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21 Dicembre. Boccaccio, Belli, Trilussa.

Autore: Restelli, Silvio  Curatore: Mangiarotti, Don Gabriele
Fonte: CulturaCattolica.it  E-mail: silvio.restelli@libero.it

Le sofferenze attraverso la giocosa satira
Oggi 21 Dicembre ricordiamo tre letterati che hanno espresso il sentimento del popolo italiano, dandogli una forma universale attraverso la loro arte.
Boccaccio (1375), una delle tre corone della letteratura con Dante e Petrarca, Belli (1863), una delle quattro coroncine con Meli (siciliano), Goldoni (veneto) e Porta (lombardo) e Trilussa (1950), allievo illustre del Belli ci hanno cantato e narrato nelle loro opere le nostre vicende anche dolorose, aiutandoci a sorriderne e a riflettere.
Seguiamo il breve ma significativo commento su Boccaccio di Angela Molteni.
Nonostante la sua opera più famosa rifletta un animo gaudente e spensierato, Giovanni Boccaccio non ebbe una vita serena. Figlio illegittimo di un componente la Compagnia dei Bardi, nacque nel 1313 a Firenze (o, forse, a Certaldo), dove morì il 21 dicembre 1375.
Trascorse l'infanzia nella casa del padre, a Firenze; giovanissimo fu inviato a Napoli presso il Banco dei Bardi, che amministrava le finanze della corte angioina; conclusasi negativamente quell'esperienza, fu indotto dal padre ad affrontare gli studi di diritto canonico prima di dedicarsi, come aveva sempre desiderato, alle lettere sotto la guida delle menti più brillanti di Napoli, che era allora il crocevia delle culture italo-francese e arabo-bizantina. In questo scenario si dipanò l'amore per Fiammetta, una delle figure di donna più affascinanti della storia della letteratura, che illumina direttamente o indirettamente tutte le opere del Boccaccio e che egli seppe rendere immortale attraverso la sua arte.
La crisi che colpì la Compagnia dei Bardi costrinse il Boccaccio a rientrare a Firenze dove, nonostante le difficoltà, non smise il suo impegno letterario. Dopo brevi soggiorni a Ravenna e a Forlì tra il 1345 e il 1347, nel 1348 fu testimone della terribile epidemia di peste descritta nell'introduzione al Decameron, l'opera che corona le sue esperienze giovanili e costituisce una impareggiabile "summa" della novellistica medievale.
Dopo la morte del padre, nel 1349, il Boccaccio dovette occuparsi della famiglia. Gli venne in soccorso la fama letteraria che ormai ne aveva elevato la considerazione presso i concittadini e venne destinato a importanti incarichi: nel 1350 fu ambasciatore in Romagna, nel 1351 camerlengo del Comune e, più volte, ambasciatore presso i papi Innocenzo VI e Urbano V.
Ma questi incarichi onorifici non lo sottrassero alle misere condizioni a cui lo aveva portato la rovina del Banco dei Bardi e, allettato dai piacevoli ricordi degli anni giovanili e dall'amicizia con Niccolò Acciaiuoli, personaggio di spicco della corte angioina, tornò a Napoli nel 1362 e nel 1370 con la speranza di trovarvi una sistemazione decorosa, ma deluso e amareggiato dovette rientrare nella casa paterna di Certaldo.
Affascinato dalla figura del Petrarca, lo avvicinò di persona per la prima volta nel 1350 e da allora ebbe con lui frequenti incontri e lunghissimi colloqui a Firenze, nella sua casa a Padova, a Milano e a Venezia, e mantenne un intenso carteggio epistolare, che continuò fino alla morte del poeta, avvenuta il 19 luglio 1374, che lasciò nel suo cuore un vuoto incolmabile.
L'amicizia e l'affinità intellettuale con il Petrarca alimentarono l'anelito umanistico del Boccaccio, primo fra i letterati del tempo a orientarsi alla riscoperta dei grandi autori classici greci e latini, che ne face il precursore del rinnovamento culturale del Rinascimento.
L'incontenibile irrequietezza della gioventù lasciò gradatamente posto al fervore letterario; Boccaccio ricevette gli ordini minori e si dedicò con entusiasmo al culto di Dante scrivendone la biografia: Trattatello in laude di Dante.
