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24 Novembre. John Rawls. Un filosofo per la democrazia

Autore: Restelli, Silvio  Curatore: Mangiarotti, Don Gabriele
Fonte: CulturaCattolica.it  E-mail: silvio.restelli@poste.it

Oggi 24 Novembre, nel 2002, moriva uno dei maggiori filosofi della politica, John Rawls.
Anche i suoi più strenui oppositori, come, ad esempio, Robert Nozick, riconoscono che coloro che si occupano di questi temi o devono lavorare con Rawls o devono spiegare perché non farlo. E Amartya Sen giunge a considerare la teoria della giustizia rawlsiana "di gran lunga la più influente - e [...] più importante - che sia stata presentata in questo secolo".

Vita e opere
Nato a Baltimora nel 1921, John Rawls ha studiato a Princeton e a Oxford e ha insegnato nella prestigiosa Università di Harvard.
I suoi scritti principali sono: "Una teoria della giustizia" (1971) e "Liberalismo politico" (1993). La giustizia è per Rawls "il primo requisito delle istituzioni sociali", così come la verità lo è dei sistemi di pensiero.
Come una teoria, egli argomenta, deve essere abbandonata o modificata se non risulta vera, così le leggi e le istituzioni devono essere abolite o riformate se sono ingiuste, anche se fornissero un certo grado di benessere alla società nel suo complesso, in quanto "ogni persona possiede un'inviolabilità fondata sulla giustizia su cui neppure il benessere della società nel suo complesso può prevalere. Per questa ragione la giustizia nega che la perdita della libertà per qualcuno possa essere giustificata da maggiori benefici goduti da altri" ("Una teoria della giustizia").

Pensiero
L'idea essenziale di Rawls, - secondo Hosle -che ha dato tanta attualità alla sua opera, è di immaginarsi uno stato, non nel senso di un sistema politico, ma di una situazione umana, in cui l'egoismo razionale porta a principi della giustizia.
Questo è interessante in quanto le scienze sociali moderne sono dominate dalla categoria dell'egoismo razionale.
Una persona è razionale se, secondo i criteri della teoria delle decisioni, riesce a perpetrare il proprio interesse nella maniera più efficiente.
Questo concetto di razionalità non presuppone che gli interessi della persona siano morali; ciò distingue nettamente il concetto di razionalità delle scienze sociali del nostro secolo per esempio dal concetto di ragione pratica di Kant, per cui la ragione pratica è la ragione morale.
Mentre l'uomo razionale nell'economia neoclassica non è l'uomo morale, ma l'uomo che pensa al suo interesse in maniera razionale.
Però Rawls è riuscito a immaginarsi una situazione nella quale l'interesse razionale porta ai risultati della giustizia. Questo ha reso la sua opera interessante per vari strati del mondo intellettuale; le persone che rimanevano fedeli al concetto di ragione pratica nel senso kantiano di giustizia, potevano dire che Rawls era riuscito ad argomentare per la giustizia basandosi sulla "forma mentis" che domina oggi nelle scienze sociali.
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Certo. L'idea fondamentale di Rawls è molto semplice. Lui si immagina una situazione originaria in cui gli attori, che devono decidere sui principi da osservare in futuro in questa società, hanno gli occhi chiusi dal velo dell'ignoranza, cioè non sanno che posizione, che talenti, che capacità avranno nella società. Sotto questo velo d'ignoranza devono decidere per i principi di giustizia basandosi sul criterio di egoismo razionale.
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Secondo Rawls ci sono due principi di giustizia.

1) Il primo principio di giustizia è che è preferibile quel sistema che garantisce a tutti uguale misura di una libertà il più grande possibile. In questo primo principio vengono cioè integrate le categorie di uguaglianza e libertà; Rawls è liberale e vuole avere la libertà individuale il più grande possibile: ognuno deve avere la libertà massima, però il sistema deve essere tale che tutti abbiano questa libertà massima, cioè la libertà deve essere uguale per tutti però nella maniera maggiore.

2) Il secondo principio afferma che esistono però casi dove l'uguaglianza mette in una situazione peggiore i più deboli, mentre si potrebbe immaginare una situazione dove introducendo e permettendo l'inuguaglianza le persone che sono nella situazione peggiore oggettivamente stanno meglio. Facciamo due esempi.
Ci si può immaginare uno Stato in cui tutti abbiamo dieci unità di benessere, possiamo immaginarci un altro sistema in cui alcune persone hanno mille altre hanno trecento, altre hanno dieci alcune hanno due o tre.
Rawls direbbe naturalmente questo sistema è meno giusto del primo; però possiamo immaginarci un terzo sistema nel quale alcuni hanno mille, altri settecento, altri trecento, alcuni trenta ed è garantito che ognuno abbia almeno undici o dodici; allora Rawls ritiene che questo terzo sistema sia migliore del primo perché anche se c'è maggiore inuguaglianza che nel primo le persone che sono svantaggiate stanno meglio nel terzo che nel primo: hanno undici o dodici unità invece di dieci; dunque questo sistema sarebbe preferibile.
E secondo Rawls solo l'invidia può negare questo secondo principio che accetta la differenza dal momento che l'introduzione della differenza fa star meglio anche quelli che starebbero peggio senza questo principio.

L'utilitarismo era la teoria dominante nell'ambito dell'economia neoclassica che era basata sul principio morale della maggior felicità per il maggior numero.
Rawls afferma, e non è il primo a farlo, che questa teoria non è accettabile perché evidentemente in un sistema utilitarista se uccidendo una persona innocente si causa un'utilità negativa di cinquanta e si riesce a dare a cento persone una utilità positiva di uno si è allora legittimati perché nell'insieme si è creato più benessere di quanto se ne era tolto. E Rawls afferma che questo non ha niente da fare con la giustizia, perciò l'utilitarismo non può essere la base di una teoria della giustizia

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