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Il calendario del 28 Febbraio

Autore: Restelli, Silvio  Curatore: Mangiarotti, Don Gabriele
Fonte: CulturaCattolica.it  E-mail: silvio.restelli@poste.it

Eventi

▪ 202 a.C. - Con l'incoronazione di Gao Zu iniziano i quattro secoli di dominazione della dinastia Han sulla Cina

▪ 457 - L'imperatore romano d'Oriente Leone I nomina i generali dell'impero d'Occidente Ricimero e Maggioriano, responsabili della morte dell'imperatore Avito, magistri militum

▪ 1700 - In Svezia il 28 febbraio è seguito dal 1º marzo, creando così il calendario svedese

▪ 1854 - Il Partito Repubblicano statunitense viene fondato a Ripon, Wisconsin

▪ 1922 - L'Egitto ottiene l'indipendenza

▪ 1933 - In Germania viene approvato il Decreto dell'incendio del Reichstag, il giorno dopo l'Incendio del Reichstag

▪ 1935 - Wallace Carothers prepara per la prima volta il nylon

▪ 1947 - Incidente di Taiwan del 28 febbraio 1947: inizia una rivolta popolare contro la Repubblica di Cina

▪ 1953 - Alfred Jodl, condannato e impiccato dal processo di Norimberga, è riabilitato postumo.

▪ 1983 - L'ultimo episodio di M*A*S*H viene trasmesso negli Stati Uniti, divenendo l'episodio televisivo più visto della storia, con un numero di spettatori superiore ai 100 milioni

▪ 1986 - Olof Palme, primo ministro svedese, viene assassinato a Stoccolma

▪ 1991 - Si conclude la Guerra del Golfo tra Iraq e Kuwait

▪ 2002 - La Lira italiana cessa di avere corso legale, sostituita dall'euro

Anniversari

* 463 - Romano di Condat (Izernore, 390 – Saint-Claude, 28 febbraio 463) , venerato come santo dalla chiesa cattolica, fondò assieme al fratello san Lupicino il monastero di Condat, quello di Lauconne, quello femminile di La Balme e quello di Romainmôtier. La sua vita si ispirò a quella dei Padri del deserto della Tebaide.

Agiografia
Romano e il fratello Lupicino nacquero a Izernore, nel territorio dei Sequani, oggi dipartimento dell'Ain, nell'attuale diocesi di Belley-Ars. I genitori lo mandarono a studiare nel monastero d'Ainay a Lione, costruito nel punto di confluenza della Saona nel Rodano, dove fu allievo dell'abate Sabino che gli donò una Vita dei Padri del deserto e le Istituzioni di Cassiano. Presto desiderò vivere una vita da eremita, per poter realizzare meglio il suo ideale ascetico. All'età di 35 anni si ritirò quindi nelle foreste del Massiccio del Giura, in un luogo chiamato Condat, alla confluenza del fiume Tacon nel Bienne. Visse da eremita, imitando i Padri del deserto della Tebaide. Aveva trovato riparo sotto un gran pino solitario, le cui fronde lo proteggevano dalle intemperie, nutrendosi di frutti selvatici e dissetandosi ad una fresca sorgente vicina. Si era portato anche una vanga e delle sementi, che seminò ottenendo dei buoni raccolti, con i quali si sfamò. Dopo qualche anno lo raggiunse il fratello Lupicino, che era rimasto vedovo. Insieme vissero da eremiti ancora qualche anno fra digiuni e penitenze.
Gli inizi furono difficili, soprattutto per il clima freddo e umido del luogo, mentre quello del deserto della Tebaide dove si erano appartati i "Padri del deserto" era caldo e asciutto. Romano e Lupicino, scoraggiati per la fatica, decisero di abbandonare Condat. Dopo un giorno di cammino si fermarono presso un casale e chiesero ospitalità a una donna, ma questa li incoraggiò a tornare indietro, sostenendo che non dovevano lasciare campo libero a Satana che li aveva voluti cacciare via dal loro romitaggio.
Dopo qualche anno, attratti dalla fama di santità che i pochi abitanti dei dintorni avevano propagato, accorsero altri giovani desiderosi di imitarli. Romano allora per ospitarli, nel 445 costruì il monastero di Condat e Lupicino, poco distante, quello di Lauconne. I due fratelli avevano caratteri completamente diversi, Romano era più bonario e mite, mentre Lupicino era più austero e severo. Si alternavano spesso alla direzione dei due monasteri: quando la severità di Lupicino scoraggiava i suoi monaci, interveniva Romano per incoraggiarli con la sua dolcezza.
Nei due monasteri vigeva una regola disposta da Romano che l'aveva derivata da quella di san Basilio, di san Pacomio e del monastero dell'isola di Lerino di sant'Onorato di Arles. Tutta la comunità si asteneva dal mangiare carne, in rare occasioni si alimentavano di latte e uova, si vestivano con pelli di animali e calzavano zoccoli. Qualche secolo dopo alle comunità fondate da Romano e Lupicino fu data la Regola benedettina.
Quando li raggiunse anche la loro sorella Iola (o Yole), essi fondarono per lei il monastero femminile di La Balme (o La Baume), su una roccia a strapiombo sulla riva destra del fiume Bienne, che presto fu popolato da più di cento monache. Questo monastero in seguito fu chiamato Saint Romain de Roche.
Nel 444, il vescovo d'Arles sant'Ilario, trovandosi a Besançon per deporre il vescovo Celidonio, ebbe notizia delle opere di Romano, lo volle convocare a Besançon, e per dargli più autorità ed un riconoscimento ufficiale, lo ordinò sacerdote, ma quest'onore non cambiò affatto il comportamento del santo che continuò a restare ancora più umile e gentile con i suoi confratelli.
Nel 450, Romano fondò sul versante orientale del Giura il primo monastero dell'odierna Svizzera, che prese poi il nome di Romainmôtier, fra Orbe e Vallorbe, nel cantone di Vaud, che fu attivo fino al 1536, quando la riforma protestante lo distrusse.
Si racconta che andando in pellegrinaggio sulla tomba di san Maurizio a Saint Maurice-en-Valais, Romano fu sorpreso dalla notte nei pressi di Ginevra, chiese allora ospitalità a due lebbrosi che vivevano in una capanna e che volevano respingerlo per non contagiarlo, ma lui non si spaventò della malattia e volle dormire sotto il loro tetto. Al mattino i due lebbrosi si accorsero di essere guariti e si recarono a Ginevra a rivelare la loro guarigione. I ginevrini, che li conoscevano bene, andarono a ricercare Romano e gli fecero gran festa. Romano un po' confuso delle loro attenzioni colse l'occasione per invitarli a convertirsi e a fare penitenza[2].
Poco dopo il suo ritorno a Condat, attorno al 460 Romano morì.

Culto
Il Martirologio romano fissa la memoria liturgica il 28 febbraio.
Come lui stesso aveva disposto, fu seppellito nel convento di La Balme. Le sue reliquie furono subito oggetto di grande venerazione. Nel VII secolo furono traslate nella chiesa dell'abbazia di Condat (che nel frattempo era stata intitolata a sant'Eugendus). Nel 1522 un incendio distrusse la chiesa e le reliquie di Romano e di Lupicino. I pochi resti sopravvissuti furono conservati nella chiesa di Saint-Romain-de-Roche costruita nel XVI secolo che ha rimpiazzato il monastero di la Balme. Essi sono chiusi in un reliquiario del XIII secolo a forma di mausoleo.
Il convento di La Balme non durò a lungo, perché dopo la morte di Romano e della sorella, le monache si dispersero. Vi restò solo la sede di un priorato che dipendeva dal convento di Condat. Il sito di La Balme fu poi chiamato Saint Roman de Roche perché vi era stato seppellito il santo. L'abbazia di Condat prese poi il nome di Saint Oyend (sant'Eugendus) dal nome del quarto abate , finche nel XIII secolo non prese il nome di Saint Claude in onore di Claudio di Besançon, già vescovo di Besançon e poi dodicesimo abate dell'abbazia, quando il culto di quel santo si affermò. Quando però con l'apertura di una grande strada di comunicazione che attraversava la zona e con le frequenti visite dei fedeli alla fonte di san Romano, perse le caratteristiche di romitorio isolato, i monaci abbandonarono la severa regola benedettina e nel 1742 si secolarizzarono diventando canonici della cattedrale di Saint-Claude, quando nel 1742 papa Benedetto XIV vi istituì la diocesi di Saint-Claude.
Nelle raffigurazioni religiose san Romano e san Lupicino vengono rappresentati in ginocchio che pregano, mentre il demonio fa piovere su di essi una pioggia di ciottoli, oppure mentre ripartono dal casale in cui si erano fermati, o ancora vestiti da abati con una croce o una piccola chiesa in mano, mentre lavano i piedi ai pellegrini o ai malati. O mentre lavorano i campi.
A Saint Claude si svolge una processione molto seguita in onore di san Romano e di san Lupicino il lunedì di Pentecoste.
Ogni anno, durante il festival musicale dell'Alto-Giura, nella cappella di san Romano situata nella cittadina di Pratz, si svolgono concerti di musica classica.

▪ 661 - Ali ibn Abi Talib (arabo: علي ابن أبي طالب, ʿAlī ibn Abī Ṭālib; Mecca, 17 marzo 599 – Kufa, 28 febbraio 661) fu cugino e genero del profeta dell'Islam Maometto, avendone sposato la figlia Fatima bint Muhammad nel 622, quarto califfo dell'Islam e primo Imam per lo Sciismo.
Secondo gli sciiti sarebbe dovuto essere il successore di Maometto, ma fu preceduto da tre califfi: Abu Bakr (632-634), 'Omar ibn al-Khattàb (634-644) e 'Othmàn ibn 'Affàn (644-656).
Il padre di ʿAlī, Abu Talib, era un importante membro della potente tribù dei Banū Quraysh, ancorché di modesta condizione economica, e zio paterno di Maometto. Quest'ultimo, rimasto ben presto orfano, venne preso fin da bambino in casa di Abū Ṭālib.
Una volta sposatosi con Khadīja, Maometto prese con sé in casa il giovanissimo figlio di Abū Tālib, ʿAlī, per alleviare le difficoltà economiche che in quel momento stata patendo lo zio. Da quel momento in poi i due cugini vissero sotto lo stesso tetto e, dopo il matrimonio di ʿAlī con la figlia di Maometto, Fāṭima, comunque a strettissimo contatto fino alla morte del Profeta nel 632.

Adesione all'Islam
ʿAlī aderì alla causa dell'Islam fin dal periodo giovanile (secondo gli sciiti fu il primo uomo a farlo, anche se per la sua età impubere si ricorda come primo uomo adulto l'amico e coetaneo del Profeta, Abū Bakr, mentre la prima persona in assoluto rimane pur sempre Khadīja bt. Khuwaylid, moglie di Maometto). ʿAlī sposò Fāṭima, figlia di suo cugino Maometto, e fu il padre dei figli che ella dette alla luce, al-Ḥasan e al-Ḥusayn, considerati secondo e terzo Imām dagli sciiti, mentre da un'altra donna, Khawla, della tribù dei Banū Ḥanīfa, ebbe Muḥammad, detto per questo anche Muḥammad ibn al-Ḥanafiyya invece del più corretto Muḥammad ibn ʿAlī.
Partecipò con grande coraggio e valore a tutti i fatti militari dell'Islam, salvo che alla spedizione di Tabūk, quando il Profeta lo lasciò come suo rappresentante a Medina.
Nel corso della battaglia di Uḥud il Profeta gli affidò la sua spada personale a due punte, Dhū l-Fiqār (Quella che separa), che il comune nonno, ʿAbd al-Muṭṭalib b. Hāshim, aveva rinvenuto nel pozzo contenuto all'interno della Kaʿba. Secondo una tradizione sciita, ʿAlī l'avrebbe maneggiata con destrezza e con essa avrebbe tagliato letteralmente in due, dalla testa all'inguine, un qurayshita che gli si era parato davanti. Al che il Profeta avrebbe esclamato, secondo lo storico-annalista Ṭabarī: “Non v’è spada come Dhū l-Fiqār e non v’è eroe come ʿAlī!” ( wa-lā sayf illā Dhū l-Fiqār wa-lā fatā illā ʿAlī ), motto sovente inciso sulle lame islamiche.

