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Il calendario del 10 Marzo

Autore: Restelli, Silvio  Curatore: Mangiarotti, Don Gabriele
Fonte: CulturaCattolica.it  E-mail: silvio.restelli@poste.it

Eventi

▪ 241 a.C. - Nella battaglia delle Isole Egadi, la flotta romana distrugge quella cartaginese, ponendo fine alla prima guerra punica

▪ 1496 - Cristoforo Colombo lascia Hispaniola e approda in Spagna, terminando la sua seconda visita nell'Emisfero Occidentale

▪ 1629 - Carlo I d'Inghilterra scioglie il Parlamento dando inizio alla Tirannia degli Undici anni

▪ 1799 - Assedio di Modugno: un contingente di Sanfedisti attacca la città di Modugno, della Repubblica Napoletana, ma viene respinto.

▪ 1831 - Re Luigi Filippo di Francia fonda la Legione straniera francese allo scopo di utilizzare volontari stranieri nell'esercito francese, malgrado il divieto successivo alla Rivoluzione di Luglio.

▪ 1848 - Il Trattato di Guadalupe Hidalgo viene ratificato dagli Stati Uniti, ponendo fine alla guerra messicano-americana

▪ 1867 - Italia: si svolgono le Elezioni politiche generali per la 11° legislatura

▪ 1876 - Alexander Graham Bell effettua con successo la prima chiamata telefonica

▪ 1880 - Membri dell'Esercito della Salvezza sbarcano negli Stati Uniti e iniziano la loro attività

▪ 1891 - Almon Strowger, un becchino di Topeka (Kansas), brevetta il selettore Strowger, un meccanismo che porterà all'automazione delle linee telefoniche

▪ 1893 - La Costa d'Avorio diventa una colonia francese

▪ 1902
  1. - Guerra Boera: I Boeri sudafricani vincono la loro ultima battaglia contro le truppe britanniche, con la cattura di un generale britannico e di 200 dei suoi uomini.
  2. - Una corte d'appello statunitense sentenzia che Thomas Edison non ha inventato la cinepresa

▪ 1906 - Viene aperta a Londra la stazione della Metropolitana di Piccadilly Circus.

▪ 1933 - Un terremoto a Long Beach (California) provoca 120 vittime

▪ 1945 - Seconda Guerra Mondiale: Il più duro bombardamento statunitense al napalm su Tokyo provoca danni paragonabili a quelli subiti da Hiroshima e Nagasaki (stime tra gli 83.000 e i 200.000 morti), decidendo la resa nipponica.

▪ 1948 - Viene assassinato il ministro degli esteri cecoslovacco Jan Masaryk

▪ 1952 - Fulgencio Batista esegue un colpo di stato a Cuba

▪ 1969 - A Memphis (Tennessee), James Earl Ray si dichiara colpevole dell'assassinio di Martin Luther King. In seguito ritirerà la sua dichiarazione

▪ 1975
  1. - A Milano nasce Radio Milano International, la prima radio libera italiana
  2. - Guerra del Vietnam: truppe nordvietnamite attaccano Ban Me Thout, nel Vietnam del Sud, sulla loro strada verso la cattura di Saigon

▪ 1977 - L'astronomo James Elliot comunica la scoperta degli anelli di Urano

▪ 1982
  1. - Stati Uniti pongono un embargo sull'importazione di petrolio della Libia a causa del supporto di quest'ultima ai gruppi terroristici.
  2. - Tutti e 9 i pianeti si allineano sullo stesso lato del sole

▪ 1990 - Ad Haiti, Prosper Avril viene estromesso, 18 mesi dopo aver preso il potere con un colpo di stato

▪ 2000 - L'indice Nasdaq raggiunge i 5048,62 punti, segnalando l'inizio della fine del boom delle dot-com.

▪ 2006 - A seguito dell'indagine della magistratura sulla presunta attività di spionaggio politico ai danni di Alessandra Mussolini e Piero Marrazzo, si dimette il Ministro della Sanità italiana, Francesco Storace.

Anniversari

▪ 1173 - Riccardo di San Vittore (Scozia, ca 1110 – Parigi, 10 marzo 1173) è stato un teologo e filosofo francese di origine scozzese. Fu uno dei più importanti teologi mistici del XII secolo nonché priore dell’abbazia benedettina di San Vittore dal 1162 alla morte.
Riccardo fu allievo di Ugo di San Vittore, di cui adottò e sviluppò principi e metodi. La sua opera più importante, il De Trinitate, cerca di giungere agli elementi essenziali della dottrina trinitaria mediante un processo di ragionamento speculativo. Riccardo esercitò un grande influsso su Bonaventura da Bagnoregio e i mistici francescani. I suoi scritti gli fecero ottenere il soprannome di "Magnus Contemplator".
Nel Paradiso di Dante (X, 130), è considerato fra i teologi e i dottori della Chiesa, insieme con Isidoro di Siviglia e Beda il Venerabile.

Opere
Di Riccardo ci sono pervenute trentatré opere, pubblicate nella Patrologia Latina di Migne, elencate degli editori in tre gruppi: Scritti esegetici, Scritti teologici e Miscellanea; ma Eugène Kulesza contesta questa classificazione in particolare per «le opere che fanno riferimento alla vita interiore» che trattano di mistica e di ascetica, che egli mette come primo gruppo. Qui si segue questa classificazione.

Vita interiore (Sedici scritti)
▪ De præparatione animi ad contemplationem, liber dictus Benjamin minor. Il sottotitolo viene dal Salmo LXVII, 28 (Benjamin in mentis excessu). Tratta di morale mistica, è una allegoria del testo biblico che parla di Lia e Rachele le mogli di Giacobbe e dei loro tredici figli, dove si attribuisce ad ognuno di essi un particolare significato nel cammino di perfezionamento dello spirito umano per raggiungere la contemplazione di Dio.[2]
▪ De gratia contemplatoris, seu Benjamin major. Il sottotitolo è tratto dal Salmo CXXXI, 8 (Surge, Domine, in requiem tuam, tu et arca santificationis tuæ), il testo è molto più lungo, è maggiore. Tratta della contemplazione: è la saggezza che da soddisfazione e la perfezione della saggezza è la contemplazione. Tra gli scritti di Riccardo è il più studiato e il più citato. L'opera «apporto immenso alla preparazione intellettuale dell'estasi.» (Bréhier, p. 516.)
▪ Allegoriae tabernaculis fœderis. Appendice del precedente, lo riassume in allegoria dell'arca dell'alleanza: il nostro tabernacolo interiore, a cui ci porta il tabernacolo esteriore, che è la Ragione.
▪ Tractatus de quatuor gradibus violentæ caritatis. Una descrizione della preghiera contemplativa, tanto poetica quanto profonda nella descrizione (Kulesza).
▪ In Cantica corticorum explicatio. Appunti di dottrina ispirata da Papa Gregorio I e istruzioni morali.
▪ Mysticaæ adnotationes in psalmos. Appunti di dottrina in forma di omelia, dal Salmo XXIII.
▪ Expositio cantici Habacuc. Appunti di dottrina.
▪ De exterminatione mali et promotione boni. Trattato di morale mistica che esamina le virtù necessarie per purificare l'anima dove si insiste sulla contemplazione. Il testo viene anche fatto risalire a Riccardo di Saint-Laurent.
▪ De conditione interioris homoris. Trattato sulla vita interiore basato sulla spiegazione del sogno di Nabucodonosor II riportato dal profeta Daniele.
▪ De missione Spiritus Sancti. Omelia per la Pentecoste sul testo biblico della Saggezza I, 8.
▪ De comparatione Christi ad florem Mariæ ad virgam. Testo breve che riprende le idee espresse su questo tema da San Girolamo.
▪ De sacrificio David prophetæ. Opuscolo che tratta del sacrificio di Davide riportato nel salmo LXX, che viene comparato a quello di Abramo.
▪ De differentia sacrificii Abrahæ a sacrificio beatæ Mariæ virginis. Trattato che compara il sacrificio di Abramo a quello di Maria il giorno della sua purificazione.
▪ Tratatus de meditandis plagis quæ circa mundi finem evenient. Trattato, sotto forma di meditazione, sulla tribolazione che dovrà precedere i tempi ultimi.
▪ De gemino paschate. Due sermoni: per la domenica delle palme, per la Pasqua.

