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Il calendario del 3 Marzo

Autore: Restelli, Silvio  Curatore: Mangiarotti, Don Gabriele
Fonte: CulturaCattolica.it  E-mail: silvio.restelli@poste.it

Eventi

▪ 1426 - La Repubblica di Venezia dichiara guerra a Milano

▪ 1517 - Avvistamento della prima città Maya Tulum, da parte degli Spagnoli, sulle coste dell'attuale Yucatan

▪ 1791 - Fondazione della Zecca degli Stati Uniti

▪ 1820 - Il Congresso degli Stati Uniti approva il Compromesso del Missouri. Il Compromesso del Missouri, o Compromesso del 1820, fu un accordo raggiunto nel 1820 tra gli stati schiavisti e gli stati antischiavisti al Congresso degli Stati Uniti, riguardante la regolazione della schiavitù nei territori del West. Proibì la schiavitù nel vecchio Territorio della Louisiana a nord del parallelo 36°30', tranne che nei confini del Missouri.

▪ 1857 - Francia e Regno Unito dichiarano guerra alla Cina

▪ 1878 - La Bulgaria ottiene l'indipendenza dall'Impero Ottomano

▪ 1891 - Papa Leone XIII pubblica l'enciclica In Ipso, sulla opportunità della convocazione annuale di congressi dei vescovi

▪ 1904 - Il Kaiser Guglielmo II di Germania diventa la prima persona ad effettuare una registrazione sonora di un documento politico, usando il cilindro di Thomas Edison

▪ 1905 - Lo Zar Nicola II di Russia accetta la creazione di un'assemblea eletta (la Duma)

▪ 1910 - Fondazione Rockefeller: John Davison Rockefeller annuncia il suo ritiro dagli affari per potersi dedicare pienamente alle sue attività filantropiche

▪ 1915 - Viene fondata la NACA, precorritrice della NASA

▪ 1918 - Germania, Austria e Russia firmano il Trattato di Brest-Litovsk, che pone fine al coinvolgimento russo nella prima guerra mondiale, e porta all'indipendenza di Finlandia, Estonia, Lettonia, Lituania e Polonia

▪ 1931 - Gli Stati Uniti adottano The Star-Spangled Banner come inno nazionale

▪ 1933 - Viene inaugurato il Memoriale Nazionale del Monte Rushmore

▪ 1936 - Il piccolo Joseph Ratzinger (Benedetto XVI) riceve la Prima Comunione in Germania

▪ 1939 - A Bombay, Mohandas Gandhi inizia a digiunare per protesta contro il governo autocratico dell'India

▪ 1944 - A Balvano si consuma la "Sciagura del treno 8017", la più grave sciagura ferroviaria italiana con oltre 500 morti

▪ 1945
  1. - Seconda guerra mondiale: Centinaia di persone muoiono a L'Aia, dopo che la Royal Air Force bombarda per errore un'area civile della città
  2. - Seconda guerra mondiale: La precedentemente neutrale Finlandia dichiara guerra alle Potenze dell'Asse

▪ 1955 - Elvis Presley appare in televisione per la prima volta

▪ 1961 - Hasan II diventa re del Marocco

▪ 1964 - Felice Ippolito viene arrestato per presunte irregolarità gestionali nel CNEN

▪ 1969
  1. - In un tribunale di Los Angeles, Sirhan Sirhan ammette di aver ucciso il candidato alla presidenza Robert F. Kennedy[senza fonte]
  2. - Programma Apollo: la NASA lancia la Apollo 9 per sperimentare il modulo lunare
  3. - Top Gun: Nasce il primo corso per piloti da caccia d'élite presso la base navale di Miramar. La scuola è chiamata ufficialmente Navy FWS (Fighter Weapons School) ma è conosciuta da tutti come Top Gun

▪ 1971 - Inizio della guerra Indo-Pakistana del 1971 e ingresso ufficiale dell'india nella Guerra di liberazione del Bangladesh in aiuto di Mukti Bahini

▪ 1972 - La NASA lancia la sonda spaziale Pioneer 10

▪ 1974 - Funzionari cattolici e luterani raggiungono un accordo per un eventuale riconciliazione in una comunione, segnando il primo accordo tra le due chiese dai tempi della riforma

▪ 1991 - Un video amatoriale mostra il pestaggio di Rodney King da parte di agenti della polizia di Los Angeles

▪ 1995 - In Somalia, finisce la missione di peacekeeping delle Nazioni Unite

▪ 1999 - Bertrand Piccard e Brian Jones iniziano il loro tentativo riuscito di circumnavigare il globo senza scalo a bordo di una mongolfiera

▪ 2002 - I cittadini svizzeri votano a favore dell'ingresso della loro nazione nell'ONU

▪ 2007 - In Italia, verso le ore 00:30, si verifica un'eclisse lunare totale.

Anniversari

* 1039 - Cunegonda (Lussemburgo o castello di Gleiberg a Giessen, 978 circa – Kaufungen, 3 marzo 1039) chiamata anche Cunegonda di Lussemburgo, fu imperatrice di Germania e fu proclamata beata e santa.
Figlia di Sigfrido, primo conte di Lussemburgo e di Edvige di Nordgau, discendente in linea diretta da Carlo Magno, sposò nel 998 Enrico IV, duca di Baviera, che divenne imperatore (Enrico II) e fu anch'egli canonizzato. Alla morte di Ottone III, che non aveva eredi, Enrico, il 6 giugno 1002, fu incoronato re di Germania da Willigis, arcivescovo di Magonza. Cunegonda venne incoronata regina due mesi più tardi a Paderborn. Secondo una certa tradizione, ella, d'accordo col marito, fece voto di virginale continenza.
Secondo il cronista loro contemporaneo, Rodolfo il Glabro, Enrico, dopo aver constatato la sterilità della moglie, non volle ripudiarla, come gli consentiva il diritto matrimoniale germanico, e per il grande amore che aveva per essa e per la comunanza di ideali di vita religiosa che li univa, preferì rinunciare ad avere degli eredi al trono pur di continuare a vivere insieme a lei. Questo, probabilmente, fece nascere intorno a loro la leggenda del cosiddetto “matrimonio virginale di San Giuseppe”.
Alla morte del papa Sergio IV, Enrico e Cunegonda scesero a Roma e diedero il loro sostegno all'elezione di Benedetto VIII contro la fazione di Crescenzio, furono poi incoronati imperatori dal nuovo papa il 14 febbraio 1014. Nel 1007 avevano fatto costruire la cattedrale di Bamberga, che dedicarono a san Pietro e a san Giorgio e un'abbazia benedettina dedicata a san Michele, che poi furono consacrate da Benedetto VIII in persona.
Cunegonda con la sua dote costruì poi un secondo monastero dedicato a santo Stefano ed un terzo nel 1021 a Kaufungen, vicino Kassel, per religiose, dedicato alla Santa Croce, per adempiere ad un voto fatto durante una grave malattia da cui era guarita.
Come era tradizione dell'epoca, partecipò al governo dell'impero, sostituendo anche l'imperatore quando questi andò in guerra contro vari signori ribelli, come il cognato Federico conte di Lussemburgo, Enrico duca di Baviera o l'arcivescovo di Metz. Dopo la morte del marito, avvenuta il 13 luglio 1024, per quasi due mesi, governò come imperatrice il Sacro Romano Impero, finché il 4 settembre non si insediò il nuovo imperatore Corrado II il Salico.
Nel primo anniversario della morte di Enrico II, avvenuta nel luglio del 1024, Cunegonda, con una solenne cerimonia nel monastero di Kaufungen, si spogliò degli abiti imperiali per vestire quelli monacali. Da quel momento, per quindici anni, si dedicò ad una vita di ascesi, di digiuni e di penitenze, dedicandosi anche a umili lavori manuali e assistendo le consorelle ammalate. Avvicinandosi il momento della sua morte, venne a sapere che le sue consorelle stavano preparando per lei dei sontuosi abiti funebri, ella vietò assolutamente che fossero utilizzati e volle essere seppellita con il suo saio di lana grezza.
Il Martirologio romano fissa la memoria liturgica il 3 marzo.
Cunegonda fu canonizzata il 29 marzo del 1200 da Innocenzo III.
La festa si celebra il 3 marzo. A Bamberga si celebravano anche il 29 marzo (anniversario della canonizzazione), il 9 settembre (traslazione delle reliquie) ed il 1° agosto (commemorazione del primo miracolo).
Nella bolla pontificia di canonizzazione è scritto che Cunegonda fu accusata ingiustamente di infedeltà coniugale e che il marito, per provarne l’innocenza, le chiese di sottoporsi pubblicamente all'ordalia del fuoco. La santa accettò e passò a piedi nudi sopra dei vomeri infuocati, senza ustionarsi. L’imperatore, commosso, chiese allora perdono a Cunegonda per aver ascoltato i calunniatori.
L'episodio rafforzò la stima e l'amore che univa i due santi coniugi. Nella bolla è riportato anche un episodio miracoloso, di una notte quando, addormentatasi mentre leggeva la Bibbia alla luce di una candela, fu avvolta completamente dalle fiamme, le consorelle accorsero e videro che le spense solo tracciando un segno di croce.
Durante la Seconda guerra mondiale avrebbe salvato la città di Bamberga da un bombardamento alleato, suscitando un'improvvisa nebbia che avvolse rapidamente tutta la città.
Nelle raffigurazioni religiose Enrico e Cunegonda sono rappresentati con gli abiti imperiali, la corona sul capo e un giglio in mano, o con il modellino della cattedrale di Bamberga in mezzo a loro. Cunegonda viene anche rappresentata da sola, mentre cammina sui vomeri ardenti. Oppure mentre appende il suo mantello a un raggio di sole, oppure incoronata, con uno scettro nella destra e il modellino della chiesa di Kaufungen nella sinistra.
Fra il 1499 e il 1513, nella cattedrale di Bamberga, lo scultore Thielmann Riemenschneider eseguì i bassorilievi del sarcofago che contiene le reliquie di santa Cunegonda e del marito Enrico II, essi la rappresentano mentre paga i costruttori della cattedrale, mentre distribuisce elemosine ai poveri e mentre si sottopone all'ordalia. Enrico II viene rappresentato mentre viene portato in cielo da san Lorenzo.