Gli anni successivi alla morte del Profeta
Alla morte di Maometto (632), come parente agnatizio più prossimo, fu lui ad occuparsi del pietoso rito del lavacro del cadavere di Maometto al momento della sua inumazione, nella stessa stanza in cui il Profeta viveva (vedi sepoltura di Maometto a Medina). Per questo motivo egli non fu presente alla riunione che designò Abū Bakr a primo Califfo nella successione al Profeta. Egli non riconobbe la validità di questa designazione fino ad una riconciliazione avvenuta sei mesi più tardi.
Partecipò con grande coraggio e valore a tutti i fatti militari dell'Islam e divenne Califfo per acclamazione dopo l'assassinio del suo predecessore ʿUthmān. Dovette però affrontare assai presto l'opposizione di due Compagni del Profeta, Ṭalḥa b. ʿUbayd Allāh e al-Zubayr ibn al-ʿAwwām, che inizialmente avevano riconosciuto la sua designazione. Essi, alleatisi con la vedova del Profeta, Aisha bint Abi Bakr, si ribellarono apertamente ad ʿAlī e si scontrarono con lui nella cosiddetta battaglia del Cammello (656), avvenuta nei pressi di Bassora, in Iraq, nella quale trovarono ambedue la morte. ʿĀʾisha, in seguito alla sconfitta, fu costretta a ritirarsi a vita privata.

La rivolta di Muʿāwiya b. Abī Sufyān
Vi fu poi lo scontro assai più duro e gravido di conseguenze con il governatore della Siria, Muʿāwiya b. Abī Sufyān. Questi, in nome del diritto consuetudinario, reclamava si facesse piena luce sulle circostanze che avevano portato alla morte di ʿUthmān, suo parente prossimo, e che si punissero di conseguenza i responsabili del misfatto.
In realtà egli reagiva alla propria rimozione dalla carica di governatore disposta da ʿAlī non appena divenuto Califfo.
L'esercito di ʿAlī si scontrò con i seguaci di Muʿāwiya b. Abī Sufyān nella Battaglia di Siffin, sull'Eufrate (657), ma il governatore ribelle, quando si avvide d'essere prossimo alla sconfitta, si appellò al Corano ed ʿAlī, pressato da una parte dei suoi uomini, dovette acconsentire ad un arbitrato. Questo portò alla nascita del movimento ereticale del kharijismo. I kharigiti contestavano sia Muʿāwiya, reo di essersi ribellato al legittimo Califfo, sia ʿAlī, reo di aver accettato un arbitrato col ribelle nonostante la certezza dei suoi diritti.
L'arbitrato svoltosi a Adhruh, in Transgiordania, fu viziato da astuzie e sotterfugi, e giunse soltanto a dichiarare "ingiusta" la morte del terzo califfo, configurandola non già come un atto di giustizia nel superiore interesse dell'Islam ma come vero e proprio assassinio, passibile di morte, come previsto dalle specifiche norme coraniche che prevedono una simile punizione per gli omicidi, gli apostati e gli adulteri conclamati.
È invece leggenda che un altro arbitrato (svoltosi poco dopo a Dūmat al-Jandal, ai confini del deserto siro-arabico) assegnasse il califfato a Muʿāwiya per la semplice ragione che questi non poteva vantare alcun diritto alla suprema magistratura islamica, mentre si dice che grazie a un artificio di ʿAmr ibn al-ʿĀṣ (arbitro di parte di Muʿāwiya) si dichiarasse nulla l'elezione a califfo di ʿAlī, avvenuta in modo del tutto irrituale, per poter procedere a una consultazione meno viziata da violenze.
L'inaffidabilità d'una tale tradizione sta nel fatto che mai ʿAlī incaricò il suo arbitro di discutere della legittimità del titolo califfale ricevuti il giorno stesso dell'omicidio del suo predecessore.
Di fatto nessuno riconobbe Muʿāwiya califfo (salvo forse qualche suo fedele seguace a Damasco e in Siria) fintanto almeno che ʿAlī operò a Kufa, in Iraq, dove il califfo aveva spostato la capitale, abbandonando l'insicura Medina.

Morte
Prima di lanciarsi nuovamente contro il ribelle Muʿāwiya, ʿAlī dovette affrontare la rivolta aperta dei kharigiti. Li affrontò in battaglia a Nahrawān (658) facendone strage, ma nel 661 fu ucciso dalla loro vendetta. Uno di essi, Ibn Muljam, lo colpì alla testa con una spada intinta nel veleno mentre egli entrava nella moschea di Kufa per guidare la preghiera del mattino. Prima di morire, una tradizione sciita afferma che ʿAlī avrebbe nominato suo successore il suo primogenito al-Ḥasan b. ʿAlī ma questa tradizione viene decisamente smentita dalle fonti sunnite.
Il suo corpo fu inumato in una località segreta per evitare profanazioni da parte dei suoi nemici. Solo dopo molti anni, al tempo del califfo abbaside Hārūn al-Rashīd, la sua sepoltura sarebbe stata scoperta a Najaf, nei pressi di Kufa. In seguito a tale scoperta Najaf, a causa delle grande devozione goduta da ʿAlī nel mondo musulmano in generale e sciita in particolare, divenne la più importante città santa dello Sciismo, luogo di residenza della massima autorità religiosa sciita d'Iraq e luogo preferito di sepoltura per milioni di fedeli sciiti (ivi è infatti il più grande cimitero del mondo), mentre per i fedeli sunniti il luogo preferito rimane Mecca.

▪ 1510 - Juan de la Cosa (Santoña, 1460 circa – Colombia, 28 febbraio 1510) è stato un navigatore spagnolo.
Pilota e cartografo di Cristoforo Colombo, Amerigo Vespucci, Alonso de Ojeda, Rodrigo de Bastidas e Juan Díaz de Solís viene ricordato per aver redatto il primo mappamondo che mostra le terre del Nuovo Mondo nel 1500.

Viaggi
1492: Fu il pilota di Cristoforo Colombo nel famoso viaggio del 1492. Era il proprietario della nave Santa Maria, che fece naufragio durante la spedizione. Per questa perdita ricevette un indennizzo.
1493: Partecipò come pilota al secondo viaggio di Colombo, era al comando della nave Santa Clara.
1497: Partecipò al viaggio con Amerigo Vespucci del 1497. Il comandante di questa spedizione era probabilmente Juan Díaz de Solís.
In questo viaggio i tre esploratori toccarono le terre della penisola della Guayira in Colombia, poi individuarono la attuale laguna di Maracaibo, qui Vespucci nominò le casupole incontrate sul mare "Venezia", e da qui si originò il nome Venezuela. La spedizione proseguì costeggiando le coste centroamericane e rientrò nel Mare Oceano passando tra l'isola di Cuba e la penisola della Florida.
1499: Viaggiò nella spedizione di Alonso de Ojeda e Amerigo Vespucci. Al ritorno da questo viaggio Juan de la Cosa redasse il famoso mappamondo.
1501: Viaggiò con Rodrigo de Bastidas e Vasco Nunez de Balboa. In questo viaggio Juan de la Cosa mappò le attuali coste del territorio colombiano dal Cabo della Vela fino al golfo di Urabá.
1504: Juan de la Cosa fu nominato "Aguacil Mayor de Urabá", e viaggiò nuovamente nel golfo di Urabá, salvò la vita al mercante sivigliano Guerra e come ricompensa per le sue esplorazioni ebbe una forte somma (50000 maravedis) e si diresse nell'isola di Hispaniola dove rimase per due anni.
1509: Ultimo viaggio di Juan de la Cosa. In una spedizione capeggiata da Ojeda, il cantabrico nuovamente fu un abile pilota e cartografo. Alonso de Ojeda non seguì i consigli del cantabrico, e volle fondare un avamposto dove attualmente esiste la città di Cartagena. In quel luogo vi erano feroci indigeni e cosí gli spagnoli furono sorpresi in una imboscata a Yurbacos (l'attuale Turbaco, non lontano da Cartagena de Indias) dove Juan de la Cosa morì.

Il mappamondo
Nel giugno del 1500 Juan de la Cosa rientrò a Cadice ed elaborò per i Regnanti di Spagna il primo mappamondo nel quale appaiono le terre americane. La mappa fu fatta in modo verticale, ossia l'Occidente corrisponde alla parte superiore e l'Oriente la parte inferiore. Nella parte superiore appare un'effigie di San Cristoforo, ma può essere anche considerata come un ritratto di Cristoforo Colombo; inoltre compare un'iscrizione che dice: «Juan de la Cosa lo fece nell'anno 1500».

* 1525 - Cuauhtémoc (1496 – 28 febbraio 1525) fu l'undicesimo e ultimo sovrano azteco.
La dinastia alla quale apparteneva era stata fondata nel 1376 da Acamapichtli.
Cuauhtémoc, figlio di Ahuízotl, occupò il trono di Tenochtitlán alla morte di Cuitláhuac, che a sua volta era salito al trono alla morte di Moctezuma II. Volle che la regina fosse Tecuichpoch, figlia ancora minorenne di Moctezuma e della regina Teotlacho.
Informato che Hernán Cortés stava pianificando di raggiungere con i suoi soldati la capitale dell'impero azteca, Cuauhtémoc organizzò la difesa: rafforzò la piazza - centro, nevralgico della vita cittadina - riunì scorte alimentari e distrusse i ponti che collegavano la capitale "flottante" con la terraferma.
L'avanzata spagnola fu frenata per 75 giorni (dal 30 maggio al 13 agosto del 1521) ed alla fine gli aztechi si assediarono sull'isolotto di Tlatelolco.
Debilitato e senza possibilità di continuare la difesa, Cuauhtémoc tentò di porre in salvo la sua famiglia su una barca, ma fu incatenato e portato davanti a Cortés.
La leggenda vuole che Cuauhtémoc disse a Cortés con tono sprezzante: "signor Malinche, ho fatto tutto ciò che era in mio potere ed in mio dovere per difendere la città e non posso fare più niente, quindi vengo trascinato a forza davanti alla tua persona ed al tuo potere. Prendi il pugnale che hai nella cinta e con quello uccidimi".
Cortés decise di tenerlo in vita come prigioniero.
Giorni dopo, il tesoriere Julían de Alderete chiese ai prigionieri dove fosse nascosto il tesoro di Moctezuma e non ottenne risposta. Allora mise nell'olio bollente i piedi di Cuauhtémoc e del Signore di Tacuba (o forse del Signore di Tlacopan). La leggenda dice che sopportarono il tormento con grande valore. Secondo la ricostruzione storica venne ucciso per impiccagione a Isancanac, nella provincia di Acala, all'alba del 28 febbraio del 1525. Lasciò un figlio di nome Diego Mendoza de Austria Moctezuma.
Il suo grande regno era diviso interamente in Signorie che però erano insofferenti al pagamento del costante tributo e per questo favorirono gli Spagnoli contro Cuauhtémoc.

