatica.
Cavendish era noto per la sua natura riservata e il suo carattere estremamente timido. Conduceva da solo le sue ricerche e si racconta che quando un giorno una cameriera entrò per errore nella sua stanza, egli rimase così sconvolto da quella inaspettata presenza da licenziarla in tronco. In seguito fece costruire dei soppalchi per andare da una stanza all'altra della casa senza essere visto. Alcuni storici ritengono che soffrisse della sindrome di Asperger.
Al suo nome è stato intitolato un celebre laboratorio di fisica, fondato nel 1870 all'università di Cambridge.
A Cavendish è stato intitolato il cratere Cavendish, sulla Luna e un asteroide, 12727 Cavendish.

* 1815 - Robert Fulton (Lancaster County, 14 novembre 1765 – New York, 24 febbraio 1815) è stato un ingegnere statunitense, inventore della nave a vapore. Sul battello Clermont, in navigazione sul fiume Hudson nel 1807, Fulton montò l'apparato motore ideato da James Watt.
È famoso anche per avere progettato un nuovo sistema di sbarramento dei canali con l'uso dei piani inclinati e per avere scritto un libro sul miglioramento delle comunicazioni attraverso i canali. Uomo di varie attività, inventò anche una macchina per tessere il lino, una per la produzione di cordame e una per segare e lucidare i marmi.
Robert Fulton nacque a Little Britain, in Pennsylvania, ora chiamata, in suo onore, Fulton. Ancora giovanissimo, lavorò come apprendista presso un orefice, ma più tardi utilizzò il suo talento per dipingere ritratti e paesaggi. A ventidue anni si trasferì in Inghilterra per completare i suoi studi e si interessò particolarmente di ingegneria.
Dopo che ebbe progettato i nuovi sbarramenti dei canali e dopo che ebbe scritto il suo libro sulla navigazione in questi, si trasferì a Parigi dove costruì il sommergibile Nautilus. Nello stesso tempo, portò a termine la costruzione del primo battello a vapore.
Tornato negli Stati Uniti d'America, costruì, con l'aiuto di Robert R. Livingston, il battello a vapore Clermont, messo poi in servizio lungo il fiume Hudson, tra New York ed Albany.
Nel 1814 costruì per conto del suo governo la prima nave a vapore da guerra, chiamata Fulton.

▪ 1856 - Nikolaj Ivanovič Lobačevskij ; 20 novembre 1792 – 12 febbraio 1856 del calendario giuliano; Nižnij Novgorod, 1 dicembre 1792 – Kazan', 24 febbraio 1856) è stato un matematico e scienziato russo, ben noto per i suoi contributi all'introduzione delle geometrie non euclidee.
Lobačevskij nacque a Nižnij Novgorod, Russia, da Ivan Maksimovič Lobačevskij, impiegato in un ufficio del catasto agricolo, e da Praskov'ja Aleksandrovna Lobačevskaja. Nel 1800 morì suo padre e sua madre, rimasta con l'onere di tre figli, decise di trasferirsi a Kazan'. Qui Nikolaj Ivanovič frequentò il ginnasio di Kazan', diplomandosi nel 1807 e successivamente si iscrisse all'Università di Kazan che era stata fondata solo tre anni prima.
Nei suoi studi universitari egli fu influenzato dal professor Martin Bartels (1769-1833), un matematico con conoscenze enciclopediche amico di Carl Friedrich Gauss; nel 1811, all'età di diciotto anni ottenne la laurea in fisica e matematica. Nel 1814 divenne lettore all' Università di Kazan e nel 1822 ottenne la nomina a professore ordinario. Oltre ai suoi corsi di matematica, egli fu incaricato dei corsi di fisica e di astronomia e ricoprì numerosi incarichi amministrativi quali per esempio il riordinamento della biblioteca dell'università, precedentemente in un disordine che la rendeva inutilizzabile, e la sistemazione razionale delle collezioni del museo fino allora collocate a caso. Alla morte dello zar Alessandro I nel 1825, fu sostituito il funzionario superiore responsabile della cattiva amministrazione dell'università e Lobačevskij fu sollevato dagli incarichi amministrativi; nel 1827 ottenne la nomina a rettore, carica che mantenne fino al 1846.
Nel periodo in cui fu rettore, Lobačevskij, contribuì alla costruzione di nuovi edifici, quali una biblioteca, un osservatorio astronomico e laboratori di chimica e anatomia. Successivamente, il Kazan' fu colpito dal colera (1830) e da un incendio (1842) che in particolare distrusse i nuovi edifici che furono ricostruiti grazie all'attività di Lobačevskij. Nel 1842 fu eletto membro della Società Scientifica di Gottinga su raccomandazione di Gauss che leggendo le sue opere venne a conoscenza dei contributi di Lobačevskij alla geometria non-euclidea anche se non volle mai riconoscerli in scritti che fossero pubblicati.
Nel 1832 sposò Varvara Alekseevna Moiseeva e da lei ebbe sette figli.
Nel 1846 si ritirò dall'università, o meglio fu costretto dallo Stato a lasciarla; successivamente la sua salute si deteriorò rapidamente. Pochi anni prima della morte, nel 1855, Lobačevskij in occasione del cinquantesimo anniversario dell'università, presenta il manoscritto della sua Pangeometria, che fu scritto sotto sua dettatura in quanto era diventato cieco.