1111 - Boemondo I d'Altavilla, o Boemondo I d'Antiochia o Boemondo di Taranto (1058 – San Marco Argentano, 3 marzo 1111), Principe di Taranto, successivamente nominato Principe d'Antiochia dagli altri capi crociati, fu uno dei comandanti della Prima Crociata.

Scontri con i bizantini
Boemondo fu il figlio maggiore di Roberto il Guiscardo, duca di Puglia e di Calabria, nato durante il matrimonio di quest'ultimo con Alberada di Buonalbergo, che fu più tardi annullato. Fu battezzato col nome di "Marco" in onore al santo patrono di San Marco Argentano, ma diventò noto come Boemondo a causa di una leggendaria creatura biblica che portava tale nome, il Behemoth. Si sposò nel 1106 a Chartres con Costanza di Francia figlia di Filippo I di Francia.
Servì sotto suo padre nel grande attacco ai Balcani contro l'Impero bizantino (1080-1085) e comandò i Normanni durante l'assenza del Guiscardo (1082-1084), penetrando in Tessaglia così come a Larissa, venendo però respinto da Alessio I Comneno. Quest'antica reciproca ostilità ebbe grande influenza nel determinare il corso della politica del regno dell'Imperatore nel periodo che va dall'epoca di Boemondo (che suo padre aveva destinato al trono di Costantinopoli) a quella di Ruggero II.
La figlia dell'Imperatore, Anna Comnena, ha lasciato un bel ritratto di Boemondo nella sua Alessiade; ella lo incontrò per la prima volta quando aveva 14 anni e ne restò affascinata. Anna non ha lasciato alcun ritratto similare di qualsivoglia altro principe crociato. Di Boemondo scrisse:
«Ora [Boemondo] era uno, per dirla in breve, di cui non s'era visto prima uguale nella terra dei Romani, fosse barbaro o Greco (perché egli, agli occhi dello spettatore, era una meraviglia, e la sua reputazione era terrorizzante). Lasciate che io descriva l'aspetto del barbaro più accuratamente: egli era tanto alto di statura che sopravanzava il più alto di quasi un cubito, sottile di vita e di fianchi, con spalle ampie, torace possente e braccia poderose. Nel complesso il fisico non era né troppo magro né troppo sovrappeso, ma perfettamente proporzionato e, si potrebbe dire, costruito conformemente ai canoni di Policleto... La sua pelle in tutto il corpo era bianchissima, e in volto il bianco era temperato dal rosso. I suoi capelli erano biondastri, ma egli non li teneva sciolti fino alla vita come quelli di altri barbari, visto che l'uomo non era smodatamente vanitoso per la sua capigliatura e la tagliava corta all'altezza delle orecchie. Che la sua barba fosse rossiccia, o d'un altro colore che non saprei descrivere, il rasoio vi era passato con grande accuratezza, sì da lasciare il volto più levigato del gesso... I suoi occhi azzurri indicavano spirito elevato e dignità; e il suo naso e le narici ispiravano liberamente; il suo torace corrispondeva alle sue narici e queste narici... all'ampiezza del suo torace. Poiché attraverso le sue narici la natura aveva dato libero passaggio all'elevato spirito che gli traboccava dal cuore. Un indiscutibile fascino emanava da quest'uomo ma esso era parzialmente contrassegnato da un'aria di terribilità... Era così fatto di intelligenza e corporeità che coraggio e passione innalzavano le loro creste nel suo intimo ed entrambi lo rendevano incline alla guerra. Il suo ingegno era multiforme, scaltro e capace di trovare una via di fuga in ogni emergenza. Nella conversazione era ben informato e le risposte che dava erano fortemente inconfutabili. Quest'uomo del tutto simile all'Imperatore per valore e carattere, era inferiore a lui solo per fortuna, eloquenza e per qualche altro dono di natura.»
Quando Roberto il Guiscardo morì nel 1085, Boemondo avrebbe dovuto ereditare solo i possedimenti balcanici di suo padre, che tuttavia furono persi subito per mano dei Greci, mentre il suo fratellastro minore Ruggero Borsa ereditava la Puglia e altri territori italiani. I fratellastri pervennero così ad un aperto contrasto che fu infine risolto grazie alla mediazione di papa Urbano II: che ottenne per Boemondo il riconoscimento di Taranto e di altri possedimenti.
Boemondo quindi riceveva da parte della matrigna Sichelgaita un piccolo principato (un possedimento allodiale) come compenso per la rinuncia ai suoi diritti sul ducato di Puglia. Ma egli mirava a conseguire un prestigio assai maggiore per sé: il cronista Romualdo Guarna disse di Boemondo che «egli sempre cercava l'impossibile».
Nel 1096 Boemondo, insieme a suo zio Ruggero I il Gran Conte di Sicilia, stava assediando Amalfi che s'era rivoltata contro il duca Ruggero, allorché bande di Crociati cominciarono a passare, nell'attraversare l'Italia per dirigersi in Terra Santa. Lo zelo crociato conquistò Boemondo: è possibile che egli abbia visto nella Prima Crociata l'opportunità di realizzare la politica paterna di una espansione verso oriente e avesse sperato, in una prima fase, di ritagliare per se stesso un principato orientale. Goffredo Malaterra con schiettezza afferma che Boemondo prese la Croce con l'intenzione di razziare e conquistare terre greche.

La partecipazione alla Crociata
Egli radunò un esercito normanno (forse la miglior compagine dello stuolo crociato). Sicuramente il suo contingente non era particolarmente numeroso, assommando all'incirca 500 uomini su un totale di circa 35.000 crociati; alla testa del suo esercito egli traversò, partendo da Trani, il Mare Adriatico e, dopo essere sbarcato a Durazzo, si diresse per la Via Egnatia, sotto la prudente scorta di Peceneghi inviatagli incontro dall'Imperatore di Costantinopoli, alla volta di Costantinopoli percorrendo la via che egli aveva tentato di seguire nel 1082-1084.
Fece grande attenzione a osservare un atteggiamento "corretto" nei confronti di Alessio e quando arrivò a Costantinopoli nell'aprile 1097 rese omaggio all'Imperatore. Egli può aver negoziato con Alessio circa il Principato d'Antiochia; se ciò avvenne egli ricevette scarsi incoraggiamenti. Da Costantinopoli ad Antiochia Boemondo fu il vero leader della Prima Crociata, fin quando rimase con i crociati fu il loro capo, sebbene non fosse ufficialmente riconosciuto come tale, malgrado le potenzialità senz'altro superiori per rango e uomini di Raimondo di Tolosa, e la dice lunga circa la sua capacità di comando il fatto che l'Asia Minore sia stata attraversata con successo nel corso della Prima Crociata, mentre la Crociata del 1101, la Seconda Crociata nel 1147, e la Terza Crociata nel 1189 abbiano fallito nell'intento.