▪ 1551 - Martin Bucer, o Butzer (latino Martinus Buccer, Martinus Bucerus; Schlettstadt, 11 novembre 1491 – Cambridge, 28 febbraio 1551), è stato un teologo riformatore tedesco.
Bucer nacque a Schlettstadt in Alsazia (oggi Sélestat in Francia). Nel 1506 entrò nell'Ordine dei domenicani e fu inviato a studiare a Heidelberg. Qui egli si familiarizzò con le opere di Erasmo da Rotterdam e di Lutero.
Si convertì alla riforma, abbandonò l'ordine con dispensa papale nel 1521 e si sposò con una suora Elisabeth Silbereisen. Dopo essere rimasto vedovo sposò nel 1542 Wibrandis Rosenblatt, vedova dei riformatori Giovanni Ecolampadio e Volfango Capitone.
Nel 1522 era pastore a Landstuhl, nel Palatinato, e intraprese frequenti viaggi per propagandare la riforma. Dopo la sua scomunica nel 1523 si stabilì a Strasburgo, dove succedette a Matthew Zell. Negli anni successivi divenne una delle figure centrali della Riforma, tanto da essere consultato dal re d'Inghilterra Enrico VIII per avere una sua opinione sul divorzio da Caterina di Aragona.
La posizione di Bucer riguardo al sacramento dell'eucaristia era simile a quella di Zwingli, ma prevalendo il suo desiderio di mantenere l'unità con i luterani, si impegnò costantemente – specie dopo la morte di Zwingli – nella formulazione di una professione di fede che potesse essere accettata sia dai luterani che dai riformatori svizzeri e della Germania meridionale. Questi tentativi di conciliazione - che si concretizzarono nella sua partecipazione a molti incontri, fra i quali quello di Basilea del 1536 da cui uscì la prima delle due Confessiones Helveticae furono all'origine dell'accusa di oscurità che gli venne mossa.
Dopo il fallimento dei colloqui di Marburgo, nell'ottobre del 1529, insistette nel cercare un accordo con i luterani, che fu poi raggiunto con il cosiddetto concordato di Wittenberg il 29 maggio 1536. Bucer fu fra i firmatari del concordato, insieme, fra gli altri, a Martin Lutero, Filippo Melantone e Volfango Capitone, ma successivamente ripudiò questo accordo, in particolare per quanto riguardava la questione dei cosiddetti manducatio indignorum, ossia di coloro che dovevano essere considerati indegni di assumere la comunione
Nel 1548 Bucer fu inviato a Ausburg per firmare l'accordo fra cattolici e protestanti che fu detto "Interim di Ausburg". La sua cocciuta opposizione al progetto lo espose tuttavia a molte difficoltà e fu quindi felice di accettare l'invito di Cranmer a stabilirsi in Inghilterra. Al suo arrivo, nel 1549 fu nominato "regius professor of Divinity" all'Università di Cambridge. Egli fu consultato quando si decise di rivedere il "Book of Common Prayer", ossia il libro comune di preghiera.
Morì il 28 febbraio 1551 e fu sepolto con tutti gli onori nella Chiesa dell'Università. Nel 1557 i commissari della regina Maria esumarono e bruciarono il suo corpo e ne demolirono la tomba, che fu ripristinata in seguito dalla regina Elisabetta I.

* 1730 - Michelangelo Tamburini (Modena, 27 settembre 1648 – Roma, 28 febbraio 1730) è stato un gesuita italiano, Preposito Generale dell'ordine dal 31 gennaio 1706 alla morte.
Nato in seno alla nobile famiglia dei Tamburini di Modena, entrò nella Compagnia di Gesù in giovane età e si prodigò largamente per la causa dell'Ordine, riuscendo in breve tempo a scalare la gerarchia ecclesiastica.
Divenuto Generale dell'Ordine, diede un notevole impulso all'attività apostolica dell'ordine, sia in Europa che in terra di missione, soprattutto in Paraguay. Durante il suo generalato proseguirono le polemiche relative alla questione dei riti cinesi: alla Compagnia venne inoltre attribuita la responsabilità della bolla Unigenitus contro i giansenisti e la distruzione di Port-Royal; sempre in Francia, i gesuiti subirono l'interdetto lanciato contro di loro dal cardinale di Parigi Louis-Antoine de Noailles.
Suo nipote fu il famoso cardinale Fortunato Tamburini, teologo settecentesco della corte pontificia che fu, ironia della sorte, uno dei principali responsabili della soppressione della Compagnia di Gesù, avvenuta nel 1773.

▪ 1869 - Alphonse Marie Louis de Prat de Lamartine (Mâcon, 21 ottobre 1790 – Parigi, 28 febbraio 1869) è stato un poeta, scrittore, storico e politico francese.

La maturità
Dopo aver avuto una breve relazione con una nobile di origine italiana, Léna de Larche, nel marzo 1820 è nominato ambasciatore a Napoli ma a maggio già rinuncia all’incarico e il 5 giugno sposa a Chambéry l’inglese protestante Mary Ann Elisa Birch: abitano nel castello che il padre gli ha concesso in dote a Saint-Point, nei pressi di Mâcon. Nel febbraio 1821, a Roma, nasce il primo figlio Alphonse, che vivrà solo fino al novembre 1823; nel maggio 1822 nasce a Maçon una figlia, alla quale impone il nome di Julia, in ricordo del suo grande amore ma, più ancora di Julie Charles, destinata a morire precocemente nel 1832.
Si dedica intensamente alla poesia: il 20 settembre 1823 pubblica La Mort de Socrate nella quale esalta nel filosofo greco un precursore del Cristianesimo e solo cinque giorni dopo, il 25 settembre 1823 appaiono le Nouvelles Méditations poétiques, raccolta di venticinque poesie di diverso genere e ispirazione, che non ottenne il successo della raccolta precedente. Si segnalano Bonaparte, Les Préludes, Le Crucifix, dedicato alla memoria di Julie Charles, e Chant d’amour, dedicato alla moglie.
Le dernier chant du pèlerinage d’Harold appare in maggio. Ispirato all’opera e alla memoria di Byron, morto il 19 agosto 1824 Lamartine, che è scosso da forti dubbi religiosi, anche a causa di diversi lutti familiari - oltre al figlio, erano appena morte due sue sorelle - si rivolge idealmente al poeta inglese ma nella realtà a se stesso, cercando una soluzione al suo stesso scetticismo religioso.
Fredda opera di circostanza è invece Le chant du sacre, ove celebra l’incoronazione di Carlo X, che tuttavia gli vale la Légion d’Honneur.
Dopo aver tentato senza successo di entrare a far parte dell’Académie française, dal luglio 1825 è segretario d’ambasciata a Firenze ma nell'agosto 1828 rientra definitivamente in Francia deciso a intraprendere la carriera politica. un suo secondo tentativo di accedere all’Accademia ha successo: nominato il 5 novembre 1829, poco prima della morte della madre, il 16 novembre, vi entra ufficialmente il 1º aprile 1830.
Il 15 giugno 1830 sono pubblicate le Harmonies poétiques et religieuses, una raccolta di quarantotto poesie, composte per lo più a Firenze, nelle quali Lamartine spazia dalla consolazione religiosa come in Hymne du matin o Bénédiction de Dieu dans la solitude ai dubbi della fede de Aux chrétiens dans les temps d’épreuves all'impressione di un Dio che si manifesta in ogni angolo dell'universo in L’infini dans les cieux, Jéhova ou l’idée de Dieu, Le Chêne, L’Humanité, L’idée de Dieu.
Ma ritorna anche ai ricordi degli anni trascorsi ne Le Premier Regret, dedicato alla Graziella napoletana della sua adolescenza, mentree nei Novissima verba o Mon âme est triste jusqu’à la mort emergono presentimenti di morte.
Nell'edizione del 1849 torna, nella sua prefazione, il ricordo dei tanti lutti familiari subiti.
Cerca un rafforzamento della fede vacillante con un viaggio in Palestina; il 14 luglio 1832 parte con la famiglia e alcuni amici per mare; sbarcato a Beirut il 6 settembre, raggiunge Gerusalemme il 20 ottobre per raccogliersi in preghiera davanti al Santo Sepolcro.
Appena ritornato a Beirut, l'unica, piccola figlia Julia muore il 7 dicembre. Come scrive nelle poesie del Gethsémani, ou la mort de Julia, pubblicate nel 1835 nel suo Voyage en Orient, le chiese, le cerimonie, i sacramenti e le preghiere non servono: Dio è un mistero inaccessibile e Cristo è solo un uomo.
Lamartine aveva da tempo progettato un lungo poema che trattasse del destino dell’umanità dall’inizio dei tempi fino all’età presente: la vicenda di un angelo caduto per amore di una donna che, in attesa di riguadagnare il cielo, manteneva la sua immortalità in successive reincarnazioni.
Del grande progetto, solo due parti furono condotte a termine, finendo con l’essere due opere a sé: la prima, La chute d’un Ange (La caduta di un angelo) e l’ultima, Jocelyn, la sua redenzione.
Il Jocelyn, pubblicato per primo nel 1836, ha per spunto la vera vicenda dell’abate Dumont, parroco di Bussières, vicino Milly, il quale visse durante la Rivoluzione una storia d’amore al quale infine rinunciò, tornando nella Chiesa: tema, dunque, della caduta riscattata dal sacrificio. Il cristianesimo tutto umano di Lamartine ebbe un grande successo di critica ma gli costò la messa all’ Indice dell’opera.
Ne La chute d’un Ange, pubblicato nel 1838, si narra di quando, nei tempi biblici, gli angeli vivevano con gli uomini: uno di essi, l’angelo Cédar s’innamora di Daïdha. Seguono vicende divise in quindici visioni, dalla prigionia e liberazione di Daïdha agli insegnamenti di un profeta, alla lotta contro i giganti fino alla morte dei due amanti nel deserto. Il poema, disorganico, non ebbe successo, come non l'ebbero nemmeno i successivi (1839) Recueillements poétiques.

