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La persona umana e la sua trascendenza - 2

Autore: Grygiel, Stanislaw  Curatore: Mangiarotti, Don Gabriele
Fonte: CulturaCattolica.it
mercoledì 27 aprile 2005

La persona nella prospettiva cristiana: I corso di Antropologia cristiana

Individua substantia rationalis naturae
Le facoltà conoscitive: la ratio
L’intellectus
L’essere è pensato, voluto, amato
Il compimento dell’identità dell’uomo
L’ethos - La persona
Voglio cominciare la nostra riflessione dalla definizione, diventata ormai classica, di persona umana data da un filosofo del primo medioevo, Severino Boezio: persona è "individua substantia rationalis naturae", una sostanza individua della natura razionale.
Cominciamo con la parola razionale, con i problemi epistemologici. S. Tommaso ha individuato nella facoltà conoscitiva della persona umana due aspetti o piuttosto due funzioni: una è stata chiamata ratio, ragione, e l'altra intellectus, intelletto.
Per poter capire bene le parole è indispensabile ricavare il loro originario significato dalla loro etimologia. Le parole, a mio parere, nascono dall'esperienza umana e sono strettamente, organicamente legate a questa esperienza e alla realtà vissuta in tale esperienza.

Ratio deriva da reor e significa contare, calcolare. Oggi questa parola ha un grande successo, noi tutti esaltiamo il "razionalismo". Oggi questa ratio è applicata soprattutto nelle scienze esatte, come la matematica, la fisica, la biologia.
Per funzionare, la ratio deve prima ridurre tutto ad una realtà che possa essere calcolata; quindi il presupposto del funzionamento della ratio è una riduzione della realtà, compreso l'uomo, ad una realtà calcolabile. In filosofia questo avviene quando la materia è espressa solo attraverso la quantità. Ciò che conta per questa ragione è la quantità, la grandezza e il movimento della materia. Tutti noi che abbiamo studiato le scienze esatte sappiamo bene cosa significhi.
Come funziona questa ratio? Se riduco un oggetto a materia quantitate signata e sono determinato dal pregiudizio per cui della realtà così ridotta posso fare tutto ciò che voglio, poiché della materia che si esprime ed è determinata solo dalla quantità posso fare tutto ciò che mi permettono di fare la materia e la quantità stessa, allora non c'è nessun'altra regola per il mio comportamento se non la grandezza e il movimento (ad esempio, se non riesco a saltare tre metri è solo perché la materia e la quantità mi determinano così). Se non c'è nessun'altra regola, della realtà si può fare tutto ciò che si vuole.
Chi conosce solo attraverso la ratio, di fronte ad una certa materia deve prima sapere cosa ne vuole fare. Allora fa una ipotesi: se metto questa cosa in una determinata situazione dovrebbe comportarsi in un determinato modo; è una ipotesi che poi si deve verificare. Questo è il procedimento degli scienziati. Se riesco ad ottenere da una materia ciò che ho voluto applicando l'ipotesi che ho fatto, posso dire che la mia ipotesi si è verificata, ma non posso dire di aver conosciuto questa materia che mi è davanti.
Faccio un esempio: sto camminando per i campi di notte, c'è la luna, vedo un punto nero ad una certa distanza; cosa c'è? Come scienziato faccio un'ipotesi: forse è un ladro. Per verificare prendo un ragazzo e gli dico che quello è un ladro: se è un ladro il ragazzo dovrebbe spaventarsi. Ma anche se si spaventa, anche se la mia ipotesi funziona, non ho conosciuto veramente cosa c'è in quel punto; un altro ragazzo potrebbe non spaventarsi.
Noi facciamo un'ipotesi su tutto ciò che è e poi cerchiamo di verificarla, se così non avviene la modifichiamo; in questo modo ci costruiamo un mondo artificiale, astratto. La nostra civiltà oggi è tale: viviamo in un mondo artificiale, costruito dalle ipotesi e dagli esperimenti che verificano le ipotesi stesse. Questo mondo non si orienta secondo la verità degli esseri, delle cose, di questo punto nero su cui ho fatto tante ipotesi (ladro, elefante), ma è costruito dalle ipotesi, dalle verifiche ed è permeato dall'efficienza, dal successo, non dalla verità degli esseri.
