Cristianesimo >> Teologia

Liturgia: rapporto dell’uomo con Dio

Autore: Mattioli, Mons. Vitaliano  Curatore: Mangiarotti, Don Gabriele
Fonte: CulturaCattolica.it
venerdì 2 dicembre 2005

Nel numero uno di Itinerarium ho già esaminato alcuni aspetti della liturgia: "Liturgia, priorità del cristiano". In quelle pagine evidenziavo la liturgia in chiave cristiana e ne ponevo il vertice nella celebrazione eucaristica.

In questo nuovo articolo ritorno sulla liturgia ma sotto un diverso aspetto: non in rapporto al cristianesimo ma nel rapporto dell'uomo in quanto tale con la divinità.
Il vocabolo 'liturgia' non ha direttamente un significato rapportato al culto verso la divinità. Se vogliamo, questo è un significato traslato. Originariamente il termine, nella sua connotazione religiosa, significa 'azione del popolo, per il popolo', una 'faccenda pubblica'. Quindi con liturgia si indicava una celebrazione religiosa che coinvolgeva tutta la comunità cittadina, la cui realizzazione ricadeva sotto la responsabilità di tutti e ad essa tutti dovevano partecipare, per assicurarsi, mediante sacrifici, la benedizione della divinità 'incaricata' di proteggere la comunità. Quindi non si tratta di un fatto 'privato' ma di una realtà pubblica, 'comunitaria'.
Almeno due sono gli elementi che emergono: la liturgia esprime sempre un rapporto con la divinità; proprio per questo non è mai un fatto privato ma coinvolge l'intera cittadinanza perché proprio con questo 'culto' - ossequio alla divinità, il gruppo sociale può realizzare il suo bene.
Il considerare la liturgia - culto alla divinità, un fatto 'privato' è la triste conseguenza della cultura illuminista che ha preteso di impostare la vita sociale senza Dio e relegare il vissuto religioso nell'intimo delle coscienze, considerandolo "fatto privato".
Quindi sbagliano di molto i governi laicisti che, all'insegna della libertà e della autonomia, affossano la liturgia (la religione nella suo aspetto latreutico, di adorazione di Dio da parte dell'uomo) nel privato considerandola solo un fatto di coscienza dei singoli cittadini e non un dovere che coinvolge anche l'intera comunità della quale loro sono i responsabili. Questa mentalità, invece di essere un elemento di progresso e di civiltà, fa retrocedere l'uomo indietro di millenni.

Già Cicerone riteneva che la religio rientrava nello ius naturae, faceva parte del diritto naturale.
Secoli dopo, S. Tommaso recuperava Cicerone approfondendolo: anche l'uomo deve osservare la virtù della giustizia nei riguardi di Dio. In questo caso si chiama 'virtù di religione'. Ma di quale uomo S. Tommaso parla? Dell'essere umano nella sua globalità, interezza, di tutto l'uomo analizzato nella sua componente corporea e spirituale, di lui come singolo individuo, ma anche di lui formante la comunità ed in essa inserito, dell'uomo nella sua dimensione pubblica.
Dunque la liturgia è un culto pubblico, ufficiale.
Il fatto che nelle varie religioni questo culto viene 'gestito' dall'autorità religiosa, non deve far credere che l'autorità civile deve sentirsi indifferente, estranea di fronte a questa azione. La duplicità dei poteri indica la diversità delle competenze ma non la neutralità nella partecipazione. Come non il singolo fedele, ma la comunità religiosa nel suo insieme partecipa alla vita cittadina, così la comunità cittadina deve sentirsi coinvolta negli atti di culto rivolti alla divinità, nella vita liturgica.

L'uomo si prende 'cura di Dio' con atti di adorazione perché si sente dipendente da lui. In tal modo viene resa giustizia a Dio e si proclama la verità su Dio e sull'uomo.
L'uomo non si considera un assoluto, ma prende continuamente coscienza di esser stato creato, di essere contingente, fallibile, povero ed imperfetto nell'essere, bisognoso di tutto. In Dio riconosce il suo creatore, essenzialmente superiore a lui, dal quale dipende in tutto.
Quindi da una parte un senso di giustizia e riconoscenza a Dio, dall'altra il riconoscimento dei nostri limiti creaturali che ci spinge a rivolgersi a Dio affinché ci sorregga nei nostri limiti.
Il fatto di 'aggraziarsi' la divinità dunque non è lo scopo principale della liturgia; al primo posto sta l'affermazione della duplice verità: su Dio, riconoscendone la divinità e superiorità; sull'uomo, accettandone la dipendenza da Lui. Questa si può chiamare 'fondazione antropologica'.
Solo in un secondo momento potrà emergere il desiderio di fare in modo che la divinità sia 'benigna' verso l'uomo. La liturgia non può essere ridotta ad una 'captatio benevolentiae'.
Il fatto che viviamo in un contesto cristiano non deve far pensare che si tratta di una esigenza 'imposta' dalla Chiesa, una specie di sovrastruttura indebita, di imposizione forzata.
La Chiesa agendo in questa direzione non fa altro che ricordare all'uomo qual è il suo dovere di 'uomo' ed evidenza la modalità 'migliore' per realizzare tale dovere. Il fondamento non è il cristianesimo (come se chi non è cristiano fosse esonerato dagli atti di culto alla divinità) ma l'essere umani, persone. E' il nostro status di 'creature' che esige questo atteggiamento. La Chiesa non fa altro che ricordarlo e facilitarlo.