L'attività politica
Di famiglia legittimista, Lamartine si era lentamente avvicinato alle concezioni politiche liberali fino all'aperta polemica contro il governo reazionario del Polignac, salutando con soddisfazione la caduta di Carlo X con la Rivoluzione di Luglio del 1830 e la salita al trono del moderato liberale duca d'Orléans. Nel 1831 pubblicò Sur la politique rationnelle indicando nei principi repubblicani di libertà, uguaglianza, fraternità uniti alla moralità di origine cristiana i fondamenti di ogni legittima azione politica, che rifiutavano sia l'uso dell'arbitrio autoritario dei governi che della violenza popolare.
Eletto deputato nel 1833, sostenne alla Camera il ruolo di un oratore poeta la cui generosità e elevamento di pensiero e sentimenti mettono al di sopra delle parti: si batte per l’abrogazione della pena di morte e per l’assistenza ai poveri, così come, in un discorso tenuto il 2 maggio 1834, per la conquista coloniale dell'Algeria, intrapresa, incontrando una dura resistenza, fin dal 1830. Con l'avvento al governo del conservatore Guizot, Lamartine assunse un atteggiamento di aperta opposizione il cui manifesto egli rappresentò con la pubblicazione, nel giugno 1846, dell' Histoire des Girondins.
Nell'opera, Lamartine analizza le vicende della Rivoluzione francese dal 1791 alla caduta di Robespierre nel luglio 1794.
Per lui, la Rivoluzione francese rappresenta il movimento politico che realizza il principio cristiano di democrazia, fondato sulla legge, sulla ragione e sulla sovranità popolare. Egli ignora ogni tesi di lotta di classe fra aristocrazia e borghesia, già sostenuta da Thiers, Mignet, Thierry e lo stesso Guizot, rifacendosi piuttosto alle tesi di Philippe Buchez e Prosper-Charles Roux nella loro Histoire parlementaire della Révolution francaise, di Edgar Quinet e di Jules Michelet.
Naturalmente, sostiene Lamartine, l'applicazione, da parte di esseri umani, di tali principi, non fu senza errori ed eccessi. Così condanna l'esecuzione di Luigi XVI, che pure giudica colpevole di tradimento, e il Terrore, non tanto per una condanna pregiudiziale di ogni violenza politica, ma perché ritiene che in quelle circostanze non fosse necessario e arriva a disegnare un ritratto di Robespierre, pur fra luci e ombre, sostanzialmente positivo, riconoscendogli un'alta ispirazione ideale nel suo tentativo di caratterizzare la Repubblica sui fondamenti di una democrazia avanzata. Non era un'interpretazione originale, perché già fatta propria dai teorici democratici e socialisti, ma ebbe grande diffusione, tanto per lo stile letterario e immaginoso che per aver trovato un'opinione pubblica scontenta del conservatorismo e della corruzione del governo Guizot.
I repubblicani più radicali chiedono una riforma della Costituzione in senso democratico: questo movimento, noto come "campagna dei banchetti" portò alla caduta del governo Guizot e della stessa monarchia nel febbraio 1848.
Lamartine è fra i più attivi: membro del governo provvisorio, è il ministro degli esteri della Seconda Repubblica. Ottiene l’abolizione della schiavitù nelle colonie ed è rimasto celebre il suo discorso del 25 febbraio in cui chiede di scegliere come bandiera nazionale il tricolore, rifiutando la bandiera rossa.
La rivoluzione di febbraio fu una rivoluzione tanto pacifica da essere considerata letteraria, ma quel romanticismo fu smentito nei mesi successivi: il rifiuto dei conservatori, eletti in maggioranza nel nuovo parlamento, di affrontare i problemi sociali del Paese, portò all'insurrezione gli operai parigini il 24 giugno 1848. Lamartine si dimette dal governo e la rivoluzione di giugno è soffocata nel sangue dal generale Cavaignac; le elezioni presidenziali del 10 dicembre successivo vedono il trionfo di Luigi Bonaparte.
Durante il periodo rivoluzionario del 1848 Lamartine aveva cercato di presentarsi come l'uomo al di sopra delle parti, confidando sul suo prestigio di poeta e sulla sua eloquenza, finendo per essere malvisto tanto da destra che da sinistra: è rimasta famosa la frase che gl'indirizzò un operaio parigino: «Va là, non sei che una lira», a indicare la suggestione melodiosa - ma di dubbia autorevolezza politica - della sua oratoria. Quando lo scontro sociale si radicalizza, egli non è in grado di impedire la repressione sanguinosa, che pure non voleva, perché non può appoggiare le istanze popolari.
Nel giugno 1849 Lamartine è eletto all’Assemblea Nazionale ma il colpo di Stato bonapartista del 2 dicembre 1851 gli chiude ogni prospettiva politica: con la dittatura, Lamartine non ha più un ruolo politico da svolgere e, gravemente indebitato com'è, lascia l'attività politica per quella letteraria.
Le Désert ou l’immatérialité de Dieu, già iniziato negli anni Trenta adurante il viaggio in Oriente, fu pubblicato insieme al suo Cours familier de littérature: Lamartine vi riflette la sua fede in un Dio creatore e inaccessibile; l’immagine di un deserto, che si stenda immenso innanzi agli occhi, è quella che meglio può esprimere, secondo Lamartine, l’idea di Dio, misterioso essere senza tempo. La vigne et la maison, pubblicato nel 1857, è la rievocazione dei felici anni passati a Milly, rievocazione dolorosa, perché il poeta, oberato di debiti, sa di doversi privare di quella casa e di quelle terre, che infatti vende nel 1860.
Nel 1844 aveva nuovamente visitato Napoli e il suo golfo: nel ricordo del suo amore giovanile per la giovane figlia di pescatori di Procida, aveva iniziato a scrivere il romanzo idillico Graziella, che conclude nel 1852 e unisce poi nel piano generale delle sue Confidences: ne fa parte anche Raphaël, ove ricorda l'amore per Julie.
Gli ultimi anni furono tristi: nel 1863 muore sua moglie Mary Ann e nel 1867 è colpito da un ictus che lo priva dell'uso della parola. Il governo lo soccorre con una dotazione di mezzo milione di franchi e la municipalità di Parigi gli mette a disposizione un villino di Passy, dove muore nel 1869. La famiglia rifiutò i funerali di Stato.
Lamartine è sepolto, insieme con la sua famiglia, in un caveau da lui stesso fatto costruire, addossato al muro di cinta del castello di Saint-Pierre.

L'opera di Lamartine
La sua religiosità consistette in un sentimento del divino immerso non «in quella regione dove le specialità dividono i cuori e le intelligenze» ma «in quella in cui tutto ciò che si innalza a Dio s’incontra e si accorda», e l’espressione, se non il pensiero, si fa necessariamente panteista. La sua filosofia fu un etereo spiritualismo, che non si concretizzò in nessuna dottrina, fu un’armonia tra l’anima del poeta e l’anima del mondo, originando un ottimismo aperto, speranze infinite.
La sua prima raccolta poetica, Méditations poétiques, è il capolavoro lirico di Lamartine per la freschezza e la novità dell’ispirazione, mentre nelle Nouvelles Méditations si avverte già il virtuosismo subentrare alla sincerità.
Quanto alle Harmonies, la forma è meno pura, permane il virtuosismo e la vena poetica si fa più abbondante e magnificente. In Jocelyn e nella Chute d’un ange la poesia va cercata in singoli brani, come avviene nei Recueill

▪ 1875 - Jean-Claude Colin (Saint-Bonnet-le-Troncy, 7 agosto 1790 – Pomeys, 28 febbraio 1875) è stato un religioso francese, fondatore della Società di Maria.
Ottavo dei nove figli di Jaques e Marie Gonnet, perse presto entrambi i genitori ed all'età di quattordici anni entrò nel seminario di Saint-Jodard: passò poi a quelli di Alix, Verrières ed infine a quello di Saint-Irénée di Lione, dove completò la sua formazione teologica e filosofica.
Venne ordinato sacerdote il 22 luglio 1816 ed il giorno successivo, presso il santuario di Fourvière, con altri undici compagni, decise di consacrarsi alla Vergine mediante la fondazione di una nuova congregazione, quella dei Maristi: le costituzioni dell'istituto vennero elaborate da Colin nel periodo successivo, mentre era assistente del parroco di Cerdon, e vennero approvate dai vescovi di Pinerolo, Puy e Belley e da Denis de Frayssinous, ministro per gli affari ecclesiastici.
Papa Gregorio XVI approvò la fondazione con il breve Omium gentium salutis del 29 aprile 1836 ed il 15 novembre successivo Colin venne eletto superiore generale della congregazione.
Sotto la sua gestione, i maristi iniziarono a dedicarsi all'istruzione della gioventù, alle missioni popolari ed a quelle estere, soprattutto in Oceania.
Nel 1854 si ritirò a La Neylière, presso Pomeys, dove si spense l'anno seguente.

▪ 1921
- Giovanni Berta (Firenze, 1894 – Firenze, 28 febbraio 1921) è stato un attivista italiano.
Fu un militante fascista nelle squadre d'azione fiorentine, ucciso dai militanti comunisti durante gli scontri del Pignone. A lui il comune di Firenze dedicò lo Stadio Comunale, progettato da Pier Luigi Nervi e dopo la guerra ribattezzato Stadio Artemio Franchi.
Giovanni Berta, detto Gianni, era figlio di un piccolo industriale metallurgico fiorentino. Partecipò alla guerra italo-turca del 1911 e alla Prima guerra mondiale. Al termine del conflitto aderì ai Fasci di Combattimento.
Partecipa agli scontri fra fascisti e comunisti nel febbraio del 1921: durante un tentativo degli squadristi di forzare il blocco del Ponte Sospeso, viene circondato dai comunisti e gettato al di là del parapetto del ponte. Nel disperato tentativo di non cadere nelle acque dell'Arno - che erano gonfie data la stagione - Berta tenta di reggersi al bordo del ponte, ma gli avversari lo colpiscono a calci e bastonate sulle mani e in faccia, e lo precipitano tra i flutti, dove annegherà. Secondo altre versioni, invece, Berta, solo simpatizzante fascista ma non squadrista, viene sorpreso isolato nei pressi del ponte con all'occhiello della giacca una spilla fascista, inseguito e quindi gettato in Arno dopo un pestaggio.

"Martire Fascista"
Giovanni Berta dopo la sua morte viene considerato dal Fascismo un martire della rivoluzione, e il suo nome servirà ad infiammare gli animi degli squadristi. Verranno prodotte cartoline commemorative, canzoni e - dopo la Marcia su Roma - gli saranno intitolate strade, edifici pubblici, una dragamine, il Giovanni Berta classe Pellegrino Matteucci, della Regia Marina, prima unità italiana ad essere affondata durante la guerra e un villaggio coloniale in Libia. La sua figura venne additata agli studenti nelle scuole come esempio di abnegazione fino al supremo sacrificio durante tutto il ventennio.

La canzone "Hanno ammazzato Gianni Berta"
A Giovanni Berta fu dedicata una delle canzoni degli squadristi, che fu fra le più cantate nel periodo 1921-1924, e il cui motivo - originariamente era un canto anarchico di Pietro Gori Addio Lugano Bella - ha continuato a risuonare - con le più diverse finalità - fino ai nostri giorni.

Hanno ammazzato Giovanni Berta
Fascista tra i fascisti,
vendetta. sì vendetta
farem sui comunisti.

Rit. La nostra Patria è l’Italia bella,
la nostra fede è Mussolini,
e noi vivremo con un sol pensiero,
quello di abbattere Lenin!

Riposa in pace Giovanni Berta
Dormi tranquillo il sonno:
ti vendicheremo un giorno
ti vendicheremo un giorno.

Questa canzone fu poi adattata a seconda del nome del caduto, per ricordare i molti martiri della rivoluzione fascisti dalle varie squadre d'azione. Nella versione dedicata al caduto Tito Menichetti la strofa cambiava con versi ferocissimi:

Dormi tranquillo Tito,
noi ti vendicheremo
col sangue comunista
i fiori t’annaffieremo

A questa canzone seguì di lì a poco una risposta da parte dei comunisti, che faceva:

Hanno ammazzato Giovanni Berta
Figliol d’un pescecane,
viva quel comunista
che gli pestò le mane (sic)
L'epurazione del personaggio nel dopoguerra
A Giovanni Berta furono dedicate molte opere pubbliche, strade e una nave (una cannoniera) della Regia Marina. Tutt'oggi, quasi tutte queste opere o sono scomparse o hanno cambiato nome. Fanno eccezione, nella la città di Isernia via Giovanni Berta, una delle strade principali del capoluogo molisano, Marsala (TP) che mantiene intitolata al caduto una via nel quartiere cittadino di Porticella e Salerno, dove una via omonima è sfuggita all'epurazione postbellica in località Torrione. Anche a Sant'Angelo dei Lombardi (AV) in località San Rocco esiste tuttora una "via Berta".

