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4 Dicembre. Hobbes e Arendt

Autore: Restelli, Silvio  Curatore: Mangiarotti, Don Gabriele
Fonte: CulturaCattolica.it  E-mail: silvio.restelli@libero.it

Hobbes e Arendt: nascita dell'assolutismo statale moderno e critica del totalitarismo.
Oggi il 4 Dicembre, nel 1679 e nel 1975 a distanza di 296 anni, morivano due pensatori, che hanno dato un contributo fondamentale alla riflessione sulla politica: Thomas Hobbes e Hanna Arendt.

Thomas Hobbes

Il primo è il maggior teorico dell’assolutismo dello Stato moderno. La seconda è tra i maggiori filosofi della democrazia, indagatrice attenta e acuta del fenomeno totalitario.

Per Hobbes “la condizione dell’uomo é una condizione di guerra di ciascuno contro ogni altro”.

Individualismo possessivo (l’uomo allo stato di natura è un individuo che ha diritto ad impossessarsi di tutto con il solo limite dell’istinto di conservazione e dell’analogo diritto degli altri individui), materialismo integrale (il dualismo cartesiano tra res cogitans e res extensa viene superato eliminando la prima), fisicalismo epistemologico (la conoscenza data dalla nuova scienza cartesiana è il paradigma di ogni altro tipo di conoscenza, anche di quella dell’uomo e della politica) sono i punti che stanno alla base della sua costruzione teorica.
Leggendo infatti la sua opera principale, il Leviatano, ci si accorge di come egli, ancora prima di trattare della vera e propria politica, parta dalla concezione della materia per poi arrivare solo in un secondo tempo alla politica.
Ora, in una filosofia meccanicistica e materialista quale é quella di Hobbes, il finalismo non può assolutamente essere accettato: non esistono cose buone (stabilite a priori) a cui aspirare.
In base alle leggi meccaniche, ogni comportamento é legato ad azioni di tipo meccanicistico; a certi stimoli corrispondono determinate reazioni; é come nelle macchine (l’uomo stesso per Hobbes é una macchina) in cui ad ogni imput corrisponde un output.
L’uomo reagisce sempre in maniera tale da sopravvivere, da autoconservarsi: reagendo così sceglierà certe cose e non altre, in altre parole opterà per tutto ciò che gli consentirà di sopravvivere.
E’ evidente come il finalismo sia del tutto fuori luogo in una visione della realtà come quella di Hobbes.
Ma che cosa sono il bene e il male? Per Hobbes il bene é ciò che l’uomo di fatto sceglie e il male é ciò che l’uomo di fatto evita: tutti gli uomini si comportano in una certa maniera e, di fatto, definiremo come bene ciò a cui essi tendono. Però il bene a cui essi tendono non é un qualcosa di stabilito a priori (il bene cui si tende é la virtù, il piacere, la felicità, ecc.), ma é ciò a cui aspirano per inclinazione naturale. Per Hobbes l’uomo agisce così in modo meccanico e il modo in cui agisce, quello é il bene per l’uomo. E poiche la ragione consiglia l’uomo di affidare allo Stato ogni suo diritto (tranne quello alla vita) sarà lo Stato che definirà che cosa è bene e che non lo è.

Hanna Arendt

Nella sua critica la totalitarismo Hanna Arendt invece, ispirandosi all'etica aristotelica, individua tre componenti nella vita attiva degli uomini: il lavoro, la fabbricazione o produzione di oggetti, e l'azione (in greco, "praxis"), le quali si connettono alle condizioni generali dell'esistenza umana, ossia al nascere e al morire, al rapporto con gli altri e alla permanenza sulla terra.

Il lavoro assicura la sopravvivenza non solo individuale, ma della specie umana, mentre la fabbricazione produce un mondo sulla terra. Mentre è possibile lavorare e produrre anche in solitudine, non è possibile agire se non in relazione almeno ad un'altra persona, ossia, in generale, ad una pluralità di individui. Questo vuol dire - seconda la Arendt - che lavoro e fabbricazione non realizzano qualità specificamente umane, dal momento che anche un animale può lavorare e una divinità artefice potrebbe produrre.
Specificamente umano è, invece, l'agire insieme, che costituisce l'ambito della politica e presuppone il linguaggio come mezzo essenziale per il rapporto tra una pluralità di individui.

Si può così stabilire una distinzione tra la sfera pubblica, corrispondente alla polis dei greci, e la sfera privata, corrispondente all'oikos dei greci: quest'ultima è il regno della necessità, caratterizzato dalle attività economiche del lavoro e della produzione necessarie per sopravvivere, mentre la politica è il regno della libertà, dell'emergenza del nuovo.

Nel mondo moderno, il lavoro ha assunto una posizione di primato rispetto all'agire; e ciò ha indebolito la distinzione tra pubblico e privato e ha generato una nuova sfera, quella del sociale, che viene ad assumere le funzioni prima pertinenti all'oikos e alla polis.
I risultati sono, da un lato, una nazione amministrata burocraticamente come se si trattasse di un'unica famiglia e un generale conformismo e, dall'altro, una riduzione della partecipazione politica attiva e la trasformazione della sfera privata in intimità puramente individuale. L'integrazione armonica delle varie attività, con l'attribuzione del primato all'agire e, quindi, alla politica, si era realizzata, ad avviso di Arendt, nella polis greca.
Ma, in età moderna, con il rovesciamento di tale impostazione determinato dalla rivoluzione industriale, sono nate le filosofie della storia e le teorie, come quella hegeliana, che trasformano le nozioni di mezzo e di fine in categorie politiche e interpretano la storia come un processo necessario, finendo in tal modo per giustificare le pratiche totalitarie del XX secolo e sollevando dalla responsabilità di giudicare gli eventi storici.
In opposizione a ciò occorre, secondo Arendt, una nuova scienza politica, che torni a porre al centro l'azione, interpretata come inizio di qualcosa di nuovo e di imprevedibile, non fabbricabile né dall'uomo né da Dio.

La Arendt si pone, alla fine, una domanda: "quale esperienza di base nella convivenza umana permea una forma di governo che ha la sua essenza nel terrore e il suo principio d'azione nella logicità del pensiero ideologico?".
La risposta viene data individuando tale esperienza di base nell'isolamento dei singoli nella sfera politica, corrispondente alla estraniazione nella sfera dei rapporti sociali.
Quest'ultima, in sostanza, sta alla base dell'isolamento sul piano politico, e quindi costituisce la condizione generale dell'origine del totalitarismo.
"Estraniazione, che é il terreno comune del terrore, l'essenza del regime totalitario e, per l'ideologia, la preparazione degli esecutori e delle vittime, é strettamente connessa allo sradicamento e alla superfluità che dopo essere stati la maledizione delle masse moderne fin dall'inizio della rivoluzione industriale, si sono aggravati col sorgere dell'imperialismo alla fine del secolo scorso e con lo sfascio delle istituzioni politiche e delle tradizioni sociali nella nostra epoca. Essere sradicati significa non avere un posto riconosciuto e garantito dagli altri; essere superflui significa non appartenere al mondo".
E ancora: "quel che prepara così bene gli uomini moderni al dominio totalitario é estraniazione che da esperienza al limite, usualmente subita in certe condizioni sociali marginali come la vecchiaia, é diventata un'esperienza quotidiana delle masse crescenti nel nostro secolo. L'inesorabile processo in cui il totalitarismo inserisce le masse da esso organizzate appare come un'evasione suicida da questa realtà".

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