Tutto questo nell'etica, nella vita morale, ha delle conseguenze disastrose perché perfino nell'etica, già da tempo, ci orientiamo secondo il successo e l'efficienza. È molto significativo che anche nel mondo ecclesiastico, anche nella pastorale ci si proponga come primo scopo l'efficienza. Tutti siamo formati un po' così. Per esempio: quando un ragazzo incontra una ragazza si comporta secondo una mentalità già formata: fa un'ipotesi sulla ragazza, ad esempio è bella, intelligente, ricca, si innamora e magari la sposa; così non ha sposato una ragazza, ma soltanto un'ipotesi su di lei. I giovani spesso sposano un'ipotesi sulla ragazza incontrata, non sposano questa ragazza. Di conseguenza la vita diventa solo una verifica di un'ipotesi. Se l'ipotesi non si verifica, o si verifica solo parzialmente, deve essere cambiata. (Ogni ipotesi può essere modificata perché spiega solo un particolare). Il divorzio spesso non è abbandonare questa ragazza, perché non l'ho mai conosciuta, ma abbandonare un'ipotesi su di lei, si divorzia da un'ipotesi; in questo caso addirittura il matrimonio non c'è stato. Tutta la nostra vita rischia di essere ridotta a costruzione di ipotesi e verifiche, rischia di essere un esperimento, o una serie di esperimenti; l'amore stesso diventa un esperimento.
Questo atteggiamento di fronte alla realtà e il mondo che esso produce, lo chiamo razionalismo. Da questo mondo razionalistico emergono tanti problemi: nel matrimonio, nella vita personale e interpersonale. Emergono anche i problemi ecologici perché riduciamo anche l'albero ad esempio, ad una ipotesi, considerandolo solo come una quantità di materia di cui possiamo fare qualsiasi cosa senza rispettare la verità stessa dell'albero, il suo essere soggetto, il suo essere qualcosa già determinato. Così riduciamo tutta la verità dell'albero alla sua quantità di materia e di movimento. Anche l'uomo viene considerato in questo modo.
Un tale mondo prima o poi si rivela non razionale, ma irrazionale. Il razionalismo non è razionale, costruisce solo un mondo artefatto, artificiale, astratto. Chi vive nel mondo artificiale del razionalismo non ha più nessun contatto con la realtà. Nella civiltà tecnica tutti viviamo "nelle nuvole", nell'astrazione, non abbiamo contatto con ciò che è, e perfino con noi stessi, perché anche noi costruiamo delle ipotesi su di noi, e il loro effetto è sempre un disastro. In un mondo del genere manca il contatto con ciò che è e così come è: manca la verità.
Il ragionare come calcolare può essere svolto anche da una macchina: nel mondo astratto, razionalistico, l'uomo sempre più viene sostituito da macchine calcolanti, perché la macchina conta meglio, è più efficiente; la regola è: minimo sforzo, massima efficienza.
Heidegger disse che le scienze esatte di oggi non pensano. Noi possiamo dire addirittura che lo scienziato, in quanto scienziato non pensa, ma calcola, fa ipotesi sulla materia, e se la realtà è ridotta alla materia e alla sua quantità, non ci resta che calcolare con precisione.

L'altra funzione della facoltà conoscitiva, di cui ha parlato S. Tommaso d'Aquino, è l'intelletto. La parola intelletto, anche dal punto di vista della sua etimologia, ci dice qualcosa di molto profondo. S. Tommaso ci ha dato un'etimologia sbagliata, ma in questo errore ci ha fatto intravvedere una grande intuizione sul funzionamento di questa facoltà conoscitiva. Secondo lui intellectus deriva da intus legere, leggere dentro, nell'intimo della realtà. La vera etimologia è invece un'altra: inter legere, leggere tra. Noi seguiamo l'etimologia di S. Tommaso perché esprime il suo vero pensiero. Intellectus, leggere dentro un essere, significa che devo entrare dentro questo albero, dentro questo fiore, dentro questo uomo se voglio conoscerli; entrare dentro e guardare, non costruire, ma guardare e leggere ciò che è la realtà.