- Luigi Corradi (Senigallia, 19 settembre 1848 – Terni, 28 febbraio 1921) è stato un ingegnere e insegnante italiano.
È stato il fondatore della Sezione industriale del Regio Istituto Tecnico di Terni, che contribuì in maniera determinante allo sviluppo industriale di questa città italiana.
Nacque a Senigallia in pieno clima risorgimentale il 19 settembre 1848 da nobile famiglia originaria di Urbino, vivendo la sua giovinezza nei tumultuosi anni che prepararono l'unità d'Italia. Il padre prof. Pietro morì quando era ancora molto giovane e Luigi fu educato dalla madre e dallo zio materno prof. Francesco Saverio Massajoli esponente di spicco del Risorgimento nelle Marche, rappresentante delle Marche al parlamento di Torino, primo sindaco della città di Urbino dopo l’annessione al Regno d'Italia in rapporti di amicizia con Giuseppe Garibaldi.
Terminati gli studi liceali a Ravenna, Luigi Corradi conseguì la licenza nella facoltà di Matematiche Pure dell'Università di Urbino nel 1870 e successivamente nel 1872 si laureava ingegnere civile ed architetto nella Regia Scuola d'Applicazione degli ingegneri in Roma.
Due anni dopo veniva nominato dal Ministero, in un primo momento professore incaricato di fisica e agronomia, nel Regio Istituto Tecnico di Terni, e, successivamente, sempre nello stesso istituto, insegnante di fisica, storia naturale, geografia fisica ed astronomica.
In seguito il Comune di Terni lo nomina insegnante di matematiche anche nel Liceo comunale.
I Regi Istituti Tecnici erano scuole tecniche, oggi non più esistenti, per la formazione di ingegneri e tecnici laureati. Nella maggior parte dei casi a seguito della riforma gentile furono trasformati in Licei Scientifici.
Il Comune di Terni gli conferisce nel 1877 l’incarico di insegnare agraria, costruzioni ed estimo nella sezione di Agrimensura del Regio Istituto Tecnico, di cui divenne preside con nomina ministeriale nel 1883.
Il Corradi, avendo notato come la maggior parte dei tecnici che occupavano posti direttivi nelle industrie italiane avevano compiuto i loro studi all'estero e che in Italia, pur con la riforma del 1876, che istituiva le Scuole Industriali annesse agli Istituti Tecnici, non si raggiungeva il livello delle scuole analoghe esistenti in Francia, Belgio e Germania, come quelle di Châlons-en-Champagne, Angers ed Aix, ne arguì che ciò era dovuto principalmente all'organizzazione delle scuole italiane.
In queste non si teneva abbastanza conto dell'applicazione pratica degli studi teorici, venendo a mancare il necessario collegamento tra la scuola e l'officina.
Nello stesso anno in cui fu nominato preside del Regio Istituto Tecnico, Corradi presentò al Ministro della Pubblica Istruzione un progetto dal titolo "Della istituzione di una Scuola di Meccanica Industriale e Metallurgia presso il Regio Istituto Tecnico di Terni", in cui si proponeva di istruire i giovani, oltre che nelle materie teoriche, nella pratica del lavoro manuale, facendo frequentare agli allievi dei primi corsi le piccole officine di cui abbondava la città, e a quelli delle classi superiori i grandi complessi meccanici e metallurgici.
Il progetto fu approvato da una commissione formata tra gli altri dai signori “Dott. Cav. A. Fabbri, Sindaco di Terni; On. Col. C. Zanolini, direttore degli Alti Forni e Fonderie di Terni; l’ing. G. Petaut; l’ing. Della Volta, direttore dello Stabilimento della Ferriera; Cav. G. Jacoboni, ingegnere delle Ferrovie Romane; Cav. S. Caraciotti, preside della Giunta di Vigilanza sul Regio Istituto Tecnico” ed inviato al Ministero a Roma. Con decreto 8 agosto 1883 il Ministero approvava i provvedimenti presi dal Consiglio Municipale di Terni per l'apertura della sezione industriale. L'istituto, che aveva avuto fino a quel momento in media 15 - 20 alunni, attirò giovani da ogni parte ed acquistò un notevole prestigio.
Luigi Corradi partecipava anche in ogni occasione alla vita sociale e politica della città: nel 1885 lo troviamo a far parte, con Ottavio Coletti, Benedetto Faustini e Domenico Dorazi, della commissione edilizia che progetta il Piano regolatore di Terni: nel 1900 si fa promotore della costituzione di un sotto-Comitato della società "Dante Alighieri": nello stesso anno egli e il Regio Istituto Tecnico venivano premiati all'Esposizione Universale di Parigi con la medaglia d'oro. Per molti anni fino alla morte fu tra i soci amministratori della Cassa di Risparmio di Terni.
Fu collocato a riposo nel 1917 e, successivamente, fu nominato Ufficiale nell'ordine della Corona d'Italia. Morì in Terni il 28 febbraio 1921.
Uomo quanto mai versatile, si impegnò in moltissime attività anche lontane dalla professione da lui esercitata nell'ambito della scuola. Partecipò infatti con i tecnici del Comune alla elaborazione del Piano regolatore di Terni e contemporaneamente affiancò il senatore Paolano Manassei nella gestione del Comizio Agrario tanto da essere inviato in Sicilia a studiare da vicino una malattia della vite.
Dotato di un particolare carisma, che gli aveva procurato la stima e la fiducia degli amministratori dell'epoca, svolse la sua opera in molteplici campi ottenendo spesso ottimi risultati.
Nel 2003 il Comune di Terni ha intitolato una strada alla sua memoria.

▪ 1955 - Gavriil Konstantinovič Romanov (Pavlovsk, 15 luglio 1887 – Parigi, 28 febbraio 1955) fu il secondo figlio del granduca Konstantin Konstantinovič di Russia e della moglie Elizaveta Mavrikievna. Bisnipote dello zar Nicola I, nacque nell'impero russo e servì nell'esercito durante la Prima Guerra Mondiale. Durante la guerra e la conseguente rivoluzione perse la maggior parte della sua famiglia, mentre lui riuscì a scampare l'uccisione da parte dei bolscevichi e trascorse il resto della sua vita in esilio in Francia.

▪ 1956 - Beato Carlo Gnocchi (San Colombano al Lambro, 25 ottobre 1902 – Milano, 28 febbraio 1956) è stato un sacerdote, educatore e scrittore italiano. È venerato come beato dalla Chiesa cattolica.
«Un volto, uno sguardo che viene da lontano: l’amore per i giovani, la passione educativa, lo slancio di un lungo e mai finito cammino, tra i sentieri della guerra, nei silenzi smarriti della terra russa, l’affetto tenero ed appassionato per i suoi mutilatini»

Fu cappellano militare degli alpini durante la Seconda guerra mondiale e, a seguito della tragica esperienza della guerra, si adoperò ad alleviare le piaghe di sofferenza e di miseria create da quest'ultima.
....(cfr. da ricordare)
Il 25 ottobre 2009 il rito di beatificazione è stato presieduto dall'arcivescovo di Milano, cardinale Dionigi Tettamanzi alla presenza di numerosi sacerdoti ambrosiani e vescovi. Tra questi anzitutto il cardinal Prefetto della Congregazione dei Vescovi Giovanni Battista Re, l'ex-cerimoniere pontificio mons. Piero Marini e il Prefetto della Congregazione per le Cause dei Santi, Mons. Angelo Amato.
La sua opera assistenziale, che va sotto il nome di Fondazione Don Gnocchi pro Juventute, attualmente denominata Fondazione don Carlo Gnocchi Onlus, è stata premiata nel 2003 con medaglia d'oro al merito della sanità pubblica

* 1975 - Mikis "Miki" Mantakas (Atene, 13 luglio 1952 – Roma, 28 febbraio 1975) è stato uno studente greco. Morì a Roma, colpito da due proiettili nel corso degli scontri avvenuti nelle strade durante il processo agli imputati accusati del Rogo di Primavalle.
Mikis Mantakas, era figlio di Kalliopi, un'oppositrice al regime greco dei colonnelli rifugiata in Italia dal 1967.
Il padre era invece un ex generale che guidò le truppe partigiane durante la guerra contro il nazifascismo.
Era militante universitario del FUAN da appena due mesi e venne ucciso il 28 febbraio 1975, a 23 anni, davanti alla sezione del MSI di Via Ottaviano a Roma, in occasione di un assalto alla sezione missina del rione Prati, seguito al processo per il rogo di Primavalle in cui morirono due ragazzi, Stefano e Virgilio Mattei, figli del segretario locale del MSI.
Umberto Croppi presente quel giorno di febbraio, ricorda che gli assalti alle sedi missine erano diventate sempre più frequenti dopo il 1972, quando era stato deciso di individuare nel panorama politico un arco costituzionale che portasse a escludere il MSI dalla vita parlamentare e le susseguenti parole di Enrico Berlinguer ("coi fascisti non si parla").
Del suo omicidio furono accusati i militanti di Potere operaio Alvaro Lojacono e Fabrizio Panzieri.

Le ore precedenti l'omicidio
La giornata inizia con un tafferuglio all'ingresso del Palazzo di Giustizia nel settimo giorno del processo per la strage di Primavalle dove c'è Achille Lollo alla sbarra e gli iscritti al MSI hanno dato vita a manifestazioni fin dal primo giorno. Gli scontri fra le parti si acuiscono anche per l'arrivo dei manifestanti di un corteo della sinistra non autorizzato da Primavalle fino a piazzale Clodio; i manifestanti si scontrano subito con la polizia, con altri incidenti anche davanti il Tribunale.
Tra i manifestanti in prima fila si trova il ventenne Alvaro Lojacono che si scontra con un avversario politico, divisi poi dai carabinieri del maggiore Antonio Varisco, che è l'ufficiale responsabile dell'ordine pubblico a Palazzo di Giustizia, e che qualche anno dopo verrà ammazzato dalle Brigate Rosse.

Il delitto
All'una, con la sospensione dell'udienza, i manifestanti del corteo di sinistra si spostano verso la sede missina di via Ottaviano, 9 per assaltarla. Fabrizio Panzieri e Alvaro Lojacono sparano verso l'ingresso del palazzo appostati alla sinistra della porta. Mantakas, asserragliato nell'edificio con altri ragazzi, decide una sortita da un altro ingresso del palazzo, posto direttamente sulla Piazza del Risorgimento al civico 24; con un altro coetaneo, corre quindi verso lo spigolo dell'edificio per recuperare il controllo dell'ingresso, armato di una cintura stretta in pugno, ma svoltato l'angolo viene freddato da un colpo calibro 38 in piena fronte sparato da Alvaro Lojacono giratosi di scatto verso i due missini accorrenti. Dopo due ore di agonia, il cuore di Mantakas cessa di battere alle 18,45 in punto.

Le ore successive all'omicidio
Panzieri viene fermato subito da un poliziotto, mentre i missini identificano Lojacono, portando alla perquisizione di casa sua. Nell'elegante appartamento del padre, vicino Campo de' Fiori (noto economista, collaboratore dell'Istituto per gli studi di programmazione economica), una cameriera apre agli agenti, ma il giovane non c'è.

I tre gradi del processo Lojacono
In primo grado (nel marzo del 1977) viene scagionato dall'accusa di omicidio. In secondo grado (dibattimento tenuto dal 28 aprile al 31 maggio 1980) la camera presieduta da Filippo Mancuso lo condanna a sedici anni di reclusione. Ricorrendo in Cassazione, rimane in libertà e questo, gli permette di darsi ancora alla latitanza grazie a coperture familiari e parlamentari. Fuggito prima in Algeria e poi in Svizzera sconta comunque undici anni di carcere a Lugano per l'omicidio del giudice Tartaglione, ma neanche un giorno per l'assassinio di Mikis Mantakas.

Conseguenze
L'omicidio di Mantakas si inserisce appieno nel quadro fosco degli anni del terrorismo, con omicidi, esecuzioni, vendette, appoggi polici, connivenze e depistaggi. Molti personaggi coinvolti in questo episodio verranno ritrovati in altri fatti di sangue: in primis Lojacono, latitante a Roma per due anni, nel periodo tra l'omicidio Mantakas e l'assoluzione in primo grado, che, passato prima alle FAC, Formazioni Armate Comuniste e poi alle Brigate Rosse è autore dell'assassinio di tre giudici in pochi mesi e nello stesso anno, il 16 marzo 1978, della morte degli agenti di scorta di Aldo Moro nella Strage di via Fani. Altri volti di Potere Operaio come Valerio Morucci, Franco Piperno, Oreste Scalzone, Lanfranco Pace riempiranno negli anni successivi le pagine di cronaca nera dei giornali.
La sezione dell'MSI di via Ottaviano fu ancora al centro di varie vicissitudini che portarono anche alla sua temporanea chiusura ad esempio dopo la morte del giovane Walter Rossi di Lotta Continua due anni dopo alla Balduina.

Posizioni controverse
A sostegno di Fabrizio Panzieri, condannato a otto anni, tra le altre cose, per concorso morale nell'omicidio Mantakas, tre autorevoli maitres à penser della sinistra, Vittorio Foa, Aldo Natoli e Antonio Landolfi, componenti del Comitato per la liberazione di Panzieri, si autodenunciano provocatoriamente.