Risultati matematici
Il conseguimento principale di Lobačevskij è lo sviluppo (indipendentemente da János Bolyai) della geometria non-euclidea. Prima di lui, i matematici stavano tentando di dedurre il quinto postulato di Euclide dagli altri assiomi. Lobačevskij avrebbe voluto sviluppare invece una geometria nella quale il quinto postulato non fosse vero, o meglio non fosse indispensabile a qualunque geometria coerente. Egli, inoltre, sostenne le sue idee stabilendo un sistema di geometria basato sull'ipotesi dell'angolo acuto, secondo la quale in un piano, per un punto fisso passano due parallele ad una retta. Il 23 febbraio 1826 può essere considerato ufficiosamente come l'inizio della sua geometria in quanto riportò le sue idee e alcuni teoremi caratteristici della nuova disciplina alla sessione del dipartimento di fisica e matematica. La sua ricerca fu pubblicata nel Bulletin of Kazan University (Вестник Казанского университета) nel 1829–1830.
In questo modo Lobačevskij abolisce il dogma della "verità" assoluta della geometria euclidea e, per questo, può essere definito il Copernico della geometria, anche se il riconoscimento delle sue idee da parte della comunità matematica fu piuttosto lento in quanto i matematici di quel tempo erano troppo legati alla situazione presente per poterla giudicare in modo più ampio, e quindi dovette continuare a sviluppare le sue idee in solitario isolamento.
Tali idee furono accettate pienamente solamente molte decadi dopo la sua morte.
Un altro dei conseguimenti di Lobačevskij è lo sviluppo di un metodo per l'approssimazione numerica delle radici di equazioni algebriche. Questo metodo è ora noto come il metodo di Dandelin-Gräffe, chiamato come gli altri due matematici che lo scoprirono indipendentemente. In Russia, è chiamato il metodo di Lobačevskij. Lobačevskij diede la definizione di una funzione come una corrispondenza tra due insiemi di numeri reali (Dirichlet diede indipendentemente presto la stessa definizione dopo Lobačevskij).

Nella cultura popolare
Negli anni cinquanta, l'umorista, satirico e matematico Tom Lehrer scrisse una canzone, ispirata da una routine di Danny Kaye su Stanislavskij, nella quale stimava Lobačevskij poiché questi gli insegnò il segreto del successo come matematico: il plagio ("ma ricorda per favore di chiamarlo sempre, 'ricerca' "). Lehrer fece notare di aver scelto principalmente Lobačevskij perché il suo nome era una reminiscenza di Stanislavskij, e non perché Lobačevskij fosse conosciuto particolarmente per questo.
Nel romanzo di Poul Anderson Operation Changeling (F&SF, 1969; Operazione Caos, Urania), un gruppo di maghi naviga nell'universo non-Euclideo con l'assistenza dei fantasmi di Lobačevskij e Bolyai (il romanzo fa anche un riferimento alla canzone di Lehrer).

▪ 1944
- Pietro Pajetta (Taino, 7 febbraio 1914 – 24 febbraio 1944) è stato un partigiano italiano comunista e miliziano antifascista nella Guerra di Spagna.
Cugino di Giuliano Pajetta e di Giancarlo Pajetta, è chiamato alle armi ed inviato in Libia nel 1935 come bersagliere. Congedato col grado di ufficiale nel 1937 ed espatriato clandestinamente, va a combattere in Spagna con le Brigate Internazionali. Nella Guerra di Spagna partecipa alle cruente battaglie avvenute in Estremadura e a Caspe, viene ferito durante la ritirata dei miliziani antifascisti dall'Aragona e perde la mano destra nella battaglia dell'Ebro. Dopo la Retirada (cioè l'esodo, nel 1939, dei miliziani antifascisti che avevano combattuto in Spagna, principalmente verso la Francia), nel 1941 entra nella Resistenza Francese e a Parigi finisce in carcere perché esponente del Partito Comunista.
Dopo l'8 settembre del 1943 riesce a tornare in Italia e comincia il lavoro col CLN Alta Italia nelle Brigate Garibaldi. Diventa nel prosieguo comandante della 2ª Brigata Garibaldi, operante nel Biellese, con il nome di battaglia di Nedo. Nel 1944 cade in un agguato nei pressi del Monte Casto, perdendo la vita.

- Giacomo Perlasca, nome di battaglia "Capitano Zenit" (Brescia, 19 dicembre 1919 – Brescia, 24 febbraio 1944), è stato un militare, partigiano e antifascista italiano, medaglia d'argento al valor militare.
Studente al politecnico di Milano, richiamato alle armi, entra a far parte del corpo degli alpini, come sottotenente di artiglieria.
Dopo l'Armistizio di Cassibile, rientra a Brescia e si aggrega alle brigate Fiamme Verdi, nella Valle Sabbia. Purtroppo nel febbraio 1944 viene catturato con il partigiani: Astolfo Lunardi, Tita Secchi e Mario Bettinzoli, vice comandante della stessa formazione.
Trasferito a Brescia, viene processato e condannato a morte, il suo nome viene dato ad una formazione delle Brigate Fiamme Verdi, con un organico di 280 uomini, operante tra la valle Sabbia e la Valle Trompia e che alla fine del conflitto conterà una trentina di caduti.
Teresio Olivelli, su Il Ribelle, periodico delle Fiamme Verdi, lo ricorderà con queste parole: «Pensando a Te sentiamo che l'Italia rinasce ... non nei reparti arruolati con la minaccia del piombo o con l'incentivo del denaro, ma sulle fosse insanguinate di quanti, come Te, hanno dato opera e vita per la Patria libera da stranieri e da tiranni, pura nella sua povertà, grande nello spirito dei suoi figli»

▪ 1945
- Giovanni Balbo nome di battaglia "Pinin" (Cossano Belbo, 16 novembre 1888 – Valdivilla, 24 febbraio 1945) è stato un partigiano italiano, decorato con Medaglia d'oro al valor militare.
Da sempre chiamato con il soprannome "Pinin" anche da partigiano utilizza questo nome, i nazisti gli fanno saltare la casa dopo avergli fatto togliere tutti i suoi averi con l'aiuto di alcuni contadini. Entra nella brigata del figlio Piero Balbo. Viene fatto prigioniero e dopo la liberazione ottenuta con uno scambio di prigionieri ritorna sul campo con la responsabilità di capo di stato maggiore della 2a Langhe, brigata del 1° Gruppo Divisioni Alpine comandato da Enrico Martini.
Nel dicembre del 1944 rimane gravemente ferito, ancora convalescente rientra nei ranghi e tre mesi dopo trova la morte in uno scontro a fuoco. Nel medesimo scontro muore anche Dario Scaglione, nato a Santo Stefano Belbo nel 1926, decorato di Medaglia d'argento al valor militare, con questa motivazione: «Giovane partigiano emergeva per indefessa, entusiastica e coraggiosa attività particolarmente distinguendosi nel combattimento di Valdivilla dove veniva ferito e catturato. Invitato a fornire notizie, manteneva fiero ed esemplare contegno e, davanti al plotone di esecuzione, rivendicava la sua fede ed il suo onore di combattente. - Valdivilla, 24 febbraio 1945»