S. Tommaso chiama questo atto di guardare dentro e dal di dentro la realtà, intuitio (Noi abbiamo banalizzato questo concetto: l'intuizione non è un presentimento, ma è un guardare). Intuitio deriva da in tueri: tueor significa custodire, vegliare. Leggere la realtà così come essa è significa vegliare su di essa, custodirla. Colui che così conosce la realtà ne è custode, rispetta ciò che essa è. Conoscere la verità dell'albero, del fiore, dell'uomo significa vegliare, custodire, difendere la loro verità, cioè la loro identità. Heidegger ha detto che, non lo scienziato, ma il pensatore, l'uomo saggio è pastore dell'essere.
Se è così, è possibile affrontare la conoscenza dell'uomo in due modi: da un punto di vista razionalistico, che non è però razionale e permette solo di raggiungere un'ipotesi sull'uomo; oppure, dal punto di vista intellettuale, possiamo cercare di leggere dentro di lui ciò che è, vivendo così in un continuo stupore di fronte all'albero, al fiore, ma soprattutto di fronte all'uomo. Questo atteggiamento intellettuale ci porta all'uomo concreto, non ad un'idea dell'uomo.
Anche la metafisica è possibile solo sul piano intellettuale; purtroppo noi abbiamo costruito anche una metafisica razionalistica, che parla di un concetto astratto dell'essere, ma una tale metafisica è una scienza contraffatta, una imitazione della scienza, è una costruzione di teorie che non ci avvicina a ciò che è.
Studiando il pensiero di Rosmini, vi ho trovato un geniale senso del concreto e il rifiuto dell'astrattezza e delle ipotesi su ciò che è.
Rifiutiamo una filosofia astratta perché vogliamo conoscere l'uomo concreto. È ciò che Boezio esprime nella sua definizione dicendo che la persona umana e una sostanza individua, non è una cosa astratta, ma questa realtà concreta.

Quando noi "leggiamo" nella persona umana o in qualsiasi essere, troviamo per prima cosa, e questo ce lo dice la metafisica, che ogni essere (l'uomo, l'albero, il fiore) è già stato determinato, definito. I segni di questa definizione previa al nostro pensiero, riguardo all'uomo sono tre.
1) L'uomo rifiuta spontaneamente di essere trattato come un oggetto; anche guardando dentro di me, mi accorgo che qualsiasi tentativo di rendermi oggetto incontra un categorico "no", è un rifiuto spontaneo.
Possiamo rendere il fiore oggetto, sfruttarlo come vogliamo, ma ad un certo punto il fiore morirà: sparendo nei miei esperimenti, con la sua morte mi ha detto "no", che non mi sono comportato in modo adeguato alla sua verità, che l'ho violentato.
Così le scienze oggi trattano l'uomo come oggetto, perché hanno ridotto tutta la realtà, ogni realtà, ad una materia determinata dalla quantità di cui si può fare tutto ciò che la tecnica consente.
2) Il secondo segno che ogni essere è già definito è che quando io, malgrado il "no" che l'uomo mi risponde, lo tratto come un oggetto, sento il rimorso, mi vergogno. L'oggetto è sempre o utile per un interesse o utile per un piacere; rendere oggetto l'altra persona significa sfruttarla per quello che mi serve. Ma dopo sento il rimorso: significa che questo essere non era destinato ad essere sfruttato, ma a qualcosa d'altro. Rendendo oggetto l'altro uomo non ho conosciuto la sua verità.
3) Terzo segno che la realtà è già definita. Se io mi comporto secondo il "no" che l'altro dice, allora io mi adeguo a questa esigenza, a questa chiamata che proviene dall'altro essere o da me stesso. Così mi sento beato, mi sento come uno che è se stesso, libero, padrone di se stesso, mi sento uno che esiste secondo la propria identità. Questo significa essere dominus sui, padrone di se stesso, significa abitare nella propria casa: solo nella nostra casa siamo noi stessi, siamo liberi, come figli; solo il figlio è libero. Se in una casa qualcuno non è libero è mercenario, pagato: il mercenario non è libero, non agisce secondo la sua verità e la verità delle cose, ma secondo gli ordini e gli interessi per i quali viene pagato. È possibile sentirsi beati solo nella casa dove esistiamo come figli, nella casa del padre.
Il fatto che il fiore, l'uomo... è già determinato, significa che questo fiore, questo uomo è già stato o è continuamente pensato e, in questo senso, definito.
