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Il calendario del 13 Marzo

Autore: Restelli, Silvio  Curatore: Mangiarotti, Don Gabriele
Fonte: CulturaCattolica.it  E-mail: silvio.restelli@poste.it

Eventi

▪ 1639 - L'Università di Harvard viene intitolata all'ecclesiastico John Harvard

▪ 1781 - L'astronomo William Herschel scopre il pianeta Urano

▪ 1881 - Alessandro II di Russia viene assassinato con una bomba presso il Palazzo d'inverno di San Pietroburgo

▪ 1900 - Guerre boere: le truppe britanniche occupano Bloemfontein, nello Stato Libero di Orange

▪ 1921 - La Mongolia dichiara l'indipendenza dalla Cina

▪ 1943 - Olocausto: le truppe tedesche deportano o uccidono gli ebrei del ghetto di Cracovia

▪ 1954 - Battaglia di Dien Bien Phu: le truppe Viet Minh attaccano i francesi

▪ 1969 - Programma Apollo: la Apollo 9 rientra sulla Terra dopo aver testato il modulo lunare

▪ 1972 - Milano, si apre il XIII congresso del PCI, nel corso del quale Enrico Berlinguer sarà eletto segretario del partito

▪ 1997 - Le Missionarie della Carità indiane scelgono sorella Nirmala per succedere a Madre Teresa di Calcutta

▪ 2003
  1. - Ha luogo l'ottava e ultima udienza preliminare dei processo penale per l'attribuzione delle responsabilità nell'ambito del Disastro aereo di Linate dell'8 ottobre 2001; vengono rinviati a giudizio tutti gli 11 imputati
  2. - A causa della nebbia un maxi tamponamento nella A4 fra Cessalto e Noventa di Piave provoca 14 morti, oltre 70 feriti e più di 200 veicoli coinvolti.

* 2007 - Ha inizio il ritiro dal servizio del primo velivolo stealth: il Lockeed F-117A "Nighthawk"

Anniversari

▪ 868 - Ansovino (Camerino, IX secolo – Camerino, 13 marzo 868) è stato un santo e vescovo italiano.
Nacque a Camerino da una famiglia di origini longobarde all'inizio del IX secolo.
Studiò a Pavia, dove divenne ancora giovane consigliere e guida spirituale dell'imperatore Ludovico II, ma intorno all'anno 850 tornò a Camerino come successore del defunto vescovo.
In un primo tempo rifiutò la carica: infatti all'epoca era il vescovo a guidare l'esercito in guerra e secondo la tradizione Sant'Ansovino ripudiava la violenza. Ottenuto da Ludovico II di non impugnare le armi, va a Roma per essere consacrato vescovo da papa Leone IV.
Tornò a Roma nell'861 in occasione del Concilio indetto da papa Niccolò I.
La tradizione vuole che fosse particolarmente generoso verso i più poveri e che si propose come paciere tra le diverse fazioni. Convinse i signorotti locali ad aprire i propri granai per gli affamati in tempo di carestia e visitò continuamente le altre comunità, rafforzando l'unione con il suo clero.
Fu colto da un malore in viaggio e, appena tornato a Camerino, si spense circondato dai sacerdoti. Secondo la tradizione le sue ultime parole invitavano i fedeli alla Carità vicendevole.

▪ 1806 - Leopoldo Pollack , o Pollak (Vienna, 1751 – Milano, 13 marzo 1806) è stato un architetto italiano di origini viennesi attivo soprattutto a Milano.
Allievo di Giuseppe Piermarini, la sua opera più celebre è la Villa Belgioioso Reale, oggi sede della Galleria d'Arte Moderna, con evidenti richiami al neopalladianesimo e all'architettura francese, con un basamento rustico, un ordine gigante di colonne ed infine numerose statue alla sommità. Essa presenta una parte basamentale con piani scanditi da colonne scanalate ioniche. Di grande rilevanza è l'attenzione all'apparato decorativo, infatti i soggetti delle decorazioni esterne furono consigliati da Parini. Pollack, oltre alla realizzazione del giardino all'inglese, progettò anche i mobili e gli interni.
Inoltre collaborò con Piermarini al progetto della facciata dell'Università di Pavia. Realizzò il Teatro di Fisica, denominato aula Volta, e il Teatro di Anatomia, intitolato a Antonio Scarpa. Realizzò numerose ville, tra cui Villa Amalia ad Erba, Villa Antona Traversi a Meda e Villa Casati, poi Casati Stampa di Soncino a Muggiò.

▪ 1858 - Orso Teobaldo Felice Orsini (Meldola, 10 dicembre 1819 – Parigi, 13 marzo 1858) è stato un militante mazziniano, noto per aver causato una strage, nel tentativo di assassinare l'imperatore francese Napoleone III.
Nacque e crebbe a Meldola, cittadina commerciale dello Stato Pontificio, importante per i suoi mercati e per la produzione e commercio della seta, situata a pochi chilometri dal capoluogo Forlì, città che diede i natali a significative figure del Risorgimento italiano, come Piero Maroncelli ed Aurelio Saffi.
Seguace di Giuseppe Mazzini, svolse attività rivoluzionarie nello Stato della Chiesa ed nel Granducato di Toscana.
All'inizio del 1849 Orsini fu eletto deputato all'Assemblea Costituente della Repubblica Romana, nel collegio della provincia di Forlì, ma l'intervento dell'esercito francese a sostegno del Papa obbligò Orsini a fuggire.
Nel marzo 1850 si stabilì a Nizza, città al tempo compresa nel Regno di Sardegna, dove aprì un'attività di copertura, la ditta "Monti & Orsini", dedicata alla vendita della canapa prodotta e commerciata dallo zio Orso. Qui nacquero le due figlie, Ernestina (1851-1927) ed Ida (1853-1859); qui Orsini conobbe l'esule berlinese Emma Siegmund, con la quale instaurò un forte rapporto.
La tranquilla vita da commerciante non gli si addiceva: accettò la richiesta di Mazzini di guidare, nel settembre 1853, un tentativo insurrezionale nella zona di Sarzana e Massa, nell'alta Toscana, che fallì sul nascere. Orsini decise quindi di trasferirsi a Londra, lasciando la sua famiglia a Nizza.
Giunto in Inghilterra, Orsini si rese conto d'essere ormai divenuto celebre in quel Paese e decise di stabilirsi a Londra, accettando la generosa offerta di un editore per scrivere le sue memorie che pubblicò nei volumi Austrian Dungeons in Italy, del 1856, e Memoirs and Adventures dell'anno successivo.

Nel 1857 Orsini ruppe i legami con Mazzini e cominciò a preparare l'assassinio di Napoleone III, colpevole d'aver affossato la neonata Repubblica Romana e, non ultimo, d'aver rotto il giuramento che lo legava alla Carboneria.
Per l'occorrenza progettò e confezionò cinque bombe con innesco a mercurio fulminante, riempite di chiodi e pezzi di ferro, poi divenute una delle armi più utilizzate negli attentati anarchici, col nome di "Bombe Orsini".
Raggiunta Parigi con altri congiurati, tra i quali Giovanni Andrea Pieri, Carlo di Rudio e Antonio Gomez, la sera del 14 gennaio 1858 il gruppetto riuscì a scagliare tre bombe contro la carrozza dell'imperatore, giunta tra ali di folla all'ingresso dell'Opéra Garnier.
L'attentato provocò una carneficina, con 12 morti e 156 feriti, ma Napoleone fu protetto dalla carrozza blindata e rimase illeso, così come l'imperatrice Eugenia, anche se sbalzata sul marciapiede e completamente coperta dal sangue delle vittime.
Orsini e i suoi complici, favoriti dal panico scatenatosi, riuscirono a fuggire, ma vennero arrestati dalla polizia poche ore dopo, nei rispettivi alberghi.
Pur non avendo raggiunto l'obiettivo prefissato, l'attentato di Orsini suscitò un'enorme impressione nell'opinione pubblica, offrendo all'imperatore l'occasione per attuare una fortissima azione repressiva, che portò all'arresto di moltissimi esponenti repubblicani francesi, stroncando così l'opposizione politica al proprio regime.

La lettera-testamento
Dal carcere, senza chiedere la grazia, Orsini scrisse una lettera al sovrano francese, poi diventata famosa, che concluse così: «Sino a che l'Italia non sarà indipendente, la tranquillità dell'Europa e quella Vostra non saranno che una chimera. Vostra Maestà non respinga il voto supremo d'un patriota sulla via del patibolo: liberi la mia patria e le benedizioni di 25 milioni di cittadini la seguiranno dovunque e per sempre.»
Napoleone III fu favorevolmente colpito da questa lettera e ne autorizzò la pubblicazione; i giornali presentarono Orsini come un eroe. Camillo Cavour, vista la popolarità che aveva raggiunto la missiva, sfruttò la situazione per aumentare la sua pressione politica sulla Francia.
Felice Orsini venne ghigliottinato a Parigi, insieme a Pieri, il 13 marzo 1858.