Scritti teologici (Dieci trattati)
▪ De Trinitate Riccardo si ispira ai trattati di Archard Saint-Victor e Anselmo d'Aosta, in particolare per il metodo e la dialettica contemplativa. Le argomentazioni razionali sono messe al servizio della giustificazione del dogma e dell'intelligenza del mistero.
▪ De tribus appropriatis personis in Trinitate. Breve spiegazione che (Vincent de Clairvaux conta come settimo libro del De trinitate). Dove Riccardo descrive gli attributi di ogni singola Persona della Trinità: unità e potenza, il Padre; uguaglianza e saggezza, il Figlio; la concordia tra le due prime Persone e la bontà allo Spirito Santo.
▪ De Liber de Verbo incarnato. Riccardo vi espone la necessità dell'incarnazione appoggiata sull'esegesi del profeta Isaia.
▪ Quomodo Spiritus Santus est amor Patris et Filii. Breve opuscolo che spiega il senso dell'amore del Padre per il Figlio attraverso lo Spirito Santo e l'amore del Figlio per il Padre con lo Spirito Santo.
▪ De superexcellenti baptismo Christi. Breve opuscolo, dedicato a un parente di Riccardo, con riflessioni sul battesimo di Cristo. Di cui solo il prologo è suo, mentre il resto è da attribuirsi a Gautier de Saint-Victor.
▪ De statu interioris hominis (PL t. 196, col. 1115-1160). Questo trattato espone lo stato di rottura dell'uomo dopo la caduta: debolezza, ignoranza e concupiscenza, espressi dai peccati: pigrizia, errore e cattiveria. A cui Riccardo contrappone come rimedio i comandamenti di Dio e le pratiche ascetiche. L'opera conobbe un successo immenso e a esercitato una profonda influenza nei credenti dei secoli successivi.
▪ De potestate ligandi et solvendi. Opuscolo sulle due forme del peccato.
▪ De judiciaria potestate in finali et universali judicio. Specie di sermone che espone come gli apostoli renderanno nel giudizio finale, le sanzioni per tutti gli uomini.
▪ Tratatus de spiritu blasphemiæ. Questo breve trattato vuole rispondere alla questione della blasfemia e del peccato contro lo Spirito soppesandone i pro e i contro, ma la soluzione non appare chiara.
▪ De differencia peccati mortalis et venialis. Breve opuscolo che riponde alla domanda: un uomo colpevole di un peccato mortale subisce la condanna eterna; ma quando un uomo accumula peccati veniali, la sua pena sarà aumentata? Anche qui la risposta non risulta molto precisa.

Scritti esegetici
Sette scritti che non sono i più originali nell'opera del vittorino.
▪ Expositio difficultatum suborientium in expositione taberculi fœderis. Lo scritto raggruppa tre sturi di importanza minore. Descrizione tropologica del tabernacolo dell'antica alleanza, una descrizione del tempio di Salomone, e una cronologia dei re di Israele e di Giuda.
▪ Declarationes nonnullarum difficultatum Scripturæ. Il testo è composto da brevi riflessioni sulle anime pure e impure dell'Antico Testamento e su un passaggio delle lettere di San Paolo: «Togliete via dunque il vecchio lievito, affinché siate una nuova pasta...» (1Cor 5,7)
▪ In visionem Ezechielis. Esteso trattato sulle visioni del profeta Ezechiele Capitolo I 1-5, dove sviluppa la spiegazone letterale degli animali, delle strade e degli edifici (Nuovo Tempio) descritti dal profeta. Il testo è ornato da figure e piani schematici.
▪ Explicatio aliquorum passum difficilium Apostoli. L'opera spiega il difficile passaggio tratto dall'opera della Legge per la santificazione del cristiano.
▪ In Apocalypsim Joannis. L'opera più voluminosa di esegesi. Composta di sette volumi, che trattano tutte le visioni dell'Apocalisse. Questo commentario privilegia le parafrasi di ordine mistico delle visoni di Giovanni.
▪ De Emmanuele. Trattato polemico che ricusa un altro trattato su Isaia Ecce virgo concipiet, di Maître André che non piace a Riccardo che riprende gli argomenti di San Gerolamo, per mostrare che il testo del profeta fa riferimento alla concezione del Salvatore.
▪ Quomodo Christus ponitur in signum populorum. Breve scritto a sermone, contenente note sul testo di Isaia 11,10 «In quel giorno, la radice di Iesse si leverà a vessillo per i popoli, le genti la cercheranno con ansia, la sua dimora sarà gloriosa.»

Diversi
1. Liber excerptionum Introduzione alle Scritture una raccolta di estratti di autori che lo hanno preceduto.
2. Una spiegazione allegorica degli Atti degli Apostoli, per lungo tempo attribuita a Fulberto di Chartres, PL, t. 141, col. 277-306.

Apocrifi
▪ Tractatus de gradibus caritatis (coll. 1195-1208). Questo trattato di autore ignoto, descrive in quattro capitoli le quattro qualità dell'amore contemplativo. La tradizione vuole che il testo sia stato scritto su richiesta di Severino un amico religioso.

Traduzioni italiane
▪ La Trinità, Roma 1990
▪ I quattro gradi della violenta carità, Roma 1990
▪ La preparazione dell'anima alla contemplazione, Firenze 1991
▪ Lo sterminio del male, Torino 1999

Studi
▪ V. Sorge, «Ratio» et «contemplatio» nel pensiero di Riccardo di San Vittore, Napoli 1881
▪ C. Nardini, «Affectio» e «ratio» nell'itinerario mistico del «Beniamin minor» di Riccardo di San Vittore, Perugia 1987
▪ Ph. Schaff, History of the Christian Church, vol. V: The Middle Ages A.D. 1049-1249, 1996 ISBN 1-56563-196-X1221 - Pietro Cattani, francescano italiano

▪ 1872 - Giuseppe Mazzini (Genova, 22 giugno 1805 – Pisa, 10 marzo 1872) è stato un patriota, politico e filosofo italiano.
Le sue idee e la sua azione politica contribuirono in maniera decisiva alla nascita dello Stato unitario italiano, la cui polizia lo costrinse però alla latitanza fino alla morte.
Le teorie mazziniane furono inoltre di grande importanza nella definizione dei moderni movimenti europei per l'affermazione della democrazia attraverso la forma repubblicana dello Stato.
Giuseppe Mazzini viene considerato, con Giuseppe Garibaldi, Vittorio Emanuele II e Camillo Benso, conte di Cavour, uno dei padri della patria.
Nato da Giacomo, medico e professore di anatomia, originario di Chiavari e personaggio attivo nella politica ai tempi della Repubblica Ligure ed in epoca napoleonica, e da Maria Drago, nel 1820 a soli 15 anni fu ammesso all'Università degli Studi di Genova; avviato in primo tempo agli studi di medicina, passò poi a quelli di legge. Sei anni dopo, nel 1826, scrisse il suo primo saggio letterario, Dell'amor patrio di Dante, pubblicato poi nel 1837. Il 6 aprile del 1827 ottenne la laurea in Utroque Jure. Nello stesso anno divenne membro della carboneria, della quale divenne segretario in Valtellina.
La sua attività rivoluzionaria lo costrinse a rifugiarsi in Francia, a Marsiglia, dove organizzò nel 1831 un nuovo movimento politico chiamato Giovine Italia.
Il motto dell'associazione era Dio e popolo e il suo scopo, era l'unione degli stati italiani in un'unica repubblica con un governo centrale quale sola condizione possibile per la liberazione del popolo italiano dagli invasori stranieri.
Il progetto federalista infatti, secondo Mazzini, poichè senza unità non c'è forza, avrebbe fatto dell'Italia una nazione debole, naturalmente destinata a essere soggetta ai potenti stati unitari a lei vicini: il federalismo inoltre avrebbe reso inefficace il progetto risorgimentale facendo rinascere quelle rivalità municipali, ancora vive, che avevano caratterizzato la peggiore storia dell'Italia medioevale. [1]
L'obiettivo repubblicano e unitario avrebbe dovuto essere raggiunto con un'insurrezione popolare condotta attraverso una guerra per bande.
Mazzini fondò altri movimenti politici per la liberazione e l'unificazione di altri stati europei: la Giovine Germania, la Giovine Polonia e infine la Giovine Europa.
Per quanto attiene al movimento denominato La Giovane Europa essa fu la più grande concretizzazione del suo pensiero di libertà delle nazioni.
In questa occasione egli estende dunque il desiderio di libertà del popolo (che si sarebbe attuato con la repubblica) a tutte le nazioni Europee. Essa viene fondata nel 1834 presso Berna in accordo con altri rivoluzionari stranieri. Il movimento ebbe anche un forte ruolo di promozione dei diritti della donna, come testimonia l'opera di numerose mazziniane, tra cui Giorgina Saffi, la moglie di Aurelio Saffi, uno dei più stretti collaboratori di Mazzini e suo erede per quanto riguarda il mazzinianesimo politico.
Mazzini continuò a perseguire il suo obiettivo dall'esilio ed in mezzo alle avversità con inflessibile costanza. Tuttavia, nonostante la sua perseveranza, l'importanza delle sue azioni fu più ideologica che pratica. Dopo il fallimento dei moti del 1848, durante i quali Mazzini era stato a capo della breve esperienza della Repubblica Romana insieme ad Aurelio Saffi e Carlo Armellini, i nazionalisti italiani cominciarono a vedere nel re del Regno di Sardegna e in Camillo Benso conte di Cavour le guide del movimento di riunificazione. Ciò volle dire separare l'unificazione dell'Italia dalla riforma sociale e politica invocata da Mazzini. Cavour fu abile nello stringere un' alleanza con la Francia e nel condurre una serie di guerre che portarono alla nascita dello stato italiano tra il 1859 e il 1861, ma la natura politica della nuova compagine statale era ben lontana dalla repubblica mazziniana.
Mazzini non accettò mai la monarchia e continuò a lottare per gli ideali repubblicani. Nel 1870 fu recluso nel carcere militare di Gaeta e costretto all'esilio, ma egli riuscì a rientrare sotto il falso nome di Giorgio Brown a Pisa, il 7 febbraio del 1872. Qui visse nascosto nell'abitazione di Pellegrino Rosselli fino al giorno della sua morte, il 10 marzo dello stesso anno, quando la polizia del nuovo Regno d'Italia stava nuovamente per arrestarlo.
La notizia della sua morte si diffuse rapidamente, commovendo l'Italia. Il suo corpo fu imbalsamato dallo scienziato Paolo Gorini, appositamente fatto accorrere da Lodi.
Una folla immensa partecipò ai funerali svolti nella città toscana il pomeriggio del 14 marzo, accompagnando il feretro al treno in partenza per Genova, dove [2] venne sepolto al Cimitero monumentale di Staglieno.