La liturgia sta alla base del rapporto biunivoco tra la divinità ed il gruppo umano. L'alleanza esprime una intesa profonda tra le due parti. Nel linguaggio tecnico si parla di dimensione anabatica e catabatica: da una parte Dio interviene nella faccenda umana (catabasi). Il Dio cristiano è provvidente: non lascia il mondo alla deriva ma se ne preoccupa, si è calato in esso mediante suo Figlio. Da parte sua il cristiano ricambia riconoscente questa 'discesa' dell'amore divino, questa condiscendenza e condivisione, offrendo a Dio ciò che gli compete, ciò che è giusto: il culto di adorazione, di lode, di riconoscenza (anabasi). Questa è la liturgia.
Dio è un 'essere in relazione'. Per questo è Trinità; per questo, pur non avendone necessità, ha ugualmente creato l'uomo. Dio desidera vivere in relazione con la sua creatura. L'uomo si definisce essenzialmente a partire dalla relazione e realizza questa comunione con Dio, il suo bisogno di relazionarsi con lui, mediante la liturgia. E' lì che avviene l'interscambio amoroso, l'osmosi dei sentimenti. L'uomo rende a Dio ciò che gli è dovuto: il culto. Dio risponde con le sue grazie ed i suoi favori. Per cui mediante l'azione liturgica l'uomo diventa 'più' uomo.
In questa maniera viene valorizzata anche l'intera creazione. Mediante l'uomo anche il creato rende lode a Dio. La liturgia diventa 'cosmica' e l'uomo diventa il liturgo del creato.
Questo modo di intendere la liturgia riabilita l'esistenza umana, in quanto la rende importante ed aiuta a superarne la monotonia e la noia. Inserisce un clima di giocosità e di festa.
Inoltre la liturgia è il modo migliore della imitatio Christi. Il primo e vero liturgo è Cristo. Tutta la sua vita terrena non fu altro che un continuo atto di adorazione e sottomissione a suo Padre. Tertulliano lo ha definito: "Catholicus Patris sacerdos – l'universale ed unico sacerdote del Padre" (Contro Marcione, IV, 9). La liturgia della Chiesa e quindi del cristiano non è altro che una partecipazione all'azione sacerdotale di Cristo che cominciò sulla terra fin dal primo istante della incarnazione.
La liturgia fa giustizia anche sulla verità dell'uomo, contro alcune tendenze spiritualiste estremizzanti. L'uomo è composto di parte sensibile e parte spirituale, ha una dimensione visibile ed una interiore. Il culto a Dio in "spirito e verità" (Giov., IV,) viene veicolato attraverso la dimensione corporea. L'io personale, il nucleo spirituale della persona, la sua anima, ha bisogno del corpo per la sua manifestazione. Il corpo è il primo e fondamentale strumento di cui l'anima ha bisogno, per esprimersi, per 'uscire' da sé ed entrare in comunicazione. Corpo diafano, trasparente che rende visibile, palpabile l'invisibile.

La rivalutazione del rito, della gestualità, delle cerimonie, che non sono soltanto atteggiamenti esteriori, superficiali ma esprimono l'interiorità dell'essere umano.
La dimensione etica ne è la logica conseguenza. Affinché un culto sia sincero non può limitarsi ad espressioni cerimoniali ma deve coinvolgere tutto l'uomo, anche il suo agire, dato che l'uomo non è concepibile a compartimenti stagni ma è una totalità.
La liturgia non può avere il suo baricentro in determinati valori etici. Se fosse così la religione perderebbe la specifica dimensione verticale, adorazione ed ossequio alla divinità, per ridursi a norme di vita. Il limite del buddismo è proprio questo: non una religione ma una filosofia di vita che, per quanto affascinante, non lascia spazio per Dio. Così non c'è spazio neanche per la liturgia in quando Dio se non è negato non è neanche affermato.
La legge naturale e morale non possono sostituire il culto ma ne sono il logico corollario. Il culto, avulso da una condotta morale corretta è una … presa in giro. Il salmo 49 ne è una dimostrazione evidente.
Credo che questa dimensione sia ben evidenziata negli ultimi due 'doni' dello Spirito Santo: quello della pietà e del timor di Dio. La parola latina 'pietas' non va tradotta con 'pietà' italiano, che significa più 'compassione, condivisione', ma con 'amor filiale'. Se Dio è padre del cristiano, il cristiano deve comportarsi nei Suoi riguardi come un figlio premuroso, affettuoso, deve amare questo Dio-Padre almeno come un figlio dovrebbe amare il suo padre terreno. Il 'timore di Dio' è la logica conseguenza comportamentale. Qui 'timore' non significa 'paura, soggezione', ma 'preoccupazione di evitare qualunque atteggiamento che possa dar fastidio a questo Padre', 'il timore di fare qualcosa che non gli sia gradita'.
Allora: la liturgia come 'culto' si trasforma in liturgia 'come vita'. Le parole della consacrazione sono molto indicative: "Questo è il mio corpo offerto in sacrificio per voi - questo è il mio sangue versato per voi". Senza alterare il significato primario, si può evidenziarne un altro traslato. Del resto S. Paolo ha scritto: "Offrite il vostro corpo come ostia vivente, santa, gradevole a Dio, in culto spirituale" (Rom., XII, 1).




© Copyright 1995-2010 | CulturaCattolica.it | Privacy Policy |Credits