- Eugenio Curiel (Trieste, 11 dicembre 1912 – Milano, 24 febbraio 1945) è stato un partigiano e fisico italiano.
Eugenio Curiel nacque, primo di quattro figli, in un'agiata famiglia ebrea: il padre Giulio era ingegnere nei cantieri San Marco di Trieste, e la madre, Lucia Limentani, era sorella del filosofo Ludovico Limentani, professore nell'Università di Firenze.
Dopo aver conseguito la maturità scientifica nel 1929, frequentò a Firenze il biennio di ingegneria, iscrivendosi nel 1931 al Politecnico di Milano ma, avendo più inclinazione per gli studi teorici, dopo pochi mesi si iscrisse al corso di laurea in Fisica tenuto nell'Università fiorentina, dove lo zio Ludovico insegna filosofia morale e nella cui casa Eugenio è ospitato. Desideroso di non pesare sulla propria famiglia e su quella dello zio, dà lezioni private e, l'11 dicembre 1932 consegue il diploma di maestro elementare per poter lavorare pur continuando gli studi di fisica. L'amico Bruno Rossi, che ha vinto la cattedra di fisica sperimentale dell'Università di Padova, lo invita nel 1933 a concludere gli studi nell'Ateneo veneto ed Eugenio accetta, laureandosi il 20 luglio col massimo dei voti e la lode.
È tuttavia un periodo di disorientamento: come scrive al professor Rossi soffre di nevrosi e, da tempo, era attratto dallo studio dall'antroposofia di Steiner, nella quale vedeva anche lo stimolo a conseguire un'autodisciplina fisica e psicologica che gli appariva consentanea al suo rigore intellettuale e morale. D'altra parte, tali studi lo allontanavano dal perseguimento di una carriera scientifica che sembrava essere il fine dei suoi studi universitari. Infatti, l'1 novembre 1933, accettò una supplenza di lettere nel ginnasio di Montepulciano; allo scadere della supplenza, tuttavia, ritornò a Padova, dove Bruno Rossi gli aveva procurato, nel febbraio 1934, un incarico di assistente universitario di meccanica razionale.

L'adesione al Partito comunista
L'applicazione alla filosofia steineriana si attenua con il tempo, sostituita lentamente dall'interesse verso la dominante filosofia idealistica; sono ora Kant, Fichte, Hegel, Croce e Gentile a costituire il centro degli interessi spirituali di Curiel, ma anche Georges Sorel e i problemi posti dal sindacalismo anarchico; frequentando l'Istituto di filosofia del diritto, vi conosce e si lega d'amicizia con gli assistenti di filosofia Ettore Luccini ed Enrico Opocher. È ancora a Padova che rivide nel 1933 l'amico d'infanzia di Trieste, Atto Braun, con il quale divide l'alloggio; quest'amicizia rinnovata costituisce nella sua vita una svolta decisiva: il Braun è clandestinamente aderente al Partito comunista e con lui Curiel discute e polemizza, ma legge anche i libri che questi gli impresta: il Manifesto di Marx ed Engels, l' Antidühring di quest'ultimo, il Che fare? di Lenin. In breve, nel 1935, anche Curiel entra a far parte del piccolo, clandestino circolo comunista dell'Università, costituito da Braun, da Guido Goldschmied e da Renato Mieli, e a collaborare, dal 1937, alla pagina sindacale del «Il Bò», il giornale universitario di Padova, redatto da giovani fascisti insofferenti dell'ortodossia del regime, ma anche da antifascisti mascherati, come lo stesso Braun.
In quegli anni il Partito comunista cercava di introdurre propri membri nelle organizzazioni sindacali e studentesche fasciste per attrarli a sé e indirizzare, con la necessaria cautela, aspirazioni e programmi nella direzione di una critica al regime; a questo scopo, Curiel si recò a Parigi nel marzo del 1937 - e vi tornerà ancora alla fine dell'anno - dove ha sede il Centro estero del partito, prendendo contatto, fra gli altri, con Emilio Sereni, Ambrogio Donini e Ruggiero Grieco e scrivendo un articolo, dal titolo Il nostro lavoro economico-sindacale di massa e la lotta per la democrazia, con lo pseudonimo di Giorgio Intelvi, che compare nella rivista «Lo Stato operaio» Curiel sostiene che bisogna premere, con la stampa universitaria, sugli studenti, perché passino da un'ideologia, ancora corporativa, di «fascismo di sinistra» al riconoscimento della «lotta di classe», e sui fiduciati di fabbrica, rappresentanti eletti dagli operai e riconosciuti dal sindacato, all'interno del quale occorrerebbe creare «gruppi segreti», costituiti opportunamente, che dovrebbero svolgere sugli operai un influente lavoro politico.
L'articolo riceve delle critiche - il maturo dirigente Egidio Gennari lo rimprovera di un certo «economicismo» e di qualche astrattezza - ma a Curiel si dà fiducia, apprezzandone l'intelligenza, la cultura e la volontà, ed egli torna a Padova per proseguire la collaborazione a «Il Bò» e mantenendo i contatti con Parigi.
Dalle pagine della rivista appoggia le rivendicazioni salariali degli operai e conduce inchieste sulle misere condizioni di vita nelle campagne padovane e si occupa anche di politica estera, condannando le mire espansionistiche della Germania e l'aggressione giapponese alla Cina.
Nei primi del 1938 Curiel fu convocato con Ettore Lucini a Roma, dal presidente della Confederazione dei Sindacati e sottosegretario alle Corporazioni Tullio Cianetti che, pur ignorandone la reale appartenenza politica, lo invitò a una maggiore prudenza, essendo informato che i suoi articoli erano citati dalla stampa antifascista all'estero e gli suggerì di fare attenzione alla penetrazione di «sovversivi» nelle organizzazioni fasciste.