Il pensiero politico
Per comprendere appieno la dottrina politica di Mazzini bisogna rifarsi al pensiero religioso che ispira il periodo della Restaurazione seguito alla caduta dell'impero napoleonico. [3]

La nuova concezione romantica della storia
Nasceva allora una nuova concezione della storia[4] che smentiva quella degli illuministi basata sulla capacità degli uomini di costruire e guidare la storia con la ragione.
Le vicende della Rivoluzione francese e il periodo napoleonico avevano dimostrato che gli uomini si propongono di perseguire alti e nobili fini che s'infrangono dinanzi alla realtà storica. Il secolo dei lumi era infatti tramontato nelle stragi del Terrore e il sogno di libertà nella tirannide napoleonica che, mirando alla realizzazione di un'Europa al di sopra delle singole nazioni, aveva determinato invece la ribellione dei singoli popoli proprio in nome del loro sentimento di nazionalità.[5]
Secondo questa visione romantica dunque la storia non è guidata dagli uomini ma è Dio che agisce nella storia; esisterebbe dunque una Provvidenza divina che s'incarica di perseguire fini al di là di quelli che gli uomini si propongono di conseguire con la loro meschina ragione.[6]
Si cercherà dunque in ogni modo di cancellare tutto ciò che è accaduto dalla Rivoluzione a Napoleone restaurando il passato.
Una concezione politica-religiosa che troviamo nel pensiero di François-René de Chateaubriand che nel Génie du christianisme (Genio del Cristianesimo) attaccava le dottrine illuministiche prendendo le difese del cristianesimo e soprattutto nell'opera di Joseph De Maistre, che arriva nel suo Du pape (Il papa) (1819) al punto di auspicare un ritorno dell'alleanza tra il trono e l'altare riproponendo il modello della civitas cristiana medievale, contro le insidie del liberalismo e del razionalismo.[7]

La concezione progressista
Un'altra prospettiva, che nasce paradossalmente dalla stessa concezione della storia guidata dalla divinità, è quella che potremo definire liberale che vede nell'azione divina una volontà diretta, nonostante tutto, al bene degli uomini escludendo che nei tempi nuovi ci sia una sorta di vendetta di Dio che voglia far espiare agli uomini la loro presunzione di creatori di storia. È questa una visione provvidenziale, dinamica della storia che troviamo in Saint Simon con la concezione di un nuovo cristianesimo per una nuova società o in Lamennais che vede nel cattolicesimo una forza rigeneratrice della vita sociale. Una concezione progressiva quindi che è presente in Italia nell'opera letteraria di Alessandro Manzoni e nel pensiero politico di Gioberti con il progetto neoguelfo e nell'ideologia mazziniana.

La concezione mazziniana
«Costituire (...) l'Italia in Nazione Una, Indipendente, Libera, Repubblicana» (G. Mazzini, Istruzione generale per gli affratellati nella Giovine Italia)
Dio e Popolo
Il pensiero politico "mazziniano" deve dunque essere collocato in questa temperie di romanticismo politico-religioso che dominò in Europa dopo la rivoluzione del 1830 ma che era già presente nei contrasti al Congresso di Vienna tra gli ideologi che proponevano un puro e semplice ritorno al passato prerivoluzionario e i cosiddetti politici che pensavano che bisognasse operare un compromesso con l'età trascorsa.
Alcuni storici hanno fatto risalire la concezione religiosa di Mazzini all'educazione ricevuta dalla madre fervente giansenista ma, secondo altri, la visione religiosa di Mazzini non coinciderebbe con quella di nessuna religione rivelata. [8] La sua è stata anche definita una "religione civile" dove la politica svolgeva il ruolo della fede.[9]
Egli era convinto che fosse ormai presente nella storia un nuovo ordinamento divino nel quale la lotta per raggiungere l'unità nazionale assumeva un significato provvidenziale.
«Operare nel mondo significava per il Mazzini collaborare all'azione che Dio svolgeva, riconoscere ed accettare la missione che uomini e popoli ricevono da Dio».[10] Per questo bisogna «mettere al centro della propria vita il dovere senza speranza di premio senza calcoli di utilità.» [10].
Quello di Mazzini era un progetto politico ma mosso da un imperativo religioso che nessuna sconfitta, nessuna avversità avrebbe potuto indebolire. «Raggiunta questa tensione di fede , l'ordine logico e comune degli avvenimenti veniva capovolto; la disfatta non provocava l'abbattimento, il successo degli avversari non si consolidava in ordine stabile.» [10]
La storia dell'umanità dunque sarebbe una progressiva rivelazione della Provvidenza divina che di tappa in tappa si dirige verso la meta predisposta da Dio.
Esaurito il compito del Cristianesimo, chiusasi l'era della Rivoluzione francese ora occorreva che i popoli prendessero l'iniziativa per «procedere concordi verso la meta fissata al progresso umano» [10].
Ogni singolo individuo, come la collettività, tutti devono attuare la missione che Dio ha loro affidato e che attraverso la formazione ed educazione del popolo stesso, reso consapevole della sua missione, si realizzerà attraverso due fasi: Patria e Umanità.

Patria e Umanità
Senza una patria libera nessun popolo può realizzarsi né compiere la missione che Dio gli ha affidato; il secondo obiettivo sarà l'Umanità che si realizzerà nell'associazione dei liberi popoli sulla base della comune civiltà europea attraverso quello che Mazzini chiama il banchetto delle Nazioni sorelle.
Un obiettivo dunque ben diverso da quella confederazione europea immaginata da Napoleone dove la Francia avrebbe esercitato il suo primato egemonico di Grande Nation. La futura unità europea non si realizzerà attraverso una gara di nazionalismi ma attraverso una nobile emulazione dei liberi popoli per costruire una nuova libertà.
Il processo di costruzione europea, secondo Mazzini, doveva svolgersi prima di tutto attraverso l'affermazione delle nazionalità oppresse, come quelle facenti parte dell'Impero Asburgico, e poi anche di quelle che non avevano ancora raggiunto la loro unità nazionale nel singolo Stato.
A queste ultime appartenevano sia il popolo italiano, quello germanico e il polacco. Per ottenere la coscienza rivoluzionaria necessaria al perseguimento di questo programma politico Mazzini fondò la Giovine Europa, come associazione rivoluzionaria europea che aveva come scopo specifico l'agire in modo comune, dal basso e usando strumenti rivoluzionari e democratici per realizzare nei singoli Stati una coscienza nazionale e rivoluzionaria.

L'iniziativa italiana
In questo processo unitario europeo spetta all'Italia un'alta missione: quella di riaprire, conquistando la sua libertà, la via al processo evolutivo dell'Umanità.
La redenzione nazionale italiana apparirà improvvisa come una creazione divina al di fuori di ogni inutile e inefficace metodo graduale politico diplomatico di tipo cavouriano. L'iniziativa italiana che avverrà sulla base della fraternità tra i popoli e non rivendicando alcuna egemonia, come aveva fatto la Francia, consisterà quindi nel dare l'esempio per una lotta che porterà alla sconfitta delle due colonne portanti della reazione, di quella politica dell'Impero Asburgico e di quella spirituale della Chiesa cattolica.
Raggiunti gli obiettivi primari dell'unità e della Repubblica attraverso l'educazione e l'insurrezione del popolo, espressi dalla formula di pensiero e azione, l'Italia darà quindi il via a questo processo di unificazione sempre più vasta per la creazione di una terza civiltà formata dall'associazione di liberi popoli.

La funzione della politica
La politica è scontro tra libertà e dispotismo e tra queste due forze non è possibile trovare un compromesso: si sta svolgendo una guerra di principi che non ammette transazioni; Mazzini esorta la popolazione a non accontentarsi delle riforme che erano degli accomodamenti gestiti dall'alto: non radicavano, cioè, nello spirito del tempo quella libertà e quell'uguaglianza di cui il popolo aveva bisogno.
La logica della politica è logica di democrazia e libertà, non accettabili dalle forze reazionarie; contro di esse è necessaria una brusca rottura rivoluzionaria: alla testa del popolo vi dovrà essere la classe colta (che non può più sopportare il giogo dell'oppressione) e i giovani (che non possono più accettare le anticaglie dell'antico regime). Questa rivoluzione deve portare alla Repubblica, la quale garantirà l'istruzione popolare.
La rivoluzione, che è anche pedagogico strumento di formazione di virtù personali e collettive, deve iniziare per ondate, accendendo focolai di rivolta che incitino il popolo inconsapevole a prendere le armi. Una volta scoppiata la rivoluzione si dovrà costituire un potere dittatoriale (inteso come potere straordinario alla maniera dell'Antica Roma, non come tirannide) che gestisca temporaneamente la fase post-rivoluzionaria. Il governo verrà restituito al popolo non appena il fine della rivoluzione verrà raggiunto, il prima possibile.
La Giovane Italia deve educare alla gestione della cosa pubblica, ad essere buoni cittadini, non è, perciò, esclusivamente uno strumento di organizzazione rivoluzionaria. Il popolo deve avere diritti e doveri, mentre la Rivoluzione Francese si è concentrata esclusivamente sui diritti individuali: fermandosi ai diritti dell'individuo aveva dato vita ad una società egoista; l'utile per una società non va mai considerato secondo il bene di un singolo soggetto ma secondo il bene collettivo.
Mazzini non crede nell'eguaglianza predicata dal marxismo e al sogno della proprietà comune sostituisce il principio dell'associazionismo, che è comunque un superamento dell'egoismo individuale.