▪ 1870 - Charles Forbes René, comte de Montalembert (Londra, 15 aprile 1810 – Parigi, 13 marzo 1870) è stato un politico, giornalista, storico e filosofo francese.
Pari di Francia dal 1831, parlamentare della Seconda Repubblica nata dalla Rivoluzione del 1848, membro del Corpo legislativo del Secondo Impero, fu liberale e monarchico costituzionale. Teorico del cattolicesimo liberale, difese la libertà di stampa e d'associazione e il diritto dei popoli all'autodeterminazione e all'indipendenza.
Con la caduta di Napoleone nel 1814 il conte de Montalembert rientra in Francia con Luigi XVIII. Nel 1816 è ambasciatore a Stuttgart e, dal 1820, siede nella Camera dei Pari a Parigi. Il figlio studia a Parigi nel Liceo Borbone, ora Condorcet, poi, dal 1826, all’Istituzione Sainte-Barbe, ora Liceo Jacques Decour. Studente serio e precoce, Charles sviluppa in sé convinzioni liberali e, insieme, con la conversione della madre al cattolicesimo nel 1822, una forte fede religiosa.
Ebbe presto importanti relazioni intellettuali e mondane: frequentò il salotto di Madame de Davidoff e di Delphine Gay de Girardin, assistette ai corsi di filosofia di Victor Cousin, che diviene suo amico, come il professore di storia François Rio. Ma gli amici più intimi sono Léon Cornudet, futuro consigliere di Stato, e Gustave Lemarcis, che incontra nel settembre 1827 nel castello della Roche-Guyon, dove soggiornava con l’abate, duca Louis François Auguste de Rohan-Chabot.

Romanticismo, cattolicesimo e liberalismo
Come tutti i giovani della sua generazione, Montalembert fu influenzato dalle idee romantiche, l'anelito all'infinito e al sublime, dallo spirito del genio e del sacrificio. A quindici anni prese la decisione di servire insieme Dio e la libertà della Francia: «Vivendo per la nostra patria, avremo obbedito alla voce di Dio che ci ordina di amarci l'un l'altro; e come potremmo amare meglio i nostri concittadini nel dedicare a loro la nostra vita? Noi avremo così vissuto per quanto ci è di più bello e più grande nel mondo, la religione e la libertà»
Conclusi gli studi liceali il 2 agosto 1828 e vinto un premio in retorica, partì il 26 agosto per raggiungere i genitori in Svezia, a Stoccolma dove, l'anno prima, il padre era stato nominato ambasciatore di Francia. Il giovane visconte ammira la città e le istituzioni politiche svedesi, ma non il re Carlo XIV, a motivo delle sue origini plebee. Deluso dalla lettura di Kant, del quale traduce per Cousin la Critica della ragione pratica, scopre con entusiasmo le opere degli idealisti e mistici tedeschi, Schelling e Baader in particolare, che lo spingono ad allontanarsi a poco a poco dall'eclettismo di Victor Cousin.
Ritornato a Parigi nel 1829, studia diritto e scrive articoli sulla Svezia nella Revue française, diretta da Guizot, Victor de Broglie e Prosper Brugière de Barante, collaborando anche al Correspondant, foglio fondato nel marzo da Louis de Carné, Cazalès et Augustin de Meaux. In letteratura, Montalembert appoggia la giovane scuola romantica contro i «vecchi classicisti incrostati» [2]. La madre, contessa de Montalembert, riceve spesso Lamartine, Martignac, Delphine Gay; Charles ammira Vigny, Sainte-Beuve et, soprattutto, Victor Hugo, del quale porta in palmo di mani l' Hernani, che giudica manifestazione di libertà teatrale: frequenta il poeta che gli fa scoprire l'architettura religiosa del Medioevo intanto che prepara la stesura del romanzo Notre-Dame de Paris.

L’esempio irlandese
Il 25 luglio 1830, Charles de Montalembert parte per l'Inghilterra ed è a Londra durante la Rivoluzione di luglio scoppiata a Parigi contro Carlo X, alla cui estromissione è favorevole, considerandolo responsabile di aver violato la Carta costituzionale del 1815, ma riprova quelli che giudica eccessi antireligiosi dei liberali.
Partito per l'Irlanda, vi incontra Daniel O'Connell, fondatore della Catholic Association, il quale ha ottenuto nel 1829 l'emancipazione politica dei cattolici irlandesi e che personifica, agli occhi di Montalembert la liberta e la fede trionfanti, una vittoria oltre tutto pacifica e fondata sul diritto e non sulla violenza. Montalembert ammira anche la Chiesa cattolica irlandese, «libera e povera come nella sua culla», che si mantiene con il solo sostegno economico dei fedeli e il governo non s'intromette nell'elezione dei vescovi, una situazione del tutto diversa da quella della Chiesa francese, regolata dal Concordato del 1801, tradizionalmente unita al governo della Restaurazione, essa è esposta agli attacchi dell'opposizione liberale.
L'Avenir e i primi passi del cattolicesimo liberale
Montalembert attendeva fin dall'adolescenza di impegnarsi nella difesa della libertà civile e dell'autonomia della Chiesa cattolica francese e si era a lungo sentito solo in questo impegno: in contrasto con le idee reazionarie di pressoché tutti gli aristocratici cattolici, scrive nel 1827: «A nome di una religione che ha introdotto la vera libertà nel mondo, mi si predica l'arbitrio e l'ancien régime [...] Ma oggi non dispero di trovare uomini che come voi e me prendano a esempio della loro condotta Dio e la libertà»
Al termine della Rivoluzione, l'incontro con Lamennais gli fornì finalmente l'occasione d'impegnarsi nella difesa delle sue idee e di sviluppare nel giornale L'Avenir le tesi che saranno alla base del cattolicesimo liberale, unendo la dottrina controrivoluzionaria di Joseph de Maistre e il pensiero liberale sortito dalla Rivoluzione del 1789.
Lanciato nell'ottobre 1830 da Lamennais, in un contesto politico anticlericale, il nuovo giornale sposa ultramontanismo - ossia la difesa del potere assoluto del papa in materia religiosa - e liberalismo - ossia la difesa della libertà di coscienza e di espressione, aspirazioni democratiche e cattolicesimo. Il primo redattore è Lamennais, sostenuto dagli abati Gerbet e Lacordaire, il quale diventa uno degli amici più intimi di Montalembert. Il 7 dicembre 1830 i redattori riassumono le loro rivendicazioni: chiedono libertà di coscienza, separazione fra Stato e Chiesa, libertà d'insegnamento, di stampa, d'associazione, decentramento amministrativo ed estensione del diritto elettorale.
I contributi di Montalembert ne L'Avenir concernono principalmente la libertà d'insegnamento e la difesa dei diritti dei popoli oppressi. Egli sostiene l'emancipazione delle nazionalità europee, nel nome del diritto degli individui e delle comunità di disporre di se stesse. Sedotto dall'esempio delle lotte in Irlanda, Belgio e Polonia, dove la Chiesa cattolica gioca una parte preponderante nella lotta per la libertà delle nazioni, egli vagheggia, come Lamennais, di stabilire una sovranità spirituale del papa su tutti i popoli cristiani europei, uniti e liberi. Per questo motivo sostenne eloquentemente l'Irlanda cattolica di Daniel O'Connell e il Belgio insorto il 15 agosto 1830 contro gli Olandesi, i quali lo governavano a seguito delle decisioni del Congresso di Vienna del 1814.
Ma i suoi accenti più drammatici sono dedicati alla Polonia, che si rivolta nel novembre 1830. Il 2 dicembre 1830, i Russi sono cacciati da Varsavia. Montalembert pensa di partire e combattere a fianco della «fiera e generosa Polonia, così calunniata, oppressa e cara a ogni cuore libero e cattolico»
L'Avenir si appella senza successo al governo francese perché sostenga i polacchi insorti. Quando l'insurrezione è schiacciata il 12 settembre 1831, Montalembert scrive ne L'Avenir: «Cattolici! La Polonia è vinta. Inginocchiamoci intorno a questo popolo tradito: esso è stato grande e infelice»
D'altra parte, allo scopo di difendere la libertà d'insegnamento, fuori dal monopolio dell'Università napoleonica e conformemente alla Costituzione del 1830, i giornalisti del quotidiano fondano nel dicembre 1830 l' Agence générale pour la défense de la liberté religieuse, e aprono, il 9 maggio 1831, una scuola libera in rue des Beaux-Arts, a Parigi e, con Lacordaire e l'economista Charles de Coux, Montalembert s'improvvisa maestro di scuola.
Dopo un processo tenuto alla Camera dei Pari che si conclude con la condanna dell'iniziativa e la chiusura della scuola, L'Avenir è sospeso dagli stessi fondatori il 15 novembre 1831. Contro l'opposizione dei vescovi francesi, tradizionalmente gallicani, essi decidono di appellarsi al giudizio di papa Gregorio XVI.