Le leggi razziali
Nel numero de «Il Bò» del 20 agosto 1938 compare il suo ultimo articolo, La rappresaglia sindacale, in cui scrive che il sindacato deve «sorvegliare l'applicazione dei contratti collettivi» e deve realmente tener conto della volontà espressa nelle assemblee operaie: sostenere che in un regime corporativo gli interessi degli operai e degli imprenditori coincidono significa «dimostrare una cecità». In quello stesso numero della rivista, però, vi è anche un altro articolo, che elenca i nomi degli insegnanti ebrei presenti nelle Università italiane e naturalmente, fra gli insegnanti padovani, figura il nome di Curiel. Erano i mesi che annunciavano la svolta filo-nazista della politica del regime: a novembre sono emanate le leggi per «la difesa della razza» e Curiel, come tanti, viene allontanato dall'insegnamento.
L'espulsione dall'Università, oltre a rendergli difficile guadagnarsi da vivere, lo rende automaticamente sospetto di antifascismo, e problematica la sua possibilità di svolgere attività politica illegale. Parte tuttavia per la Svizzera da dove, con l'aiuto del giellista Sergio De Benedetti, raggiunge il Centro estero comunista di Parigi, trovando un clima di sospetti e di volontà di epurazioni. Era infatti avvenuto che l'Internazionale comunista aveva denunciato la presenza di provocatori nelle file del partito italiano - e in effetti almeno il responsabile del giornale «La Voce degli Italiani», Eugenio Albo, sarà più tardi riconosciuto una spia dell'OVRA.
Sebbene non gli vengano mosse accuse particolari - e anzi si pensa di affidargli la direzione di un giornale da pubblicare ad Alessandria d'Egitto, ma l'idea non andrà in porto - Curiel trascorre a Parigi mesi di profonda amarezza che lo spinge, nel gennaio 1939, a prendere contatti con altri esponenti dell'antifascismo estero, sia socialisti che di Giustizia e libertà: sull'omonimo quotidiano di quel movimento scrive l'articolo Discussione sul sindacalismo e consegna al socialista Giuseppe Faravelli un suo breve saggio, Masse operaie e sindacato fascista, dove ribadisce la necessità di utilizzare i sindacati fascisti per svolgervi un'opera di politica antifascista presso gli iscritti.
L'intenzione di Curiel è di stabilire, fra comunisti, socialisti e giellini, un'unità di azione alla quale Giustizia e Libertà è decisamente contraria, mentre fra i socialisti le opinioni a proposito sono contrastanti.
Torna in febbraio a Milano, dove abita presso la sorella Grazia. In aprile è nuovamente in Svizzera, dove discute con Pietro Nenni, favorevole all'intesa con i comunisti, le possibilità di organizzare a Milano comitati di azione comuni, e poi cerca di entrare clandestinamente in Francia. Fermato alla frontiera, viene rispedito alla polizia svizzera che lo riaccompagna alla frontiera italiana. In Italia, con lettere e articoli, continua a ribadire presso i socialisti la necessità di stringere con i comunisti «legami che amplieranno il nostro contatto con la massa e che influiranno sulla tendenza del PCd'I alla burocrazia e alla disciplina cieca e passiva». Curiel era a Trieste, il 24 giugno 1939, quando la polizia lo individua e lo arresta.

Il confino
Trasferito nel carcere milanese di San Vittore, negli interrogatori nulla rivela che la polizia già non sapesse; il 13 gennaio 1940 una Commissione penale condanna a 5 anni di confino da scontare nell'isola di Ventotene, dove Curiel giunge il 26 gennaio.
Il confino è meno duro del carcere, ma i confinati devono mantenersi unicamente con le rimesse delle famiglie e, nelle condizioni difficili di quegli anni - di lì a pochi mesi l'Italia entra in guerra - spesso si soffre la fame.
A Ventotene vi sono parecchie centinaia di confinati: vi si trovano o vi sono passati, tra gli altri i comunisti Luigi Longo, Pietro Secchia, Umberto Terracini, Camilla Ravera, Giuseppe Di Vittorio i socialisti e gli azionisti Lelio Basso, Sandro Pertini, Altiero Spinelli, Ernesto Rossi, Riccardo Bauer, Giuseppe Romita e l'amico di Curiel, Eugenio Colorni, che era stato arrestato nel settembre del 1938.
Il 25 agosto 1943, a seguito della caduta del Fascismo, lasciò l'isola per unirsi alla lotta armata. Ritornò a Milano, dove diresse L'Unità clandestina e La nostra lotta, e infine promosse la costituzione di un'organizzazione unitaria tra i giovani antifascisti di ogni schieramento politico, il Fronte della gioventù per l'indipendenza nazionale e per la libertà. In questo periodo elaborò la sua teoria sulla Democrazia progressiva, considerata il suo più importante contributo teorico all'antifascismo.
Il 24 febbraio 1945 fu riconosciuto per strada da un delatore, e ammazzato immediatamente in piazza Conciliazione, da una squadra di militi repubblichini.
Nella motivazione della Medaglia d'oro alla memoria viene definito "Capo ideale e glorioso esempio a tutta la gioventù italiana". Il poeta Alfonso Gatto, in una poesia intitolata "25 aprile", lo nomina scegliendolo quale esempio del desiderio di libertà e democrazia del popolo italiano: " (...) la speranza che dentro ci svegliava / oltre l'orrore le parole udite / dalla bocca fermissima dei morti/ "liberate l'Italia, Curiel vuole / essere avvolto nella sua bandiera"...".