La questione sociale
Mentre tutta la sinistra democratica europea si riproponeva l'obiettivo di una insurrezione popolare, Mazzini rifiuta la lotta di classe convinto com'è che per spingere il popolo alla rivoluzione basti indicargli l'obiettivo dell'unità, della repubblica e della democrazia. Certo Mazzini non ignorava la grave questione sociale italiana, che era soprattutto questione contadina, ma egli pensava che questa dovesse essere affrontata e risolta solo dopo il raggiungimento dell'unità nazionale e non attraverso lo scontro delle classi, ma attraverso una loro collaborazione.
Egli sosteneva infatti che lo scontro sociale delle classi avrebbe comportato la divisione e la debolezza del popolo per il raggiungimento dell'obiettivo primario dell'unità e dell'indipendenza.
Un programma il suo di solidarietà nazionale che alla fine gli valse consensi solo tra il ceto medio cittadino, tra gli intellettuali, gli studenti e gli artigiani.
Mazzini è avversario del marxismo [11] perché i socialisti ragionano per gli interessi di una sola classe: il proletariato; è arbitrario e impossibile pretendere l'abolizione della proprietà privata: si darebbe un colpo mortale all'economia che non premierebbe più i migliori.
Per salvaguardare l'economia e allo stesso tempo per tutelare i più poveri, Mazzini punta su una forma di lavoro cooperativo: l'operaio dovrà rinunciare al salario in cambio della «piena responsabilità e proprietà sull'impresa».
Mazzini puntava sul superamento in senso sociale e democratico del capitalismo imprenditoriale classico, anticipando in questo sia le teorie distribuzioniste, sia le attuali teorie che esaltano il valore dell'associazione fra i produttori.
La corrente repubblicana e socializzatrice del fascismo, cercherà impropriamente di rifarsi al pensiero economico di Mazzini che era invece per la libera intrapresa economica, quale molla di uno sviluppo più equo, e contrario a quell'immobilismo che contrassegnò lo Stato corporativo fascista.

Le cospirazioni e il fallimento dei moti mazziniani
I moti mazziniani, ispirati ad un'ideologia repubblicana e antimonarchica furono considerati sovversivi e quindi perseguiti da tutte le monarchie italiane dell'epoca. Per i governi preunitari, i mazziniani altro non erano che terroristi e come tali furono sempre condannati.

La Giovine Italia (1831)
«Trovai tutti persuasi che la Giovine Italia era pazzia; pazzia le sette, pazzie il cospirare, pazzie le rivoluzioncine fatte sino a quel giorno, senza capo né coda» (Massimo d'Azeglio, Degli ultimi casi di Romagna)
«Su queste classi [...] così fortemente interessate al mantenimento dell'ordine sociale le dottrine sovversive della Giovine Italia non hanno presa. Perciò ad eccezione dei giovani presso i quali l'esperienza non ha ancora modificate le dottrine assorbite nell'atmosfera eccitante della scuola, si può affermare che non esiste in Italia se non un piccolissimo numero di persone seriamente disposte a mettere in pratica i principi esaltati di una setta inasprita dalla sventura.» (Camillo Benso conte di Cavour [12])
Nel 1831 Mazzini si trovava a Marsiglia in esilio dopo l'arresto e il processo subito l'anno prima in Piemonte a causa della sua affiliazione alla Carboneria. Non potendosi provare la sua colpevolezza infatti la polizia sabauda lo costrinse a scegliere tra il confino in un paesino del Piemonte e l'esilio. Mazzini preferì affrontare l'esilio e nel febbraio del 1831 passò in Svizzera, da qui a Lione e infine a Marsiglia. Qui entrò in contatto con i gruppi di Filippo Buonarroti e col movimento sainsimoniano allora diffuso in Francia.
Con questi si avviò un'analisi del fallimento dei moti nei ducati e nelle Legazioni pontificie del 1831.
Si concordò sul fatto che le sette carbonare avevano fallito innanzitutto per la contraddittorietà dei loro programmi e per l'eterogeneità delle classi che ne facevano parte. Non si era riusciti poi a mettere in atto un collegamento più ampio delle insurrezioni per le ristrettezze provinciali dei progetti politici, com'era accaduto nei moti di Torino del 1821 quand'era fallito ogni tentativo di collegamento con i fratelli lombardi. Infine bisognava desistere, come nel 1821, dal ricercare l'appoggio dei principi e, come nei moti del '30-31 l'aiuto dei francesi.
Con la fondazione della Giovane Italia nel 1831 il movimento insurrezionale andava organizzato su precisi obiettivi politici: indipendenza, unità, libertà. Occorreva poi una grande mobilitazione popolare poiché la liberazione italiana non si poteva conseguire attraverso l'azione di pochi settari ma con la partecipazione delle masse. Rinunciare infine ad ogni concorso esterno per la rivoluzione:
«La Giovine Italia è decisa a giovarsi degli eventi stranieri, ma non a farne dipendere l'ora e il carattere dell'insurrezione».[13]
Gli strumenti per raggiungere queste mete erano l'educazione e l'insurrezione. Quindi bisognava che la Giovane Italia perdesse il più possibile il carattere di segretezza, conservando quanto necessario a difendersi dalle polizie, ma acquistasse quello di società di propaganda, un'«associazione tendente anzitutto a uno scopo di insurrezione, ma essenzialmente educatrice fino a quel giorno e dopo quel giorno»[14] - anche attraverso il giornale "La Giovine Italia", fondato nel 1832 - del messaggio politico della indipendenza, dell' unità e della repubblica.
Negli anni 1833 e 1834, durante il periodo dei processi in Piemonte e il fallimento della spedizione di Savoia, l'associazione scomparve per quattro anni, ricomparendo solo nel 1838 in Inghilterra. Dieci anni dopo, il 5 maggio 1848, l'associazione fu definitivamente sciolta da Mazzini che fondò, al suo posto, l'"Associazione Nazionale Italiana".

Il fallimento del moto in Savoia (1833)
Entusiastiche adesioni al programma della Giovane Italia si ebbero soprattutto tra i giovani in Liguria, in Piemonte, in Emilia e in Toscana che si misero subito alla prova organizzando negli anni 1833-34 una serie di insurrezioni che si conclusero tutte con arresti, carcere e condanne a morte.
Nel 1833 organizza il suo primo tentativo insurrezionale che aveva come focolai rivoluzionari Chambéry, Torino, Alessandria e Genova dove contava vaste adesioni nell'ambiente militare. Ma prima ancora che l'insurrezione iniziasse la polizia sabauda a causa di una rissa avvenuta fra i soldati in Savoia, scoprì e arrestò molti dei congiurati, che furono duramente perseguiti poiché appartenenti a quell'esercito sulla cui fedeltà Carlo Alberto aveva fondato la sicurezza del suo potere. Fra i condannati figuravano i fratelli Giovanni e Jacopo Ruffini, amico personale di Mazzini e capo della Giovine Italia di Genova, l'avvocato Andrea Vochieri e l'abate torinese Vincenzo Gioberti. Tutti subirono un processo dal tribunale militare, e dodici furono condannati a morte, fra questi anche il Vochieri, mentre Jacopo Ruffini pur di non tradire si uccise in carcere mentre altri riuscirono a salvarsi con la fuga.

Il tentativo d'invasione della Savoia e il moto di Genova (1834)
Il fallimento del primo moto non fermò Mazzini, convinto che era il momento opportuno e che il popolo lo avrebbe seguito. Si trovava a Ginevra, quando assieme ad altri italiani e alcuni polacchi, organizzava un'azione militare contro lo stato dei Savoia. A capo della rivolta aveva messo il Generale Gerolamo Ramorino, che aveva già preso parte ai moti del 1821, questa scelta però si rivelò un fallimento, perché il Ramorino si era giocato i soldi raccolti per l'insurrezione e di conseguenza rimandava continuamente la spedizione, tanto che quando il 2 febbraio 1834, si decise a passare con le sue truppe il confine con la Savoia, la polizia, ormai allertata da tempo, disperse i volontari con molta facilità.
Nello stesso tempo doveva scoppiare una rivolta a Genova, sotto la guida di Giuseppe Garibaldi, che si era arruolato nella marina da guerra sarda per svolgere propaganda rivoluzionaria tra gli equipaggi.
Quando giunse sul luogo dove avrebbe dovuto iniziare l'insurrezione però, non trovò nessuno, e così rimasto solo, dovette fuggire. Fece appena in tempo a salvarsi dalla condanna a morte emanata contro di lui, salendo su una nave in partenza per l' America del Sud dove continuerà a combattere per la libertà dei popoli.
Mazzini, invece, poiché aveva personalmente preso parte alla spedizione con Ramorino, fu espulso dalla Svizzera e dovette cercare rifugio in Inghilterra. Lì continuò la propria azione politica attraverso discorsi pubblici, lettere e scritti su giornali e riviste, aiutando a distanza, gli italiani, a mantenere il desiderio di unità e indipendenza. Anche se l'insuccesso dei moti fu assoluto, dopo questi eventi, la linea politica di Carlo Alberto mutò, temendo che reazioni eccessive potessero diventare pericolose per la monarchia.