La chiusura de L'Avenir e la rottura con Lamennais
Il 30 dicembre 1831 Lacordaire, Lamennais e Montalembert, i «pellegrini della libertà», si recano a Roma. Durante il viaggio, presero contatto a Firenze con cattolici progressisti, come Gino Capponi, Raffaele Lambruschini e Niccolò Tommaseo; inizialmente fiduciosi, restano profondamente delusi dall'accoglienza ricevuta a Roma: il 15 agosto 1832 il papa, senza nominarli, condanna le loro idee liberali con l'enciclica Mirari Vos; essi si sottomettono e chiudono il giornale.
Dopo l'iniziale sottomissione, Lamennais proseguì in breve una strada che lo portò su posizioni democratico-socialiste, con la pubblicazione, nel 1834, delle sue Paroles d'un croyant, ancora condannate dal papa. Né Lacordaire né l'aristocratico Montalembert erano in grado di seguirlo su una strada tanto avanzata, che infatti lo portò fuori dal movimento cattolico: invece Montalembert arriva a scrivere nel 1835 una Histoire de sainte Élisabeth, un libro che dà del Medioevo un'immagine del tutto falsa, romantica e idealizzata, cercando di rinnovare il genere dell'agiografia: è un successo editoriale che si prolungherà per tutto l'Ottocento.
Dopo la pubblicazione del libro, sedotto anche dalla vita monastica che si conduceva nell'abbazia di Saint-Pierre a Solesmes e spinto da Lacordaire e da Prosper Guéranger, Montalembert era in dubbio se fare la scelta della vita monastica quando incontrò la diciottenne Marie-Anne de Mérode, figlia del conte Félix de Mérode, eroe dell'indipendenza del Belgio e consigliere di re Leopoldo, e di Rosalie de Grammont, cognata del marchese di La Fayette ed il cui padre, marchese di Grammont, era stato uno dei principali finanziatori de L'Avenir. Sono sposati poche settimane dopo, il 16 agosto 1836, dall'abate Gerbet, a Trélon, nel castello della famiglia de Mérode nell'Hainaut.
Partiti in viaggio di nozze, si recano in Germania e in Italia dove, dopo essere stati accolti da Manzoni a Milano, proseguono per Roma. Qui Montalembert, ricevuto più volte da papa Gregorio XVI, protesta la sua fedeltà alla Chiesa, rinnega completamente Lamennais e i suoi Affaires de Rome, critica il gallicano arcivescovo di Parigi Hyacinthe-Louis de Quélen e supplica il papa di perdonare i suoi amici, l'abate Gerbet e Lacordaire.

La carriera parlamentare
Nel 1837 Montalembert inizia la sua carriera parlamentare: pur non apprezzando la Monarchia di Luglio, che giudica un regime individualista, borghese e materialista, contrastante con i suoi ideali di coesione nazionale e sociale sotto l'egida religiosa, egli decide tuttavia di sostenerla nei lavori parlamentari, difendendo i principi dell'indipendenza nazionale e della libertà religiosa, battendosi per il ristabilimento delle congregazioni religiose nel diritto francese e per la libertà d'insegnamento da garantire anche alle scuole cattoliche, contro il monopolio della scuola pubblica.
Sostenne così in Spagna i partigiani della regina Isabella, favorevoli alla monarchia costituzionale, e difese la causa dell'indipendenza polacca. Dopo aver salutato l'indipendenza del Belgio nel 1830, nel 1838, in occasione della crisi diplomatica delle province del Lussemburgo e del Limbourg, tentò invano, insieme col suocero Félix de Mérode, di convincere Luigi Filippo di Francia e il ministro Molé, di sostenere le pretese territoriali belghe contro i Paesi Bassi.

La costituzione del Partito cattolico
L'essenziale dell'azione politica di Montalembert, fra gli anni 1837-1850, fu il progetto di costituzione di un Partito cattolico, che unisse tutti i cattolici francesi, appoggiato dai vescovi, nella difesa degli interessi della Chiesa.
L'azione da portare avanti era di grande difficoltà, data la divisione fra i cattolici francesi: una parte - quella degli gallicani - è fedele al regime caduto nel 1830 e considera re Luigi Filippo un usurpatore. Alla loro testa è l'arcivescovo di Parigi de Quélen, appoggiato da Dupanloup.
L'altra fazione vede insieme i cattolici liberali moderati e gli ultramontani, questi ultimi sostenuti dal papa, raccogliendo una parte della nuova generazione dei cattolici, sotto la direzione di Lacordaire, di Ozanam e di Montalembert stesso. Questi cattolici cercano di riconciliare, ciascuno a loro modo, la religione con la società francese post-rivoluzionaria, e di staccare il cattolicesimo francese dalle tradizioni legittimiste e gallicane: mentre Ozanam cerca di avvicinare le classi popolari alla Chiesa, Lacordaire predica la libertà alla cattedrale di Notre-Dame e Montalembert difende le libertà religiose con l'azione parlamentare. A questo scopo, acquista nel 1836 il giornale L'Univers, fondato dall'abate Jacques Paul Migne, per farne un organo di lotta al servizio della Chiesa.
Cercò altresì di far rimpiazzare la vecchia generazione di vescovi legittimisti con personalità conquistate alle sue idee: così, appoggiò presso il re diverse nomine significative, come quelle di Louis-Jacques-Maurice de Bonald a Lione, di Marie-Dominique-Auguste Sibour a Digne, di Denis-Auguste Affre a Parigi e di Thomas Gousset a Reims.
Montalembert sostenne anche il riconoscimento degli Ordini religiosi, soppressi al tempo della Rivoluzione e rifondati ora, i benedettini da Prosper Guéranger e i domenicani dall'amico Henri Lacordaire.
Nel 1848 assistette alla caduta di Luigi Filippo, del quale fu sempre nemico. Entrò nell'Académie française il 9 gennaio 1851, succedendo a François-Xavier-Joseph Droz. Ebbe un seggio nella Camera dei deputati e poi nel Corpo legislativo dell'Impero fino al 1857, quando fu costretto a ritirarsi a vita privata, essendo considerato un avversario di Napoleone III. Fu in contrasto con gli oltremontanisti de L'Univers, ai quali rispose resuscitando nel 1855 la rivista Le Correspondant, combattendo sia i sostenitori più accesi di Pio IX che i liberali progressisti della Revue des deux Mondes.
Progettò un vasto lavoro sulla storia del monachesimo occidentale, iniziando con uno studio su Bernardo di Chiaravalle ma poi ridusse in gran parte il suo disegno e nel 1860 pubblicò cinque volumi dei suoi Moines d'occident (Monaci d'occidente), opera meritevole più per il decoro della lingua che per la scienza. L'opera complessiva rimase interrotta alla sua morte e fu completata in seguito (1877) raccogliendo i frammenti e gli appunti lasciati dall'autore.

▪ 1901 - Fernand Pelloutier (1 ottobre 1867 – 13 marzo 1901) è stato un sindacalista e anarchico francese.
Fu a capo della borsa del lavoro, la principale organizzazione sindacale francese di fine '800, dal 1895 fino alla sua morte nel 1901. Nel 1902 la borsa del lavoro divenne la Confédération générale du travail.
Le teorie di Polloutier furono molto importanti per i movimenti del sindacalismo rivoluzionario, specie in Italia, e anche Georges Sorel prese molto spunto dalle sue idee.