Conquista di Antiochia
Da politico, Boemondo fu risoluto nel volgere ai suoi fini l'entusiasmo dei Crociati e, quando suo nipote Tancredi lasciò il grosso dell'esercito a Heraclea e tentò di costituire un punto d'appoggio in Cilicia, il suo piano d'azione potrebbe esser già stato delineato al fine di creare il principato orientale di Boemondo.
Boemondo fu il primo a prender posizione davanti ad Antiochia (ottobre 1097), e prese parte in modo massiccio all'assedio della città, sconfiggendo i tentativi dei musulmani di portar soccorso da est e mantenendo i collegamenti a ovest degli assedianti col porto di San Simeone e con le navi genovesi che erano alla fonda.
La conquista di Antiochia fu dovuta al suo contatto con Fīrūz, uno dei comandanti in città; ma egli non avrebbe potuto portare a compimento la faccenda e assicurarsi il possesso della città (maggio 1098), sotto l'ansia causata dall'avvicinamento di Kerbogha con un grande esercito di rinforzi e con la possibilità che Alessio ne traesse vantaggi, se Alessio non avesse tenuto fede alla sua promessa di aiutare i Crociati. Boemondo tuttavia non era sicuro del suo controllo di Antiochia, anche dopo la sua resa e la disfatta di Kerbogha. Fece valere le sue pretese contro Raimondo IV, che sosteneva i diritti di Alessio e ottenne il pieno possesso di Antiochia nel gennaio 1099. Si trattenne quindi nelle vicinanze della città conquistata per rendere sicure le proprie posizioni, mentre gli altri Crociati si spostavano a sud per la conquista di Gerusalemme.
Si recò a Gerusalemme nel Natale del 1099, quando Dagoberto da Pisa fu eletto patriarca, forse al fine di impedire la crescita di un forte potere lotaringio nella città. Tutto faceva sembrare che Boemondo fosse destinato a gettare le fondamenta di un grande principato ad Antiochia che avrebbe potuto contenere Gerusalemme. Aveva un buon territorio, una buona posizione strategica e un esercito forte. Doveva però fronteggiare due grandi forze: l'Impero bizantino, che reclamava tutti i suoi territori e che era appoggiato nella sua pretesa da Raimondo di Tolosa, e le forti municipalità musulmane del nord-est della Siria. Contro queste forze egli fallì.

Nel 1100, nella battaglia di Melitene fu catturato dai Danishmendidi di Sivas e languì in prigione fino al 1103. Tancredi prese il suo posto ma nel frattempo Raimondo s'installava con l'aiuto di Alessio a Tripoli e riusciva così a contenere l'espansione verso sud di Antiochia.

Il declino e la morte
Riscattato nel 1103 dalla generosità del principe armeno Kogh Vasil, Boemondo ebbe come suo primo obiettivo quello di attaccare le vicine potenze musulmane per garantirsi rifornimenti. Nell'attaccare tuttavia Harran, nel 1104, egli fu severamente sconfitto sul fiume Balikh, presso Rakka, sull'Eufrate (si veda Battaglia di Harran).
La disfatta fu decisiva, rendendo irrealizzabile quel grande principato orientale che Boemondo aveva progettato. Seguì un attacco greco in Cilicia e, disperando delle sue proprie risorse, Boemondo tornò in Europa per cercare rinforzi al fine di difendere la sua posizione.
La sua personalità affascinante gli fece guadagnare la mano di Costanza, la figlia del sovrano francese Filippo I, che sposò a Chartres nel 1106. Di questo matrimonio Sugerio di Saint-Denis scrisse:
«Boemondo venne in Francia per ottenere con ogni mezzo a sua disposizione la mano di Costanza, sorella di monsignore Luigi, una giovane dama di eccellente educazione, d'aspetto elegante e di splendido viso. Tanto grande era la reputazione del valore del regno di Francia e di monsignore Luigi che anche i Saraceni erano terrorizzati dalla prospettiva d'un tale matrimonio. Ella non fu fidanzata fin quando non venne rotto l'accordo matrimoniale che la legava a Ugo, conte di Troyes, volendosi evitare un altro inadatto partito. Il principe di Antiochia era navigato e ricco di doni e promesse; egli meritò il matrimonio che fu celebrato con grande pompa dal vescovo di Chartres alla presenza del re, di monsignore Luigi, di numerosi arcivescovi, vescovi e nobiluomini del regno.»
In questo modo Boemondo poté reclutare col consenso regio un vasto esercito. Abbagliato dal suo successo, Boemondo decise di usare il suo esercito non per difendere Antiochia contro i Greci ma per attaccare Alessio. Così fece ma Alessio, aiutato dai Veneziani, si dimostrò troppo forte e Boemondo dovette sottomettersi a una pace umiliante col Trattato di Devol del 1108, che lo rese vassallo di Alessio, piegandosi a ricevere la sua ricompensa col titolo di Sebastos, con la promessa di rinunciare ai territori disputati e di ammettere un patriarca greco ad Antiochia. D'allora in poi Boemondo fu un uomo finito.
Tornò quindi in Italia nella speranza di trovare mezzi e uomini che gli consentissero di proseguire con efficacia e determinazione la sua politica in Terra Santa ma nel 1111 morì a San Marco Argentano, in Calabria, e fu sepolto a Canosa di Puglia.
La tradizione vuole che Roberto il Guiscardo e il figlio Boemondo fondarono nei pressi di Otranto il Monastero di San Nicola di Casole, che ospitò uno degli scriptoria più importanti del Medioevo.

* 1193 - Saladino, ovvero Salāh al-Dīn arabo: صلاح الدّين الأيّوبي, Ṣalāḥ al-Dīn al-Ayyūbi o, più correttamente da un punto di vista onomastico, Ṣalāḥ al-Dīn Yūsuf ibn Ayyūb, Sultano col laqab di al-Malik al-Nāṣir ("Il Sovrano Vittorioso") (Tikrit, 1138 – Damasco, 3 marzo 1193), è stato un condottiero e sultano curdo, tra i più grandi strateghi di tutti i tempi e fondatore della dinastia ayyubide in Egitto, Siria e Hijaz.
Da giovane Saladino studiò a lungo e con brillanti risultati tanto le materie giuridiche quanto quelle letterarie, secondo uno schema affermatosi nell'ambito islamico dell'epoca, per il quale chi era chiamato a governare doveva presentarsi con un ottimo corredo conoscitivo ai propri sudditi.
Malgrado la sua formazione da erudito, entrò al servizio della famiglia zengide nell'area settentrionale siro-irachena dalla Jazira. Con suo padre Ayyūb e con suo zio Shīrkūh, acquisì un'ottima preparazione anche militare, pur se sembra che egli preferisse lo studio dal quale si sentiva particolarmente attratto.
Fu mandato da Nūr al-Dīn ibn Zankī (Norandino) al seguito dello zio nel teatro palestinese, allora conteso da Crociati, Fatimidi, Selgiuchidi e da un vario numero di signori locali.

In Egitto
Nel 1168 fu inviato in Egitto, dove era scoppiata una grave crisi sotto gli Imam fatimidi (di fede sciita-ismailita), della quale avrebbero potuto facilmente approfittare il re "crociato" di Gerusalemme Amalrico o il basileus Manuele I Comneno. Il califfo al-Adid nominò Saladino vizir (una sorta di primo ministro), ma nel 1171 Saladino depose lo stesso califfo, ponendo fine alla dinastia sciita che aveva regnato dal X secolo. L'Egitto divenne così sunnita e si affrancò dal servizio degli atabeg selgiuchidi (turchi). Saladino ne divenne il sultano e avviò una dinastia che, dal nome di suo padre, prese il nome di ayyubide.