Se io costruisco ad esempio un fiammifero, un pezzetto di legno con dello zolfo, come fiammifero è solo una realizzazione del mio pensiero, un marziano potrebbe servirsene come arma; per poter conoscere il fiammifero il marziano dovrebbe leggere in esso la definizione che viene da me, perché sono stato io a costruire il fiammifero. Nel fiammifero come tale si rivela il mio pensiero. Così quando vedo un'opera d'arte leggo il pensiero dell'artista che si rivela nell'opera stessa. Immaginiamo ad esempio il Mosè di Michelangelo: il pensiero del suo creatore si rivela in quel pezzo di marmo; se io vedo che esso non è solo materia, ma una forma che esprime un pensiero, posso dire che quel pezzo di marmo è già definito da un pensiero che devo scoprire.
Così, se ogni essere è definito, significa che qualcuno sta pensando questo essere, questo albero, questo fiore, questo uomo: la realtà è già pensata. Pensare in questo modo significa creare: Michelangelo crea Mosè. In questo senso tutta la realtà in quanto pensata, è creata. Se qualcuno rifiuta la creazione non potrà mai pensare e parlare della verità.
Se oggi abbiamo la tendenza a ridurre il nostro parlare della verità e mettiamo tutto in dubbio, significa che abbiamo diminuito il significato della creazione stessa del mondo. Se sottolineiamo il mettere in dubbio significa che abbiamo ridotto il conoscere al calcolare, al costruire ipotesi modificabili, e che saranno senza dubbio modificate, in una continua ricerca della maggiore efficienza. Purtroppo questo modo di pensare si è insinuato perfino nella teologia e quando la teologia dovrebbe parlare di Dio, spesso ci parla di ipotesi su di Lui, prescindendo dalla Rivelazione costruisce delle ipotesi umane. Una teologia che ci porti a delle ipotesi su Dio e non a Dio stesso è una oscenità, è il frutto del razionalismo entrato nella teologia. Tali teologie sono contro il primo e il secondo comandamento.
Parlare della verità senza la creazione non ha alcun senso, rimane solo ciò che noi riusciamo a costruire e niente di più. Se il fiore non è pensato, se io non lo incontro come già pensato non posso conoscerlo, se il mondo non è già pensato, non è conoscibile, perché non c'è niente da conoscere, c'è tutto da costruire.
Alcuni filosofi, ad esempio Sartre, rifiutano a priori la creazione e arrivano a dire che quanto più siamo abili nel costruire, tanto più siamo liberi. Dostoevskij dice: "Se Dio non esiste tutto è lecito". Così non è la verità che decide della nostra libertà, ma sono le costruzioni efficienti che manifestano quanto è grande la nostra libertà. Sartre nella sua opera L'Essere e il Nulla dice che un ubriacone che si ubriaca ogni giorno liberamente, scegliendo la sua ubriachezza, è più grande moralmente di un leader che fa il bene del suo popolo, ma che si sente costretto a comportarsi così; allora un santo obbligato ad essere tale non è grande, ma un ubriacone che sceglie liberamente di essere così è grande. Si arriva ad un tale paradosso.
Allora se il fiore non è conosciuto non è conoscibile da noi, è solo da costruire; se il fiore così definito esiste significa che qualcuno l'ha pensato, l'ha definito, l'ha voluto: questo fiore esiste perché è stato voluto e continua ad essere voluto. Se io non volessi avere questa penna nelle mie mani, non ci sarebbe, se è qui significa che è stata voluta qui da me. Volere in questo senso, volere che ci sia ciò che è voluto, significa amare. Il fiore, il fiammifero, l'uomo in quanto esiste è voluto, è amato, quindi è amabile. Se questa penna è voluta da me nelle mie mani adesso, se è "amata" da me, allora, per questo motivo è amabile per tutti voi. Se vi rifiutate di amare questa penna, colpite il mio amore, e se la usate per uno scopo diverso da quello suo proprio, distruggete il mio pensiero creante questa penna; non solo vi comportate contro la penna, ma siete contro di me, contro il mio pensiero e contro il mio amore.
Lo stesso avviene con tutti gli esseri pensati e amati da Dio nell'atto della creazione. Rifiutare di conoscere ciò che è conoscibile perché è conosciuto e rifiutare di amare ciò che è amabile perché è amato, è un atto contro l'atto della creazione, contro la verità e contro l'amore.
