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14 Dicembre. Giovanni della Croce e il valore culturale del misticismo cristiano.

Autore: Restelli, Silvio  Curatore: Mangiarotti, Don Gabriele
Fonte: CulturaCattolica.it  E-mail: silvio.restelli@libero.it

Oggi 14 Dicembre ricordiamo la morte nel 1591 di Giovanni della Croce, uno dei maggiori esponenti con Teresa d’Avila del misticismo cattolico.
La sua influenza sulla teologia, sulla spiritualità e sulla cultura occidentale è enorme, anche se non sempre e da tutti riconosciuta. Basti pensare che fu uno dei punti di riferimento del giovane Karol Wojtyla e della sua tesi di dottorato.
Nella sua tesi Wojtyla – ci dice Weigel a pag. 108 della sua biografia - metteva l'accento sulla natura personale dell'incontro dell'uomo con Dio, in cui i credenti trascendono i limiti della loro esistenza creaturale in modo tale da divenire più autenticamente se stessi. Tale incontro con il Dio vivente non è monopolio dei mistici. È il centro di ogni vita cristiana.
L'esperienza mistica rivela cose importanti sulla via che porta a Dio e sulla natura della nostra comunione con Lui.
Essa ci insegna, per esempio, che la più alta sapienza cui ci è possibile pervenire sta nel sapere che non possiamo «oggettivare» la nostra conoscenza di Dio, perché non si giunge conoscere Dio come si giunge a conoscere un oggetto (un albero, una palla, un'automobile). Si giunge a conoscere Dio, piuttosto, come si giunge a conoscere un'altra persona, attraverso il reciproco darsi.
Come due persone che si amano giungono a vivere l'una «dentro» l'altra senza perdere la propria inconfondibile identità, Dio giunge a vivere dentro di noi, e noi giungiamo ad abitare, in un certo senso, «dentro Dio», senza che la radicale differenza fra Creatore e creatura vada perduta.
Così Wojtyla interpretava lo sconvolgente insegnamento di san Giovanni della Croce, per il quale meta della vita cristiana è divenire Dio per partecipazione.
La tesi di Wojtyla traeva altre tre conclusioni.
Primo: poiché Dio non può essere conosciuto come si conosce un oggetto, ci sono limiti alla razionalità quale approccio al mistero di Dio. La ragione può sapere che Dio esiste, ma la ragione naturale non può dirci tutti gli attributi del Dio della Bibbia.
Secondo: la fede è un incontro personale con Dio. La fede non ci permette di «afferrare» chi è Dio intellettualmente, perché questo significherebbe che essa gode di una posizione superiore a Dio. L'incontro con Dio nella fede ci insegna piuttosto che questa «non-oggettivibilità» di Dio è una dimensione di Dio-in-sé. È questa la ragione per cui possiamo parlare di Dio come «persona» e di un incontro personale con Dio.
Terzo: la comunione mistica - conclude Wojtyla, - è, piuttosto che un «culmine» emozionale, un'esperienza di comunione, di «essere-con», che trascende completamente le convenzioni della nostra esistenza creaturale.

Nella lunga intervista a Niels Christian Hvidt anche l’attuale pontefice rivela una consapevolezza simile dell’importanza del misticismo.
Dom. Spesso si nota che tra il misticismo puramente contemplativo e senza parole e il misticismo profetico con le parole, esiste una grande tensione. Karl Rahner ha fatto notare questa tensione tra i due tipi di mistica. Alcuni pretendono che la mistica contemplativa e senza parole sia quella più elevata, più pura e spirituale. In tale senso vengono spiegati certi passaggi in San Giovanni della Croce. Altri pensano che tale mistica senza parole in fondo sia estranea al cristianesimo perché la fede cristiana è essenzialmente la religione della Parola.
Ratz. Sì, direi che la mistica cristiana ha anche una dimensione missionaria. Essa non cerca solo di elevare l'individuo, ma gli conferisce una missione mettendolo in contatto con il Verbo, con il Cristo che parla attraverso lo Spirito Santo. Questo punto viene messo in forte rilievo da San Tommaso d'Aquino. Prima di san Tommaso si diceva: prima monaco e poi mistico; oppure prima prete e poi teologo. Tommaso non accetta questo, perché il dono mistico apre ad una missione. E la missione non è qualcosa di inferiore alla contemplazione, come invece pensava Aristotele che riteneva la contemplazione intellettuale il gradino più alto nella scala dei valori umani. Questo non è un concetto cristiano, dice San Tommaso, perché la forma più perfetta di vita è quella mista, cioè prima quella mistica e da questa poi quella apostolica a servizio del Vangelo. Santa Teresa d'Avila ha esposto questo concetto in modo molto chiaro. Essa mette in relazione la mistica con la cristologia, ottenendo così una struttura missionaria. Con ciò non voglio escludere che il Signore possa suscitare mistici autenticamente cristiani in seno alla Chiesa, ma vorrei precisare che la cristologia come base e misura di ogni mistica cristiana, indica un'altra struttura (Cristo e lo Spirito Santo sono inscindibili). Il "faccia a faccia" di Gesù con il Padre, include "l'essere per gli altri" contiene in sé "l'essere per tutti". Se la mistica è essenzialmente un entrare in intimità con Cristo, questo "essere per gli altri" le verrà impresso nell'intimo.