▪ 1938 - Nikolaj Ivanovič Bucharin, (Mosca, 9 ottobre 1888 – 13 marzo 1938), è stato un rivoluzionario, politico e intellettuale russo.
Bucharin nacque a Mosca da due insegnanti di scuola elementare. La sua attività politica ha inizio all'età di sedici anni quando, insieme al suo caro amico Il'ja Ehrenburg partecipò alle attività studentesche dell'Università di Mosca connesse alla Rivoluzione russa del 1905.
Si iscrisse al Partito operaio socialdemocratico russo nel 1906, divenendo un membro della frazione bolscevica. Con Grigori Sokolnikov partecipò alla Conferenza nazionale dei giovani del 1907 tenutasi a Mosca, che è stata poi identificata come conferenza di fondazione del Komsomol.
A venti anni era già membro del Comitato del partito di Mosca. Il comitato era però pesantemente infiltrato dall'Okhrana, la polizia segreta degli zar, che subito lo mise sotto sorveglianza. A quel tempo strinse i rapporti con Osinskij e Vladimir Mikhailovič Smirnov ed incontrò anche Nadežda Michajlovna Lukina, sorella di Nikolaj Lukin che avrebbe poco dopo sposato in esilio.
Nel 1911, dopo una breve detenzione, Bucharin fu esiliato ad Onega nell'Oblast' di Arcangelo, ma poco dopo si trasferì ad Hannover. Durante l'esilio continuò i suoi studi tanto da diventare uno dei maggiori teorici del bolscevismo. Tra l'altro si interessò degli economisti non-marxisti quali Aleksandr Bogdanov che si era allontanato dalle posizioni del Leninismo.
Scrisse anche diversi libri e fu editorialista del quotidiano Novyj Mir (Nuovo Mondo) insieme a Lev Trotsky ed Aleksandra Michajlovič Kollontaj. Durante la Prima Guerra Mondiale scrisse un libello sull'imperialismo dal quale Vladimir Lenin successivamente trasse degli spunti per la sua opera più importante: Imperialismo: l'ultima fase del capitalismo.
Ritornato in Russia, Bucharin divenne uno dei leader del movimento bolscevico di Mosca e fu eletto nel Comitato Centrale. Dopo la rivoluzione fu editorialista anche della Pravda.
Dirigente di partito: la caduta
Bucharin guidò l'opposizione della Sinistra Comunista al trattato di Brest-Litovsk, sostenendo che invece i bolscevichi dovevano continuare lo sforzo bellico e tramutarlo in una spinta a livello mondiale per la rivoluzione proletaria. Nel 1921 cambiò le sue posizioni e accettò le politiche di Lenin, incoraggiando lo sviluppo della Nuova Politica Economica. Alcuni credono che questo drastico cambiamento suggerisca che Lenin fosse nel giusto quando nelle sue volontà rimarcò che Bucharin non aveva mai compreso pienamente il marxismo e la dialettica. Dopo la morte di Lenin, Bucharin divenne membro a pieno titolo del Politburo nel 1924, e presidente dell'Internazionale Comunista (Comintern) nel 1926.
Dopo il 1926 Bucharin, allora considerato come il capo della destra del Partito Comunista, divenne un alleato del centro del partito, che era guidato da Stalin e che costituiva il gruppo dirigente dopo che Stalin infranse la sua iniziale alleanza con Kamenev e Zinov'ev. Fu Bucharin che dettagliò la tesi del "Socialismo in un solo paese" portata avanti da Stalin nel 1924, la quale sosteneva che il socialismo (nella teoria marxista, uno stadio transitorio verso il comunismo) poteva essere sviluppato in una sola nazione, anche una sottosviluppata come la Russia. Questa nuova teoria affermava che la rivoluzione non aveva più bisogno di essere incoraggiata nei paesi capitalisti, poiché la Russia poteva e doveva conquistare il socialismo da sola. Questa tesi sarebbe diventata un marchio di fabbrica dello stalinismo.
Quando Bucharin si oppose alla proposta collettivizzazione dell'agricoltura fatta da Stalin nel 1928, questi attaccò le sue opinioni e lo costrinse ad abbandonarle. Come risultato, Bucharin perse la sua posizione al Comintern nell'aprile 1929 e venne espulso dal Politburo nel novembre dello stesso anno. I sostenitori internazionali di Bucharin, guidati da Jay Lovestone del Partito Comunista Statunitense, vennero espulsi anch'essi dal Comintern. Essi formarono un'alleanza internazionale per promuovere la loro visione, chiamandola Opposizione Comunista Internazionale, anche se è meglio nota come Opposizione di Destra, termine usato dall'opposizione trotskysta di sinistra in Unione Sovietica per indicare Bucharin e i suoi sostenitori.
Bucharin fu parzialmente riabilitato da Stalin che lo nominò redattore dell'Izvestija nel 1934, ma venne nuovamente arrestato nel 1937 con l'accusa di aver cospirato per il rovesciamento dello stato sovietico. Venne processato pubblicamente nel marzo 1938, come parte del Processo dei Ventuno, durante le Grandi purghe. Durante il processo, confessò le sue colpe, di essersi avvicinato, attraverso un delicato meccanismo di psicologia doppia, da lui stesso individuato secondo la filosofia di Hegel in uno stato di "coscienza infelice", alle posizioni controrivoluzionarie, al fine di far vincere le sue idee politiche. Le sue confessioni sono state valutate vere e non costrette dai maggiori diplomatici dell'epoca presenti al processo, in particolare dall'ambasciatore degli Stati Uniti d'America Joseph Davies, che in un messaggio al segretario di stato a Washington dichiarò che: "Sebbene io nutra un pregiudizio nei confronti dell'acquisizione di prove attraverso la confessione ...... io penso che gli accusati abbiano commesso abbastanza crimini secondo la legge sovietica, crimini stabiliti dalle prove e senza che vi siano possibili ragionevoli dubbi sul verdetto che li dichiari colpevoli di tradimento." Bucharin nel corso del processo si dichiarò pentito di quanto fatto e indicò in Trotsky il principale motore del movimento controrivoluzionario. Fu così condannato e giustiziato dall'NKVD.
Bucharin è stato poi riabilitato ufficialmente dallo stato sovietico sotto Michail Sergeevič Gorbačëv nel 1988.

▪ 1939 - Lucien Lévy-Bruhl (Parigi, 10 aprile 1857 – 13 marzo 1939) è stato un filosofo, sociologo, antropologo ed etnologo francese.
I suoi studi sociologici sulla mentalità dei popoli cosiddetti primitivi hanno esercitato un forte influsso sulla cultura occidentale contemporanea, benché molte tesi di Lévy-Bruhl appaiono oggi discutibili.
Seguendo il pensiero del sociologo francese Emile Durkheim (1859-1917), egli considera la morale come scienza dei costumi, basata su regole di comportamento che, in un determinato contesto sociale, appaiono obbiettive e necessarie come le leggi della natura.
Il pensiero primitivo, sostiene ancora Lévy-Bruhl, si svolge in forma di partecipazione agli esseri circostanti e a tutta la natura, ma è impermeabile all'esperienza, perché attribuisce lo svolgersi degli eventi a forze soprannaturali: ecco perché il primitivo manca di logica (quale la intende l'uomo civile); ignora i principi di identità, di contraddizione e di causalità; non ha un'idea precisa dell'individualità perché si sente parte del gruppo in cui vive; non è in grado di fare una netta distinzione fra il possibile e l'impossibile perché attribuisce tutto a una causa magica generale.
Fra le opere principali di Lévy-Bruhl si annoverano:
▪ Le funzioni mentali delle società inferiori (1910),
▪ La mentalità primitiva (1922),
▪ Il soprannaturale e la natura nella mentalità primitiva (1931),
▪ L'esperienza mistica ed i simboli presso i primitivi (1938).

▪ 1975 - Ivo Andrić (Dolac, 9 ottobre 1892 – Belgrado, 13 marzo 1975) è stato uno scrittore croato, premio Nobel per la letteratura nel 1961.
Ivo Andrić, figlio di Antun Andrić e Katarina Pejić, nacque a Dolac, presso Travnik, in Bosnia, mentre i genitori erano in visita presso dei parenti. La famiglia era residente a Sarajevo, città di origine della famiglia paterna. Il padre e i fratelli condividevano l'attività lavorativa e una predisposizione alla tubercolosi. Tutti i fratelli morirono in giovane età e Andrić restò orfano di padre a due anni. La madre, indigente, fu costretta ad affidare il figlio alla sorella del marito, Ana, che viveva a Višegrad e lì Ivo frequentò la scuola elementare.
Al termine delle elementari ritornò a Sarajevo, dove frequentò la scuola secondaria. In quegli anni cominciò a scrivere poesie e nel 1911 venne pubblicato il suo primo poema. Già durante la scuola Andrić fu un sostenitore della causa indipendentista e membro del movimento progressista "Mlada Bosna" (Giovane Bosnia).
Nell'ottobre del 1912, grazie ad una borsa di studio, cominciò gli studi presso l'Università di Zagabria. L'anno successivo si trasferì a Vienna, dove frequentò corsi di storia, filosofia e letteratura. Il clima di Vienna non giovò alle sue condizioni di salute e dopo ripetute polmoniti si trasferì alla facoltà di filosofia dell'università di Cracovia.
Il 28 giugno del 1914, appena venuto a conoscenza dell'assassinio dell'Arciduca Francesco Ferdinando a Sarajevo, lasciò Cracovia. Venne arrestato dalla polizia austriaca a Spalato e imprigionato prima a Sebenico e in seguito a Maribor, dove rimase fino al marzo del 1915.
Dopo il rilascio dalla prigionia e un periodo di confino, Andrić andò a Zagabria e fondò la rivista letteraria Književni jug (Meridione letterario). Nel contempo pubblicò il suo primo libro di poemi "Ex-Ponto". Era ancora a Zagabria quando vi fu il crollo dell'impero Austro-Ungarico, seguito dall'unificazione e dalla creazione del Regno dei Serbi, Croati e Sloveni.
Nell'ottobre del 1919 si trasferì a Belgrado, dove trovò lavoro in un ministero e nel 1920 iniziò la sua carriera diplomatica con una nomina presso il Vaticano. Nello stessa anno pubblicò alcuni racconti brevi ed una raccolta di poesie. Seguirono incarichi a Bucarest e Trieste e nel 1923 divenne vice-console a Graz. Non essendo in possesso di un titolo universitario fu licenziato dal servizio diplomatico, ma gli fu data la possibilità di sostenere una tesi, per poi essere riammesso al servizio. Si iscrisse alla facoltà di filosofia e nel giugno del 1924 sostenne a Graz una tesi sullo sviluppo della vita spirituale durante l'impero ottomano. Nel 1923 pubblicò anche alcuni dei suoi racconti brevi divenuti più celebri. Alla fine dello stesso anno tornò a Belgrado.
Nell'ottobre del 1926 divenne vice-console a Marsiglia; trascorse in seguito un periodo a Parigi, dove studiò approfonditamente la storia bosniaca. Nel 1928 divenne vice-console a Madrid e nello stesso anno pubblicò alcuni racconti brevi. Fu trasferito a Bruxelles e dal 1º gennaio 1930 a Ginevra come rappresentante del regno jugoslavo presso la Società delle Nazioni. Nel marzo del 1933 tornò a Belgrado. In questo periodo pubblicò un ampio numero di racconti brevi.
La sua carriera diplomatica culminò nella nomina ad ambasciatore a Berlino. Presentò le credenziali il 19 aprile del 1939 al Cancelliere del Reich, Adolf Hitler. Durante l'occupazione dalla Polonia Andrić si prodigò per impedire l'imprigionamento di molti intellettuali polacchi, spesso inascoltato o ostacolato dal suo stesso governo. Nel 1941 si dimise; le dimissioni furono accettate con ritardo e quindi presenziò alla firma del patto tripartito a Vienna. Il giorno successivo ai bombardamenti di Belgrado (7 aprile 1941) Andrić lasciò Berlino e tornò a Belgrado, allora occupata dai nazisti.
Nel novembre 1941 si ritirò dalla carriera diplomatica e rifiutò la pensione. Visse in un appartamento in affitto, rifiutando di firmare l'appello di condanna della resistenza alle forze di occupazione. Rifiutò anche la pubblicazione di sue opere "mentre c'è gente che soffre e muore". In quel periodo scrisse Travnička hronika (La cronaca di Travnik. Il tempo dei consoli) e alla fine del 1944 completò Na Drini ćuprija (Il ponte sulla Drina) ,ambedue riguardanti la Storia della Bosnia. Entrambi furono pubblicati diversi mesi dopo la fine della guerra.
Nel dopoguerra divenne presidente dell'Associazione degli scrittori jugoslavi e vice presidente della società per la cooperazione culturale con l'Unione Sovietica. Negli anni successivi tenne un'intensa attività di conferenziere, fece numerosi viaggi e continuò a pubblicare racconti brevi.
Nel 1958 sposò Milica Babić, che conosceva e frequentava da anni.
Nel 1961 gli fu conferito il Premio Nobel per la letteratura con la seguente motivazione: "for the epic force with which he has traced themes and depicted human destinies drawn from the history of his country". In seguito le sue opere vennero tradotte in moltissime lingue.
Nel marzo 1968 morì sua moglie. Negli anni successivi Andrić ridusse molto l'attività e la sua salute in continuo deterioramento lo costrinse a lunghe permanenze in diversi ospedali. Morì il 13 marzo 1975 all'età di 82 anni.