Come non possiamo parlare della verità senza la creazione, così non possiamo neanche parlare dell'amore senza la creazione, perché diventerebbe solo una costruzione, servirsi di qualcosa per qualcosa e niente di più.
In questa prospettiva sarà più facile capire le parole della prima lettera di S. Giovanni: l'amore tra noi non consiste nel fatto che ci amiamo, ma nel fatto che siamo stati prima amati; in quanto amati siamo amabili tra di noi, in quanto conosciuti siamo conoscibili tra di noi.
Quindi senza la creazione non ha nessun senso parlare della conoscenza, della verità e dell'amore.
Da questo nascono importanti conseguenze, perché allora si può comprendere in che cosa consista la laicizzazione del fiore, dell'elefante, dell'uomo, in ultima analisi la laicizzazione della nostra coscienza, della nostra ratio e dell'intellectus: consiste nello staccare il fiore, l'elefante, l'uomo dall'atto della creazione, dal pensiero amoroso di Dio. Laicizzare significa quindi ridurre ogni essere alla sua fatticità, alla sua immanenza e tagliare il legame con Dio, con la Trascendenza. Quando questo legame è tagliato, quando il fiore non è più fiore perché non è più pensato né amato da nessuno, allora posso fare quello che voglio con esso, tutto è lecito. La scienza e la società laicizzate non si fermano nemmeno davanti all'uccisione dell'uomo (aborto, eutanasia) perché non c'è nessun legame tra quest'uomo e la Trascendenza, non è pensato, sono io che lo penso, se non mi serve più posso eliminarlo. Le conseguenze della laicizzazione sono disastrose per gli esseri, per il fiore, l'acqua, il bosco e soprattutto per l'uomo.
L'essere che si manifesta nel rifiuto di essere trattato come oggetto, perché è già pensato e amato, è l'essere che viene scoperto come soggetto. L'essere pensato da Dio costituisce ciò che in filosofia si chiama natura: è il contenuto, ciò che è stato definito in me in quanto costituisce il principio del mio agire e del mio esistere. Se io sono stato concepito, definito come uomo, significa che devo agire come soggetto, che questo contenuto, pensato dal pensiero creante di Dio, costituisce il principio del mio agire e del mio esistere: devo esistere e devo agire secondo la mia natura.
Chiamiamo pazzo chi pretende che un elefante si comporti come una rosa, ma purtroppo le scienze lo fanno perché considerano ogni essere solo come una materia di cui possono fare tutto ciò che vogliono. Allora per le scienze, teoricamente non è da escludere che in un futuro non si possano ottenere da un elefante gli effetti propri di una rosa, è solo un problema tecnico. Tutto questo è analogo all'esigere che l'uomo si comporti secondo una nostra ipotesi.
La definizione di persona umana, individua substantia rationalis naturae, può essere a questo punto compresa nel suo significato.

Ho detto che essere se stessi significa essere beati, realizzare in sé il pensiero che ci pensa creativamente e amorosamente. Se amo una ragazza devo rispettare il suo essere soggetto, così come è pensata da Dio.
Ma noi sappiamo dolorosamente, dall'esperienza, che non siamo pienamente noi stessi, esistiamo nel tempo, quindi diventiamo noi stessi. Divenire significa che la piena realizzazione del pensiero che sta pensandomi, creandomi adesso, che la piena realizzazione della mia identità, della mia natura, si trova nel futuro.
Se amo una ragazza, la amo attraverso il suo futuro: il fondamento dell'amore si trova nel futuro in cui ella sarà pienamente se stessa, in quel futuro verso cui sta già camminando. Ciascuno di noi cammina verso se stesso, partecipa di se stesso, in quanto deve ancora realizzarsi pienamente.
Volendo rispondere adeguatamente alla domanda "chi sei?" dovrei far vedere il mio futuro perché io sono pienamente in esso. Se mi rivelo ad una persona, io la chiamo a credere in me, nel futuro in cui sarò pienamente me stesso. Io mi sento chiamato ad essere me stesso, quindi chiamando un altro ad amarmi esigo da lui la fede in me, esigo che lui si senta obbligato a tenere conto del mio futuro.