La tempesta del dubbio (1836)
Altri tentativi pure falliti si ebbero a Palermo, in Abruzzo, nella Lombardia austriaca, in Toscana. Il fallimento di tanti generosi sforzi e l'altissimo prezzo di sangue pagato fecero attraversare a Mazzini quella che egli chiamò la tempesta del dubbio da cui uscì religiosamente convinto ancora una volta della validità dei propri ideali politici e morali. Dall'esilio di Londra (1837), dopo essere stato espulso dalla Svizzera, riprese quindi il suo apostolato insurrezionale.

I fratelli Bandiera (1844)
Nobili, figli dell'ammiraglio Francesco Bandiera e, a loro volta, ufficiali della Marina da guerra austriaca, aderirono alle idee mazziniane e fondarono una loro società segreta, l'Esperia [15] e con essa tentarono di effettuare una sollevazione popolare nel Sud Italia.
Il 13 giugno 1844, i fratelli Emilio e Attilio Bandiera partirono da Corfù (dove avevano una base allestita con l'ausilio del barese Vito Infante) alla volta della Calabria seguiti da 17 compagni, dal brigante calabrese Giuseppe Meluso e dal corso Pietro Boccheciampe. Il 15 marzo dello stesso anno era loro giunta infatti la notizia dello scoppio di una rivolta a Cosenza che essi credevano condotta nel nome di Mazzini.
In realtà non solo la ribellione non aveva alcuna motivazione patriottica ma era già stata domata dall'esercito borbonico. Il 16 giugno 1844 quando sbarcarono alla foce del fiume Neto, vicino Crotone appresero che la rivolta era già stata repressa nel sangue e al momento non era in corso alcuna ribellione all'autorità del re. 
Il Boccheciampe, appresa la notizia che non c'era alcuna sommossa a cui partecipare, sparì e andò al posto di polizia di Crotone per denunciare i compagni.
I due fratelli vollero lo stesso continuare l'impresa e partirono per la Sila.
 Subito iniziarono le ricerche dei rivoltosi ad opera delle guardie civiche borboniche, aiutate da comuni cittadini; dopo alcuni scontri a fuoco, vennero catturati (meno il brigante Giuseppe Meluso, buon conoscitore dei luoghi, che riuscì a sfuggire alla cattura) e portati a Cosenza, dove i fratelli Bandiera con altri 7 compagni vennero fucilati nel Vallone di Rovito il 25 luglio 1844.
Il re Ferdinando II ringraziò la popolazione locale per il grande attaccamento dimostrato alla Corona e la premiò concedendo medaglie d'oro e d'argento e pensioni generose.

La Repubblica Romana
Dopo i moti del 1848, Mazzini fu a capo, con Aurelio Saffi e Francesco Armellini della Repubblica Romana, soppressa dalla reazione francese e pontificia nel 1849.

La spedizione di Sapri (1857)
Il piano originale, secondo il metodo insurrezionale mazziniano, prevedeva di accendere un focolaio di rivolta in Sicilia dove era (???) molto diffuso il malcontento contro i Borboni, e da lì estenderla a tutto il Mezzogiorno d'Italia.
Successivamente invece si pensò più opportuno partendo dal porto di Genova di sbarcare a Ponza per liberare alcuni prigionieri politici lì rinchiusi, per rinforzare le file della spedizione e infine dirigersi a Sapri, che posta al confine tra Campania e Basilicata, era ritenuta un punto strategico ideale per attendere dei rinforzi e marciare su Napoli.
Il 25 giugno 1857 Pisacane s'imbarcò con altri ventiquattro sovversivi, tra cui Giovanni Nicotera e Giovan Battista Falcone, sul piroscafo di linea Cagliari, della Società Rubattino, diretto a Tunisi. Il 26 giugno sbarcò a Ponza dove, sventolando il tricolore, riuscì agevolmente a liberare 323 detenuti, poche decine dei quali per reati politici per il resto delinquenti comuni, aggregandoli quasi tutti alla spedizione. Il 28, il Cagliari ripartì carico di detenuti comuni e delle armi sottratte al presidio borbonico. La sera i congiurati sbarcarono a Sapri, ma non trovarono ad attenderli quelle masse (!!!!) rivoltose che si attendevano.
Anzi furono affrontati dalle falci dei contadini ai quali le autorità borboniche avevano per tempo annunziato il loro sbarco.
Il 1º luglio, a Padula vennero circondati e 25 di loro furono massacrati dai contadini. Gli altri, per un totale di 150, vennero catturati e consegnati ai gendarmi. Pisacane, con Nicotera, Falcone e gli ultimi superstiti, riuscirono a fuggire a Sanza dove furono ancora aggrediti dalla popolazione. Perirono in 83. Pisacane e Falcone si suicidarono con le loro pistole, mentre quelli scampati all'ira popolare furono poi processati nel gennaio del 1858. Condannati a morte, furono graziati dal Re, che tramutò la pena in ergastolo.

Il senso dell'impresa
Pur essendo quella di Sapri un'impresa tipicamente mazziniana condotta senza speranza di premio in effetti Pisacane si era allontanato dal credo politico del Maestro per accostarsi a un socialismo libertario espresso dalla formula libertà e associazione.
Contrariamente a Mazzini che riguardo alla questione sociale proponeva una soluzione interclassista solo dopo aver risolto il problema unitario, Pisacane pensava infatti che per arrivare ad una rivoluzione patriottica unitaria e nazionale occorresse prima risolvere la questione contadina che era quella della riforma agraria. Come lasciò scritto nel suo testamento politico in appendice al Saggio sulla rivoluzione, «profonda mia convinzione di essere la propaganda dell'idea una chimera e l'istruzione popolare un'assurdità. Le idee nascono dai fatti e non questi da quelle, ed il popolo non sarà libero perché sarà istrutto, ma sarà ben tosto istrutto quando sarà libero».
Vicino agli ideali mazziniani era Pisacane invece quando aggiungeva nello stesso scritto che quand'anche la rivolta fallisse «ogni mia ricompensa io la troverò nel fondo della mia coscienza e nell'animo di questi cari e generosi amici... che se il nostro sacrifico non apporta alcun bene all'Italia, sarà almeno una gloria per essa aver prodotto figli che vollero immolarsi al suo avvenire.» (C.Pisacane op.cit.)

Hanno detto di lui
«Ebbi a lottare con il più grande dei soldati, Napoleone. Giunsi a mettere d’accordo tra loro imperatori, re e papi. Nessuno mi dette maggiori fastidi di un brigante italiano: magro, pallido, cencioso, ma eloquente come la tempesta, ardente come un apostolo, astuto come un ladro, disinvolto come un commediante, infaticabile come un innamorato, il quale ha nome: Giuseppe Mazzini.» (Klemens von Metternich)
«Egli solo vegliava, quando intorno tutto dormiva» (Giuseppe Garibaldi, Londra, 1854)
«Il famoso rivoluzionario Giuseppe Mazzini, più conosciuto in Russia come patriota italiano, cospiratore e agitatore che come metafisico deista e fondatore della nuova chiesa in Italia, sì, proprio Mazzini ritenne utile e necessario nel 1871, il giorno dopo la disfatta della comune di Parigi, quando i feroci esecutori di Versailles fucilavano a migliaia i disarmati comunardi, affiancare l'anatema della chiesa cattolica e le persecuzioni poliziesche dello Stato con il suo proprio anatema sedicentemente patriottico e rivoluzionario ma nella sostanza assolutamente borghese e teologico insieme.» (Michail Bakunin, Stato e Anarchia)
«E un popol morto dietro a lui si mise.
Esule antico, al ciel mite e severo

Leva ora il volto che giammai non rise,
"Tu sol" pensando "o ideal, sei vero".»
(Giosue Carducci, Mazzini)

Note
▪ 1 Cfr. Patria, nazione e stato tra unità e federalismo. Mazzini, Cattaneo e Tuveri, Editore: CUEC, Collana: University Press-Ricerche storiche, 2007 ISBN 888467381X
▪ 2 Le esequie furono accompagnate dalla musica della storica Filarmonica Sestrese C. Corradi G. Secondo
▪ 3 A.Desideri, Storia e storiografia,Vol.II, pag.333, Ed. D'Anna, Messina-Firenze 1997
▪ 4 «Gli sconvolgimenti operati dalla Rivoluzione francese avevano fatto dubitare a molti uomini della razionalità della storia, così altamente proclamata nel secolo precedente. L'unica alternativa allo scetticismo parve allora la fede in una forza arcana operante provvidenzialmente nella storia» in A.Desideri, Ibidem
▪ 5 «La politica acquista pathos religioso, e sempre più col procedere del secolo...la nazione diventa patria: e la patria la nuova divinità del mondo moderno. Nuova divinità e come tale sacra.» in F.Chabod, L'idea di nazione, Laterza, Bari 1967
▪ 6 «S' identificò la storia della civiltà con la storia della religione, e si scorse una forza provvidenziale non solo nelle monarchie, ma sin nel carnefice, che non potrebbe sorgere e operare nella sua sinistra funzione se non lo suscitasse, a tutela della giustizia, Iddio: tanto è lungi dall'essere operatore e costruttore di storia l'arbitrio individuale e il raziocino logico.»Adolfo Omodeo, L'età del Risorgimento italiano, pag.24, Napoli,1955
▪ 7 «Così il genere umano è in gran parte naturalmente servo e non può essere tolto da questo stato altro che soprannaturalmente...senza il cristianesimo, niente libertà generale. e senza il papa non si dà vero cristianesimo operoso, potente, convertitore,rigeneratore, conquistatore, perfezionanate.» (cfr. J.De Maistre, Il Papa, trad. di T.Casini, Firenze 1926)
▪ 8 «Egli aveva una visione utopica, romantica e anche sincretistica della religione, che egli considerava come il contributo, in termini di princìpi universali, delle varie confessioni e fedi alla storia collettiva.» Senato.it
▪ 9 Roland Sarti, Giuseppe Mazzini. La politica come religione civile, con postfazione di Sauro Mattarelli, Roma-Bari, Laterza, 2000
▪ 10 a b c d A.Omodeo, Introduzione a G.Mazzini, Scritti scelti, Mondadori, Milano 1934
▪ 11 Marx a sua volta non stimava molto l'ideologia politica di Mazzini che chiamava teopompo, l' inviato di Dio, per l'atteggiamento profetico che egli assumeva nel suo ruolo di educatore religioso e politico del popolo. Un altro motivo di divisione ideologica si ebbe tra i due pensatori politici in occasione della valutazione della rivolta che portò alla Comune parigina del 1871. Per Marx quello della Comune era stato un tentativo di distruggere lo stato borghese realizzando la nazione dal basso, mentre Mazzini criticò la Comune vedendo in essa la fine della nazione, la minaccia di uno smembramento della Francia.
▪ 12 A.Gacino-Canina, Economisti del Risorgimento, Torino, UTET, 1953.
▪ 13 G. Mazzini, Istruzione generale per gli affiliati nella Giovine Italia in Scritti editi e inediti, II, Imola, 1907.
▪ 14 G.Mazzini, op.cit.
▪ 15 Nome col quale i greci indicavano l'Italia antica