▪ 1977 - Jan Patočka (Turnov, 1º giugno 1907 – Praga, 13 marzo 1977) è stato un filosofo ceco. Allievo di Edmund Husserl e Martin Heidegger, fu tra gli interpreti del pensiero fenomenologico. Nel 1977 aderì al movimento di opposizione democratica al regime comunista cecoslovacco Charta 77, del quale divenne portavoce. Gravemente ferito nel corso degli interrogatori cui fu sottoposto dalla polizia di regime, morì in seguito alle torture. (da ricordare)

▪ 1981 - Celeste Di Porto (Roma, 29 luglio 1925 – Roma, 13 marzo 1981) è nota per essere stata durante il periodo dell'occupazione nazista di Roma una famosa collaborazionista dei tedeschi, pur essendo ebrea lei stessa.

▪ 1983
- Louis "Louison" Bobet (Saint-Méen-le-Grand, 12 marzo 1925 – Biarritz, 13 marzo 1983) è stato un ciclista su strada francese.
Professionista dal 1946, Louison si mise in luce nel Tour de France del 1948, anno in cui vinse un tappa e fu qualche giorno in maglia gialla, prima di essere definitivamente scalzato da Gino Bartali. La consacrazione definitiva avvenne nel Tour del 1950, in cui conquistò la maglia a pois di miglior scalatore.
Bobet vinse il Giro di Francia per tre volte consecutive negli anni 1953, 1954 e 1955.
Tra le altre vittorie di Bobet si ricordano il Giro di Lombardia e la Milano-Sanremo nel 1951, il Gran Premio delle Nazioni e la Parigi-Nizza nel 1952, il Campionato del mondo di ciclismo nel 1954, il Giro delle Fiandre del 1955 e la Parigi-Roubaix nel 1956. Louison Bobet, che fu anche campione nazionale francese su strada, è stato tra i campioni di ciclismo più amati dal pubblico grazie alla sua generosità.
Morì prematuramente il giorno dopo il suo 58º compleanno. Poco prima aveva lanciato una linea di biciclette da corsa.

- Marianella Garcia Villas (San Salvador, 7 agosto 1948 – Suchitoto, 13 marzo 1983) è stata una politica e avvocato salvadoregna.
Membro dell'Associazione Cattolica Universitaria Salvadoregna (ACUS - Asociación Católica Universitaria Salvadoreña), fondò la Commissione per i diritti umani del Salvador, partecipò attivamente alla Democrazia cristiana salvadoregna e fu collaboratrice di monsignor Óscar Romero. Fu catturata il 13 marzo 1983 in un'area di conflitto dove si era recata per documentare l'uso di armi chimiche da parte dell'esercito, e fu assassinata dopo essere stata torturata.
Di estrazione borghese, durante gli anni dell'università si schierò al fianco del popolo, spinta da una forte sensibilità sociale nata dall'impatto con la realtà del suo Paese.
Laureata in legge e filosofia all'inizio degli anni settanta, iniziò a lavorare con le comunità di base contadine e a condividerne la vita, con l'obiettivo di risvegliare le loro coscienze sui diritti umani fondamentali.
Militò prima nell'Azione Cattolica Universitaria e poi nel Partito Democratico Cristiano; prima tollerata dai dirigenti, poi ostacolata, fu infine emarginata.
Esercitò la professione d'avvocato, fondando l'ALDHU (Asociación Latino-Americana de Derechos Humanos - Associazione Latino-Americana dei Diritti Umani), e divenendo Vice Presidente della Federazione Internazionale dei Diritti Umani
Si sforzava di capire e condividere i veri problemi della sua gente: le donne dei mercati e i lavoratori della terra furono i suoi elettori al Parlamento, all'interno del quale sedette dal 1974 al 1976.
Quando si rese conto che le spinte dal basso erano non solo ignorate ma represse si allontanò definitivamente dalla DC e si dedicò al lavoro della Commissione per i Diritti Umani, di cui era presidente e attraverso la quale cercò costantemente di tradurre in fatti il suo profondo impegno a favore di una lotta "non violenta" tesa alla conquista della libertà e della giustizia sociale non solo in Salvador, ma in tutto il Centroamerica.
Dopo il 1980, con l'uccisione del vescovo Óscar Romero, suo sostenitore, e braccata dalla Guardia Nacional, riparò in Messico da dove periodicamente rientrava a El Salvador alla ricerca di prove, documenti e nomi da presentare alla Commissione per i diritti umani dell’ONU e ai tribunali nazionali.
Più volte minacciata di morte, si recò in Europa tra il 1981 ed il 1982. Durante un suo viaggio in Italia, nel 1981, partecipando ad una manifestazione nella città di Padova, testimoniò del dramma vissuto dal suo popolo, evidenziando una necessità fondamentale, una risoluta presa di posizione politica nei confronti dei problemi del Sud del mondo.
Sottolineando l'insufficiente ed inadeguato impegno a livello internazionale, quando si limita a semplici manifestazioni, commemorazioni e cerimonie per la difesa dei diritti umani, sensibilizzava le coscienze e la responsabilità delle donne e degli uomini perché le nazioni non possono vestire i panni di spettatori inconsapevoli della tragedia di un popolo.
Entrò per l'ultima volta a El Salvador nel gennaio del 1983 per raccogliere prove sull'uso delle armi al fosforo bianco e al napalm contro la popolazione civile. È stata uccisa nella zona di Suchitoto, mentre si trasferiva da un villaggio ad un altro sotto la scorta dei suoi amici contadini. Il cadavere, oltre le ferite da arma da fuoco, presentava altre gravi ferite. I militari salvadoregni la arrestarono, la torturarono, la uccisero e poi la gettarono nel "mucchio" degli altri cadaveri.
Il maggiore D'Aubisson tentò fin dall'inizio di accusarla di essere una guerrigliera, di appartenere alla dirigenza militare del Fronte Farabundo Martì per la Liberazione Nazionale.
Il 15 marzo uscì il comunicato stampa delle Forze Armate:
«Un uomo e una donna si suppone giornalisti, si trovavano tra i morti quando una pattuglia militare fu attaccata nella zona di La Bermuda, Suchitoto, da un gruppo di terroristi, secondo informazioni ricevute da una pattuglia militare, si stava compiendo un'operazione di rastrellamento e nell'operazione con gli estremisti si causarono 20 perdite, tra cui una donna che portava materiale fotografico».
Il 16 marzo esce un altro comunicato delle Forze Armate che sottolinea la pericolosità di Marianella Garcia «si trovavano grandi quantità di documenti sulla terrorista Marianella Garcia. La delinquente sovversiva aveva piani di comunicazione internazionali provenienti dall'estero del paese, diretti a campi terroristi dell'interno».
Il suo cadavere fu deposto in una camera ardente e vigilato, in modo tale da proteggerlo e preservarlo dall'intervento della Guardia Nacional, per permettere ai suoi sostenitori un ultimo saluto.

* 1984 - Aurelio Peccei (Torino, 4 luglio 1908 – Torino, 13 marzo 1984) è stato un imprenditore italiano. Manager della FIAT, partecipò alla resistenza, fu imprenditore in Italia e all'estero. Nel 1968 riunì a Roma alcuni studiosi e insieme costituirono il Club di Roma.