Da ciò scaturiscono conseguenze enormi, per esempio per l'etica. Quando mi rivelo ad un altro attraverso il mio futuro, mi rivelo come uno che cammina verso se stesso, verso quel futuro. Io mi rivelo come uno che vive in un'estasi, sono un essere estatico, che sta nel suo futuro: sono qui, ma sono preso dal mio futuro, dal compimento di me stesso, dalla mia identità, vivo come uno che esce dal proprio presente verso il proprio futuro. Mi rivelo quindi agli altri come uno e doppio, qui e lì, come uno che c'è, ma nello stesso tempo deve ancora essere perché non è pienamente.
In questa prospettiva bisogna vedere tutta la storia degli Ebrei che fanno un esodo dall'Egitto, escono verso il loro futuro, verso la terra promessa.
Il compimento dell'identità, la cui promessa troviamo dentro di noi, costituisce per ciascuno di noi la terra promessa verso cui camminiamo: esistiamo come una continua risposta alla promessa, cioè come una fede, come una speranza, come un amore. Questa è la risposta alla chiamata che viene dalla terra promessa che è dentro di noi: io sono chiamato da me stesso ad esistere verso me stesso e verso il compimento della realtà, del fiore, del bosco, dell'acqua, della ragazza.
Siamo esseri estatici, la nostra piena definizione si trova nel futuro: quale è per me questo futuro, tale sono io. Io posso scegliere e dire: il mio futuro è un milione di dollari, rispondo a questa chiamata, questa è la mia terra promessa. Definirsi attraverso il futuro inteso come il compimento della mia identità significa identificarsi con tale realtà. Se la mia terra promessa sono i soldi, io mi identifico con i soldi, se è il sesso, mi identifico con il sesso, se è Dio mi identifico con Dio.
Qui possiamo trovare la più profonda spiegazione del termine alienazione. Il termine è stato divulgato da Marx e preso da Hegel, ma prima usato nel Nuovo Testamento da S. Paolo e da Cristo, ed espresso per la prima volta nella Genesi. Se io mi identifico con una realtà da possedere, con i soldi, con il sesso, con la carriera... allora io divento un oggetto da possedere, agisco contro il mio essere soggetto, divento uno alieno da se stesso, diverso da sé così come è stato concepito, pensato ed amato. Questo è alienarsi. Per poter salvare il mio essere soggetto dovrei identificarmi con una realtà che sia soggetto da ogni punto di vista e in ogni momento, che non possa essere in nessun modo posseduta.
Nel Simposio di Platone, la vecchietta Diotima risponde a Socrate spiegando come l'uomo esista liberandosi dai pregiudizi, come diventi più libero e meno schiavo uscendo dalla caverna, e che cosa sia la Bellezza. Dice che prima di tutto deve essere affascinato da qualcosa, per esempio da un corpo bello perché un bel corpo fa nascere dei bei pensieri; ma se si limita a possederlo, scoprirà che questo corpo non è solo bello, è anche brutto e allora sarà deluso. Se invece non cercherà di possederlo, scoprirà che in un corpo bello ci sono dei bei pensieri, delle belle azioni. Forse allora potrà essergli dato un istante in cui intravvedere cosa sia la Bellezza, una realtà che da ogni parte e in ogni momento è bella. Se si intravvede in un istante una tale realtà si è salvati, vale la pena di vivere solo grazie ad un tale istante.
Hölderlin, un poeta tedesco, disse che questi momenti sono rari, forse uno o due nella vita e tutta l'esistenza dopo è solo un sogno di questi istanti; se sentiamo che la nostra vita ha un senso è solo grazie alla memoria degli istanti in cui abbiamo intravisto la Bellezza.
Cercare un essere che è solo soggetto e identificarsi con esso, autodefinirsi attraverso di esso sarebbe diventare pienamente soggetti: è questo il compimento del nostro desiderio di essere soggetti e di essere trattati come soggetti. Secondo questo desiderio dobbiamo esistere verso la realtà identificandoci con la quale diventeremo pienamente soggetti, liberi, beati.
Dalla Rivelazione sappiamo che tutte le cose che si rivelano a noi (alberi, acqua, soldi, sesso) ci dicono che sono solo il riflesso del Soggetto, perché ogni cosa è soggetto in quanto è legata al Soggetto; ogni cosa mi dice che è qualcosa in quanto pensata da Qualcuno e mi orienta verso questo Qualcuno come verso la sorgente della soggettività degli esseri.
