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Il padre di Hannah. La Arendt di Margarethe von Trotta

Autore: Genga, Glauco Maria  Curatore: Leonardi, Enrico
Fonte: CulturaCattolica.it
venerdì 16 maggio 2014

Perché occuparsi ancora oggi del nazismo e di Adolf Eichmann, suo zelante burocrate, processato e giustiziato a Gerusalemme 15 anni dopo Norimberga? Rispondo: perché quel processo, e soprattutto il saggio che Hannah Arendt vi dedicò (La banalità del male. Eichmann a Gerusalemme) hanno ancora qualcosa da dirci, come mostra molto bene l’ottimo film della von Trotta. (1)
Uscito in Italia il 27 gennaio scorso, «giorno della memoria», (2) è stato distribuito nella versione originale in inglese e tedesco (con alcune toccanti sequenze del processo) e ben sottotitolato. Se non siamo abituati a considerare la visione di un film come un momento di lavoro, questo è invece l’unico modo per gustarlo: anche chi ne sa poco o nulla può così accostarsi a quel processo e farsi un’idea della personalità della protagonista, oltre che dell’imputato. Il film coinvolge e interroga. (3)
Qui annoto soltanto tre passaggi rivelatori, a mio giudizio, del pensiero della Arendt: un pensiero decisamente fondato sul padre. Nel prossimo articolo riprenderò alcune impressionanti dichiarazioni rese da Eichmann durante il processo. Dichiarazioni che la Arendt giustamente gli imputò, e che le mostrarono come egli, più che un mostro antisemita, fosse «un uomo semplicemente incapace di pensare». Un’imputazione pesante, niente affatto un’attenuante. (4)
Al ritorno da Gerusalemme, nel 1962, la Arendt si mette alla macchina da scrivere giorno e notte, tra montagne di fascicoli processuali e una sigaretta dietro l’altra (letteralmente). Un mattino il marito, vedendola al lavoro, sta per uscire di casa in punta di piedi. Hannah lo raggiunge sull’uscio per rivolgergli un curioso e dolce rimprovero: «Come puoi lasciarmi così, senza un bacio e un buffetto?». Lui: «Non si disturbano i grandi filosofi mentre pensano». La risposta di lei non si fa attendere: «Ma senza bacio non riescono a pensare!». Una intellettuale con i fiocchi. E lui non è da meno. Mai incollati l’uno all’altra, sono compagni fedeli ma per nulla possessivi nella loro relazione, iniziata prima della guerra.
All’inizio del film la Arendt, alla vigilia della partenza per Gerusalemme come inviata del New Yorker, ricorda al marito la propria fuga dal campo di concentramento, nella Francia ormai occupata dai tedeschi. Racconta come le sue compagne di prigionia non tentassero di fuggire, temendo che i loro uomini non le avrebbero più ritrovate. Piuttosto si lasciavano andare, rinunciando a lavarsi e a pettinarsi, ed ella le incoraggiava, con le buone e con le cattive, a non mollare. Una sera, improvvisamente, si accorse che il coraggio l’aveva abbandonata: «In quel momento ti ho visto davanti a me, che mi cercavi. E non mi trovavi.» Fuggì, spinta dal forte desiderio di ricreare le condizioni dell’appuntamento con l’uomo che amava: se solo avesse ceduto alla tentazione di lasciarsi andare, seguendo l’esempio delle altre, l’avrebbe perduto per sempre. Non cedette alla psicologia del gruppo: portò a casa l’Io e, come si dice, la pelle.
Infine, in una delle ultime sequenze, la Arendt si trova a dover fronteggiare la valanga di accuse suscitate dal suo reportage subito dopo la pubblicazione. E’ incredula e indispettita, e teme perfino di essere espulsa dagli USA. Racconta alla giovane collaboratrice di aver perso il padre all’età di sette anni. Avendolo visto soffrire a lungo quando era una bambina, in seguito non poteva che ricordarlo malato. Ma proprio per questo si dice sorpresa di averlo sognato in tutt’altro modo: «In sogno mi appare in salute, attraente. Mi guarda e mi dice: ti voglio bene».
Non conosco le fonti cui ha attinto la von Trotta, ma questi dialoghi sono molto significativi: non importa che la regista sia stata fedele alla biografia della protagonista o che, poco o tanto, abbia aggiunto del suo. Il risultato è la sua Hannah Arendt, una donna che si spinse a rifare in proprio il processo del secolo, sapendo di poter poggiare saldamente sulla compagnia e la stima del marito e del padre. Non è poco.
In un suo testo recente, (5) Raffaella Colombo riprende alcune conclusioni della Arendt: «Eichmann era un individuo mediocre per non dire insignificante. Ma come si spiega che un individuo simile riuscì a organizzare la macchina dei trasporti di milioni di persone verso la morte, ebrei e altri? Sconcertante. Fu una vera e propria scoperta quella del male di cui è capace un individuo comune quando è incapace di imputarsi degli atti criminali commessi, un individuo che sostiene addirittura di avere agito al meglio e persino di non avere mai avuto intenzioni ostili contro coloro alla cui morte contribuì, e con solerte alacrità. È il male prodotto dall’agire per pura obbedienza. (…) “Ciò su cui vorrei attirare l’attenzione qui va ben oltre la nota fallacia del concetto di colpa collettiva, applicato per la prima volta al popolo tedesco e al suo passato, secondo il quale tutti i tedeschi sarebbero colpevoli e tutto il passato tedesco, da Lutero a Hitler, andrebbe messo sotto accusa - un concetto questo che lava tutti i peccati, poiché se tutti sono colpevoli, nessuno lo è.” (6) La Arendt pone due domande: 1) In che modo si segnalarono quei pochi che pur senza potersi ribellare apertamente non collaborarono e si rifiutarono di compromettersi con il regime? 2) Posto che coloro che collaborarono con il regime a ogni livello non furono dei mostri ma dei funzionari, che cosa li indusse a comportarsi così come si comportarono?».
Dall’inizio alla fine il film mostra molto bene il lavoro intellettuale della Arendt. L’interpretazione impeccabile di Barbara Sukowa, la sua eleganza, i dialoghi intensi con il marito, gli amici e i suoi studenti, persino gli interni della sua abitazione newyorchese: ogni particolare racconta lo stile del suo lavoro. La von Trotta mostra, più che in altre sue opere precedenti, una pacatezza di giudizio che ci invita a procedere allo stesso modo. (7)