▪ 1980 - Piero Bargellini (Firenze, 5 agosto 1897 – Firenze, 28 febbraio 1980) è stato uno scrittore e politico italiano, sindaco di Firenze durante l'alluvione del 1966.
Nato nel 1897 in una famiglia benestante, iniziò la sua formazione in scuole tecniche, seguendo l'indirizzo ed i consigli del padre, che era ingegnere dell'Istituto geografico militare. Si diplomò geometra nel 1914 all'istituto Tecnico fiorentino ed ebbe come compagno Carlo Betocchi, futuro poeta e amico stimato per tutta la vita, anche quando i loro percorsi divergeranno.
Durante la Grande Guerra fu sottotenente del 19° Artiglieria di campagna e si distinse per il suo coraggio. Dopo la guerra iniziò a frequentare la Facoltà di Agraria dell'Università di Pisa, ma abbandonò ben presto gli studi tecnici per frequentare i corsi di lettere, e poi i corsi di pittura presso l'Accademia di Belle Arti.
Abbandonata l'università, ottenne l'abilitazione magistrale. Maestro elementare, poi direttore didattico, nel 1937 fu nominato, per meriti eccezionali, ispettore centrale del ministero dell'Educazione Nazionale, incarico che lasciò nel 1948.
Raggiunse una certa notorietà con le sue prime opere: Fra Diavolo (1932) e San Bernardino da Siena (1933). L'ispirazione cattolica ed apologetica lo guidò fin dall'inizio della sua attività culturale e letteraria, tesa a propiziare l'incontro tra la fede e la cultura. Non è un caso che proprio una delle prime opere di Bargellini, Figlio dell'Uomo, Figlio di Dio, edita nel 1933 da Morcelliana, sia stata scritta a quattro mani con il sacerdote lucano don Giuseppe De Luca, lucido pensatore e rigoroso studioso.
Bargellini fu anche un vivace animatore del dibattito culturale: dopo aver fondato e diretto dal 1923 il Calendario dei pensieri e delle pratiche solari, nel 1929 fondò la ben più importante Frontespizio, rivista cattolica di cultura e apologetica di cui fu direttore e ispiratore fino al 1938. Carlo Betocchi e Nicola Lisi furono i primi collaboratori. Per essa scrissero autori del calibro di Mario Luzi, lo stesso Betocchi, Carlo Bo e don Giuseppe De Luca.
Dopo aver lasciato la direzione della rivista (che venne chiusa nel 1940) si occupò soprattutto di divulgazione popolare. S'interessò in particolare di storia e di arte e dedicò gran parte delle sue pubblicazioni alla carissima città di Firenze, che fece conoscere e amare anche agli stessi fiorentini. Si dedicò inoltre alla redazione di molti testi scolastici e didattici ed approfondì le sue vaste conoscenze letterarie, confluite poi nell'opera in due volumi Pian dei Giullari, panorama storico della letteratura italiana (1946-1950).
Iscritto al Partito Fascista e costretto talvolta a collaborare col periodico La difesa della razza, accolse però spesso e volentieri sulle pagine del Frontespizio scritti che criticavano la filosofia del regime, fino all'articolo di Papini Razzia dei Razzisti (dicembre 1934), dura reprimenda di ogni discriminazione.
Sebbene il nome di Bargellini appaia nel 1938 tra i firmatari del Manifesto della razza in appoggio all'introduzione delle leggi razziali fasciste, è stato da più parti prospettato che fosse stato inserito a sua insaputa, soprattutto considerati i toni di accorata protesta riscontrabili nel contemporaneo epistolario con Papini (Roma, 2006) e il coraggioso articolo di dissenso O razza, o stirpe, o schiatta che Bargellini scrisse per il numero del Frontespizio pubblicato nel luglio 1938.
Dopo la guerra Bargellini aderì alla Democrazia cristiana.
Per la sua competenza letteraria ed artistica, e certamente anche per la sua fede cattolica, Giorgio La Pira, il famoso "Sindaco Santo" di Firenze, lo volle accanto a sé come assessore alle Belle Arti e alla Pubblica Istruzione.
Sotto la sua guida furono restaurati palazzi, monumenti e tabernacoli, fu riscattato il Forte Belvedere, rinnovate le mense scolastiche, furono potenziati il Maggio Musicale Fiorentino e la Mostra dell'Artigianato, nacque la Mostra dell'Antiquariato.
Nel 1966 fu lui stesso eletto sindaco di Firenze, rimanendo in carica fino all'anno successivo (1967). Affrontò con coraggio i giorni difficili dell'alluvione. È infatti ricordato da tutti come il "Sindaco dell'alluvione".
La sua vicenda politica proseguì in Parlamento: nel 1968 in Senato e nel 1972 alla Camera dei Deputati.
Morì nel 1980. Vennero pubblicate postume pagine autobiografiche.

Attività editoriale
Bargellini fu uno scrittore molto prolifico, profondamente consapevole e fiero della sua "fiorentinità". Fu divulgatore e ambasciatore della cultura e dell'arte fiorentina nel mondo. Prosatore arguto e vivace, tanto da ricordare talvolta Giovanni Papini, dedicò i suoi studi e le sue fatiche letterarie alla storia, all'arte e alla spiritualità.
I suoi lavori più belli sono forse i ritratti di santi e poeti, di ambienti e periodi storici e artistici, soprattutto della sua amata Toscana. La leggiadria della sua prosa artistica attrae e diletta, la tensione morale che l'attraversa coinvolge il lettore.
I suoi scritti di spiritualità sono stati dedicati per lo più all'agiografia. In tal genere fu capace di raccogliere le tradizioni e le leggende con simpatia e, pur correggendo il facile amore popolare per il meraviglioso, lo indirizzò nuovamente all'evangelica sostanza senza cancellarne il ricordo. Eccellenti opere letterarie sono la biografia di San Bernardino da Siena (per stendere quest'opera pregevole egli attinse abbondantemente dai Sermoni dell'illustre Santo toscano) e la biografia di San Francesco; scrisse anche la prefazione alla pubblicazione delle opere di Camilla da Varano, ossia la clarissa sr. Battista. A livello popolare furono molto noti i volumi sui Santi del giorno, trascritti da conversazioni radiofoniche quotidiane.

Selezione di opere
▪ Piero Bargellini, Figlio dell'Uomo, Figlio di Dio, Brescia, Morcelliana, 1933.
▪ Piero Bargellini, San Bernardino da Siena, Brescia, Morcelliana, 1933.
▪ Piero Bargellini, Giosuè Carducci, Brescia, Morcelliana, 1934.
▪ Piero Bargellini, Città di pittori, Firenze, Vallecchi, 1939.
▪ Piero Bargellini, Via Larga, Firenze, Vallecchi, 1940.
▪ Piero Bargellini, Caffè Michelangiolo, Firenze, Vallecchi, 1944.
▪ Piero Bargellini, Santi come uomini, Firenze, Vallecchi, 1956.
▪ Piero Bargellini, Santi del giorno, 2 voll., Firenze, Vallecchi, 1958.
▪ Piero Bargellini, Belvedere : Panorama storico dell'arte, 10 voll., Firenze, Vallecchi, 1960-1963.
▪ Piero Bargellini, La splendida storia di Firenze, 4 voll., Firenze, Vallecchi, 1964.
▪ Piero Bargellini, Pian dei Giullari, panorama storico della letteratura italiana, 2 voll., Firenze, Vallecchi, 1965.
▪ Piero Bargellini, San Francesco d'Assisi, Brescia, Morcelliana, 1979.
▪ Piero Bargellini, Ennio Guarnieri (a cura di) Le strade di Firenze, 4 voll., Firenze, Bonechi, 1980. ISBN 9788880294528
Piero Bargellini, I Medici, Firenze, Bonechi, 1980.

▪ 1994 - Enrico Maria Salerno (Milano, 18 settembre 1926 – Roma, 28 febbraio 1994) è stato un attore, regista e doppiatore italiano.
Fratello del regista Vittorio, si sposò due volte: la prima con Fioretta Pierella, che gli diede quattro figli; la seconda con l'attrice Laura Andreini, con cui visse gli ultimi dodici anni della sua vita.
Fuori dal matrimonio ebbe una relazione con l'attrice Valeria Valeri: ebbe da lei una figlia (che riconobbe e a cui diede il suo nome), Chiara, anch'essa doppiatrice e popolare attrice televisiva.
È morto per un tumore ai polmoni.

Teatro
Dopo una breve ma fruttuosa collaborazione col Piccolo Teatro di Milano, dal 1954 al 1955 (e per altri anni successivi) lavora al Teatro Stabile di Genova, portando in scena con successo opere di Dostoevskij, Pirandello e Giraudoux: apprezzato interprete drammatico, diventa in breve un grande e noto attore teatrale.
Nel 1960 fonda insieme ad Ivo Garrani e Giancarlo Sbragia la "Nuova Compagnia degli Associati", gruppo impegnato nell'allestimento di spettacoli impegnati e di critica sociale, come Sacco e Vanzetti di Roli e Vincenzoni. Nel 1963 è un marito vittima di un vizioso ménage coniugale in una riuscita trasposizione della pièce Chi ha paura di Virginia Woolf? di Edward Albee, con la regia di Franco Zeffirelli.
Nel 1967 viene scritturato da Garinei e Giovannini come protagonista della commedia musicale Viola, violino e viola d'amore, ed avrà come compagne di lavoro le Gemelle Kessler: con una delle due, Alice, ha avuto anche una relazione sentimentale.
Nel novembre del 1979 vuole accanto a sè a teatro Veronica Lario, con la quale aveva a quel tempo una relazione, come protagonista femminile della commedia di Fernand Crommelynck Il magnifico cornuto: Veronica aveva 23 anni ed era Stella, moglie di un uomo patologicamente geloso che, a un certo punto, la costringe a mostrare il seno nudo a un altro uomo (per la cronaca, l'attore Gerardo Amato, fratello di Michele Placido).
Il suo ultimo spettacolo debutta al Teatro Pergolesi di Jesi, nel gennaio 1993: è lui il protagonista del dramma di Arthur Miller Morte di un commesso viaggiatore, allestimento di cui Salerno cura anche la regia.
Cinema
Intanto è attivo anche al cinema, sia come attore (La lunga notte del '43, 1960; Le stagioni del nostro amore, 1966; L'estate, 1967; Un prete scomodo, 1975) che come doppiatore: è infatti sua la voce di Clint Eastwood nella "trilogia del dollaro" di Sergio Leone, ma anche di Enrique Irazoqui nel Vangelo secondo Matteo e di Laurent Terzieff nella Medea, entrambi film di Pier Paolo Pasolini.
Come regista invece colse un grande successo al primo film, Anonimo veneziano (1970), seguito poi da Cari genitori (1972) ed Eutanasia di un amore (1978), tratto dal romanzo di Giorgio Saviane.

Televisione
In televisione ottenne una enorme popolarità nel biennio 1968-69 come protagonista del telefilm La famiglia Benvenuti: suoi compagni di lavoro erano Valeria Valeri, Gina Sammarco e Giusva Fioravanti, destinato a diventare tristemente famoso negli anni di piombo.
Fu il primo presentatore dello show Senza Rete, e nel 1970 presentò il Festival di Sanremo con Nuccio Costa e Ira Furstenberg.
Nel 1978 gli venne affidata la conduzione dell'ultima edizione del programma televisivo Ieri e oggi.

▪ 1999 - Bing Xin, (in Cinese 冰心) (Fuzhou, 5 ottobre 1900 – Fuzhou, 28 febbraio 1999), è stata una scrittrice e poetessa cinese anche autrice di romanzi per ragazzi.
Nata nella provincia del Fujian il 5 ottobre 1900, si trasferì all'età di quattro anni con la propria famiglia a Yantai, nello Shandong. Questo trasferimento segnò profondamente il senso dell'estetico di Bing Xin per la bellezza di quella terra. Lesse, all'età di sette anni, i classici della Letteratura cinese, tra i quali Il romanzo dei tre regni di Luo Guanzhong. Nel 1913 si trasferì nuovamente, questa volta a Pechino, dove, nel 1919, si scoprì di tendenze patriottiche in seguito alle proteste di quell'anno, che sono state la base della Grande Rivoluzione Culturale del 1966. Divenne dunque una convinta anti-colonialista e si dedicò, soprattutto all'università, a scrivere articoli contro la dominazione straniera.
Nel 1923 si laureò con il massimo dei voti e vinse una borsa di studio per il Wellesley College (Massachusetts). Anche negli Stati Uniti ebbe successo: nel 1926 prese la laurea in Letteratura. Il lungo soggiorno nel Nordamerica le permise di avere una mentalità più aperta, nonostante vedesse di buon occhio soprattutto il Comunismo e fosse una convinta femminista.
Ritornata in Cina lavorò come insegnante alla sua vecchia università sino al 1936. Nel 1929 sposò l'antropologo Wu Wenzao, che aveva anch'esso studiato in America. Forte dell'appoggio del marito viaggiò molto per il mondo, visitando l'Europa e frequentando prestigiosi circoli letterari; in uno di questi viaggi conobbe la scrittrice britannica Virginia Woolf, forse la più importante del XX secolo.
Nell'ultima parte della sua vita, Bing Xin visse e insegnò prima in Giappone, poi nuovamente in Patria, dove da tempo era nota per la propria attività letteraria. Scrisse diversi romanzi e poesie e tradusse soprattutto le opere del Premio Nobel per la Letteratura indiano Rabindranath Tagore.