La lotta ai crociati
Alla morte di Norandino, di cui egli era rimasto ufficialmente vassallo (anche se in modo abbastanza ambiguo), iniziò la sua personale opera di conquista dell'area siro-palestinese.
Tra la seconda crociata e la terza crociata riuscì a prendere il controllo di Damasco (1174), di Aleppo (1183) e di Mossul (1186), grandi empori commerciali. Attaccò quindi il Regno di Gerusalemme e, grazie alla insipiente smania aggressiva del Reggente del regno, Guido di Lusignano, di Rinaldo di Chatillon, di Umfredo II di Toron e del nuovo Patriarca Eraclio, arcivescovo di Cesarea (che erano riusciti a vanificare l'assennata linea strategica del defunto re lebbroso di Gerusalemme, Baldovino IV, orientata a un accordo con le forze musulmane dell'area) Saladino attaccò e conquistò la Siria.
L'esercito del Regno di Gerusalemme, mossosi dalla Città Santa in direzione nord per contrattaccare, fu distrutto durante la battaglia di Hattin (4 luglio 1187), nella quale vennero catturati sia il re Guido, sia il Maestro templare, che vennero usati come ostaggi da rilasciare in cambio della consegna di piazzeforti.
La reliquia della vera Croce, portata in battaglia dai crociati come miracolosa insegna, fu presa e di essa si persero le tracce. Saladino decapitò di propria mano Rinaldo di Châtillon, adempiendo al voto solenne che aveva espresso in precedenza di vendicare una carovana di pellegrini musulmani diretti alla Mecca e spietatamente trucidati da Rinaldo.
Tutti gli Ospitalieri e i Templari catturati vennero uccisi, perché la loro regola vietava di pagar riscatti per la loro liberazione e imponeva ai guerrieri liberati di tornar subito a combattere.
La strada per Gerusalemme era ormai aperta per Saladino, ed egli pose l'assedio alla città ma non ebbe bisogno di espugnarla: il suo difensore, Baliano di Ibelin, ebbe la saggezza di negoziare una resa onorevole in cambio di un'evacuazione ordinata dei circa 16.000 abitanti cristiani che vi erano asserragliati, i quali vennero fatti uscire e imbarcare senza subire perdite. Saladino entrò trionfante nella città il 2 ottobre 1187.
Il regno crociato si riduceva così a una sottile striscia costiera tra gli attuali Libano e Israele.
Dante Alighieri pose secoli dopo Saladino tra i valorosi non cristiani del Limbo, a testimoniare la sua duratura fama di uomo retto ed esempio di virtù cavalleresca. Questo non vuol dire, naturalmente, che Saladino non operasse con la durezza tipica dei suoi tempi verso i suoi avversari, senza però scadere nell'efferatezza fine a se stessa o nella crudeltà gratuita.
Sotto il suo potere caddero poi altre città cristiane di Outremer, come Giaffa, Beirut e San Giovanni d'Acri, quest'ultima, riconquistata dai cristiani, divenne il principale centro di resistenza all'avanzata musulmana ancora per circa 90 anni. Sconfitto da Riccardo Cuor di Leone ad Arsuf ebbe col sovrano plantageneto rapporti di stima ma il re d'Inghilterra non rimase in Terra Santa abbastanza a lungo per mettere a frutto le sue indubbie qualità guerriere.
Saladino governò con energia ed efficienza l'Egitto, la Siria e lo Yemen, tenendo sotto il proprio controllo anche le due principali città sante dell'Islam: Mecca e Medina.

Morte ed eredità politica
Morì nel marzo 1193, due anni appena dopo la partenza del suo grande antagonista, il re d'Inghilterra Riccardo Cuor di Leone. A ereditare i suoi possedimenti, che andavano dall'Eufrate alla Terrasanta al Sudan, non furono tuttavia ovunque i suoi figli perché, se al Cairo, a Damasco e ad Aleppo regnarono rispettivamente al-ʿAzīz ʿUthmān, al-Afdal ʿAlī e al-Zāhir Ghāzī, la Jazīra fu governata invece dal fratello Safedino (al-Malik al-ʿĀdil Sayf al-Dīn), i territori al di qua del fiume Giordano dal nipote al-Mu'azzam ʿĪsà, figlio di Safedino, e Hims dai discendenti di Shīrkūh. Con essi si compì il frazionamento di un territorio così vasto conquistato da Saladino, che inizialmente era composto solo dai due sultanati di Damasco e di Cairo; il primo si frammentò all'inizio del XIII secolo, il secondo venne acquisito nel 1250 dai mamelucchi dell'ultimo Sultano ayyubide, al-Salih Ayyub, morto senza eredi. Costoro regnarono tra alterne vicende fino alla conquista ottomana del Sultanato nel 1517.
L'ottima fama presto conquistatasi in Occidente è ben sottolineata da Dante che definì Saladino "grande spirito non toccato da Dio", collocando l'ombra del sultano nel Limbo, accanto agli eroi e agli antichi saggi che non avevano potuto usufruire della Salvezza predicata da Gesù Cristo.

▪ 1853
- Juan Francesco Maria de la Salud Donoso Cortés, primo marchese di Valdegamas (Don Benito, 6 maggio 1809 – Parigi, 3 marzo 1853), è stato uno scrittore e politico spagnolo.
Figlio maggiore di Pedro Donoso Cortés, un avvocato e proprietario terriero di Estremadura, discendente dal conquistador Hernán Cortés, studia inizialmente con un maestro privato, prima di entrare molto giovane alla facoltà di filosofia di Salamanca, quindi al collegio di San Pedro, a Cáceres; Juan si rivela particolarmente dotato in logica ed in metafisica.
Nell'ottobre 1823, ritorna all'Università di Siviglia; e lì conobbe Nicomedes Pastor Diaz, così gli si aprì la strada per diventare giornalista e uomo politico. Termina i suoi studi all'età di diciannove anni; troppo giovane per essere avvocato, quindi ripiegò sull'insegnamento, ed ottiene nell'autunno 1828 la cattedra di filosofia dell'università di Cáceres, raccomandato dallo scrittore Manuel Quintana. È in questa città che conosce Teresa Carrasco, che sposerà nel 1830.
Lo stesso anno, Donoso Cortés parte a Madrid, dove lavora con suo padre come avvocato. Le sue poesie sono apprezzate, ma si fa soprattutto conoscere per "Memoria sulla situazione attuale della monarchia", indirizzata al re Ferdinando VII di Spagna, che gli permette di ottenere un posto come segretario del ministero della giustizia. È un testo d'orientamento liberale e conservatore, nel quale difende i diritti di Ferdinando VII di occupare il trono contro quindi l'oppositore Don Carlos. Alla morte del re, si schiera dalla parte della regina Isabella II e di sua madre Maria Cristina di Borbone-Due Sicilie.