▪ 1988 - Steno - nome d'arte di Stefano Vanzina (Roma, 19 gennaio 1915 – Roma, 13 marzo 1988) è stato un regista e sceneggiatore italiano.
Figlio di Alberto Vanzina, giornalista del Corriere della Sera emigrato in Argentina in gioventù e di Giulia Boggio, a tre anni rimase orfano del padre con la famiglia che versava in gravi difficoltà economiche. Completò gli studi liceali e si iscrisse alla facoltà di giurisprudenza non terminando gli studi universitari. Diplomatosi scenografo all’Accademia di Belle Arti, entrò al Centro Sperimentale di Cinematografìa e iniziò a disegnare caricature, vignette e articoli umoristici adottando lo pseudonimo di Steno (che utilizzerà anche al cinema tranne in due occasioni nelle quali si firmò col suo vero nome) in omaggio ai romanzi di Flavia Steno, dapprima alla Tribuna Illustrata, quindi entrando nella redazione del celebre giornale umoristico Marc'Aurelio, vera fucina di nomi in seguito importanti come Marcello Marchesi e Federico Fellini dove rimase per cinque anni, scrivendo nel medesimo tempo anche copioni radiofonici e testi per il teatro di avanspettacolo.
Da lì le porte del cinema si aprirono grazie a Mario Mattòli, che lo vuole come sceneggiatore, gagman e spesso aiuto regista in molti suoi film, scrivendo copioni anche per Simonelli, Bragaglia, Freda e Borghesio, oltre ad apparire come attore in due film. Nel 1949, con Al diavolo la celebrità fece il suo esordio alla regìa dirigendo otto film in collaborazione con Mario Monicelli, già suo fedele compagno di sceneggiature sin dall'immediato dopoguerra. A partire dal 1952, con Totò a colori firmò da solo le sue pellicole.
Nei trenta anni seguenti, specializzatosi nel prediletto cinema comico, diresse un grande numero di film che ottennero spesso strepitosi successi con tutti gli attori cari al grande pubblico, tra i quali quelli più grandi, Totò e Alberto Sordi, ma anche Aldo Fabrizi, Renato Rascel, le coppie Tognazzi-Vianello e Franchi-Ingrassia, Johnny Dorelli, Lando Buzzanca, Gigi Proietti, Enrico Montesano, Renato Pozzetto, Paolo Villaggio e Diego Abatantuono, nonché attrici celebri del calibro di Marisa Allasio, Sylva Koscina, Edwige Fenech, Ornella Muti e tante altre. I titoli dei film da lui diretti hanno giustamente segnato un'epoca. Regista ironico e, a volte, dissacrante, subì nel 1954 anche una clamorosa disavventura censoria con la commedia "galante" Le avventure di Giacomo Casanova, ritirata dagli schermi e rimessa in circolazione dopo numerosi tagli. Una versione restaurata di questa pellicola è stata presentata in una sezione collaterale della 62° Mostra del Cinema di Venezia.
Negli anni settanta e ottanta ottenne ancora consensi con il notevole La polizia ringrazia, capostipite della serie definita "poliziottesca", e dirigendo Bud Spencer nei quattro film della serie di "Piedone" e nei sei film per la televisione della serie Big Man lasciati incompiuti a causa della sua improvvisa scomparsa. Il suo ultimo lavoro per il grande schermo fu lo sfortunato Animali metropolitani, impietoso pamphlet sulle brutture della edonistica società italiana della fine degli anni '80, uscito tre mesi dopo la sua morte e prontamente ritirato dalle sale per assenza di pubblico.
Sposato con Maria Teresa Nati, ebbe da lei due figli entrati con successo nel mondo del cinema: Enrico come sceneggiatore, Carlo come regista e produttore.
Nel 2008, vent'anni dopo la sua scomparsa, viene presentato alla Festa del Cinema di Roma il documentario a lui dedicato Steno, genio gentile.

* 1990 - Bruno Bettelheim (Vienna, 28 agosto 1903 – Silver Spring (Maryland), 13 marzo 1990) è stato uno psicoanalista austriaco, di origini ebraiche, si rifugiò negli USA, dove gli fu concessa la cittadinanza. Fu psicologo dell'infanzia e si interessò in particolare all'autismo.
Studiò a Vienna, ma dovette interrompere gli studi alla morte del padre. Visse quindi un periodo in cui con la prima moglie Gina si prese cura di una bambina che poi scoprì essere autistica e si occupò degli affari di famiglia, ripresi i quali poté tornare a studiare e si laureò in filosofia con una tesi in Storia dell'arte, attorno all'estetica di Immanuel Kant.
Quando l'Austria fu invasa dalla truppe tedesche nel 1938 (Anschluss), fu deportato nei campi di concentramento di Dachau e Buchenwald.
Nel 1939 fu rilasciato (in seguito all'amnistia per il compleanno di Hitler del 20 aprile) e riuscì a rifugiarsi raggiungendo la moglie negli USA.
Insegnò quindi psicologia a Chicago dal 1944 al 1973, dove lavorò anche alla "Orthogenic School", un istituto di studio e terapia infantile e adolescenziale che si occupava dei disturbi emotivi della crescita.
Morì suicida nel 1990, probabilmente a causa delle forti depressioni di cui soffriva.
Diverse biografie hanno ricostruito il suo rapporto controverso con i bambini e con la propria vita, dimostrando che non tutto fosse chiaro sui suoi racconti del passato europeo.

Il pensiero (per approfondire)
I sui studi si incentrano sulla psicoanalisi applicata all'età evolutiva. In particolare ebbero successo le sue teorie sull'autismo. La sua ipotesi che attribuiva la causa dell’autismo a un rapporto inadeguato con la madre (la cosiddetta madre frigorifero), da cui si doveva essere staccati per una terapia riabilitativa (la cosiddetta parentectomia), viene oggi considerata superata. Nel suo celebre e discusso La fortezza vuota, Bettelheim correlava anche il comportamento dei bambini autistici a quello di alcune vittime delle SS nei lager nazisti, quelli che erano totalmente rassegnati alla morte e si ritiravano completamente dal mondo.
Sostenne la scarsa utilità o addirittura la nocività di un approccio educativo basato sul metodo delle punizioni, in particolare di tipo fisico.
Si interessò anche alle fiabe. Nel suo libro Il mondo incantato (The Uses of Enchantment. The Meaning and Importance of Fairy Tales, vincitore del National Book Award nel 1977) sostiene che le fiabe dei fratelli Grimm siano rappresentazione di miti freudiani.
Compare nel ruolo di se stesso nel film Zelig di Woody Allen (1983).

▪ 1996
- Lucio Fulci (Roma, 7 giugno 1927 – Roma, 13 marzo 1996) è stato un regista, sceneggiatore, attore, produttore cinematografico e scrittore italiano, nonché autore di classici della musica leggera italiana, quali 24.000 baci e Il tuo bacio è come un rock, entrambe portate al successo da Adriano Celentano.
Inizialmente al lavoro con film comici e gialli, si dedicò alla fine degli anni settanta al genere horror, realizzando film come ...E tu vivrai nel terrore! L'aldilà, Paura nella città dei morti viventi e Zombi 2, che gli fecero guadagnare dai critici cinematografici francesi la nomea di poeta del macabro e Godfather of gore. I film sono stati rivalutati in anni recenti dalla critica italiana, e sono considerati dei capisaldi del genere splatter. Inoltre sono stati omaggiati da registi internazionali, tra i quali Quentin Tarantino e Robert Rodriguez, che hanno inserito nelle loro pellicole varie citazioni dei film di Fulci.
Fulci si considerava un "terrorista dei generi", poiché dirigendo un classico film di genere (sia esso una commedia, un horror, un thriller o uno spaghetti western) vi inseriva temi e stili personali, cercando di provocare e scioccare lo spettatore.

- Krzysztof Kieślowski (Varsavia, 27 giugno 1941 – Varsavia, 13 marzo 1996) è stato un regista, sceneggiatore e documentarista polacco.
Quando Krzysztof era ancora bambino, la malattia del padre, sofferente di tubercolosi, costrinse tutta la famiglia a spostarsi in continuazione in località che disponessero di un sanatorio, per cercare una maggiore speranza di sopravvivenza per il padre del futuro regista. Tuttavia, quando Kieślowski aveva sedici anni, il padre morì.
Intanto il giovane si diplomò in un scuola di tecniche teatrali, dove suo zio era preside, specializzandosi nella tecnica di dipingere scenari. Nel 1969 si laureò alla Scuola Superiore di Cinema di Łódź, che all'epoca godeva di fama e prestigio internazionale. Iniziò così a girare documentari, sia per la televisione che per il cinema. Sarebbero stati proprio questi a fargli avere i primi problemi con le autorità.
Un suo documentario del 1971, Robotnicy 1971 - Nic o nas bez nas (Lavoratori 1971: Niente su di noi senza noi) sulla repressione violenta dello sciopero di Danzica, venne requisito dalla polizia che voleva identificare i partecipanti: Kieślowski rimase molto colpito da questo fatto, sentendosi quasi un traditore. Nel 1980, mentre filmava un deposito automatico dei bagagli per il documentario Dworzec (La stazione), la polizia gli sequestrò di nuovo la pellicola: infatti, senza accorgersene, il regista aveva ripreso una valigia in cui c'era una donna fatta a pezzi dalla figlia che la polizia stava ricercando da tempo.
Entrò a far parte di una cerchia di registi che si proponeva di ritrarre la situazione della Polonia durante il comunismo.
Una volta passato ai lungometraggi, per le sceneggiature il regista si avvalse della preziosa collaborazione dell'avvocato polacco Krzysztof Piesiewicz, con il quale avrebbe collaborato durante tutta la propria carriera cinematografica. Un altro suo abituale collaboratore era il compositore polacco Zbigniew Preisner (che in Tre colori: Film Blu si fece chiamare Van den Budenmayer).
Krzysztof Kieślowski morì il 13 marzo 1996 per un attacco di cuore. È seppellito nel cimitero Powązki di Varsavia, in Polonia.
Uno dei progetti incompiuti del regista era quello di dirigere, oltre alla famosa "Tre Colori", un'altra trilogia, basata questa volta su La divina commedia di Dante Alighieri. L'unica delle tre sceneggiature ad essere completata da Kieślowski e Piesiewicz, Heaven, è stata portata sullo schermo dal regista tedesco Tom Tykwer nel 2002.
Il cinema di Kieślowski è caratterizzato dall'assenza di effetti speciali o spettacolari, dai dialoghi scarni e da sceneggiature che concentrano laceranti dilemmi etici ed esistenziali. Il grande regista Stanley Kubrick, che nutriva una sincera ammirazione per il regista polacco, una volta ebbe a dire: « Sono sempre restìo a sottolineare una caratteristica specifica del lavoro di un grande regista, perché ciò tende inevitabilmente a semplificarne e sminuirne il lavoro. Ma riguardo a questa sceneggiatura (Decalogo N.d.R.), di Krzysztof Kieślowski e del suo coautore, Krzysztof Piesiewicz, non dovrebbe essere fuori luogo osservare che essi hanno la rarissima capacità di drammatizzare le loro idee piuttosto che raccontarle solamente. Esemplificando i concetti attraverso l'azione drammatica della storia essi acquisiscono il potere aggiuntivo di permettere al pubblico di scoprire quello che sta realmente accadendo piuttosto che semplicemente raccontarglielo. Lo fanno con tale abbagliante abilità, che non riesci a percepire il sopraggiungere dei concetti narrativi e a materializzarli prima che questi non abbiano già raggiunto da tempo il profondo del tuo cuore.»