- Josef Mayr-Nusser (Bolzano, 1910 – Erlangen, 24 febbraio 1945) nato in una famiglia di contadini profondamente credente, divenne dirigente dell'Azione Cattolica della parte tedesca della diocesi di Trento (di cui all'epoca facevano parte la Bassa Atesina, Bolzano, Merano e la Val Venosta) nel 1934.
In occasione delle Opzioni del 1939 si schierò con i Dableiber, contrari all'emigrazione verso il Terzo Reich, e aderì segretamente al movimento antinazista "Andreas Hofer Bund". Dopo l'annessione dell'Alto Adige-Südtirol alla ZOP (Zona di Operazioni delle Prealpi, praticamente annessa al Reich) fu arruolato forzatamente nelle SS e spedito in Germania, a Konitz, presso una caserma di addestramento di quel famigerato corpo. Al momento di prestare il giuramento, nonostante i consigli contrari di camerati e superiori, si rifiutò di pronunciarlo, per motivi di coscienza. Imprigionato, fu poi avviato su un treno merci verso il campo di sterminio di Dachau, ma morì il 24 febbraio 1945 a Erlangen, durante il viaggio, per i maltrattamenti subiti, la fame e la sete.
Si tratta di un personaggio fino a pochi anni fa poco popolare fra i sudtirolesi, che lo consideravano per certi versi un traditore sia come Dableiber sia come nemico del nazismo, per il quale una parte non indifferente della popolazione aveva simpatizzato negli anni fra il 1935 e il 1945. La salma fu traslata a Bolzano nel 1958 e ora riposa nella piccola chiesa di S. Giuseppe, a Stella di Renon, sopra Bolzano.
Verso la fine del secolo la sua figura è stata rivalutata anche nei circoli più conservatori, nell'ottica di una tardiva ma sincera riflessione sulla compromissione di una parte dei sudtirolesi con il nazismo. Da qualche tempo è stata avviata anche la pratica di beatificazione. La sua storia e la sua testimonianza di fede e di coraggio civile sono state raccontate dal giornalista bolzanino Francesco Comina nel libro Non giuro a Hitler. La testimonianza di Josef Mayr-Nusser (prefazione del figlio Albert Mayr) San Paolo, Cinisello Balsamo, 2000.Dario Scaglione, partigiano italiano (n. 1926)

▪ 1975 - Michele Federico Sciacca (Giarre, 12 luglio 1908 – Genova, 24 febbraio 1975) è stato un filosofo italiano.
Nato a Giarre, nel 1926 si trasferì a Napoli, nella cui università si laureò in filosofia nel 1930. Cominciò quindi una carriera universitaria e nel 1946 fondò la rivista Il Giornale di Metafisica.
Dal 1947 insegnò all’Università di Genova, che in seguito gli intitolò il proprio Dipartimento di Studi sulla Storia del Pensiero Europeo; proprio a Genova morì nel 1975.
Conoscitore del pensiero di Rosmini, promosse la fondazione del Centro Internazionale di Studi Rosminiani di Stresa.
Opere
▪ 1954 L’Anima - Morcelliana, Brescia
▪ 1991 Atto ad essere – Fratelli Bocca, Roma
▪ 1958 Interpretazioni rosminiane – Marzorati, Milano
▪ 1963 Come si vince a Waterloo – Marzorati, Milano
▪ 1965-1967 La filosofia e la scienza nel loro sviluppo storico. Per i licei scientifici - Cremonese, Roma
▪ 1967 Platone - Marzorati, Milano
▪ 1968 Filosofia e antifilosofia - Marzorati, Milano
▪ 1969 La Chiesa e la civiltà moderna - Marzorati, Milano
▪ 1969 Pagine di critica letteraria (1931-1935) - Marzorati, Milano
▪ 1971 Studi sulla filosofia antica. Con un’appendice sulla filosofia medioevale - Marzorati, Milano
▪ 1972 Ontologia triadica e trinitaria. Discorso metafisico teologico - Marzorati, Milano
▪ 1974, L’Insegnamento della filosofia : atti del II Convegno di studi, Messina, maggio 1974 - Editrice peloritana, Messina
▪ 1975 Reflexiones inactuales sobre el historicismo hegeliano - Fundación Universitaria Española, Madrid
▪ 1990 Ontologia triadica e trinitaria – L’Epos, Palermo
▪ 1991 Atto ad essere – L’Epos, Palermo
▪ 1993 Il magnifico oggi – L’Epos, Palermo
▪ 1993 In Spirito e Verità – L’Epos, Palermo
▪ 1993 La clessidra – L’Epos, Palermo
▪ 1993 L’ora di Cristo – L’Epos, Palermo