Giornalista e uomo politico
Scrive nelle 1834 Considerazioni sulla diplomazia e la sua influenza sulla situazione politica e sociale dell'Europa, dalla Rivoluzione di luglio al trattato della Quadrupla alleanza. Vi espone la sua ammirazione per la costituzione del 1812, e si mostrò favorevole ad un governo «in nome dell'intelligenza». Ovviamente ispirato dalla lettura di alcuni dottrinari francesi come Pierre Paul Royer-Collard, fonda il principio della legittimità del sovrano non sulla sua elezione da parte del popolo, ma sulla conformità dei suoi atti con la giustizia.
La sua unica figlia e sua moglie muoiono successivamente durante l'estate 1835. A novembre dello stesso anno, partecipa alla creazione dell'Ateneo di Madrid con Salustiano Olózaga e Ángel de Saavedra. Eletto deputato dalla circoscrizione di Cadice nel 1837, è nominato segretario del Consiglio dei Ministri presieduto da Mendizábal; tuttavia, cadendo in disaccordo con quest'ultimo, si dimette poco tempo dopo.
In questa occasione rivedrà alcuni giudizi storici, soprattutto verso la Rivoluzione francese e quindi anche verso i controrivoluzionari, e rivedrà anche la sua posizione nei confronti del Carlismo. Per diffondere le sue idee, fonda il giornale El Porvenir (Il futuro), pur contribuendo, tra l'altro, a El Piloto, alla Revista de Madrid ed al Correo Nacional. Dal 1836-1837 tiene corsi di diritto pubblico all'Ateneo di Madrid, che suscita numerose reazioni, per la maggior parte sfavorevoli.
Nel 1840, quando Baldomero Espartero prende il potere, deve lasciare la Spagna, ed accompagna Maria Cristina nel suo esilio in Francia, e redige i vari manifesti che indirizza agli spagnoli. Nel 1843, quando Espartero viene deposto da Narváez, Donoso Cortés ritorna in Spagna, e Maria Cristina gli affida l'istruzione di sua figlia, la regina Isabella II. Prende parte nuovamente ai dibattiti del Cortès, dove è considerato per i suoi talenti d'oratore, e svolge un ruolo importante nella redazione della costituzione del 1845. Prende posizione in occasione del matrimonio di Isabella II tra i due pretendenti Francesco d'Assise e il carlista Antonio d'Orléans, in favore del primo, venne nominato in questa occasione Gran Croce della Legione d'Onore da parte di Luigi Filippo di Francia.
Profondamente segnato dalla morte di suo fratello Pedro militante nell'esercito carlista avvenuta nel 1847, si interessa ai mistici cattolici, in particolare Santa Teresa d'Avila e Luis di Granada. Nel 1848, entra alla Real Academia Española, e pronuncia in questa occasione il suo Discorso sulla Bibbia.

Pensiero contro-rivoluzionario
Nel 1848, Donoso Cortés viene nominato ambasciatore a Berlino, presso la Prussia; oltre alla morte del fratello nel 1849, in Francia scoppierà anche la rivoluzione di febbraio e Donoso Cortes cominciò ad avere alcuni ripensamenti che sfociarono nel discorso che tenne nel 1849 in difesa di Ramón María Narvaez, chiamato Discurso sobre la Dictadura". È in questo momento che il suo liberalismo si avvicina al tradizionalismo dei filosofi francesi Joseph de Maistre e Louis de Bonald.
Nel 1851, è ambasciatore a Parigi, dove diventerà intimo di Napoleone III di Francia, e sarà suo testimone di nozze con la cattolica Eugenia Maria de Montijo, contessa di Teba. Nello stesso anno pubblica una delle sue più importanti opere, l'Ensayo sobre el catolicismo, el liberalismo y el socialismo (in italiano "Saggio sul cattolicesimo, il liberalismo e il socialismo") pubblicata in francese e in spagnolo, che venne abbondantemente commentato nella stampa europea; alcuni cattolici attaccarono il lavoro, cosa che indusse Louis Veuillot a prendere la sua difesa nel suo giornale L'Univers, così come farà anche papa Pio IX in una lettera personale.
Successivamente, mette senza successo la sua autorità intellettuale al servizio della riconciliazione tra i carlisti di Carlo e Isabella II che si contendevano il trono della Spagna.
Nominato ambasciatore di Spagna, a Parigi, vi muore il 3 marzo 1853; sul suo corpo venne trovato un cilicio.

- Bartolomeo Grazioli (Fontanella, 25 settembre 1804 – Mantova, 3 marzo 1853) è stato un sacerdote e patriota italiano , uno dei "Martiri di Belfiore".

Di umili origini, entrò giovane in Seminario a Mantova ed unì alla sua inclinazione pastorale un forte anelito di indipendenza politica per la patria.
Nel 1827 fu ordinato sacerdote, e nel 1842 parroco di Revere ed in seguito venne nominato Direttore delle scuole elementari nella sua parrocchia. Nel 1848 aderì al movimento irredentista, del quale divenne un capo locale.
Fu arrestato dalla polizia austriaca mentre era parroco di Revere (MN) e fu impiccato nella valletta di Belfiore con il conte veronese Montanari e con il bresciano Tito Speri il 3 marzo 1852, in quanto reo confesso dei reati contestati, tra i quali spiccò l'accusa di aver svolto opera di proselitismo per il movimento rivoluzionario e per l'eversione.

- Tito Speri (Brescia, 2 agosto 1825 – Mantova, 3 marzo 1853) è stato un patriota italiano.
Partì come volontario alla prima guerra di indipendenza nel 1848, dopo il successivo armistizio ritornò a Brescia dove coadiuvò il comitato clandestino a preparare l'insurrezione delle Dieci giornate di Brescia.
Tito Speri comandò la difesa di Porta Torrelunga (l'attuale Piazza Arnaldo) e della piazza che oggi porta il suo nome.
L'insurrezione scoppiò approfittando della partenza di parte dell'esercito austriaco verso il Piemonte, e si concluse il 1º aprile 1849, vedendo lo Speri protagonista di vari scontri armati.
Con la capitolazione della città, il patriota si rifugiò nel cantone italiano a Lugano, fino a scendere verso Torino per aderire ai moti mazziniani. Rientrò poi a Brescia dopo l'amnistia. Ma la sua attività cospirativa fu scoperta e Tito Speri arrestato; venne condannato a morte nel 1853 tramite impiccagione a Belfiore, nel Quadrilatero austriaco.
Il monumento a Tito Speri (innalzato nell'omonima piazza di Brescia) venne inaugurato solennemente il 1º settembre 1888. Resta famosa una poesia a lui dedicata da Giulio Uberti.

▪ 1960 - Angelo Tasca (Moretta, 19 novembre 1892 – Parigi, 3 marzo 1960) è stato un politico e scrittore storico italiano, importante dirigente socialista prima e comunista poi, quindi finto collaborazionista sotto il regime di Vichy.
Già studente del liceo classico Vincenzo Gioberti di Torino, fu poi giovane dirigente della Federazione Giovanile Socialista e quindi della Federazione del PSI di Torino negli anni dieci.
In seguito si unì ad Antonio Gramsci, Umberto Terracini e Palmiro Togliatti, coi quali fondò il settimanale "L'Ordine Nuovo" (1919-1920).
Negli stessi anni fu eletto segretario della Camera del Lavoro di Torino; nel 1921 a Livorno fu tra i fondatori del Partito Comunista d'Italia. Fu tra i 15 membri de Comitato Centrale del partito e nel 1926 entrò nella segreteria del partito. A quel tempo si era già consumata la sua rottura con Gramsci e Togliatti e veniva considerato come il punto di riferimento della destra del PCd'I, propugnando una fusione coi settori più a sinistra del PSI e una revisione di certe premesse che stavano alla nascita del partito. Come molti altri comunisti, fu perseguito dal regime fascista e arrestato due volte, una nel 1923 e la seconda nel 1926. In quell'anno, separandosi dalla famiglia, si rifugiò in Francia, di cui prese la nazionalità nel 1936.
Partecipò al presidium dell'Internazionale Comunista nel 1928-1929, dove si avvicinò alle posizioni di Bucharin. Nel settembre 1929 fu espulso dal partito per il suo dichiarato antistalinismo.
Tra il 1930 e il 1933 divenne redattore-capo del settimanale Monde (1928-1935), fondato e diretto da Henri Barbusse. Nel 1935 rientrò nel PSI su posizioni nettamente anticomuniste e contrarie all'unità d'azione con il PCI che si ebbe tra il 1934 e il 1939. Durante la guerra civile spagnola sostenne il POUM in opposizione al Partito Comunista di Spagna. Negli stessi anni (1934-1940) Léon Blum gli affidò gli articoli di politica estera del quotidiano della SFIO Le Populaire.
Nell'agosto 1939 la firma del Patto Molotov-Ribbentrop provocò sconcerto tra un certo numero di comunisti e le posizioni di Tasca ne uscirono rafforzate; assunse la carica di segretario politico del PSI dopo le dimissioni di Pietro Nenni.
Nell'estate 1940 fu tra i socialisti che aderirono al regime collaborazionista del maresciallo Pétain accogliendo la proposta di un gruppo della resistenza belga cui faceva pervenire settimanalmente documenti riservati di quel governo[senza fonte]. Tra il 1941 e il 1944 diresse il centro studi del Ministero della Propaganda di Paul Marion.
Alla liberazione della Francia, nel settembre 1944, fu arrestato con l'accusa di collaborazionismo e rilasciato dopo un mese completamente riabilitato per le credenziali fornite dal governo belga, che lo insignì della più alta onorificenza belga per meriti resistenziali.
Alla fine della guerra rimase a Parigi, dove si era creato una nuova famiglia. Continuò comunque a partecipare al dibattito politico da posizioni socialdemocratiche, collaborando a varie testate giornalistiche (come Il Mondo, Critica Sociale, Le Figaro); tra il 1948 e il 1954 fu consulente dell'Ufficio studi europeo della Nato per questioni attinenti il movimento comunista. Pubblicò inoltre diversi lavori sul partito comunista che furono da questo osteggiati e ostacolati. Il suo libro più rilevante è comunque Nascita e avvento del fascismo, pubblicato in Francia nel 1938 e un classico della storiografia antifascista.
Sua figlia Catherine Tasca (nata a Lione il 13 dicembre del 1941) è senatore del PS dal 2004. In precedenza è stata deputato all'Assemblea Nazionale francese e ha ricoperto incarichi di governo durante le presidenze di François Mitterrand e di Jacques Chirac.