▪ 2002 - Hans-Georg Gadamer (Marburgo, 11 febbraio 1900 – Heidelberg, 13 marzo 2002) è stato un filosofo tedesco, considerato uno dei maggiori esponenti dell'ermeneutica filosofica grazie alla sua opera più significativa, Verità e metodo (Wahrheit und Methode, 1960). È stato allievo di Paul Natorp e di Martin Heidegger.
Hans Georg Gadamer (1900-2002), allievo di Heidegger a Marburgo, ha sviluppato alcuni aspetti del suo pensiero elaborando un'ermeneutica filosofica. Tradizionalmente, con ermeneutica (dal greco hermeneus, che vuol dire colui che fa da interprete e media fra chi enuncia un messaggio e chi lo riceve) s'intende la tecnica dell'interpretazione, elaborata e impiegata in discipline come la teologia, la filologia classica e la giurisprudenza, allo scopo di comprendere il significato di testi sacri o profani o delle leggi.
Nell'Ottocento l'ermeneutica si era posta l'obiettivo di capire un autore meglio di quanto si fosse egli stesso compreso (caso tipico era stato quello di Schleiermacher con Platone).
Per far questo si riteneva necessario riprodurre il passato in modo da riviverlo.
La comprensione di un testo era vista come condizionata da un circolo fra la totalità del testo e le sue singole parti: il senso del tutto è ricostruibile a partire da quello delle parti, ma quest'ultimo, a sua volta, presuppone che sia conferito un significato preliminare al tutto.
In queste prospettive il problema dell'interpretazione era concepito come proprio delle cosiddette scienze dello spirito, in primis della storiografia.
In Essere e tempo Heidegger aveva, invece, mostrato che la comprensione è costitutiva della struttura dell'esistenza: l'esserci ha la prerogativa di comprendere se stesso e l'interpretazione è l'articolazione di questa comprensione, consistente nell'appropriarsi di quel che si è compreso. In tal modo, l'interpretazione cessava di essere soltanto un problema metodico e gnoseologico delle cosiddette scienze dello spirito, ma si trasformava in un più generale problema ontologico.
Anche nella prospettiva di Heidegger essa appariva caratterizzata da un circolo: la comprensione, infatti, è sempre condizionata da una pre-comprensione, che si è venuta costruendo storicamente e nella quale l'esserci che comprende si trova situato, ma a sua volta la pre-comprensione è anche sempre messa in gioco e modificata attraverso la comprensione.
Questo è il punto di partenza, che determina l'obbiettivo dell'ermeneutica filosofica di Gadamer: mettere in chiaro le strutture della comprensione e dell'interpretazione come strutture proprie dell'esistenza storica dell'uomo. Nato l'11 febbraio 1900 a Marburgo, Gadamer, la cui vita ricopre tutto il Novecento, ha studiato nell'università della città natale, dove nel 1922 ha conseguito il dottorato in filosofia con Natorp e nel 1929 la libera docenza con Heidegger.
A Margurgo egli ha studiato anche filologia classica soprattutto con Paul Friedlander, che avrebbe poi scritto un ampio studio su Platone, e inoltre ha seguito le lezioni di storia delle religioni e di teologia tenute rispettivamente da Walter Otto e Rudolf Bultmann.
Gadamer ha viaggiato molto anche per l'Italia (era cittadino onorario di Napoli, città di cui era innamorato); egli rievoca il suo primo impatto con Napoli scrivendo: "in uno dei quartieri popolari dove arrivai bighellonando vidi la seguente scena: da una stanza all'ultimo piano di un palazzo, si aprì una finestra e una vecchia signora calò una lunga fune con un cesto dal quale alcuni bambini che giocavano presero dei pupazzi ritagliati dalla carta colorata, con una gioia che mi commosse fino alle lacrime. Imparai che la povertà non esclude la gioia".
Convinto che "l'intesa tra gli uomini avviene sulla base di un orizzonte comune che vive nella lingua che parliamo, e nei testi eminenti che costituiscono il patrimonio di questa lingua" e che "l'esperienza di verità si dà solo nel dialogo, in quella dialettica di domanda e risposta che alimenta il movimento circolare della comprensione", Gadamer intitolò il suo primo scritto l' Etica dialettica di Platone. Interpretazioni fenomenologiche del Filebo (1931).
Dopo un periodo di insegnamento a Marburgo, Gadamer passa all'università di Lipsia, dove, con l'approvazione dell'autorità sovietiche di occupazione, è nominato rettore nel 1946-47.
Successivamente passa a insegnare e Francoforte e poi, nel 1949, a Heidelberg, sulla cattedra tenuta da Jaspers; dal 1953 è direttore della "Philosophische Rundschau" e nel 1960 pubblica la sua opera più importante, Verità e metodo. Lineamenti di un'ermeneutica filosofica.
Altri scritti, che illustrano e approfondiscono i temi della sua opera maggiore sono: Il problema della coscienza storica (1963, in francese); La ragione nell'età della scienza (1976); L'idea del bene in Platone e Aristotele (1978). A partire dal 1985 è in corso di pubblicazione l'edizione completa delle sue opere.
A conferma del fatto che Gadamer fosse un ottimista, si può ricordare quanto egli affermò in un'intervista: "lei dice che sono troppo ottimista. Ma l'ottimismo non è una pecca. E neppure una virtù. E' un bisogno connaturato alla natura dell'uomo. Il pessimismo, invece, quello sì che è un lusso. Soltanto due 'borghesi' come Schopenhauer e Leopardi se lo potevano permettere...".