▪ 1990 - Alessandro Pertini detto Sandro (Stella San Giovanni, 25 settembre 1896 – Roma, 24 febbraio 1990) è stato un politico, giornalista e antifascista italiano. Fu il settimo presidente della Repubblica Italiana, in carica dal 1978 al 1985.
Durante la Prima Guerra Mondiale, Pertini combatté sull'Isonzo, e per diversi meriti sul campo gli fu conferita una medaglia d'argento al valor militare nel 1917. Nel Dopoguerra aderì al Partito Socialista Italiano e si distinse per la sua energica opposizione al fascismo. Perseguitato per il suo impegno politico contro la dittatura di Mussolini, nel 1925 fu condannato a otto mesi di carcere, e quindi costretto a un periodo di esilio in Francia per evitare una seconda condanna. Continuò la sua attività antifascista anche all'estero e per questo, dopo essere rientrato sotto falso nome in Italia nel 1929, fu arrestato e condannato dal Tribunale Speciale per la sicurezza dello Stato prima alla reclusione e successivamente al confino.
Nel 1943, alla caduta del regime fascista, fu liberato, e partecipò alla battaglia di Porta San Paolo nel tentativo di difendere Roma dall'occupazione tedesca. Contribuì poi a ricostruire il vecchio PSI fondando insieme a Pietro Nenni il Partito Socialista Italiano di Unità Proletaria. Nello stesso anno fu catturato dalle SS e condannato a morte, ma riuscì a salvarsi grazie a un intervento dei partigiani dei GAP.
Divenne in seguito una delle personalità di primo piano della Resistenza italiana e fu membro della giunta militare del Comitato di Liberazione Nazionale in rappresentanza del PSIUP. Da partigiano fu attivo soprattutto in Toscana, Val d'Aosta e Lombardia, distinguendosi in diverse azioni che gli valsero una medaglia d'oro al valor militare. Nell'aprile 1945 partecipò agli eventi che portarono alla liberazione dal nazifascismo, organizzando l'insurrezione di Milano, e votando il decreto che condannò a morte Mussolini e altri gerarchi fascisti.
Nell'Italia repubblicana fu eletto deputato all'Assemblea Costituente, quindi senatore nella prima legislatura e deputato in quelle successive, sempre rieletto dal 1953 al 1976. Ricoprì per due legislature consecutive, dal 1968 al 1976, la carica di Presidente della Camera dei deputati, per essere infine eletto Presidente della Repubblica Italiana l'8 luglio 1978.
Sconfinando spesso oltre il semplice ruolo istituzionale, il suo mandato presidenziale fu caratterizzato da una forte impronta personale che gli valse una notevole popolarità, tanto da essere spesso ricordato come il "presidente più amato dagli italiani".

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Molto ricca di umanità e di temi ritornati attuali è l’intervista data a Oriana Fallaci quando era presidente della Camera dei Deputati

Molto attuale è anche l'"Appello ai giovani"


* 1991 - Lina Volonghi, all'anagrafe Giuseppina Angela Volonghi (Genova, 4 settembre 1914 – Milano, 24 febbraio 1991), è stata un'attrice italiana, attiva in teatro, cinema, radio e televisione.
Artista eclettica, è stata interprete di radiodrammi e di opere teatrali in lingua e in dialetto (o parzialmente dialettali), come La bocca del lupo (ambientata nella sua città natale, dal romanzo di Remigio Zena), Le baruffe chiozzotte e I rusteghi, di Carlo Goldoni. Grazie alla sua naturale vis comica ha potuto interpretare ruoli brillanti in numerose commedie brillanti e pochade, senza peraltro trascurare opere di maggiore impegno drammaturgico.
A lungo attrice stabile al Teatro Duse, ha tenuto per il Teatro di Genova corsi di recitazione per giovani attori.
Con il proprio particolare timbro di voce, ha letto e registrato su vinile diverse fiabe della raccolta I Racconta Storie. In suo nome è stato istituito un premio teatrale.

▪ 1993 - Bobby Moore, all'anagrafe Robert Frederick Chelsea Moore OBE (Barking, 12 aprile 1941 – Londra, 24 febbraio 1993), è stato un calciatore britannico, di ruolo difensore, capitano della Nazionale inglese campione del mondo nel 1966 e del West Ham.
All'inizio del 1966, alla vigilia del suo più grande trionfo, vennero resi noti alla stampa dei dettagli secondo cui Moore voleva lasciare il West Ham per il Tottenham. Moore fece scadere il suo contratto e solo dopo l'intervento di Sir Alf Ramsey e aver realizzato che tecnicamente non era qualificato a giocare, firmò nuovamente con il West Ham per poter capitanare la squadra inglese del 1966. Moore fu il leader della squadra che diede al calcio inglese la sua finora unica vittoria mondiale e lo consacrò come magnifico giocatore, gentiluomo e icona dello sport.
Nella finale l'Inghilerra andò in svantaggio 0-1 contro la Germania Ovest, ma un calcio di punizione rapidamente battuto da Moore fece sì che il suo compagno nel West Ham, Geoff Hurst, segnasse il primo gol della sua storica tripletta.
Martin Peters segnò per portare l'Inghilterra sul 2-1, ma la Germania pareggiò nei minuti finali del tempo regolamentare, portando la partita ai supplementari. Ramsey si convinse che i tedeschi erano esausti, e dopo che Hurst segnò quello che probabilmente è il gol più controverso e discusso del calcio mondiale, l'incontro sembrò finito. Con pochi secondi rimasti da giocare e l'Inghilterra sotto la pressione dell'ennesimo attacco tedesco, la palla finì a Moore sul limitare dell'area di rigore inglese. Jackie Charlton e Nobby Stiles urlarono a Moore di disfarsi della palla, ma lui raggiunse con calma il piede di Hurst a quasi 40 metri di distanza. Come disse celebremente Kenneth Wolstenholme: "Some people are on the pitch. They think it's all over, it is now!" (Alcune persone sono in campo, Pensano che sia finita, è adesso!). Punteggio finale, Inghilterra 4 Germania Ovest 2.
Delle molte foto di quel giorno, una mostra Moore che si pulisce le mani dal fango sulla piattaforma di velluto dove era appoggiato il Trofeo Jules Rimet, prima di stringere la mano della regina Elisabetta II che gli consegnava la Coppa del Mondo.

▪ 2003 - Alberto Sordi (Roma, 15 giugno 1920 – Roma, 24 febbraio 2003) è stato un popolare attore, regista, cantante e doppiatore italiano.
Importante interprete della storia del cinema italiano, con Ugo Tognazzi, Vittorio Gassman, Nino Manfredi e Marcello Mastroianni fu uno dei "mostri" della commedia all'italiana nonché, insieme ad Aldo Fabrizi, rappresentante della romanità. Si è cimentato anche in ruoli drammatici dove ha dato prova della sua versatilità di attore.