▪ 1983
- Hergé, all'anagrafe Georges Prosper Remi (Etterbeek, 22 maggio 1907 – Woluwe-Saint-Lambert, 3 marzo 1983), è stato un autore di fumetti belga.
Avendo avuto un ruolo fondamentale nel campo della letteratura disegnata (famoso nel mondo per essere stato il creatore della serie Tintin), la sua avventura personale, complessa e talora drammatica, è stata esaminata a fondo dai suoi biografi, ufficiali e non.
Gli inizi
Arrivò quasi per caso al fumetto, linguaggio poco considerato in quegli anni lontani, affascinato da autori come George McManus (di cui apprezzava il tratto pulito ed efficace di Arcibaldo e Petronilla) e da un altro linguaggio recente, il cinema. Le sue prime storie, ancora ingenue, hanno didascalie come «United Rovers présente: un grand film comique». Cinema su carta, insomma, e del cinema assimila il ritmo, le inquadrature, la regia dinamica. Nel 2007 è stato ritrovato un suo primo esempio di fumetto realizzato su un muro della sede del gruppo scout cui apparteneva da ragazzo.
Il Petit Vingtième
Giovanissimo, entra nella professione grazie all'abate Wallez, che vede in lui un ragazzo dotato, in grado di coinvolgere i più giovani col suo segno. È quindi sulle pagine del Petit Vingtième, supplemento del quotidiano cattolico Le Vingtième Siècle, che parte la grande avventura di Tintin (il più noto personaggio di Hergé) e del suo autore. All'inizio Georges è fortemente guidato e condizionato da Wallez, che attraverso Tintin vuole solo portare un preciso messaggio di parte ai bambini, ma appena possibile Hergé comincia a dare la propria personalissima impostazione alla serie e a spiccare il volo.
La guerra
Più della metà degli albi li realizza prima della fine della seconda guerra mondiale. La sua presenza professionale nell'ambiente della destra cattolica estrema (esplicita area di riferimento del giornale per cui lavorava) e la successiva collaborazione col quotidiano Le Soir nel periodo in cui era sotto il controllo diretto degli invasori nazisti, costarono a Hergé, dopo la guerra, il periodo peggiore della sua vita. Venne accusato di collaborazionismo, nonostante avesse solo pubblicato avventure a fumetti per bambini, e conseguentemente rischiò la galera (se non la vita). Ma in suo aiuto arrivò inaspettatamente Raymond Leblanc, un ben noto partigiano che voleva fondare il settimanale Tintin e testimoniò in suo favore.
Lo studio
Dotato di grande creatività, periodicamente martoriato dalla depressione, sommerso dal lavoro, Hergé, che già nel periodo bellico era ricorso al contributo di amici (pur senza accreditarli apertamente) per continuare la serie Tintin (e il resto) a ritmo serrato, nel dopoguerra raccoglie attorno a sé un gruppo di eccezionali autori (ciascuno dei quali sarà poi famoso per proprie serie) e fonda gli Studios Hergé. Edgar Pierre Jacobs (il creatore di Blake e Mortimer), Bob de Moor (Barelli), Jacques Martin (Alix, Lefranc), Roger Leloup (Yoko Tsuno), sono alcuni dei grandi del fumetto francofono che hanno lavorato con lui, portando il personaggio Tintin al successo internazionale. Le esigenze di produzione lo allontanano dallo stile un po’ naif delle prime avventure, costringendolo a rimontarle e ridisegnarle per le successive edizioni in albo, adeguandole al nuovo stile grafico (ormai consolidato nella cosiddetta linea chiara), anche per l'influenza dei suoi collaboratori e della necessità di una lavorazione d’equipe, nella quale però sceneggiature e disegni principali sono sempre restati strettamente legati a lui. Tanto da convincerlo che, alla sua morte, nessuno avrebbe dovuto continuare la serie, perché, diceva, “Tintin sono io”. Così, nonostante il successo inossidabile e l'alta capacità professionale e artistica dei suoi collaboratori, alla morte di Hergé Tintin non ha più avuto un seguito, pur continuando a vendere ininterrottamente le ristampe delle sue avventure che, ormai, sono un classico.
Georges Remi è stato un uomo dalla personalità complessa e sofferta, due matrimoni e nessun figlio, periodi di insofferenza totale nei confronti dei suoi stessi personaggi. Senza volerlo è diventato un riferimento assoluto per la Letteratura Disegnata e la sua opera è presente nell'immaginario collettivo tanto da essere citata negli ambiti più diversi. Spielberg è uno dei tanti registi famosi che confessano di esserne stati ispirati (tanto da voler portare sul grande schermo il generoso reporter Tintin, insieme al regista Peter Jackson, con una prima uscita nel 2011). Con tutti i suoi problemi e i suoi lati oscuri, Hergé ha lasciato un segno indelebile. Come spesso succede, il personaggio è un po’ il suo autore e un po’ ne è diverso, quasi una trasposizione in meglio, una sorta di aspirazione ideale del suo creatore. In questo senso, come afferma Benoît Peeters nella sua corposa biografia del papà di Tintin, Hergé è "figlio di Tintin".
Il personaggio ha contribuito con la sua stessa esistenza a modificare il carattere del proprio autore, facendolo lentamente uscire dalla frenesia iniziale, dal tormento dei periodi oscuri, fino alla luminosità delle nevi himalayane celebrate nell'episodio Tintin in Tibet, a un nuovo periodo di serenità e, infine, di maggiore saggezza. Alla sua opera come artista è stato dedicato un museo in Belgio, il Musée Hergé, a Louvain-la-Neuve, inaugurato il 2 giugno 2009.

- Arthur Koestler (Budapest, 5 settembre 1905 – Londra, 3 marzo 1983) è stato uno scrittore e filosofo ungherese.
Il padre era ungherese e la madre austriaca, entrambi di origine ebraica. Nei primi anni venti la famiglia si trasferì a Vienna, dove Koestler frequentò il Politecnico.
Nel 1926 abbandonò l'Europa e si trasferì con i primi coloni in Palestina, allora possedimento inglese. Assunto da un giornale tedesco, divenne inviato da Gerusalemme, per poi trasferirsi in Germania, per assumere la carica di condirettore del Berliner Zeitung am Mittag, iscrivendosi successivamente al Partito comunista.
Nel 1934 si rifugiò a Parigi per sfuggire alle persecuzioni razziali naziste. Continuò la sua attività di giornalista indipendente, denunciando sempre il pericolo costituito dal regime nazista.
Inviato in Spagna per seguire gli sviluppi della guerra civile spagnola, venne catturato e condannato a morte dall'esercito franchista. L'intervento della diplomazia britannica gli salvò la vita.
Tornato in Francia nel 1939, decise di abbandonare il partito comunista, di cui abiurò l'ideologia a seguito delle grandi purghe e deportazioni Staliniane.
Scrisse "Buio a mezzogiorno", il cui protagonista è un uomo del Partito Bolscevico sovietico che cade vittima del sistema di persecuzione di cui egli stesso aveva fatto parte. Il romanzo gli provocò l'ostilità di numerosi intellettuali di sinistra vicini al partito comunista; come conseguenza, lo scrittore cadde in una forte depressione che lo spinse a tentare il suicidio col gas.
Allo scoppio della Seconda Guerra Mondiale le autorità della Francia occupata lo tennero per qualche mese in un campo di detenzione; liberato, si arruolò nella Legione Straniera, per sfuggire alla deportazione sotto il regime collaborazionista della Repubblica di Vichy governata dal generale Pétain. Riuscì in tal modo a raggiugere Londra, dove si stabilì definitivamente, prendendo anche la cittadinanza britannica.
Nel secondo dopoguerra continuò l'attività di scrittore e polemista, su posizioni decisamente anticomuniste. Fu anche insignito dell'Ordine dell'Impero Britannico.
Nel 1983 Koestler, ormai ammalato del morbo di Parkinson e di leucemia, si suicidò insieme alla terza moglie Cynthia. Era da tempo un sostenitore dell'eutanasia.