Scheda su S.Giovanni della Croce.
Quale anno di nascita più probabile viene indicato il 1540, a Fontiveros (Avila, Spagna). Rimase ben presto orfano di padre e dovette trasferirsi con la mamma da un luogo all'altro, mentre portava avanti come poteva i suoi studi e cercava di guadagnarsi la vita.
A Medina, nel 1563, vestì l'abito dei Carmelitani e dopo l'anno di noviziato ottenne di poter vivere secondo la Regola senza le mitigazioni. Sacerdote nel 1567 dopo gli studi di filosofia e teologia fatti a Salamanca, lo stesso anno si incontrò con S. Teresa di Gesù, la quale da poco aveva ottenuto dal Priore Generale Rossi il permesso per la fondazione di due conventi di Carmelitani contemplativi (poi detti Scalzi), perchè fossero di aiuto alle monache da lei istituite.
Dopo un altro anno - durante il quale si accordò con la Santa - il 28 novembre 1568 fece parte del primo nucleo di riformati a Duruelo, cambiando il nome di Giovanni di S. Mattia in quello di Giovanni della Croce.
Vari furono gli incarichi entro la riforma. Dal 1572 al 1577 fu anche confessore-governatore del monastero dell'Incarnazione di Avila (non della riforma, ma vi era priora S.Teresa, all'inizio). Ed in tale qualità si trovò coinvolto in un increscioso incidente della vita interna del monastero, di cui fu ritenuto erroneamente responsabile: preso, rimase circa otto mesi nel carcere del convento di Toledo, da dove fuggì nell'agosto 1578; in carcere scrisse molte delle sue poesie, che più tardi commentò nelle sue celebri opere.

Dopo la vicenda di Toledo, esercitò di nuovo vari incarichi di superiore, sino a che il Vicario Generale (nel frattempo la riforma aveva ottenuto una certa autonomia) Nicola Doria fece a meno di lui nel 1591. E non fu questa l'unica "prova" negli ultimi tempi della sua vita, per lui che aveva dato tutto alla riforma: sopportò come sanno fare i santi. Morì tra il 13 e il 14 dicembre 1591 a Ubeda: aveva 49 anni.

Il suo magistero era fondamentalmente orale; se scrisse, fu perchè ripetutamente richiesto. Tema centrale del suo insegnamento che lo ha reso celebre fuori e dentro la chiesa cattolica è l'unione per grazia dell'uomo con Dio, per mezzo di Gesù Cristo: dal grado più umile al più sublime, in un itinerario che prevede la tappa della via purgativa, illuminativa e unitiva, altrimenti detta dei principianti, proficienti e perfetti. Per arrivare al tutto, che è Dio, occorre che l'uomo dia tutto di sé, non con spirito di schiavitù, bensì di amore. Celebri i suoi aforismi: "Nella sera della tua vita sarai esaminato sull'amore", e "dove non c'è amore, metti amore e ne ricaverai amore". Canonizzato da Benedetto XIII il 27 dicembre 1726, venne proclamato Dottore della Chiesa da Pio XI il 24 agosto 1926.

Spunti d'amore

17 - Abbia un interno distacco da tutte le cose e non ponga il gusto in nessuna cosa temporale e l'anima sua raccoglierà beni inaspettati.
18 - L'anima che cammina nell'amore non annoia gli altri né stanca sé stessa.
19 - Il povero che è nudo sarà vestito; cosí l'anima la quale si spoglierà dei suoi appetiti, dei suoi affetti, del suo volere e disvolere, sarà rivestita da Dio della sua purezza, del suo gusto e della sua volontà.
21 - Il Padre pronunciò una parola, che fu suo Figlio e sempre la ripete in un eterno silenzio; perciò in silenzio essa deve essere ascoltata dall'anima.
22 - Dobbiamo misurare le sofferenze in rapporto a noi, non in rapporto ad esse.
23 - Chi non cerca la Croce di Cristo, non cerca la gloria di Cristo.
24 - Per innamorarsene, Dio non posa lo sguardo sulla grandezza dell'anima, ma sulla grandezza della sua umiltà.
25 - Anch'io, dice il Signore, mi vergognerò di confessare davanti al Padre mio colui il quale si vergognerà di confessarmi davanti agli uomini (Matteo, 10, 32).
[SAN GIOVANNI DELLA CROCE, Opere, Spunti di amore (17-26), Postulazione Generale dei Carmelitani Scalzi, Roma.]


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