Giovanni Boccaccio è, assieme a Dante Alighieri e Francesco Petrarca, una delle tre "corone" della letteratura italiana, anche se vi è chi sostiene che, se non avesse scritto il Decameron, il Boccaccio sarebbe oggi considerato un autore mediocre e le sue molte altre opere, in latino e in volgare, (Filocolo, Filostrato, Teseida, Ninfale fiesolano, De genealogia deorum gentilium, De claris mulieribus, De casibus virorum illustrium ecc.) non gli sarebbero valse se non un posto di secondo piano nella storia della letteratura del Trecento.
Scritto presumibilmente tra il 1348 e il 1351, il Decameron "... resta ancor oggi una delle più sincere, veritiere e naturali espressioni dello spirito italiano. Nelle sue cento (o centodue) novelle il Boccaccio (1313-1375) vide, come per una rivelazione, le forze umane, senza interventi divini, operare nel gioco delle loro leggi, e creare in quell'intrico e in quei viluppi personalità ora perspicaci e ora sciocche, ora vigorose e ora fiacche, ora piene di magnificenza e ora di meschinità, in preda alle passioni, prima fra le quali l'amore: ma non quello angelicato da Dante, né quello pendulo fra cielo e terra di Petrarca, bensì l'amore di corpi giovani e vigorosi. (Giuseppe Prezzolini)"
“Comincia il libro chiamato Decameron cognominato prencipe Galeotto, nel quale si contengono cento novelle, in diece dì dette da sette donne e da tre giovani uomini."
Inizia così l'opera Giovanni Boccaccio, che ordina i racconti all'interno di una elegante cornice.
Il Decameron si apre con un breve proemio, con il quale si rende conto del contenuto del libro, dedicato ad alleviare le pene d'amore. Nell'introduzione alla prima giornata l'autore descrive con toni veristici la terribile pestilenza che, espandendosi in tutta Europa, raggiunse e devastò Firenze nel 1348 e l'incontro, nella chiesa di Santa Maria Novella, di sette fanciulle e tre giovani che decidono di isolarsi in una villa alla periferia di Firenze per sfuggire all'epidemia.
Per rendere meno noioso lo scorrere del tempo, a ciascuno viene affidato il compito di raccontare, giorno per giorno, una novella attinente a un tema assegnato dalla "regina" o dal "re" che governa la lieta compagnia in ciascuna delle dieci giornate. La permanenza dell'allegra brigata nella villa si protrae in realtà 14 giorni: inizia un mercoledì e, poichè il novellare viene sospeso il venerdi e il sabato, comprende in totale cento racconti. In questo periodo la vita della brigata scorre tra passeggiate, conversazioni e partite a scacchi, descritte al principio e alla fine di ciascuna giornata, che si conclude con una canzone.
Al Decameron per lungo tempo si è guardato prevalentemente come a un capolavoro di arte narrativa, precursore e modello del nuovo stile che tutti i prosatori italiani si affannavano a imitare, come facevano i poeti con la lirica di Dante e Petrarca. Più tardi, la critica rivalutò lo straordinario contenuto di valori umani e la ricchezza artistica di questo monumento della nostra letteratura e vi lesse l'espressione della trasformazione sociale del tempo che vedeva il prevalere di nuovi valori borghesi irridenti la corruzione della Chiesa e la decadenza del feudalesimo. Il Decameron, attraverso lo spirito, la cultura, le passioni di Giovannni Boccaccio, compendia e interpreta i motivi dell'epoca medievale più tarda e anticipa quelli dell'epoca umanistica.
"Esso esprime la calma solenne d'un occhio imperterrito, che giudica nessuna follia estranea all'uomo. E infine contiene l'ammaestramento a usare l'intelligenza contro la fortuna, a saper cogliere l'occasione e a comportarsi audacemente, perché è meglio correre dei rischi che affondar nell'inerzia. I suoi ideali sono la conquista del benessere, la ricchezza, la virilità amorosa; suo bersaglio comico è la vecchiaia impotente, l'imbroglio ecclesiastico, la saccenteria, l'ipocrisia; suo vangelo la verità dei sentimenti e dei sensi, la magnificenza del comportamento, lo spirito che si fa beffa degli sciocchi e dei tiranni. Con arte minuziosa e potente ha creato personaggi di cui anche il nome è un'opera d'arte: Calandrino, Guccio Imbratta, frate Cipolla, ser Ciappelletto. (Giuseppe Prezzolini)"


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