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5 Gennaio. Carlo Porta, grande poeta italiano di lingua milanese.

Autore: Restelli, Silvio  Curatore: Mangiarotti, Don Gabriele
Fonte: CulturaCattolica.it  E-mail: silvio.restelli@poste.it

Oggi, 5 gennaio, molti sono gli anniversari importanti: un grande storico, Ruggiero Romano (2002); un grande giornalista ucciso dalla mafia, Giuseppe Fava (1984); uno scrittore/profeta della nonviolenza come Lanza del Vasto (1981); un premio Nobel della Fisica come Max Born (1970); uno storico meridionalista e impegnato come Guido Dorso (1947); un grande industriale protagonista della prima industrializzazione italiana come Benigno Crespi (1920); un grandissimo economista come Leon Walras (1910), un militare e politico come Lamarmora (1878), un protagonista “negativo” del Risorgimento come il maresciallo Radetszki (1858), un grande poeta milanese come Carlo Porta (1821), donne politiche come Elisabetta di Russia (1762) e Caterina de’ Medici (1589), per arrivare al santo della Chjesa Cattolica, Edoardo il Confessore (1066).

La scelta cade, sempre per questioni di spazio, su Carlo Porta, grande poeta milanese, non ancora valutato in tutta la sua grandezza.
Annoverato tra le così dette "quattro coroncine", con Giovanni Meli, Carlo Goldoni, Giuseppe Gioachino Belli (da affiancare alle "tre corone" di Dante, Petrarca e Boccaccio), Carlo Porta era figlio di Giuseppe e Violante Gottieri, studiò dai Barnabiti a Monza e nel loro Collegio estivo di Muggiò (Edificio scomparso nel 1890 per lasciare posto alla Parrocchiale dei SS. Pietro e Paolo) fino al 1792 e poi al Seminario di Milano.
Nel 1796 l'arrivo dei Francesi fece perdere il posto al padre e per Carlo venne trovato un lavoro a Venezia, dove abitava un fratello e dove restò fino al 1799. Dal 1804 alla morte, il Porta ebbe un lavoro di impiegato statale che mantenne sotto i Francesi e sotto gli Austriaci. Nel 1806 sposò Vincenza Prevosti.
Benché sia probabile che la sua produzione poetica cominciasse già nel 1792, fino al 1810 pochi lavori vennero pubblicati ufficialmente da lui. Nel 1804-05 lavorò a una traduzione in milanese della Divina Commedia, di cui completò solo qualche canto e che è l'ultima delle sue opere "minori".
Nel 1810, invece e seppure in forma anonima, esce il Brindes de Meneghin all'Ostaria scritto per il matrimonio di Napoleone con Maria Luisa d'Asburgo-Lorena. Nel Brindes il Porta si augura soprattutto un buon governo per Milano e la Lombardia.
La grande stagione della poesia portiana comincia però nel 1812 con le Desgrazzi de Giovannin Bongee. Da questo momento e fino alla morte la produzione fu costante e di altissima qualità.
Le sue opere si possono dividere in tre filoni:
  1. il primo contro le superstizioni e l'ipocrisia religiosa del tempo;
  2. il secondo descrittivo di vivissime figure di popolani milanesi,
  3. il terzo infine più propriamente e strettamente politico.

In quest'ultimo filone, Porta ha sempre tenuto a dichiararsi "apolitico", anche se le sue satire dimostrano che aveva le proprie idee e non esitava a mostrarle mediante sferzanti critiche alle classi dominanti che, durante la sua vita, si sono succedute. Un episodio è comunque tipico del suo essere parte integrante del sistema pur essendone critico impietoso: quando uscì, per vie non ufficiali, la Prineide (1815), una specie di apologo al linciaggio dei politici corrotti, tutti a Milano dissero che l'autore era il Porta. Il che fece davvero imbestialire il Nostro. In realtà l'autore era Tommaso Grossi, un giovane promettente poeta che divenne poi uno dei migliori amici del Porta.
Del primo filone fanno parte, fra le altre: Fraa Zenever (1813), On Miracol (1813), Fraa Diodatt (1814), La mia povera nonna la gh'aveva (1810).

Al secondo filone appartengono quelle che sono forse le più grandi opere del Porta: dopo le già citate Desgrazzi de Giovannin Bongee (1812), seguono Olter desgrazzi de Giovannin Bongee (1814), El lament del Marchionn di gamb'avert (1816) e quello che molti critici considerano il suo capolavoro, La Ninetta del Verzee (1815), la struggente confessione di una prostituta.

Al filone politico appartengono soprattutto i sonetti: come Paracar che scappee de Lombardia (1814), E daj con sto chez-nous, ma sanguanon (1811), Marcanagg i politegh secca ball (1815), Quand vedessev on pubblegh funzionari (1812).

Fra le poesie che non appartengono a uno dei tre filoni sopraddetti ricordiamo soprattutto i sonetti in difesa della scelta del milanese o in difesa di Milano. Celeberrimi I paroll d'on lenguagg, car sur Gorell (1812) in difesa dei dialetti (o, meglio, delle lingue locali) e El sarà vera fors quell ch'el dis lu (1817) in difesa di Milano.
Fra le poesie più propriamente umoristiche ricordiamo Dormiven dò tosann tutt dò attaccaa (1810) e la brevissima Epitaffi per on can d'ona sciora marchesa (1810).
La restaurazione Austriaca del 1815 deluse profondamente il Porta che aveva sperato in un'indipendenza della Lombardia.
Certamente però non rimpianse l'occupazione francese, come è chiaramente espresso in molti sonetti e nella chiusa di Paracar che scappée de Lombardia:
«:de podè nanca vess indifferent
sulla scerna del boja che ne scanna.»

Nella poesia degli ultimi anni si accentuano i caratteri antinobiliari contro la classe che inaspettatamente era tornata a dominare.
Testimoni di questa fase "alla Parini" sono La nomina del Cappellan (1819), una rielaborazione ancora più comico-satirica dell'episodio della "vergine cuccia" di pariniana memoria, Offerta a Dio (1820) e Meneghin biroeu di ex monegh (1820).
Nel 1816 il Porta aveva aderito al neonato movimento romantico (Sonettin col covon), ovviamente a modo suo.
Importante critico ed esperto di Carlo Porta era il professore Dante Isella.

A soli quarantacinque anni e nel pieno della fama, morì a Milano il 5 gennaio 1821 per un attacco di gotta. Fu sepolto a San Gregorio fuori Porta Orientale, ma la sua tomba andò dispersa.
Nella Cripta della Chiesa di San Gregorio Magno (Milano) in Milano (attuale Porta Venezia) è custodita la lapide funebre (insieme a quella di altri personaggi illustri) che era posta sul muro di cinta del cimitero di San Gregorio.
In sua memoria l'amico Tommaso Grossi compose in milanese la poesia In morte di Carlo Porta.

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