* 1987 - Danny Kaye, nome d'arte di David Daniel Kaminsky (Brooklyn, 18 gennaio 1913 – Los Angeles, 3 marzo 1987), è stato un attore statunitense.
Nato da una famiglia di ebrei immigrati dall'Ucraina, si affermò nel cinema per una particolare comicità, irrazionale ed imprevedibile, sorprendentemente mimica, dove lo humour lascia spesso il passo a toni lacrimevoli-sentimentali, secondo la tecnica caricaturale.
Anche se privo di una maschera, Danny Kaye riuscì a creare un personaggio eccentrico e singolare, grazie soprattutto al suo acrobatismo vocale, al gusto per il nonsense, presente in molte sue filastrocche, agli esasperati tic, e all'impareggiabile capacità di imitazione (animali, strumenti, suoni).
Proveniente dal varietà, si accostò allo schermo nel 1944 con il film Così vinsi la guerra. Legò poi il suo nome a pellicole divertenti, spesso di genere leggendario e romanzesco, o addirittura surreale, dove trovava risalto la sua aria timida e svagata.
Tra i suoi film più importanti si ricordano: L'uomo meraviglia (1945), Sogni proibiti (1947), L'ispettore generale (1949), Divertiamoci stanotte (1951), Il favoloso Andersen (1952), Bianco Natale (1954), Il principe del circo (1958), I cinque penny (1959), Il piede più lungo (1963).
Kaye si è cimentato anche, e con successo, nel genere drammatico, come nel film Io e il colonnello (1958).
Il 23 giugno 1987 il Presidente Ronald Reagan gli ha concesso la Medaglia presidenziale della libertà.

▪ 2007 - Benito Lorenzi (Borgo a Buggiano, 20 dicembre 1925 – Milano, 3 marzo 2007) è stato un calciatore italiano che ha giocato nel ruolo di attaccante.
Benito Veleno Lorenzi trascorse gran parte della sua carriera agonistica nell'Inter, in cui esordì il 28 settembre 1947 (Inter-Alessandria 6-0) dopo la gavetta all'Empoli Football Club in Serie B: i toscani l'avevano comprato dal Borgo a Buggiano di Prima Divisione solo un anno prima, pagandolo 100 mila lire, e l'avevano rivenduto ai nerazzurri per 12 milioni di lire. Vestì per l'ultima volta la casacca nerazzurra il 13 luglio 1958 (Como-Inter 0-3). Con la squadra milanese vinse 2 scudetti (1952-53 e 1953-54) totalizzando 314 presenze e 143 reti nelle gare ufficiali: campionato italiano (305 presenze, 138 reti), Coppe europee (3 presenze, 3 reti) e Coppa Italia (6 presenze e 2 reti).
In questo periodo, durante una partita con la Pro Patria, subì un duro intervento: l'entrata violenta di un avversario colpì il piede-appoggio di Lorenzi durante un cross, spezzandogli il perone. Durante la caduta a terra, Lorenzi alzò le mani per proteggersi il volto e, sbilanciato, andò a colpire con la testa le sbarre di ferro della porta. L'infortunio si risolse con 13 punti alla gamba e 15 alla testa, e un lungo periodo di stop.
Esordì nella nazionale italiana a Madrid (Spagna-Italia 1-3) realizzando anche una delle tre reti italiane. Con la maglia della nazionale disputò 14 gare ed fu autore di 4 reti. Il suo esordio in azzurro coincise coll'ultima partita in nazionale di Valentino Mazzola, di li' a poco scomparso con lo squadrone torinese a Superga.
Molti lo ricordano come un "cattivo" in campo. Solo per citare due degli episodi che giustificarono il soprannome: nella sua prima partita con l'Inter contro l'Alessandria si fece espellere, e ai Mondiali di calcio Svizzera 1954 rifilò un calcio all'arbitro brasiliano Viana nella partita contro la squadra di casa. Quando contro la Fiorentina il compagno Stefano Nyers sbagliò un gol, Lorenzi lo colpì e l'ungherese si allontanò dal campo. Richiamato bruscamente all'ordine ("rientra che i conti li facciamo dopo"), alla seconda occasione segnò e rincorse Lorenzi per restituirgli il favore.
Era noto per strizzare di nascosto i testicoli degli avversari per sbilanciarli durante i contrasti aerei, e non si tratteneva dall'usare il suo taglientissimo vernacolo toscano per provocare gli avversari. Sua l'invenzione del soprannome Marisa, affibiato a Giampiero Boniperti con grande disappunto dell'interessato.
In pieno stile Veleno la provocazione sulla presunta "professione" praticata dalla Regina d'Inghilterra, sbandierata da Lorenzi per provocare il giocatore John Charles. La provocazione non ebbe effetto, il giocatore gallese rispose: «Non è la mia regina, sono gallese».
Il soprannome di Veleno però non deriva dai giornalisti, che si limitarono ad appropriarsene, ma dalla madre Ida Lorenzi, che lo chiamava così per i suoi trascorsi di bambino molto vivace. Anche il nome Benito nacque da uno scherzo, voluto dal nonno del calciatore come sfottò verso il nascente regime fascista che lo aveva costretto a chiudere la sua panetteria.
La sua azione più famosa fu anche una delle più "velenose": durante un derby Inter-Milan, venne fischiato un rigore assai dubbio a favore dei rossoneri. Lorenzi andò dal massaggiatore della sua squadra e si fece dare un pezzo di limone. Mentre l'arbitro Lo Bello era distratto dalle intemperanze dei giocatori in campo, lo posizionò rapidamente appena sotto il pallone sul dischetto degli undici metri.
Nonostante le grida dei tifosi il rigore venne tirato da Tito Cucchiaroni, ala sinistra del Milan, uscendo di oltre sei metri chiudendo la partita sull' 1 a 0 per gli interisti e costringendo Veleno ad una rapida corsa verso gli spogliatoi per evitare l'invasione di campo dei tifosi avversari infuriati.
Nonostante la fama, Lorenzi è sempre stato un cattolico praticante e molto assiduo, tanto da aver dichiarato di aver mancato ad una sola messa durante la sua intera carriera, e solo perché non era stato in grado di trovare una chiesa nel paesino siciliano in cui si trovava. Addirittura, dopo l'episodio del limone, si confessò in chiesa dicendo ho fatto una scorrettezza: il prete, interista, si mise a ridere. Arrivò a dichiarare, in un colloquio con Carlo Maria Martini, allora cardinale Arcivescovo di Milano: «Il corpo peccava, lo spirito cattolico rimaneva nello spogliatoio».
L'almanacco 1946-1947 riporta solo 39 presenze di Lorenzi nell'Empoli, contro le 40 effettivamente svolte. Questo deriva da uno scherzo fatto dal portiere compagno di squadra di Veleno, che per prendere il giro l'amico centravanti aveva dichiarato ai giornali nella partita domenicale il centravanti sarebbe stato Pirinai.
La notizia venne riportata sui giornali e sugli almanacchi, salvo poi scoprire che "Pirinai" era il matto del paese: la presenza rimase accreditata al fantomatico Pirinai. Chiuse la carriera nel 1960, dopo una stagione disputata nella file dell'Alessandria (26 presenze e 4 reti) e quella successiva tra Brescia in serie B (14 partite 4 gol). A seguito di una lunga malattia è deceduto il 3 marzo 2007 all'Ospedale Sacco di Milano.
Durante la seconda guerra mondiale aderì alla Repubblica Sociale Italiana e si arruolò volontario nella Xª Flottiglia MAS Inquadrato nel Btg. Fulmine, partecipò alla battaglia di Tarnova (all'epoca nel goriziano, oggi in Slovenia con il nome di Trnovo), in cui i marò affrontarono il IX Corpus dell’esercito jugoslavo di Tito, rimanendo ferito nel corso dei combattimenti.