Bibliografia
▪ Giuseppe Mazzini, Atto di fratellanza della Giovane Europa (1834), in Giuseppe Mazzini, Edizione nazionale degli scritti., Imola, s.e., 1908, vol. 4, pag. 3.
▪ Joseph De Maistre, Il Papa, Firenze, 1926.
▪ Adolfo Omodeo, Introduzione a G.Mazzini. Scritti scelti, Milano, Mondadori, 1934.
▪ Adolfo Omodeo, L'età del Risorgimento italiano, Napoli, ESI, 1955.
▪ Federico Chabod, L'idea di nazione, Bari, Laterza, 1967.
▪ Giuseppe Monsagrati, Giuseppe Mazzini, Milano, Adelphi, 1972, pp. 326.
▪ Giorgio Batini, Album di Pisa, Firenze, La Nazione, 1972.
▪ Franco Della Peruta, Mazzini e i rivoluzionari italiani: il partito d'azione, 1830-1845, Milano, Feltrinelli, 1974, pp. 469.
▪ AA.VV., Il processo ad Andrea Vochieri, Alessandria, Lions club, 1976, pp. 131.
▪ Mario Albertini, Il Risorgimento e l' unità europea, Napoli, Guida, 1979.
▪ Denis Mack Smith, Mazzini, Milano, Rizzoli, 1993, pp. 412.
▪ Salvo Mastellone, Il progetto politico di Mazzini: Italia-Europa, Firenze, Olschki, 1994, pp. 243.
▪ A.Desideri, Storia e storiografia, Vol.II, Messina-Firenze, Ed. D'Anna, 1997.
▪ Roland Sarti, Giuseppe Mazzini: la politica come religione civile, (Postfazione di Sauro Mattarelli), Roma-Bari, Laterza, 2000, pp. VIII e 352.
▪ Sauro Mattarelli, Dialogo sui doveri. Il pensiero di Giuseppe Mazzini, Venezia, Marsilio, 2005.
▪ Pietro Galletto, Mazzini, nella vita e nella storia, Giovanni Battagin Editore, 2005.
▪ Elvio Ciferri, Mazzini Giuseppe in «International Encyclopedia of Revolution and Protest», 5, Malden (MA), Wiley-Blakwell, 2009 .

Saggi
▪ Giuseppe Mazzini, Saggio sulla rivoluzione, ed. Universale Economica , Milano, 1956.
▪ Giuseppe Mazzini, I sistemi e la democrazia. Pensieri - Con una Appendice su La religione di Mazzini - scelta di pagine dall'Opuscolo Dal Concilio a Dio, a cura di Vincenzo Gueglio (note al testo, repertorio dei nomi e saggio introduttivo) Milano, Greco & Greco, 2005; ISBN 88-7980-399-9
Giuseppe Mazzini - verifiche e incontri - Atti del Convegno Nazionale di Studi, Genova, Gennaio 2006, Gammarò editori ISBN 88-95010-07-8

▪ 1940 - Michail Afanas'evič Bulgakov (Kiev, 15 maggio 1891 – Mosca, 10 marzo 1940) è stato uno scrittore e drammaturgo russo della prima metà del XX secolo. È considerato uno dei maggiori novellisti del Novecento. Molti suoi scritti sono stati pubblicati postumi.
Michail Miša Bulgakov nacque a Kiev, in Ucraina, primo di sette fratelli (quattro femmine e due maschi), figlio di un professore di storia e critica delle religioni occidentali, Afanasij Ivanovič Bulgakov, morto nel 1906. Gli altri figli di Afanasij si sarebbero poi stabiliti a Parigi.
Si legge nei diari della sorella Nadežda che Miša abbandona la pratica religiosa. Nel 1913 Bulgakov sposò Tat’jana Lappa.
Nel 1916, si laureò (in ritardo: si era iscritto nel 1909) in medicina, con menzione d'onore, presso l’Università San Vladimir di Kiev (oggi Università nazionale "Taras Ševčenko"). Fu subito inviato a Nikol'skoe (governatorato di Smolensk) come dirigente medico dell'ospedale del circondariato. Era l'unico medico del circondariato. Sono di questo periodo gli scritti degli Appunti di un giovane medico (sette racconti), i cui manoscritti sono andati persi. Se, come in essi scrive, ogni giorno aveva al minimo cinquanta pazienti, più gli interventi chirurgici, è verosimile che tali appunti siano stati scritti l'anno successivo, quando si spostò a Viaz'ma, più tranquilla (condivideva il lavoro con almeno altri tre colleghi medici), dove gli arriveranno gli echi della rivoluzione. È qui che Bulgakov vive le esperienze descritte negli altri due racconti degli Appunti.
Nel 1918 torna a Kiev con la moglie, dove apre uno studio medico di dermatosifilopatologia. Afferma di aver assistito, a Kiev, almeno a quattordici sovvertimenti politici, di cui dieci vissuti in prima pesona: è in questo periodo che gli nasce in seno l'idea di abbandonare la medicina, poiché, come ufficiale pubblico, era troppo soggetto al potere politico.
Nel 1919 viene inviato nel Caucaso come medico militare, dove iniziò a fare il giornalista. Tutte le pubblicazioni di questo periodo sono irreperibili.
È del 1920 il definitivo abbandono della carriera medica. Si ammala di tifo.
Nel 1921, si trasferì con la prima moglie a Mosca. Tre anni dopo divorziò da Tat’jana e sposò Ljubov' Belozerskaja.
Nonostante fosse relativamente benvoluto da Josif Stalin, gli fu sempre impedito di uscire dall'Unione Sovietica o di andare a far visita ai suoi fratelli all'estero. Il 28 marzo 1930 scrisse una lettera al governo dell'URSS chiedendo il permesso di fare un viaggio all'estero o, in alternativa, di avere un qualsiasi lavoro in un teatro. Il 18 aprile, il giorno dopo i funerali di Majakovskij che si era suicidato il 14 aprile, ricevette una telefonata da Stalin in persona che gli negava la possibilità di espatriare, ma gli prospettava un impiego al Teatro Accademico dell'Arte di Mosca, non però come drammaturgo.
Nel 1932 si sposò per la terza volta, con tale Elena Sergèevna.
Nell'ultimo decennio della sua vita, Bulgakov continuò a lavorare alla sua opera più nota Il maestro e Margherita, scrisse commedie, lavori di critica letteraria, storie ed eseguì alcune traduzioni e drammatizzazioni di romanzi. Tuttavia, la maggior parte delle sue opere rimase per molti decenni nel cassetto.
Morì nel 1940, a soli 49 anni, per una nefrosclerosi - la stessa malattia di cui era morto il padre - e fu sepolto nel cimitero Novodevičij di Mosca.
Dalla sua morte al 1961 nessuna opera di Bulgakov fu mai pubblicata. Poi, "improvvisamente, per 5-7 anni in Russia scoppiò il fenomeno Bulgakov", scrisse Vladimir Laškin. Da questo momento di nuovo in Russia cala l'oblio, per poi riaccendersi l'interesse negli anni ottanta.
Opere
Quand'era ancora in vita, Bulgakov era famoso per i suoi Appunti di un medico condotto e La guardia bianca.
Negli Appunti racconta, a livello autobiografico, la sua esperienza di neolaureato confrontato con la vita vera di dottore in un ospedale di campagna, raccontandone i dubbi, le emozioni e le paure, senza rinunciare a un velo di ironia tipico di Bulgakov.
Fu, per un breve periodo, lo scrittore preferito di Josif Stalin, che ammirava in particolare la commedia I giorni dei Turbin, tratta dal romanzo La guardia bianca. Probabilmente questa circostanza gli salvò la vita negli anni del Grande terrore (1937), quando quasi tutti gli scrittori che non appoggiavano la dittatura furono imprigionati ed uccisi, come accadde ad esempio a Osip Mandel'štam e Isaak Babel. Bulgakov non appoggiò mai il regime e, in molte sue opere, lo schernì: Cuore di cane, La corsa, ecc. Nel 1929 tutte i suoi lavori, compreso il romanzo La guardia bianca, furono messe al bando e Bulgakov non poté pubblicare più nulla.
Fu il romanzo satirico Il maestro e Margherita (Мастер и Маргарита), pubblicato nel 1967, quasi trent'anni dopo la morte avvenuta nel 1940, che gli assicurò fama immortale; la pubblicazione in Italia fu possibile grazie all'editore Giulio Einaudi.
Il libro per molti anni fu disponibile clandestinamente in Unione Sovietica come samizdat, prima della pubblicazione a puntate di una versione censurata sul giornale Moskva. Secondo il parere di molti lettori Il Maestro e Margherita è il miglior romanzo russo del secolo e anche dell'Unione Sovietica.
Il romanzo contiene molte “frasi alate”, ossia citazioni dal sapore quasi proverbiale, nella lingua russa, come, per esempio, "I manoscritti non bruciano". Un manoscritto del Maestro che viene distrutto, infatti, è un elemento importante della trama e lo stesso Bulgakov dovette riscrivere da capo il romanzo, attingendo solo alla sua memoria, dopo averne bruciato personalmente e di proposito un abbozzo.
Cuore di cane, una storia spesso paragonata a Frankenstein, ha per protagonista un professore che trapianta i testicoli e la ghiandola pituitaria di un uomo su un cane di nome Šarik (Pallino nella versione italiana). Col passare del tempo Šarik assume caratteristiche sempre più umane, la qual cosa genera una gran confusione. Il racconto costituisce una dura satira nei confronti dell'Unione Sovietica; da esso, nel 1973, William Bergsma ha tratto un'opera comica dal titolo L'assassinio del compagno Šarik.
Il romanzo Uova fatali racconta i fatti accaduti dopo la scoperta da parte del professor Persikov, in un esperimento con le uova, di un raggio rosso che accelera la crescita degli organismi viventi. In quel periodo la maggior parte delle galline di Mosca erano colpite da una malattia contagiosa e quindi, per porre rimedio alla situazione, il Governo sovietico prova ad utilizzare il raggio in una fattoria. Sfortunatamente, per errore, al professore vengono consegnate delle uova di gallina mentre alla fattoria gestita dal governo arriva una partita di uova di struzzo, di serpente e di coccodrillo, che avrebbero dovuto essere consegnate al laboratorio di Persikov.
L'errore viene scoperto non prima che le uova abbiano generato mostri giganteschi che devastano i quartieri periferici di Mosca e uccidono tutti coloro che lavorano nella fattoria. La macchina della propaganda coinvolge il professore, stravolgendo la sua natura nello stesso modo in cui il suo atteggiamento ingenuo ha creato i mostri. Mettere in rilievo la faciloneria e i disastri causati dal governo costò a Bulgakov la fama di controrivoluzionario.
In Memorie di un defunto, un romanzo che racconta in tono ironico e grottesco le disavventure che Bulgakov affrontò dopo la pubblicazione de La guardia bianca e del suo riadattamento a pièce teatrale. Tutti i personaggio presenti nel romanzo hanno un corrispettivo nella Mosca degli anni venti e la voce narrante è lasciata ad un aspirante scrittore più che un scrittore vero e proprio, che si suiciderà dopo aver scritto le sue memorie.

