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La Legge e la Grazia: l'errore dei Farisei

Autore: Laguri, Innocenza  Curatore: Leonardi, Enrico
Fonte: CulturaCattolica.it
domenica 16 marzo 2014

R. Guardini e Benedetto XVI su Legge mosaica e Nuovo Testamento.

Uno dei pregi di testi come Il Signore di Guardini e Gesù di Nazaret di Benedetto XVI è quello di avvicinare questioni teologiche difficili in modo comprensibile anche se ricco di profondità.
Questione certamente enorme quella della Legge: si pensi a certi passi assai ardui in S. Paolo , ma anche a quelli del Vangelo quando Cristo parla di compimento dell’Antico Testamento, ma poi sembra opporsi ad esso.
Ecco alcuni aiuti che ci vengono dai due Autori che cerco di riportare sinteticamente.

Cosa ci insegna la vicenda della Legge biblica?

R. Guardini, ne Il Signore, parte III, capitolo terzo, si chiede anzitutto cosa fosse la Legge per gli Ebrei, e fa un breve excursus. Dio inizia il patto con l’uomo, dopo il peccato, e chiede ad Abramo fiducia assoluta; lui crede e in tal modo viene giustificato da Dio. Di questa fede, dice Guardini, sarebbero dovuti vivere anche i suoi discendenti, ma essi diventano refrattari e di dura cervice, va smarrita in loro la possibilità di servire Dio nella libertà della fede. Allora cambia il modo con cui Dio opera con essi: egli stipula un patto nuovo, non più nella libera fede ma nella Legge che man mano dà forma a tutta la vita del popolo, dalle relazioni personali al servizio del tempio; la salvezza ora dipende dal rispetto della Legge, che si fa sempre più minuziosa, con un ceto particolare che veglia su di essa. S. Paolo che, in quanto scriba, aveva sperimentato la ristrettezza della Legge, sino alla disperazione, dice Guardini, la interpreta nelle lettere ad essa dedicate. Seguendo Paolo, il teologo dice che la Legge era il modo con cui il popolo ebraico, in mezzo al fascino di tante civiltà politeiste ed idolatre, doveva conservare la fede in un Dio unico e invisibile, ma non solo: doveva sperimentare che cosa fosse il peccato. Paolo per questo dice che la Legge non poteva essere adempiuta, poiché era troppo difficile. ”Nel fallimento di fronte alla Legge doveva riuscire chiaro al popolo messianico che cosa significhi l’umano fallimento, così esso lentamente doveva maturare per giungere alla pienezza del tempo ed essere pronto quando fosse venuto il Messia” (pag. 225)
Col tempo però, secondo Guardini, subentrò un singolare pervertimento: il popolo prese possesso della Legge, in quanto da essa trasse pretesa di grandezza e di dominio del mondo; i profeti riproponevano la libertà della fede ma ad essi si opponevano scribi e sacerdoti. Con la rovina politica e il silenzio dei profeti, vinsero i rappresentanti della Legge; tanto più in basso era il destino politico di Israele, tanto più fanatico era il loro orgoglio, che li fece contrapporre non solo a Roma, ma anche a Cristo. Egli riproponeva la libertà della fede e cozzava contro i loro concetti ormai fine a se stessi. In questo orribile stravolgimento del divino si inquadra la frase che i farisei dissero a Pilato: ”Noi abbiamo una Legge e secondo questa Legge egli deve morire” (Gv.19, 6-7)
Paolo ha sperimentato che la Legge non lo poteva salvare, diventando sempre più violento, fino all’incontro sulla via di Damasco, allora egli capisce che la salvezza si può trovare solo nella fede e nella Grazia.
La Legge antica, dice Guardini, è certamente scomparsa con Cristo e Paolo si è impegnato perché fosse cancellata dalla coscienza morale cristiana. Ma la Legge e i farisei, suoi custodi sono ancora qui, come possibilità: “Non appena sussistono una regola stabilita per la salvezza, un culto e un ordinamento comunitario, sorge il pericolo di pensare che la loro esecuzione precisa costituisca già santità di fronte a Dio... sorge il pericolo di appoggiarsi su tale impostazione per mettere le mani sulla libertà di Dio e per imprigionare nel diritto ciò che viene solo dalla sua Grazia…” (pag. 227). E’ il pericolo di equivocare l’interiorità con l’esteriorità, insomma è il rischio di fare ciò che Cristo ha rinfacciato ai Farisei. Guardini dice che il destino del Primo Patto ci deve rendere avvertiti, ci deve garantire dal fare lo stesso errore nel secondo Patto di Dio con l’uomo.




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