Una realtà che sia pienamente soggetto deve anche rivelarsi a noi, altrimenti possiamo solo intravvederla grazie al riflesso, come intravvediamo il sole dal riflesso sulla cima di una montagna.
Se io, come uomo laicizzato, taglio il legame che si riflette sulle cose, esse mi appaiano brutte. Quando uomini e donne, affascinati reciprocamente, si abbracciano in modo laicizzante, tagliano il legame, rimangono solo corpi che non sono neanche più belli. All'uomo laicizzato io applicherei ciò che gli psicologi prendono dall'esperienza degli animali e riferiscono all'uomo: "Post coitum omne animal triste". Questo è vero solo se è un coitus laicizzato, non adeguato all'identità degli esseri umani, se taglia il legame con il Soggetto che è Dio. Questo coitus laicizzato è un abbraccio in cui l'uomo non ha aiutato l'altro ad essere più se stesso, a camminare verso il compimento della propria identità che è in Dio, nel Soggetto.
Cristiani ed Ebrei sanno che questo puro Soggetto in cui non c'è niente da possedere è quel Dio che si rivelò come "sono Colui che Sono". Quando Diotima ha detto a Socrate che, avendo l'esperienza del bel corpo e dei bei pensieri, poteva essergli dato un istante in cui intravvedere la Bellezza che è sempre bella, ha esposto un'esperienza che è molto vicina a quella di Mosè e del roveto ardente. Vedere nell'uomo, nel fiore, nell'albero, in ogni essere la rivelazione di Colui che è, è intravvedere la rivelazione del Soggetto puro. Il legame degli esseri con un tale Soggetto compie la loro natura, il loro essere soggetto e non oggetto.
Se è così, allora il Soggetto puro, "sono Colui che Sono", che si rivela nel nostro essere pensati e amati, e per questo pensabili e amabili, costituisce il nostro futuro: possiamo chiamarlo anche Trascendenza (trascendere = sorpassare, andare oltre). Ogni futuro è in un certo senso una trascendenza: se io oggi non ho, per esempio, mille dollari, essi, in quanto sono ancora da guadagnare, costituiscono una realtà che mi trascende. Per questo ogni realtà che ci manca e in cui abbiamo scelto di riporre il nostro compimento, può costituire per noi la trascendenza (essere presidente, ministro, essere beato...)
Da questo punto di vista si può leggere la storia di Don Giovanni che vede in una donna la sua trascendenza per oggi, ma, dopo averla conquistata e abbracciata in modo laicizzante, scopre che non è trascendenza perché non si è compiuto in essa; come una farfalla vola da un fiore all'altro. Il comportamento di Don Giovanni rivela una grande verità dell'uomo e sull'uomo. Solo una realtà che è puro Soggetto, Dio, "sono Colui che Sono", costituisce la Trascendenza in senso vero e proprio.
Fino a quando una realtà qualsiasi è posta dall'uomo come la sua trascendenza, essa è sacra e inviolabile; è fuori discussione; se pongo la mia trascendenza nei soldi, potrò discutere il modo in cui procurarmeli, ma non discuto i soldi stessi: la trascendenza è una cosa sacra.

Mircea Eliade racconta che i nomadi camminavano perché cercavano una terra che potesse essere per loro patria, dimora, una terra sulla quale sentirsi beati, padroni di se stessi. Come trovare tale terra? I nomadi aspettavano un segno senza cui non potevano decidere di rimanere in un posto, aspettavano un segno divino.
Anche il popolo polacco, per esempio, cercando la patria, la dimora, aspettava un segno. Una mattina questo popolo vide sulla quercia sotto cui aveva passato la notte, un'aquila che aveva fatto un nido. In una notte, in un tempo non adeguato e in un luogo dove non ci sono le aquile, al nord della Polonia, il fatto che l'aquila avesse nidificato era un segno attraverso il quale si rivelava per loro la divinità. Quel posto diventò allora il centro del loro mondo. Intorno alla quercia è nato il primo paese, che si chiama Gniezno (da gniazdo, nido) e che oggi è la sede del Primate. Il luogo in cui è avvenuta l'epifania del divino è diventato il centro della patria dei Polacchi. Oggi sullo stemma polacco c'è un'aquila.