«Maccarone m'hai provocato e io ti distruggo adesso, io me te magno! Questo o damo ar gatto! Questo ar sorcio, co questo ce ammazzamo e cimici.» (Nando Mericoni in Un americano a Roma (1954))

L'italiano medio di Sordi
Con l'avvento della commedia all'italiana ha dato vita a una moltitudine di personaggi quasi tutti negativi di italiano medio, poco edificanti ma rispondenti a una realtà evidente, dipinti con una cattiveria a volte inficiata da un sospetto di compiacimento ma sempre riscattata da un magistero recitativo senza eguali, molte volte collaborando anche al soggetto e sceneggiatura dei film interpretati (quasi 150) e alle diciannove pellicole da lui dirette.
Sordi in più di mezzo secolo di carriera è riuscito a fornirci un ideale valido della storia dei valori e dei costumi dell'italiano tipico dal periodo bellico ai giorni nostri, osservato nelle sue bassezze, ma in fondo giustificato per il suo buon cuore e per la sua capacità di sognare ad occhi aperti.
I personaggi di Sordi sono prepotenti con i deboli e servili coi potenti, a cui cercano di mendicare qualche misero privilegio. Secondo alcuni il fatto che personaggi di questo tipo vengano proposti superficialmente senza analizzarli approfonditamente, porta certi spettatori che altrimenti non avrebbero avuto il coraggio di rivendicare la propria pochezza, ad avere un alibi e addirittura un esempio da seguire, sentendosi rappresentati e legittimati.

Ruoli passati alla storia
È praticamente impossibile enumerare tutte le sue interpretazioni, ma si devono citare almeno alcuni personaggi che hanno fatto la storia della nostra commedia: tra questi il maestro elementare supplente Impallato, che scopre per caso un allievo prodigio nel canto lirico e lo sfrutta per ottenere riconoscimenti e ricchezza in Bravissimo (1955) di Luigi Filippo D'Amico, il gondoliere rivale in amore di Nino Manfredi in Venezia, la luna e tu (1958) di Dino Risi, il marito vessato dalla moglie e colmo di debiti ne Il vedovo (1959) sempre diretto da Risi insieme a una strepitosa Franca Valeri (una delle poche attrici brillanti, oltre Monica Vitti e Silvana Mangano, che hanno saputo duettare insieme a lui ad alti livelli recitativi, con classe ed eleganza), lo spregevole componente di una commissione censoria che giudica impietosamente manifesti e film piccanti e nel privato recluta a fini immorali ballerine di night-club ne Il moralista (1959) di Giorgio Bianchi.

La svolta degli anni sessanta
A partire dal toccante capolavoro La grande guerra (1959) diretto da Mario Monicelli nel quale era un soldato pelandrone e imboscato costretto suo malgrado a morire da eroe, dimostra un talento straordinario nel calarsi psicologicamente anche in personaggi drammatici quando non apertamente grotteschi, dagli anni sessanta in poi; basti citare il sottotenente Innocenzi di Tutti a casa (1960) di Luigi Comencini», il vigile inflessibile costretto a genuflettersi davanti al potente di turno ne Il vigile (1960) di Luigi Zampa, il giornalista Silvio Magnozzi di Una vita difficile (1961) di Dino Risi, l'industriale fallito disposto a vendere un occhio per riassestare le sue finanze e accontentare una moglie sin troppo esigente ne Il boom (1963) di Vittorio De Sica, il medico della mutua disposto a qualsiasi compromesso per diventare primario in una clinica di lusso nel dittico Il medico della mutua (1968) di Luigi Zampa e Il Prof. Dott. Guido Tersilli, primario della clinica Villa Celeste, convenzionata con le mutue (1969) di Luciano Salce, l'editore partito alla ricerca del cognato disperso in Africa in Riusciranno i nostri eroi a ritrovare l'amico misteriosamente scomparso in Africa? (1968) di Ettore Scola, il geometra incarcerato senza motivo mentre si trova in vacanza di Detenuto in attesa di giudizio (1971) di Nanni Loy (per questo ruolo si aggiudicò nel 1972 l'Orso d'Oro al Festival di Berlino) il baraccato che una volta all'anno insieme alla moglie (Silvana Mangano) organizza interminabili partite a carte nella villa lussuosa di una ricca e bizzarra signora con segretario ed ex amante al seguito (gli ottimi Bette Davis e Joseph Cotten) in Lo scopone scientifico (1972) di Luigi Comencini, fino al terribile, e per molti versi insostenibile, ruolo che recita in Un borghese piccolo piccolo (1977) di Mario Monicelli, che rappresenta il suo apice più drammatico e cattivo. Con Monicelli recitò nuovamente nel doppio, beffardo e amaro ruolo sostenuto ne Il marchese del Grillo (1981).
Affrontò anche libere trasposizioni di Molière (Il malato immaginario del 1979 e L'avaro del 1990, entrambi diretti da Tonino Cervi) e Romanzo di un giovane povero (1995) di Ettore Scola, il quale, nel 2003, dopo la sua morte, gli dedicherà il film Gente di Roma. Detentore di ben cinque Nastri d'Argento e di sette David di Donatello, ottiene nel 1995 il prestigioso Leone d'Oro alla carriera al Festival di Venezia.