▪ 1948
- Jan Masaryk (Praga, 14 settembre 1886 – 10 marzo 1948) è stato un politico cecoslovacco.
Jan Masaryk era figlio di Tomáš Masaryk, il primo presidente cecoslovacco e della statunitense Charlotte Garrigue. Frequentò le scuole a Praga e negli Stati Uniti e durante la prima guerra mondiale fu ufficiale dell'armata Austro-Ungarica. Nel 1919 entrò a far parte del corpo diplomatico come chargé d'affaires con gli Stati Uniti, e negli anni dal 1925 al 1938 fu ambasciatore cecoslovacco a Londra.
Dal 1940 fu ministro degli esteri del governo cecoslovacco in esilio, raggiunse una notevole popolarità presso il suoi compatrioti attraverso una serie di trasmissioni della BBC dirette alla popolazione del Protettorato di Boemia e Moravia. Al suo rientro in patria nel 1945 mantenne il ruolo di ministro degli esteri.
Venne trovato morto sotto la finestra del bagno dell'edificio del Ministero degli Esteri di Praga. Masaryk era l'unico ministro non socialista nel governo, dominato dai comunisti, costituito un mese prima. Le speculazioni sulla sua morte continuarono a lungo, per molto tempo non vi fu nessuna prova che incolpasse o scagionasse il regime anche se recentemente si tende ad abbandonare l'ipotesi del suicidio a favore di quella dell'omicidio definendo quella di Masaryk la cosiddetta terza defenestrazione di Praga. Ciò non toglie che le circostanze del suo decesso sono lontane dall'essere chiare.

- Placido Rizzotto (Corleone, 2 gennaio 1914 – Corleone, 10 marzo 1948) è stato un sindacalista italiano, rapito e ucciso dalla Mafia.
Nacque a Corleone da Giovanna Moschitta e Carmelo Rizzotto. Primo di sette figli, perse la madre quando era ancora bambino. In seguito all'arresto del padre, con l'accusa di far parte di un'associazione mafiosa, fu costretto ad abbandonare la scuola per occuparsi della famiglia.
Durante la seconda guerra mondiale prestò servizio nell'esercito sui monti della Carnia, in Friuli-Venezia Giulia, con il grado di caporale prima, di caporal maggiore poi e infine di sergente. Dopo l'8 settembre si unì ai partigiani della Brigate Garibaldi come socialista.
Rientrato a Corleone al termine della guerra, iniziò la sua attività politica e sindacale. Ricoprì l'incarico di Presidente dei reduci e combattenti dell'ANPI di Palermo e quello di segretario della Camera del lavoro di Corleone. Fu esponente di spicco del Partito Socialista Italiano e della CGIL.
Venne rapito nella serata del 10 marzo 1948, mentre andava da alcuni compagni di partito, e ucciso dalla mafia per il suo impegno a favore del movimento contadino per l'occupazione delle terre. Mentre veniva assassinato, il pastorello Giuseppe Letizia assistette al suo omicidio di nascosto e vide in faccia gli assassini e per questo venne ucciso con un'iniezione letale fattagli dal boss e dottore Michele Navarra, il mandante del delitto di Placido Rizzotto.
Le indagini sull'omicidio furono condotte dall'allora capitano dei Carabinieri Carlo Alberto Dalla Chiesa. Sulla base degli elementi raccolti dagli inquirenti, vennero arrestati Vincenzo Collura e Pasquale Criscione che ammisero di aver preso parte al rapimento di Rizzotto in concorso con Luciano Liggio.
Grazie alla testimonianza del Collura fu possibile ritrovare il corpo del sindacalista, che era stato gettato da Liggio nelle foibe di Rocca Busambra, nei pressi di Corleone. Criscione e Collura, insieme a Liggio che rimase latitante fino al 1964, furono assolti per insufficienza di prove, dopo aver ritrattato la loro confessione in sede processuale.
La cooperativa siciliana Libera Terra produce e commercializza due vini denominati Placido Rizzotto Bianco e Placido Rizzotto Rosso provenienti da vigne confiscate alla mafia.

Bibliografia
▪ Carlo Lucarelli, Terra e libertà in Storie di bande criminali, di mafie e di persone oneste, 1a ed. Einaudi, 2008. pp. 280-332 ISBN 978-88-06-19502-1

Filmografia
▪ La sua vita è stata raccontata al cinema nel film Placido Rizzotto di Pasquale Scimeca (2000). La pellicola è stata al centro di polemiche per non aver fatto alcun riferimento alla militanza politica di Rizzotto nel Partito Socialista Italiano ed accusata di aver costruito l'immagine di un Rizzotto comunista. Emanuele Macaluso ed altri intellettuali d'area socialista hanno più volte ribadito la convinta adesione di Placido Rizzotto ai valori del socialismo democratico, testimoniata durante tutta la sua attività politica.

▪ 1958 - Don Carlo De Cardona (Morano Calabro, 4 maggio 1871 – Morano Calabro, 10 marzo 1958) è stato un sacerdote e politico italiano.
«I cattolici devono smetterla di accontentarsi delle feste religiose e delle pratiche di culto per dedicarsi invece, con ardore, all’azione popolare cristiana.»