* 2008 - Giuseppe Di Stefano (Motta Sant'Anastasia, 24 luglio 1921 – Santa Maria Hoè, 3 marzo 2008) è stato un tenore italiano.
È stato uno dei cantanti lirici più amati del dopoguerra, il cui nome è legato in maniera indissolubile al sodalizio artistico ed affettivo con Maria Callas.
Figlio unico di un calzolaio, carabiniere in congedo, e di una sarta, Pippo, come lo hanno sempre chiamato amici, colleghi e fans, passa la giovinezza a Milano e viene educato in un seminario dei Gesuiti, e per qualche tempo medita di avvicinarsi al sacerdozio. Successivamente, grazie all'amico melomane Danilo Fois (che trascina per ore ed ore il disinteressato Pippo al loggione della Scala), inizia a dedicarsi alla musica, formandosi in modo frammentario presso vari maestri (le cui lezioni erano pagate da Fois e dagli amici del giovane cantante).
Allo scoppio della guerra viene arruolato nell'esercito (finendo ripetutamente in cella per il suo comportamento). Sfugge allo sterminio del proprio reggimento durante la Campagna di Russia ottenendo una licenza per una fittizia convalescenza poche ore prima della partenza per il fronte (grazie ad un ufficiale medico che lo giudicò "più utile all'Italia come cantante che come soldato").
Tornato a Milano, inizia la sua carriera come cantante di musica leggera ed avanspettacolo con lo pseudonimo di Nino Florio in quello che egli stesso descrive come "bombardamenti a parte, il periodo più bello della mia vita".
Fuggito in Svizzera nell'ultimo periodo della guerra, continua a lavorare come cantante, alternando musica classica e leggera. Dopo alcuni piccoli ruoli, debutta ufficialmente il 20 aprile 1946 a Reggio Emilia interpretando il ruolo di Des Grieux nella Manon di Massenet. Con il medesimo ruolo, il 15 marzo dell'anno successivo debutta alla Scala. Appena un anno dopo, il 25 febbraio, è la volta del Metropolitan di New York, quale Duca di Mantova nel Rigoletto di Verdi, ruolo che il cantante ricoprirà al Metropolitan per diversi anni. Toscanini lo sentì alla radio e gli telefonò subito in albergo, dicendogli che gli piaceva come cantava “senza smancerie”. Nel gennaio 1951, quando Toscanini diresse alla Carnegie Hall di New York il “Requiem” di Verdi, per ricordare i cinquantanni della morte del grande compositore di Busseto, volle Di Stefano. E al termine di quella esecuzione, regalò al tenore una medaglia d’oro. Su un lato vi era il volto del compositore e sul rovescio la dicitura: “A Giuseppe Di Stefano in ricordo” e la firma autografa di Arturo Toscanini. Risale invece al 21 agosto 1957 l'esordio in suolo britannico dove, al Festival lirico di Edimburgo, interpreta il ruolo di Nemorino nell'Elisir d'amore di Donizetti. Il 18 maggio di quattro anni dopo, il palcoscenico del Covent Garden di Londra lo vede invece impegnato nella parte di Mario Cavaradossi nella pucciniana Tosca, tappe di una brillante carriera che si protrae a pieno regime sino ai primi anni sessanta, riuscendo a mantenere sempre un'elevata qualità delle performance malgrado una voce, dalla metà degli anni cinquanta, non più integra come un tempo.
Elemento di primaria importana nella carriera di Di Stefano è il fortunato incontro e la successiva, lunga collaborazione artistica con il soprano Maria Callas, assieme alla quale ha ottenuto alcuni dei più importanti successi di critica e pubblico della sua carriera. I due cantarono insieme per la prima volta nel 1951 a San Paolo del Brasile in occasione di una rappresentazione della Traviata diretta dal maestro Tullio Serafin. Assieme a lei si è poi esibito negli anni successivi in diverse opere e concerti, incidendo anche dischi per edizioni divenute storiche per il loro valore documentario. Dagli anni Settanta ha tenuto alcuni seminari, degli stage di canto e nel 1973, il cantante accompagnò la Callas nell'ultima tournée mondiale della cantante greco-statunitense.
Sin dagli anni Sessanta il cantante ha progressivamente sfoltito gli impegni teatrali, limitando le sue esibizioni a recital e concerti e dedicandosi all'insegnamento.
Nel 1975, a Spoleto, ha tenuto un master per i vincitori del Concorso Nazionale di canto "Adriano Belli", firmando anche un'aria dell'opera La bohème.
Negli anni '90 nasce a Trapani il “Concorso Internazionale Giuseppe Di Stefano. I Giovani e l’Opera”, che Di Stefano segue per qualche tempo.
Nel 2001 l'Ente Luglio Musicale Trapanese gli intitola il proprio teatro nella Villa Margherita e Di Stefano presenzia alla cerimonia.
Il 3 dicembre 2004 è rimasto gravemente ferito durante un'aggressione da parte di alcuni rapinatori mentre, con la moglie Monica Curth, si trovava nella sua casa di Diani, in Kenya. Ricoverato all'ospedale di Mombasa, le sue condizioni si sono rivelate più gravi di quanto fossero apparse in un primo momento. In seguito alle ferite riportate, il 7 dicembre è entrato in coma ed il 23 dicembre, dopo un lungo viaggio di trasferimento verso l'Italia, è stato ricoverato in un ospedale milanese. Non si è mai ripreso del tutto, restando infermo sino alla morte, avvenuta nella sua casa di Santa Maria Hoè il 3 marzo 2008.
Voce e stile di canto
Dotato di una voce morbida ed inconfonibile di timbro caldo e ricco, dal magnifico smalto e con una dizione chiarissima, Di Stefano è stato apprezzato in particolare per la squisita pasta vocale, il fraseggio appassionato, il modo interpretativo accattivante, appassionato ed elegante, squisito nei pianissimi e nelle sfumature del cantato, a prescindere da una tecnica vocale non sempre impeccabile e subito oggetto di dibattiti sia tra i melomani che tra i critici, molti dei quali imputano al tenore diverse carenze tecniche (si è molto discusso sulla mancanza del passaggio di registro), frutto, in parte di una formazione canora eclettica ed incostante che, unita all'eccessiva ecletticità di repertorio, è stata anche alla base del rapido deteriorarsi della sua voce.
Lontano tanto dalla precisione adamantina (e gelida, a detta dei fans di Pippo) del collega e rivale Alfredo Kraus quanto dall'ostentata irruenza di Mario Del Monaco, Di Stefano rientra, con il suo canto generoso ed istintivo, nella tradizione dei tenori lirici del repertorio verista italiano e francese, ove egli ha dato le sue prove migliori (come Des Grieux nella Manon di Massenet od Arturo ne I puritani di Bellini), spingendosi, negli anni successivi, fino a ruoli del repertorio lirico spinto, o drammatico, con risultati spesso altrettanto validi (Cavaradossi in Tosca di Puccini, Don Alvaro ne La forza del destino di Verdi, Calaf nella Turandot pucciniana o lo Chénier in Andrea Chénier di Giordano).
Ha avuto al suo attivo una notevole discografia, diretto dai principali direttori dell'epoca: Arturo Toscanini, Victor de Sabata, Tullio Serafin, Antonino Votto, fino a Herbert von Karajan. Le sue interpretazioni più apprezzate sono comunque state quelle dal vivo.
Luciano Pavarotti ne ammirava la voce ed una volta raccontò "Il mio idolo è Giuseppe Di Stefano, lo amai ancor più di Beniamino Gigli e questo mi costò addirittura, per l'unica volta in vita mia, uno schiaffo da mio padre, che continuò a preferirgli Beniamino Gigli".


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