Dietro la macchina da presa
Nel complesso il Sordi attore ha sempre dato il meglio di sé nei film diretti da altri registi, i già citati maestri della commedia all'italiana Magni, Zampa, Monicelli, Loy, Scola, De Sica, Comencini; tuttavia qualche ottimo risultato del Sordi regista (o, più spesso, regista-attore) lo si deve annoverare specie fra gli anni sessanta e settanta.
Come regista diresse 19 pellicole, a partire dal 1966, quando ne realizzò due: Fumo di Londra, basato sulle manchevolezze comportamentali e sociali di un italiano in trasferta all'estero (tematica già affrontata da Gian Luigi Polidoro in molti suoi film) e Scusi, lei è favorevole o contrario? ritratto di un agiato commerciante di tessuti, separato dalla moglie, con tante amanti da mantenere quanti sono i giorni della settimana in un'Italia scossa dalle polemiche sul referendum divorzista.
Ottiene buoni risultati nei tre film insieme con Monica Vitti, Amore mio aiutami (1969), Polvere di stelle (1973) e Io so che tu sai che io so (1982). I suoi lavori migliori dietro la macchina da presa rimangono Un italiano in America (1967), insieme con Vittorio De Sica, di gran lunga quello più riuscito assieme al sempre attuale Finché c'è guerra c'è speranza (1974), e l'ottimo episodio Le vacanze intelligenti del collettivo Dove vai in vacanza? (1978).
Di spessore decisamente inferiore nel complesso risultano invece i film girati nell'ultima declinante fase della sua carriera, dagli anni '80 in poi (che inaugurò con il film Io e Caterina, 1980): declino in parte condizionato dal tramonto in generale del filone della commedia all'italiana, ma in buona parte dovuto ad una certa tendenza di Sordi stesso a riproporre in quegli anni un tipo di personaggio ormai datato e non più molto originale. «Me dispiace, ma io so io e voi non siete un cazzo!» (Onofrio del Grillo ne "Il marchese del Grillo")
Tuttavia, restano memorabili l'interpretazione del tassinaro nel dittico di film Il tassinaro (1983, dove si produce in duetti irresistibili con Giulio Andreotti e con il vecchio amico Federico Fellini), e Un tassinaro a New York (1987) e la collaborazione con Carlo Verdone, da molti considerato il suo naturale erede (pur perseguendo stili e tematiche assai diverse) nei film In viaggio con papà (1982) e Troppo forte (1986), quest'ultimo diretto però da Verdone.
Ma il film da lui preferito, tra quelli diretti, rimane senz'altro il malinconico Nestore, l'ultima corsa (1994), dove interpretò un vetturino non ancora rassegnato a portare il suo cavallo al macello.
Le sequenze del mattatoio sono rimaste di una durezza sconcertante e pressoché inedite per un film di Sordi.
L'ultima pellicola da lui diretta fu il mediocre e sfortunato Incontri proibiti (1998) accanto a Valeria Marini, presentato ancora nel 2002 sul grande e piccolo schermo con montaggio diverso e un altro titolo, Sposami papà.

Le canzoni e la televisione
Non sono da sottovalutare inoltre i proficui sodalizi artistici con lo sceneggiatore Rodolfo Sonego, che lavorò in moltissimi suoi film dal 1954 in avanti (Il seduttore di Franco Rossi è il suo esordio) e con il compositore Piero Piccioni, che ha firmato molte delle colonne sonore dei suoi film più celebri, nonché di alcune delle sue famose canzoni irriverenti e un po' cattivelle.
Noto presso il grande pubblico con l'epiteto di "Albertone", prese parte a numerose trasmissioni televisive (tra cui Studio Uno, insieme alla cantante Mina, nel 1966) in cui dava sempre prova di grande sarcasmo e bonomia.
La sua popolarità fu consacrata e si diffuse ulteriormente in tutta Italia quando collaborò insieme al giornalista Giancarlo Governi, a partire dal 1979, alla realizzazione dell'apprezzata trasmissione Storia di un italiano realizzata in quattro edizioni dove, attraverso una selezione tematica di spezzoni dei suoi numerosi film, si presentava la figura di un certo italiano medio, coi suoi pregi ed i suoi difetti: ad essa trent'anni dopo il giovane studioso di cinema Alessandro Ticozzi avrebbe dedicato il saggio L'Italia di Alberto Sordi, edito dalla Fermenti Editrice di Roma.
Il 24 aprile 2002 gli venne conferita dall'Università degli studi di Salerno una laurea honoris causa in Scienze della Comunicazione.
Il giorno del suo ottantesimo compleanno, il 15 giugno 2000 il sindaco di Roma, Francesco Rutelli, gli cedette per un giorno lo "scettro" di quella città di cui è stato il figlio prediletto, e di cui aveva canzonato salacemente vizi e false virtù. Una delle sue ultime apparizioni televisive risale al 18 dicembre 2001, nel programma Porta a Porta condotto da Bruno Vespa e dedicato interamente a lui. Dopo questa serata apparirà ancora nel luglio del 2002 nel programma Italiani nel mondo presentato da Pippo Baudo e poi, per l'ultima volta, in un filmato girato nel suo studio che verrà proiettato solo per il pubblico del teatro Ambra Jovinelli di Roma dove, nel dicembre 2002, verrà organizzata una serata in suo onore.

La morte
Afflitto durante l'intera stagione invernale da forme di polmonite e bronchite, Alberto Sordi si spegne nella notte tra il 24 e il 25 febbraio 2003, all'età di 82 anni. La salma viene traslata nella sala delle armi del Campidoglio, dove per due giorni riceve l'omaggio ininterrotto di una folla immensa; il 27 febbraio si svolgono i funerali solenni nella Basilica di San Giovanni in Laterano, davanti a circa 500 mila persone. L'Albertone nazionale ricevette in morte quell'omaggio nello sfarzo e nella pompa magna che in vita aveva sempre rifuggito.
Verrà poi tumulato nella tomba di famiglia. La vita privata di Sordi è stata sempre condotta con estremo garbo e riservatezza: nessun legame sentimentale, nessun matrimonio contratto, nessuno sfarzo né lussi: ha vissuto sempre in casa insieme alle sorelle Savina (deceduta nel 1972) e Aurelia (nata nel 1917), con il fratello Giuseppe (Roma, 1915 - Livorno, 24 agosto 1990), suo amministratore e con la segretaria Annunziata che oggi sovrintende il suo archivio personale.

Ecco il famoso video sui "maccaroni"

Quello tratto da "Una vita difficile"

E uno tra gli ultimi: "Nestore, l’ultima corsa"


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