Eraclito ha detto che la dimora per l'uomo è ciò che costituisce per lui la divinità, la dimora per l'uomo è il suo dio. Dimora in greco si dice ethos. Se io rispondo alla domanda: "chi sono?" attraverso il mio futuro, questa risposta rivela la mia casa, il luogo che ho scelto come dimora, come ethos (soldi, poltrona di presidente...).
Il segno dell'aquila ha introdotto subito un ordine nella vita dei polacchi, essi hanno incominciato a costruire le case intorno alla quercia. Anche nelle città medioevali c'era sempre un punto centrale dove si trovava la piazza, la chiesa, il municipio e tutte le strade erano ordinate in funzione di questo punto centrale.
Così anche la nostra vita, la vita della società e dell'uomo, si dispiega in funzione di un punto centrale, della trascendenza (Dio, soldi, sesso, carriera) intorno a cui noi costruiamo delle vie da percorrere, e cioè un'etica.
Ora, la trascendenza è l'epifania (o la rivelazione) del divino. Ma, come avviene tale epifania? Il divino si manifesta, si rivela, scende su questa terra e la ordina. I Greci (come gli Ebrei) iniziano la loro mitologia parlando di un Caos primordiale, poi il cielo, Uranos, è sceso e si è unito amorosamente con la terra, Gaia, così è nato il Kosmos, l'ordine. I Greci vedendo l'orizzonte hanno capito che l'atto di amore del cielo e della terra dà il punto di riferimento, l'orizzonte, che ci permette di capire la terra stessa; senza orizzonte non ci sarebbe ordine.
Ho detto che quando qualcuno mi chiede chi sono, rispondo indicando il mio compimento, il mio futuro, la mia trascendenza: soldi, carriera, pantaloni, sesso, Dio.
Nel teatro romano gli attori, quando rappresentavano un personaggio sul palcoscenico, portavano una maschera e alla domanda "chi sei?" rispondevano tramite la maschera. Maschera in latino si diceva persona. Vedete come è coerente con tutto ciò che abbiamo detto! Dio, soldi, sesso, giacca di Armani... sono la maschera che noi usiamo sul palcoscenico di questo mondo per rispondere alla domanda "chi sei?". Tutti noi siamo attori.
L'attore antico era tanto più bravo quanto più si identificava col suo ruolo, con la sua maschera, quanto più era difficile distinguere tra lui e il suo personaggio. Così chi si identifica con i soldi in modo tale che sia molto difficile distinguere i soldi da lui, è un buon attore; anche chi si identifica in questo modo con Dio, è un buon attore. Solo che c'è una differenza tra presentarsi attraverso la maschera, la persona che è Dio e quella che sono i soldi. Sul palcoscenico un buon attore rappresenta con lo stesso impegno un ladro, un cavallo, un santo o un re, ma nella vita non è così: non solo la nostra grandezza dipende dalla nostra abilità, ma anche dalla maschera stessa: c'è una grande differenza se la maschera è un cavallo o è Dio.
Inoltre immedesimarsi nella maschera del cavallo, per esempio, dipende solo dall'attore, dalla sua abilità, non dal cavallo; invece di fronte all'altra persona, che sarà nel suo futuro o di fronte a Dio pienamente Soggetto, l'immedesimarsi non dipende solo da me, ma anche dall'altra persona, da una grazia. Questo vale a fortiori nella relazione con Dio che è Infinito, a tal punto che, rispetto a questo futuro assolutamente puro e privo di oggettività, tutto dipende dalla grazia. Di fronte a questo Infinito, un ladro e S. Francesco d'Assisi si trovano alla stessa distanza e ci vuole la stessa grazia perché possano compiersi le loro identità.
Alla domanda: "chi sei?" l'uomo, che è il suo desiderio di essere soggetto, dovrebbe rispondere: "sono Dio", non adesso, ma attraverso la grazia. Non bisogna aver paura di questo; i Padri della Chiesa lo dicevano espressis verbis: S. Ireneo diceva che Dio è diventato uomo perché l'uomo potesse diventare Dio. In questa frase dei Padri si trova tutta la visione della persona umana che noi abbiamo cercato di spiegare.

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