* 2003 - Roberto Murolo (Napoli, 19 gennaio 1912 – Napoli, 13 marzo 2003) è stato un cantautore, chitarrista e attore italiano.
Roberto Murolo nasce a Napoli il 19 gennaio 1912 (anche se la nascita viene registrata quattro giorni più tardi, il 23), penultimo dei sette figli di Lia Cavalli e di Ernesto Murolo (Napoli, 1876-1939), poeta, drammaturgo, giornalista e autore di canzoni, tra cui Nun me scetà (1930), morto in miseria nella sua città.
Tra i maggiori protagonisti insieme a Sergio Bruni e Renato Carosone della scena musicale napoletana, nel periodo che va dal secondo dopoguerra al 1960, trascorre la sua infanzia in un salotto frequentato da Salvatore Di Giacomo, Ferdinando Russo, Libero Bovio e Raffaele Viviani. All'età di cinque anni evidenzia una grande passione per la lirica durante i lunghi ascolti dei tenori e delle opere rossiniane. Dal 1924 incomincia però a frequentare gli spettacoli di Piedigrotta e la canzone sostituisce il belcanto tra i suoi interessi primari. Se da un lato impara la lezione dei vari Pasquariello e Papaccio, dall'altro segue con attenzione i dischi di Bing Crosby e di Louis Armstrong.
Studia chitarra e nel 1933, a Ischia, in una delle prime esibizioni accompagna Vittorio De Sica che canta E palumme. Nel 1935 entra come impiegato nella compagnia del gas, dove resterà per tre anni, e grazie alla sua passione per il nuoto, vince addirittura i campionati nazionali universitari, venendo premiato dal Duce in piazza Venezia. L'anno successivo inizia a cantare nel gruppo vocale Mida Quartet, ispirato agli americani Mills Brothers, con un repertorio di canzonette ritmate, tra avanspettacolo e cabaret. Alla voce di Murolo spetta il trombone, Enzo Diacova e Alberto Arcamone imitano le trombe, Amilcare Imperatrice il contrabbasso. Il Mida Quartet trascorre all'estero otto anni, dal 1938 al 1946, sbarcando il lunario tra teatri e locali in Germania, Bulgaria, Grecia, Ungheria e Spagna, proponendo un repertorio internazionale e di canzoni italiane.
Tornato in patria dopo la fine della guerra, Murolo inizia la carriera da solista in campo concertistico e in quello discografico nel 1948, esibendosi al Tragara Club di Capri. La sua voce da sussurro, seducente e intonata, valorizzata dall'uso del microfono, e il suo stile da chansonnier d'altri tempi incontrano subito il favore del pubblico. Canta Munasterio 'e Santa Chiara (Galdieri-Barberis, 1945), Tammurriata nera (Nicolardi-E. A. Mario, 1944), Scalinatella (Cioffi-Bonagura, 1948) e altri successi napoletani vecchi e nuovi, che raccoglierà in una fortunata antologia.
La radio diffonde in tutta Italia la sua voce attraverso i primi 78 giri della Telefunken-Durium, e inizia anche l'attività cinematografica: appare in Catene (1949), con la regia di Raffaello Matarazzo, insieme ad Amedeo Nazzari e Yvonne Sanson. Nello stesso anno lavora nel film Paolo e Francesca e l'anno dopo in Tormento, sempre di Matarazzo, ma anche in altre pellicole dove compare solo come cantante. E ancora in Menzogna (1952) e Saluti e baci (1953), dove figura accanto a Nilla Pizzi, Yves Montand, Giorgio Consolini e Gino Latilla.
Nell'autunno del 1954 viene arrestato con un'accusa ingiusta di molestie sessuali su un minore, dalla quale uscirà completamente assolto, ma che gli causa un lungo periodo di lontananza dai media, impegnati in un'opera di completo ostracismo fino agli anni ottanta quando, grazie anche all'intervento di alcuni estimatori, tra cui Peppino Di Capri e Renzo Arbore, inizierà un periodo di "recupero" dell'artista.
A partire dal 1956 Murolo studia a fondo il repertorio partenopeo dal 1200 ai giorni nostri, con il contributo del chitarrista Eduardo Caliendo, pubblicando poi Napoletana. Antologia cronologica della canzone partenopea (1963). Ma scrive anche canzoni in proprio: con il musicista Nino Oliviero firma O ciucciariello (1951) e con il musicista Renato Forlani Torna a vucà (1958), Sarrà... chi sà! (1959), vincitrice del Festival di Napoli, eseguita da Fausto Cigliano e Teddy Reno, e Scriveme (1966).
Dopo la pubblicazione della sua antologia, incide a partire dal 1969 quattro album monografici intitolati I grandi della canzone napoletana, dedicati ai poeti Salvatore Di Giacomo, Ernesto Murolo, Libero Bovio e E. A. Mario. A metà degli anni settanta interrompe l'attività discografica, ma non quella concertistica. Nel 1989 è protagonista dello spettacolo “Chitarre in concerto”, regia di Antonio Casagrande, cui prendono parte i cantanti - chitarristi Egisto Sarnelli, Tony Sigillo, Mario Maglione, Claudio Carluccio e l’attore Franco Gargia. In età avanzata torna alla ribalta con l'album 'Na voce, 'na chitarra (1990), in cui interpreta canzoni di altri autori, tra cui Spassiunatamente di Paolo Conte, Lazzari felici di Pino Daniele, Senza fine di Gino Paoli, e anche duetti: Caruso con Lucio Dalla al pianoforte, la divertente Ammore scumbinato in coppia con l'amico Renzo Arbore, oltre a Sta musica con Consiglia Licciardi e L'ammore ca' nun vene, due testi firmati da Enzo Gragnaniello.
Gianni Cesarini ne racconta la vita in Roberto Murolo - La storia di una voce. La voce di una storia (Flavio Pagano Editore 1990) e in occasione del suo ottantesimo compleanno esce Ottantavoglia di cantare (1992). Nel disco compaiono i duetti Don Raffaè, con Fabrizio De André - che aveva interpretato La nova gelosia nel suo album Le nuvole (1990) dopo averne ascoltato la versione di Murolo - e Cu' mme, con Mia Martini su testo di Enzo Gragnaniello, dove il timbro baritonale di Murolo si fa insolitamente più profondo. Nel disco interpreta anche Cercanno 'nzuonno, ancora con Gragnaniello, Na tazzulella 'e cafè con Renzo Arbore e Basta 'na notte con Peppino Di Capri.
Nel 1993 il trio Murolo, Martini e Gragnaniello incide l'album L'italia è bbella, titolo della canzone di Carlo Faiello con cui Murolo si esibisce quell'anno al Festival di Sanremo.
Murolo e De André si esibiscono insieme al concertone del Primo maggio 1993 in piazza San Giovanni, a Roma. In seguito l'artista pubblica Tu si' 'na cosa grande (1994), tributo a Domenico Modugno, accompagnato dai migliori esponenti della musica napoletana del momento: Lina Sastri, la Nuova Compagnia di Canto Popolare, Pietra Montecorvino, Eugenio Bennato, Enzo Avitabile, Enzo Gragnaniello e Tony Esposito, su arrangiamenti di Adriano Pennino; incide poi nell'album Anema e core (1995) i brani Dicitencello vuje (Fusco-Falvo, 1930) e Anema e core (Manlio-D'Esposito, 1950) con la cantante Amália Rodrigues, la grande interprete del fado portoghese con la quale aveva già cantato nel marzo del 1974, al Teatro Politeama di Napoli.
Nominato grande ufficiale della repubblica per i suoi meriti artistici e da tutti definito maestro della canzone napoletana, ha una lunga discografia dove il capitolo più recente è Ho sognato di cantare (2002), undici canzoni d'amore realizzate con autori e musicisti della sua città - Enzo Gragnaniello, Daniele Sepe, Gigi De Rienzo e lo scrittore-attore Peppe Lanzetta - anticipato dal singolo Mbriacame scritto da Mimmo Di Francia, l'autore di Champagne e di vari successi napoletani, tra cui Ammore scumbinato.
Nel marzo 2002, durante il Festival di Sanremo, Murolo riceve il premio alla carriera, riconoscimento assegnato nel 2000 a Tony Renis e nel 2001 a Domenico Modugno, alla memoria. In occasione del suo novantesimo compleanno Rai Sat Album gli dedica lo special Roberto Murolo Day - Ho sognato di cantare, ideato e condotto da Renzo Arbore, per la regia di Alessandra Rinaldi.
Scompare nella notte tra il 13 e il 14 marzo 2003 a Napoli, nella sua casa del Vomero.

▪ 2004
- Franz König (Rabenstein, 3 agosto 1905 – Vienna, 13 marzo 2004) è stato un cardinale e arcivescovo cattolico austriaco.
Nacque a Rabenstein il 3 agosto 1905.
Papa Giovanni XXIII lo elevò al rango di cardinale nel concistoro del 15 dicembre 1958.
È stato il cardinale nominato da papa Giovanni XXIII che è durato più a lungo in carica (46 anni).
Nel conclave dell'ottobre 1978, dopo i due scrutini andati a vuoto nella sterile contrapposizione tra i cardinali Siri e Benelli, propose[1] la candidatura del cardinale Karol Wojtyla, che ebbe successo portandolo al soglio pontificio.
Morì il 13 marzo 2004 all'età di 98 anni.

- Thomas Adeoye Lambo (Abeokuta, 29 marzo 1923 – 13 marzo 2004) è stato uno psichiatra nigeriano, uno dei primi operanti in Africa; dal 1971 al 1988 ha lavorato al World Health Organization ("Organizzazione mondiale della Sanità"), con incarichi direttivi.
Nato nello stato di Ogun, in Nigeria, dopo aver frequentato i primi corsi di studio nella sua città natale, si trasferì in Inghilterra per iscriversi alla facoltà di medicina presso l'Università di Birmingham.
Nel 1954, dopo aver terminato gli studi ed aver già esercitato la professione in Gran Bretagna, Lambo ritornò in Nigeria in tempo per proporre di aggiungere, ad una struttura sanitaria già esistente, un "villaggio" terapeutico, e un ospedale aperto per le emergenze psichiatriche, noti con il nome di Aro, a Abeokuta.[1]
In quel periodo la Nigeria stava percorrendo il suo lungo cammino che la portò verso un autogoverno su base federale. Una delle prime decisioni dei governanti riguardò proprio la creazione di un sistema di accoglienza e di cura psichiatrica ispirato ai modelli europei, sfidando lo scetticismo di molti connazionali che erano ancora legati ai guaritori tradizionali e alla fitoterapia locale. Quindi Lambo e i governanti nigeriani si accordarono sul tipo di progetto da realizzare.

Lavoro e opere
Lambo riuscì nell'impresa di coniugare le più moderne tecniche e le conoscenze moderne con le pratiche e le credenze della religione tradizionale e le medicine native.
Nella struttura di Aro venivano accolti sia i malati sia i parenti, i quali non si trovavano in un ambiente estraneo, dato che Lambo aveva cercato di preservare alcuni aspetti della cultura nigeriana, quali, per esempio, il valore comunitario e catartico dei rituali, delle credenze e delle pratiche religiose, la solidarietà e la tolleranza, oltre alla figura del guaritore, fondamentale sia nella cura sia nelle indagini effettuate sui malati.

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