È oggi ricordato come una delle figure più carismatiche e discusse del Partito Popolare Italiano in Calabria, oltre che come fondatore di leghe contadine ed operaie e di istituzioni economiche volte allo sradicamento dell'usura ai danni dei ceti più umili.
Dopo aver concluso gli studi presso la Pontificia Università Gregoriana di Roma, nel 1895 venne ordinato sacerdote nella Diocesi di Cassano allo Ionio da Mons. Evangelista di Milia.
L'arcivescovo di Cosenza, Mons. Camillo Sorgente, lo chiamò nel 1898 come suo segretario personale: in questo periodo De Cardona ebbe modo di cominciare il lungo cammino pastorale che di lì a poco lo portò ad interessarsi alle problematiche sociali che maggiormente affliggevano il territorio calabrese, quali ad esempio, il totale asservimento delle fasce deboli del proletariato ai ricchi possidenti e la lotta contro l'usura che ne derivava. A tal proposito, nel 1898 fondò la rivista "La Voce Cattolica", principale manifesto delle sue convinzioni, inizialmente ispirate dall'opera di Don Romolo Murri. Per quanto concerne le attività più segnatamente economico-sociali, creò nel 1901 la Lega del Lavoro, ed al fine di concedere un servizio di efficente credito bancario soprattutto agli agricoltori, fondò nel 1902 la Cassa Rurale Cattolica di Cosenza, prima di una lunga serie che verranno costituite fra le province di Cosenza e Catanzaro.
Nel 1914 venne chiamato al seguito di Don Sturzo a far parte del Comitato per il Mezzogiorno dell'Unione Popolare dei Cattolici Italiani. Successivamente fondò a Cosenza insieme a don Luigi Nicoletti e Federico Sorbaro, il Partito Polare Italiano in Calabria nel 1919.
Con l'avvento del Fascismo ed il conseguente fallimento delle casse rurali calabresi, De Cardona, già consigliere comunale e provinciale, si ritirò dalla scena politica e sociale locale dirigendosi a Todi presso suo fratello dove visse quasi ininterrottamente fino al 1940. Ritornò quindi a Cosenza fino al 1949; non venendo eletto ad incarichi politici e per l'aggravarsi del suo stato di salute, dopo un secondo periodo a Todi, ritornò a Morano Calabro dove si spense nel 1958.

Il pensiero
Pur non meritando mai la sua condotta alcun richiamo ufficiale dalla Santa Sede, alcuni aspetti controversi circa la sua posizione ideologica compaiono in una relazione del visitatore apostolico Pietro Pacifici del 1907, in cui De Cardona nonostante molti pregiudizi alimentati dal suo apostolato "attivo", si dissocia ideologicamente dalle posizioni intransigenti del Murri e dei modernisti, vista la separazione di questi dalla dottrina della chiesa. In principio venne accusato di divulgare teorie ritenute sovversive dalla chiesa all'interno del seminario diocesano cosentino, nonostante queste voci non fossero suffragate nella realtà e De Cardona chiedesse di modellare le proprie posizioni sulle direttive della Santa Sede, qualora discordanti.[1]
Il pensiero decardoniano è improntato su un'azione cristiana attiva, che rappresenti un compendio concreto e vissuto del messaggio evangelico, interpredando i rimedi di cooperazione di credito e di lavoro in senso sociale.[2]
Il pensiero di De Cardona nacque sull'onda della Rerum Novarum di Leone XIII e sulla scorta della sua notevole forza politica e sociale, di cui divenne interprete in senso attivo nonostante i contrasti con i grandi proprietari fondiari dell'epoca ed il generale distaccamento politico degli ultimi anni.

Note
▪ 1 Pietro Borzomati - Le casse vuote: protagonisti della spiritualità e della pietà meridionale; Rubettino (2006), pagg. 340-348;
▪ 2 Cfr. Luigi Intrieri - Un passato sempre vivo

Bibliografia
▪ La mia "PICCIOLETTA BARCA" di Federico Sorbaro, E.C.M. - Cosenza, 1971.
▪ Silvana Antonioli Gianni Cameroni, Movimento cattolico e contadino, indagine su Carlo de Cardona, Jaka Book, 1976.
▪ Silvana Antonioli Gianni Cameroni, Cattolici Clandestini, NED - MILANO, 1984.
▪ L. Intrieri P. Borzomati, Don Carlo De Cardona, Società Editrice Internazionale, 1996.
▪ P. Borzomati, Le casse vuote: protagonisti della spiritualità e della pietà meridionale, Rubettino, 2006.

▪ 1984 - Itsuo Tsuda (3 maggio 1914 – 10 marzo 1984) è stato un filosofo giapponese.
All'età di sedici anni si rivoltò contro la volontà del padre che lo destinava a diventare l'erede dei suoi beni (diritto di primogenitura); lasciò quindi la sua famiglia e si mise a vagabondare, alla ricerca della libertà di pensiero.
Dopo essersi riconciliato con il padre, si recò in Francia nel 1934, dove studiò sotto la guida di Marcel Granet e Marcel Mauss fino al 1940, anno del suo ritorno in Giappone: studiò la recitazione del Nō con il Maestro Hosada, il Seitai con il Maestro Haruchika Noguchi e l'Aikido con il Maestro Morihei Ueshiba.
Itsuo Tsuda tornò in Europa nel 1970 per diffondere il Katsugen Undo (Movimento rigeneratore) e le proprie idee sul Ki. Nel 1973 pubblicò la sua prima opera, "Il Non-fare", con il sottotitolo: " Scuola della Respirazione" (Milano, Luni Editrice, 2003 | ISBN 8874350236).
Morì a Parigi nel 1984. Oggi in Europa, nei dojo della "Scuola Itsuo Tsuda", continuano a vivere la filosofia pratica e l'insegnamento che egli trasmise attraverso le sue opere e il suo lavoro.

Una testimonianza
"Régis Soavi, lei che è stato allievo diretto del Maestro Tsuda, mi parli un po' di lui."
Era un uomo semplice. Lo chiamavamo semplicemente signor Tsuda. Io stesso, ho cominciato a chiamarlo maestro solo negli ultimi anni. Teneva molto ad essere considerato prima di tutto come un filosofo e uno scrittore. La sua ricerca era personale. Quando lo si incontrava, ci si rendeva immediatamente conto della sua forte personalità, ma, allo stesso tempo, era un asiatico come un altro. Se lo si incrociava per strada, non ci si rendeva conto che era un esperto d'arti marziali, sembrava un giapponese qualunque. Chiunque fosse, sui tatami era una scoperta. Tsuda si rivolgeva ad ogni persona direttamente, non parlava mai in generale. Il mattino dopo l'Aikido facevamo colazione insieme e lui ci raccontava delle storie rivolgendosi a tutti; ma ogni volta, capivamo che voleva raggiungere certe persone in particolare. Ciò che lo caratterizzava era soprattutto la semplicità."

Scuola Itsuo Tsuda
La Scuola Itsuo Tsuda ha per scopo riunire in scuola gli individui che si riconoscono in quella che è prima di tutto una filosofia pratica come è espressa in particolare nelle opere del Maestro Itsuo Tsuda.
La Scuola non è un'istanza superiore ma una possibilità di ricongiungersi ad una corrente di pensiero, ad un'opera comune. A questo fine, essa affilia gli individui sia a titolo di singolo aderente che a titolo di aderente ad un gruppo riconosciuto. Possono essere gruppi riconosciuti i gruppi d'individui che lavorano in questo spirito e in esso si riconoscono. L'associazione lavora in collaborazione con il suo consigliere tecnico, Régis Soavi.

▪ 1994 - Aurelio Galleppini (Casal di Pari, 28 agosto 1917 – Chiavari, 10 marzo 1994) è stato un autore di fumetti italiano, noto con lo pseudonimo di Galep.
La sua carriera è indelebilmente legata al nome di Tex Willer da lui realizzato graficamente e di cui è stato per più di 40 anni uno dei principali disegnatori, nonché il copertinista ufficiale fino al 1994.

▪ 2006 - Il Barone John Dennis Profumo noto anche come Jack Profumo, CBE (Londra, 30 gennaio 1915 – Londra, 10 marzo 2006) è stato un politico britannico, ministro Conservatore le cui indiscrezioni screditarono il governo britannico nel 1963 portandolo alla caduta nel 1964. Era sposato all'attrice Valerie Hobson.
Era figlio di Albert Profumo, un barrister di origini italiane che portava il titolo di IV barone Profumo (nobile famiglia del Regno di Sardegna). Fu educato alla scuola di Harrow e al Magdalen College di Oxford, e entrò nel parlamento nel 1940. All'epoca del suo ingresso era il più giovane membro del parlamento ed era l'ultimo sopravvissuto dei 41 membri del partito conservatore che votarono contro il proprio governo dopo il dibattito su Narvik del 7/8 maggio 1940, che ebbe come risultato le dimissioni del primo ministro Neville Chamberlain, cui sarebbe succeduto Winston Churchill. Profumo prestò servizio in Nord Africa durante la II guerra mondiale, raggiungendo il grado di Brigadiere e venendo nominato ufficiale dell'Ordine dell'Impero Britannico nel 1944.
Nel 1960 Profumo venne nominato Segretario di Stato alla guerra (un incarico oggi obsoleto) nel governo di Harold Macmillan. Il 22 marzo 1963 si dimise a causa di uno scandalo politico noto come Scandalo Profumo, che ebbe origine da una breve relazione che il politico ebbe con una showgirl, Christine Keeler, che era sentimentalmente coinvolta anche con un funzionario dell'ambasciata sovietica.
Ritiratosi dalla vita pubblica, si impegnò nella beneficenza con la Toynbee Hall, della quale divenne presidente nel 1982. Anche se ormai pensionato, rimase presidente della Toynbee Hall fino alla morte, e fu coinvolto in diverse altre opere benefiche, tra cui la Attlee Foundation, di cui fu cofondatore nel 1967 assieme a Lord Longford e Roy Jenkins. Profumo venne nominato Comandante dell'Ordine dell'Impero Britannico nel 1975. Suo figlio è il giornalista e scrittore, David Profumo.
Nell'ottobre 2005 Profumo fece una delle sue rare apparizioni in pubblico in occasione delle celebrazioni per l'ottantesimo compleanno dell'ex-primo ministro Margaret Thatcher, anche se non rilasciò dichiarazioni. Un mese dopo apparve nuovamente in pubblico per una funzione in memoria di un altro ex-primo ministro, Edward Heath.
Profumo morì nel sonno il 10 marzo 2006, all'età di 91 anni.

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