* 2005 - Mario Luzi (Firenze, 20 ottobre 1914 – Firenze, 28 febbraio 2005) è stato un poeta e scrittore italiano. In occasione del suo novantesimo compleanno era stato nominato senatore a vita della Repubblica italiana.
Nato da genitori originari della zona dell'Amiata, trascorre l'infanzia a Castello, allora frazione del comune di Sesto Fiorentino, frequentando i primi cicli di scuola. In seguito, si trasferisce a Siena dove rimane per tre anni e nel 1929 ritorna nella sua città natale e a Firenze compie gli studi presso il liceo classico "Galileo".
Sempre a Firenze si laurea in letteratura francese con una tesi su Francois Mauriac.
Sono questi anni importanti per l'esordio poetico del giovane Luzi che, a Firenze, stringe amicizie con i giovani impegnati della cultura ermetica, come Piero Bigongiari, Alessandro Parronchi, Carlo Bo, Leone Traverso, nonché l'importante e instancabile critico Oreste Macrì
Collabora alle riviste d'avanguardia come Frontespizio, Campo di Marte, Paragone e Letteratura.
Esce nel 1935 la sua prima raccolta poetica La barca. Nel 1938 inizia l'insegnamento alle scuole superiori che lo porterà a Parma, a San Miniato e infine a Roma dove lavorerà alla Sovrintendenza bibliografica.
Pubblica nel frattempo (1940) Avvento notturno.
Nel 1945 ritorna a Firenze e in questa città insegna al liceo scientifico. Sono di questo periodo alcune importanti raccolte poetiche: nel 1946 Un brindisi e Quaderno gotico, nel n. 1 di Inventario, nel 1952 Onore del vero, Principe del deserto e Studio su Mallarmé. Nel 1955 gli viene assegnata la cattedra di letteratura francese alla Facoltà di Scienze Politiche di Firenze.
Nel 1963 pubblica Nel magma, nel 1965 Dal fondo delle campagne e nel 1971 Su fondamenti invisibili ai quali fa seguito Al fuoco della controversia nel 1978, Semiserie nel 1979, Reportage, un poemetto seguito dal Taccuino di viaggio in Cina nel 1985 e nello stesso anno Per il battesimo dei nostri frammenti.
Nel 1978, per l'opera Al fuoco della controversia, gli è stato assegnato il Premio Viareggio. Il 1983 vede la pubblicazione de La cordigliera delle Ande e altri versi tradotti. È inoltre autore di importanti saggi e curatore di numerose antologie (tra cui L'idea simbolista).
Il 14 ottobre 2004, in occasione del suo novantesimo compleanno è stato nominato Senatore a vita dal Presidente Carlo Azeglio Ciampi.
Si spegne a Firenze pochi mesi dopo, il 28 febbraio 2005. Ai funerali solenni, il 2 marzo dello stesso anno, ha partecipato il Presidente Ciampi. Alla memoria di Luzi è stata posta una lapide nella basilica di Santa Croce di Firenze, tra le spoglie di Michelangelo Buonarroti, Vittorio Alfieri, Galileo Galilei e il cenotafio di Dante Alighieri.

Formazione e poetica
Mario Luzi occupa un posto particolare nella famiglia dei cosiddetti ermetici e, insieme a Piero Bigongiari e a Alessandro Parronchi, si può dire che costituisca il culmine dell'ermetismo fiorentino.
La prima apparizione di Luzi avvenne alla Facoltà di Lettere dell'Università di Firenze dove si inserì nell'affiatato circolo di quel momento composto da alunni e professori che si ritrovavano per parlare e discutere senza che si avvertisse la questione degli anni o della educazione. Un clima serio e sereno al quale il giovane e timido Luzi partecipava. Luzi viveva a quei tempi in famiglia ed era arrivato alla letteratura che aveva avuto partita vinta sulla sua prima scelta universitaria, la Facoltà di Legge.
Il tema che domina nella poesia di Luzi è quello della celebrazione drammatica della autobiografia dove viene messo in risalto il drammatico conflitto tra un "Io" portato per le cose sublimi e le scene terrestri che gli vengono proposte.

La prima fase
Il primo momento della poesia di Luzi, quella più propriamente ermetica, va dagli esordi con La barca del 1935 fino, in modo approssimativo, a Quaderno gotico con al centro Avvento notturno.
In questo periodo l'ideologia del poeta è improntata di Cristianesimo rinforzata dal recente pensiero cattolico francese, mentre, sul piano letterario, prosegue la linea "orfica" appartenente alla lirica moderna che ha come archetipo Mallarmé e che retrocede fino a Coleridge e al suo visionario romanticismo, senza peraltro dimenticare, anzi recuperandola, la tradizione italiana più vicina, cioè quella di Arturo Onofri e di Dino Campana, e non estraneo alla lezione surrealista d'oltralpe di Paul Eluard.
In questi termini Avvento notturno (1940) è un libro che, anche se apparentemente sembra riportarci con il suo tono al nostro decadentismo liberty di inizio secolo, contiene in verità, nella forza dei suoi endecasillabi, un forte strumento che evidenzia l'influenza dei surrealisti.
Le immagini dei paesaggi lunari, delle città spettrali, dei marmi e delle pietre preziose, degli angeli lacrimanti e delle chimere che riempiono questi versi, niente o poco hanno realmente a che fare con le immagini liberty o con la mistica di Arturo Onofri, grazie all'uso di un lessico che, se pure impreziosito da suggestioni dannunziane, mantiene il nitore umanistico-toscano esaltandolo.
La tensione massima dei versi risulterà nella raccolta Un brindisi (1946), ma già nelle liriche datate 1940-'44 (Quaderno gotico) si sente una più matura esperienza di letture europee, come quelle derivate da Rilke e da George, quest'ultimo, tradotto da Leone Traverso, caro amico di Luzi.

La seconda fase
Il secondo e centrale momento della poesia di Luzi comprende, grosso modo, le tre raccolte Primizie del deserto (1952), Onore del vero (1957), e Dal fondo delle campagne (1965) fino a Su fondamenti invisibili (1971) nelle quali il poeta raggiunge i suoi più alti risultati.
Quello che prima era soprattutto atteggiamento letterario, in questi componimenti diventa vera esperienza dell'esistenza e il verso, pur non perdendo nulla della sua sensualità, acquista in tristezza e inquietudine diventando un vero verso in movimento.
Questa inquietudine si legge nella descrizione del paesaggio (un paesaggio aspro e tetro, perennemente corroso dal vento e visitato raramente da vuote comparse umane) e nella ricerca assillante di un collegamento tra essere e divenire, mutamento e identità, nella speranza incerta che possa essere lenita la penosa insensatezza del vivere.

La terza fase
L'ultima poesia di Luzi presenta una modifica di stile più prosastico e i contenuti si sono maggiormente aperti ai ricordi dell'adolescenza, alla descrizione di ambienti quotidiani vicino a quella di paesaggi esotici.
Ed è proprio alla lettura di questa sua ultima poesia, dal Fuoco della controversia che ricevette il Premio Viareggio nel 1978 a Per il battesimo dei nostri frammenti (1985), che si comprende che la storia del poeta ha attraversato una profonda opera di identificazione che, partita dai momenti iniziali di assoluta partecipazione alle forme dell'individualismo spirituale, è riuscita a creare un aggancio reale a quelli della prima e seconda maturità.
E quando è avvenuta la saldatura all'interno dei confini della coscienza dell'uomo è nata una delle poesie più salde e più alte del nostro tempo.
Mario Luzi ha sempre dimostrato un’umiltà d'animo come pochi dando apertamente la sua disponibilità per interviste e dibattiti durante i quali ha sotteso ossequiosità al dialogo nonché apertura e confronto dialettico. Sono stati numerosi gli sudenti ai quali ha concesso interviste durante gli ultimi anni della sua vita. Molti di questi studenti provenivano dalle più disparate zone d'Italia.

Poesia
▪ La barca. Modena, 1935.
▪ Avvento notturno. Firenze, 1940.
▪ Biografia a Ebe. Firenze, 1942. Prosa poetica
▪ Un brindisi. Firenze, 1946.
▪ Quaderno gotico. Firenze, 1947.
▪ Primizie del deserto. Milano, 1952.
▪ Onore del vero. Venezia, 1957.
▪ Il giusto della vita. Milano, 1960. Tutte le poesie fino al 1960.
▪ Nel magma. Milano 1963. Nuova edizione accresciuta, Milano, 1966.
▪ Dal fondo delle campagne. Torino, 1965.
▪ Su fondamenti invisibili. Milano, 1971.
▪ Al fuoco della controversia. Milano, 1978.
▪ Semiserie. Salerno, 1979.
▪ Reportage, un poemetto seguito dal Taccuino di viaggio in Cina. Milano, 1980.
▪ Per il battesimo dei nostri frammenti. Milano, 1985.
▪ La cordigliera delle Ande e altri versi tradotti. Torino, 1983.
▪ Frasi e incisi di un canto salutare. Milano, 1990.
▪ Viaggio terrestre e celeste di Simone Martini. Milano, 1994.
▪ Diana, risveglio
▪ Sotto specie umana. Milano 1999.
▪ Dottrina dell'estremo principiante. Milano, 2004.
Cui vanno aggiunti i poemetti drammatici inclusi in Teatro e i testi teatrali Pontorno (1995), Io, Paola, la commediante, (1992) e Ceneri e ardori (1997)
▪ 11 settembre 2001(2001)
▪ Il fiore del dolore. Firenze, 2003. Testo teatrale.
▪ Essere rondine

Altri testi
▪ Giustizia e politica tra prima e seconda Repubblica, con Rocco Buttiglione, 1998
▪ Mario Luzi, tra poesia e vita, Antologia poetica (a cura di Marco Zulberti), Trento, Edizioni U.C.T., 2006

Segnalazioni
La rivista "Poesia", mensile internazionale di cultura poetica, edita da Crocetti ha dedicato al poeta il numero 159 del marzo 2002 e il numero 187 dell'ottobre 2004.
Esiste un Centro Studi Mario Luzi "La Barca" (che prende il nome dal libro d'esordio di Luzi) che è stato fondato nel luglio 1999 con lo scopo precipuo di raccogliere, custodire e divulgare oltre diecimila volumi di notevole valore, donati dal poeta al comune di Pienza, di cui è cittadino onorario.
Il Centro Studi "La Barca" raccoglie anche importanti manoscritti, lettere e carte private del Maestro, e rappresenta un insostituibile punto di riferimento per chiunque voglia accedere ad una parte del mondo finora sconosciuto del poeta nonché di molti altri scrittori e personalità della cultura novecentesca, non solo italiana, legati a Luzi da rapporti epistolari.
Il Centro Studi è curato da un comitato scientifico, di cui fanno parte alcuni tra i più noti studiosi dell'opera luziana e da un comitato operativo.
Dopo la scomparsa del poeta è stato creato il Premio Internazionale Mario Luzi.

▪ 2006 - Owen Chamberlain (San Francisco, 10 luglio 1920 – Berkeley, 28 febbraio 2006) è stato un fisico statunitense.
Scoprì insieme all'italiano Emilio Gino Segrè l'antiprotone, la particella con la stessa massa del protone ma di carica elettrica opposta.
È stato premiato come il suo collega con il Premio Nobel per la fisica nel 1959.

