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Cartolina da Delfi. La correzione del parricidio

Autore: Genga, Glauco Maria  Curatore: Leonardi, Enrico
Fonte: CulturaCattolica.it
venerdì 5 luglio 2013

Dal 21 al 24 giugno 2013 si è tenuto a Delfi, nella splendida cornice del Centro Culturale Europeo, un Simposio internazionale promosso dalla Società Psicoanalitica Ellenica. Vi ho partecipato con la collega Maria Gabriella Pediconi: insieme abbiamo presentato una relazione dal titolo The Father as a Concept and the Origin of the Institutions: Family, Religion and Law (Il padre come concetto e l’origine delle istituzioni: la famiglia, la religione e il diritto). Propongo qui, a mo’ di cartolina, alcune considerazioni redatte e presentate sabato scorso da M.G. Pediconi ai Soci della Società Amici del Pensiero, e un brano tratto dalle conclusioni della nostra comunicazione a Delfi, conclusioni che hanno suscitato un certo interesse nell’uditorio.
1) Considerazioni. «A Delfi abbiamo constatato che il concetto di padre non gode oggi di buona salute. Le relazioni più interessanti proposte da colleghi di fama internazionale hanno posto l’accento sulla «figura paterna» o sulla «funzione paterna», entrambe connotate da quello che possiamo considerare un errore trasversale: la credenza che il padre sia solo il padre del parricidio. (1)
Il parricidio non è un omicidio qualsiasi. Esso riguarda anzitutto l’idea - potremmo dire la vecchia idea - che l’altro sia sempre, realmente o potenzialmente, un inciampo, un ostacolo: uno prima di me, meglio di me o più grande di me. In tutti questi casi l’altro è qualcuno da eliminare: mors tua vita mea.
Una tale deviazione nella concezione dell'altro comporta un danno gravido di conseguenze per la vita del soggetto e per l’intera civiltà. La correzione del parricidio resta impensata e per i più impensabile.
Che cosa significa dunque «correzione del parricidio»? Nel suo Mosè e la religione monoteistica, (2) Freud svolge e argomenta affermazioni del tutto innovative nella storia del pensiero. Egli infatti riconosce che il cristianesimo compie il passaggio dalla religione del padre alla religione del figlio. E’ l’approdo della ricerca freudiana, ed è l’invito ad un cambio di direzione e di prospettiva: il padre è posto dal figlio come partner, componente la legge di moto individuale, a rappresentare l’ereditabilità di tutto il reale.» (3)
E’ questo uno dei cardini del pensiero di natura, messo a punto da Giacomo Contri in molti anni di ricerca e insegnamento.

2) Concluderemo il nostro esame servendoci dell’ultimo autore e pensatore che abbia saputo trattare questi temi, così articolati tra loro, all’alba dell’era moderna: William Shakespeare. Vi troviamo un concetto di padre attestato su eredità, successione, regalità, titolarità.
Nell’Enrico IV il re ormai morente rimprovera il giovane figlio e futuro Enrico V, il quale, vedendo il padre addormentato e credendolo già morto, aveva preso la corona dal cuscino: (4) “Hai tanta fame di veder vuoto il mio seggio / che hai voluto investirti degli emblemi del mio potere / prima che la tua ora fosse matura? Giovane sventato!” (5) E ancora: “Hai rubato una cosa che dopo poche ore / sarebbe stata tua senza colpa (…) Nascondi nei tuoi pensieri mille pugnali / affilati sulla cote del tuo cuore di pietra / per immergerli nell’ultima mezz’ora della mia vita. / Non puoi dunque concedermi neppure una mezz’ora?” (6)
Enrico IV sa bene che anni prima ha conquistato quella corona con la violenza, mentre in cuor suo avrebbe desiderato che il diritto alla successione gli fosse riconosciuto. Perciò ora con questo atto di parola perdona volentieri il figlio e ne sancisce la successione legittima: “Quel che io ho acquisito / discende a più giusto titolo su di te, / che porterai la corona per successione diretta.” (7)
Shakespeare qui non è un tragico alla maniera dei classici greci, ma segue una propria via. Il suo lascito, al pari di quello dell’ebreo Freud, è un lascito che corregge il parricidio. In ciò egli rappresenta una vetta del pensiero, alla portata di chiunque voglia servirsene. E’ questo un compito di civiltà cui noi psicoanalisti non possiamo derogare.

NOTE
1. Rinvio a quanto ho già scritto su questo tema nelle pagine dei mesi scorsi.
2. Circa questo saggio freudiano, rinvio al volume Mosè, Gesù, Freud, a cura di G.B. Contri, Sic Edizioni, 2007.
3. M.G. Pediconi, sintesi dell’intervento al Simposio del 29 giugno 2013 della “Società Amici del Pensiero Sigmund Freud”.
4. Enrico IV (1367-1413) capeggiò la rivolta che portò alla destituzione del sovrano precedente, il cugino Riccardo II. Questi, per impossessarsi della corona, aveva distrutto i documenti che avrebbero reso legittima l’ascesa al trono di Enrico, il quale decise di riappropriarsene con la forza. Il figlio primogenito di Enrico IV, Enrico V (1387-1422), regnò dalla morte del padre al 1422, e fu il vincitore della battaglia di Azincourt contro i francesi (1415). Molti ricorderanno quella battaglia grazie al film Enrico V (1989), diretto e interpretato da Kenneth Branagh, allora ventinovenne e alla sua prima regia. L’epilogo della battaglia era accompagnato dal canto Non nobis Domine, sed tuo nomini da gloriam, ripreso dal salmo 113 (Bibbia Vulgata): esso dice bene come la vittoria non rientri nel registro del narcisismo.
5. W. Shakespeare, Enrico IV, trad. di Giuliano e Giorgio Melchiori, con testo originale a fronte, Oscar Mondadori, 1991, pag.447.
6. Ibidem, pag. 119.
7. Ibidem, pag. 455.

Illustrazioni di Chiara Ciceri


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