* 2007 - Arthur Meier Schlesinger Jr. (Columbus, 15 ottobre 1917 – New York, 28 febbraio 2007) è stato uno storico e saggista statunitense.
Due volte vincitore del premio Pulitzer, è stato anche un attivista e commentatore politico ed uno dei più influenti critici sociali del Novecento.
Figlio di Arthur Meier Schlesinger Sr., nato nella capitale dell'Ohio, è conosciuto per aver essenzialmente analizzato, in tutte le sue forme, il liberalismonstatunitense, visto attraverso l'opera di eminenti personalità del mondo economico e di alcuni presidenti, o aspiranti tali, come ad esempio Franklin D. Roosevelt, John F. Kennedy, Robert Kennedy. È conosciuto anche per aver coniato il termine imperial presidency, riferito all'epoca della presidenza di Richard Nixon.
Arthur Meier Schlesinger Sr, presidente del dipartimento di storia dell'Università di Harvard, nel 1929 invitò Gaetano Salvemini ad in insegnare ad Harvard e Salvemini dal 1933 fu membro a pieno titolo del dipartimento. Salvemini fu una figura familiare negli anni della gioventù di Arthur Schlesinger Jr.
Amava sostenere che, se si vuole sopravvivere, occorre avere idee, una visione complessiva, e coraggio. Ovvero cose che difficilmente possono essere programmate. Tutto quanto concerne la vita intellettuale e morale di ciascuno - affermava - ha principio da un individuale confronto con la propria mente e con la propria coscienza.
È morto all'età di ottantanove anni per un arresto cardiaco che lo ha colpito mentre si trovava a cena in un ristorante di Manhattan.
Uno dei principi fondanti del pensiero di Schlesinger è stato quello secondo cui persone dalla forte personalità sono in grado di mutare il corso degli eventi e, per estensione, della storia. La sua figura di storico e commentatore fra i maggiormente influenti del XX secolo non è stata esente da critiche più o meno velate, in particolare in rapporto alla sua vicinanza con almeno tre esponenti della famiglia Kennedy, per i quali curò come consigliere le campagne elettorali presidenziali.
Alla nascita fu registrato con il nome di Arthur Bancroft Schlesinger; sua madre apparteneva alla famiglia dei Bancroft che si dice avesse avuto legami con quella del primo grande storico statunitense, George Bancroft. Poco più che adolescente, scelse di firmarsi semplicemente come Arthur M. Schlesinger Jr.
Il suo stretto rapporto - di amicizia e collaborazione - con John F. Kennedy, nel periodo in cui il leader democratico poi assassinato a Dallas ricoprì il mandato presidenziale, è stato da lui raccontato nel dettagliato resoconto intitolato A Thousand Days (I mille giorni).

Schlesinger in Italia
Da militare Schlesinger collaborò con l'OSS (l'agenzia di spionaggio americana che fece da precursore alla CIA) durante la seconda guerra mondiale e dopo il conflitto visitò l'Italia, invitato da Tullia Zevi conosciuta nel 1940, conobbe Pietro Nenni e Giuseppe Saragat. Schlesinger fu d'accordo sull'intervento della CIA per evitare la vittoria comunista nelle libere elezioni del 1948. Schlesinger seguì le vicende politiche italiane e mantenne contatti con ambienti vicini al Partito Socialista Italiano ed al PSDI.
Il presidente Kennedy affidò a Schlesinger il lavoro di valutare la politica americana verso l'Italia. Schlesinger sostenne il progetto del centro-sinistra, ma l'ambasciata americana a Roma, il gruppo italiano del Dipartimento di Stato e la CIA di guardia a Roma, responsabile locale William Colby en:William Colby, supportati dall'ex ambasciatore Claire Boothe Luce en:Clare Boothe Luce, ostacolarono l'apertura al centro-sinistra.
Kennedy invece era favorevole alla formazione di una coalizione italiana di centro-sinistra, credendo che potesse diventare un modello per Germania e Francia dopo il pensionamento di Adenauer e De Gaulle. Kennedy aveva molti impegni (la Baia dei Porci, l'incontro con Kruscev, i problemi in Laos), per cui delegò Schlesinger nel compito di tratteggiare la politica italiana secondo una linea americana.
Schlesinger mise insieme un gruppo di uomini della Nuova Frontiera, ribattezzati personaggi della Casa Bianca, (White House characters) e cominciò una grande discussione all'interno del gruppo di potere americano sulla questione italiana. I personaggi della Casa Bianca includevano Robert Kennedy, McGeorge Bundy in:McGeorge Bundy, Roger Hilsman in:Roger Hilsman, Averell Harriman, George Ball in:Roger Hilsman, Richard Gardner, Arthur Goldberg in:Arthur Goldberg e Robert Komer en:Robert Komer.
Fuori dalle file dell'amministrazione statunitense c'erano alcuni rappresentanti laburisti come Victor Reuther in:Victor G. Reuther e Walter Reuther in:Walter Reuther che sostennero l'impegno del governo verso un'apertura alla socialdemocrazia. Fu scelto di sostenere la linea del centro-sinistra, che aveva come centro Amintore Fanfani e Aldo Moro, e come sinistra Pietro Nenni, Ugo La Malfa e Giuseppe Saragat.
Il progetto fu ostacolato da tutti i burocrati del Dipartimento di Stato, dall'opposizione conservatrice e dai comunisti italiani, che in parlamento lo faranno cadere.

Dal maccartismo alle teorie liberal
L'attività di Schlesinger - all'interno e fuori dalla Casa Bianca - è stata influenzata da quella del padre, l'autorevole storico Arthur M. Schlesinger Sr. (1888 – 1965), che fu docente alla Ohio State University e alla Harvard University.
Ispirato da sentimenti anticomunisti al tempo del maccartismo, poi avvicinatosi ad una visione più liberal della politica (pur senza rimanere schiavo del politically correct), è stato stimato per la schiettezza con cui ha saputo criticare certi aspetti della società americana.
Nel suo ultimo libro - War and the American Presidency - non ha mancato di muovere aspre critiche rispetto alla politica estera della presidenza Bush, soprattutto riguardo la guerra in Iraq (che ha bollato con la pittoresca locuzione: a ghastly mess, variamente traducibile ma sostanzialmente riconducibile a: un orribile disastro).
Dagli anni ottanta si è occupato, con posizione critica, del cosiddetto multiculturalismo, il cui studio ha tradotto nel libro The Disuniting of America, pubblicato nel 1991.
Ha avuto sei figli, quattro dal suo primo matrimonio con la scrittrice Marian Cannon e due dalla seconda moglie Alexandra Emmet. Il figlio Stephen ha seguito le sue orme occupandosi di scienze sociali.

Studi
▪ 1933 The Collegiate School
▪ 1938 Harvard University, senza ricevere il Ph.D.

Servizio in tempo di guerra
▪ 1942-1943 - Office of War Information
▪ 1943-1945 - Office of Strategic Services

Attività da educatore
▪ 1946-1961 - esercita l'attività di docente di storia ad Harvard
▪ 1961 - viene eletto alla American Academy of Arts and Letters
▪ 1966 - è professore della classe Albert Schweitzer alla City University di New York

Attivista democratico
▪ Figura tra i fondatori dell'Americans for Democratic Action
▪ Fra il 1952 ed il 1956 scrive discorsi per la campagna elettorale del candidato Adlai Stevenson
▪ Nella campagna elettorale del 1960 scrive i discorsi di John F. Kennedy
▪ 1961-1964 - è assistente speciale per il Presidente per gli affari dell'America Latina
Scrive il famoso memorandum per Kennedy, nel quale fornisce una serie di raccomandazioni a proposito del tentativo di rovesciare Fidel Castro, per mezzo di uno sbarco nella Baia dei Porci
▪ 1968 - scrive i discorsi per la campagna elettorale di Robert Kennedy
▪ 1980 - cura la campagna presidenziale di Edward Kennedy
▪ Dal maggio 2005 fino alla morte collabora con lo The Huffington Post

Scritti
Un suo libro del 1949 - The Vital Center: The Politics of Freedom - costituì una delle pietre militari per le politiche riguardanti il cosiddetto New Deal avviato sotto la presidenza di Franklin Delano Roosevelt, anche se non fu esente da critiche (si parlò di capitalismo non stabilizzato) specie da parte di coloro che intravvedevano - come Henry A. Wallace - una possibile coesistenza del capitalismo con il comunismo.
Schlesinger - cui furono assegnati nel 1945 (per il libro The Age of Jackson) e nel 1966 (per il citato A Thousand Days) due Premio Pulitzer, divenne in anni recenti uno dei più influenti oppositori del multiculturalismo. Scrisse le proprie teorie in materia sul libro The Disuniting of America, pubblicato nel 1991.
Cinque anni prima, nel 1986, aveva dato alle stampe The Cycles of American History, uno dei primi lavori globali sulle politiche degli Stati Uniti, influenzato dalla precedente opera del padre, anch'egli stimato storico.

Riconoscimenti
▪ 1946 - Premio Pulitzer
▪ 1965 - National Book Award
▪ 1966 - Premio Pulitzer
▪ 1979 - National Book Award
▪ 1998 - National Humanities Medal
▪ 2003 - Four Freedoms Award

Giorgio Tosatti (Genova, 18 dicembre 1937 – Pavia, 28 febbraio 2007) è stato un giornalista e commentatore sportivo italiano.
Figlio di Renato, giornalista morto il 4 maggio 1949 nella sciagura aerea di Superga nella quale perì il Grande Torino, Tosatti lavorò per anni al Corriere dello Sport - Stadio, diventandone capo-redattore all'epoca della direzione di Antonio Ghirelli e infine, a sua volta, direttore.
Con lui il giornale sportivo romano ottenne il primato delle copie vendute in un solo giorno da un quotidiano italiano, 1.696.966, dopo la vittoria dell'Italia al Campionato mondiale di calcio 1982. Fu sua l'idea per il titolo Eroici, stampato in prima pagina per celebrare il trionfo della Nazionale di calcio.
Nell'arco della sua lunga carriera ha collaborato anche come opinionista sia con la rete televisiva RAI (conducendo, tra l'altro, La Domenica Sportiva dal 1997 al 2002 e nell'edizione 2005-2006, 90° minuto dal 2002 al 2005) che con Mediaset (dal 1990 al 1997 fu l'opinionista di punta del programma Pressing, andato in onda su Italia 1, condotto prima da Marino Bartoletti e poi da Raimondo Vianello). È stato, inoltre, editorialista per importanti quotidiani italiani, tra cui Il Giornale, il Guerin Sportivo e il Corriere della Sera, dove ha tenuto una rubrica fissa nella prima pagina sportiva del lunedì, poi abbandonata nel 2006 per via dell'aggravarsi delle sue condizioni di salute e in concomitanza l'inizio dello Scandalo del calcio italiano 2006.
Nel 1996 curò l'almanacco calcistico 50 anni che fecero grande il pallone e presidente dell'Unione Stampa Sportiva Italiana. Appassionato giocatore di poker (per il quale si veda il volume di Cesare Lanza, scrisse il libro Tu chiamale se vuoi, emozioni. Uomini e sfide in 40 anni di sport (Milano, Mondadori, 2005).
Nel 2006 il suo nome fu coinvolto nelle polemiche suscitate dallo scandalo, in quanto legato ad alcune intercettazioni telefoniche in cui conversava con Luciano Moggi ma, a differenza degli altri giornalisti coinvolti, non fu aperta nessuna inchiesta dalla magistratura contro la sua figura e non venne sanzionato dall'Ordine dei giornalisti, visto che non aveva violato il principio della libertà di stampa.
L'11 ottobre 2006 fu sottoposto a un trapianto di cuore, ma non si è mai ripreso completamente, ed il 28 febbraio 2007 è morto a Pavia dopo un aggravamento delle sue condizioni.

▪ 2009 - Corrado Mangione (Bagnara Calabra, 25 novembre 1930 – Milano, 28 Febbraio 2009) è stato un logico e filosofo italiano, fu docente di logica all'Università di Milano, «uno dei padri della rinascita degli studi di logica in Italia nella seconda metà del secolo scorso».
Presso l'editore Boringhieri di Torino ha diretto la serie Testi e manuali della scienza contemporanea. Serie di logica matematica
Ha contribuito con specifici contributi alla Storia del pensiero filosofico e scientifico pubblicata da Ludovico Geymonat per Garzanti.
Insieme a Edoardo Ballo, Silvio Bozzi, Gabriele Lolli e Paolo Pagli ha curato per Bollati Boringhieri l'edizione italiana delle opere di Kurt Gödel.
È deceduto nel Febbraio 2009.


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