NOTE
1. Come scrive G.B. Contri, «Il giudizio sul Nazismo, e proprio nelle sue conseguenze di orrore, è ancora da fare, e resta latitante sotto i toni forti o le lacrime: esso coinvolgerebbe non più tanto ciò che è stato fatto ieri, ma ciò che stiamo facendo oggi. Una latitanza del giudizio che deborda il Nazismo: l’afasia del giudizio riguarda l’intero ‘900. Il Nazismo è stato una sanguinaria esercitazione aperta sul futuro. E’ stato una pura Teoria» (G.B. Contri, Il Nazismo e il principio di comando, in:
http://www.studiumcartello.it/Public/EditorUpload/Documents/SIMPOSI_CONTRIBUTI/GBC2014_dossier_perversione.pdf. Si veda anche: GIACOMO B. CONTRI: LA BANALITA' DEL MALE PERVERSO.
Il saggio di H. Arendt, il cui titolo originale è Eichmann in Jerusalem: A Report on the Banality of Evil (1963) è stato pubblicato in Italia, nella traduzione di P. Bernardini, da Feltrinelli nel 1964, ed è giunto alla 18^ edizione nel 2011.
2. L’espressione è da assumere con prudenza. Ad esempio, al Congresso dell’Associazione Internazionale di Psicoanalisi tenutosi a Berlino nel 2007, diverse sessioni furono dedicate alle ripercussioni della Shoah, ancora vive soprattutto su suolo tedesco. Occorre dunque chiedersi che cosa significhi “fare memoria”.
3. Suggerisco la breve intervista su YouTube: MARGARETHE VON TROTTA PRESENTA "HANNAH ARENDT"
4. Rinvio al testo di L. Campagner: Caso Eichmann. Banalità del male? Odòn Edizioni, 2011. Tra gli interessanti documenti riportati, vi è un’intervista di Gabriele Nissim al giudice Moshe Landau, che presiedette il processo: egli «condannò Eichmann e contestò la Arendt».
5. R. Colombo, Annah Arendt. Questioni e domande sull’antisemitismo moderno, in: http://www.studiumcartello.it/Public/EditorUpload/Documents/SIMPOSI_CONTRIBUTI/140511SAP_RC1.pdf
6. Aggiungo che mentre a Gerusalemme si svolgeva il processo Eichmann, negli Stati Uniti protagonisti della guerra fredda e di quella in Vietnam, il giovane Bob Dylan componeva uno dei suoi successi più celebri, Blowin’ in the wind: «How many deaths will it take till he knows that too many people have died? The answer, my friend, is blowin' in the wind»: una deriva misticheggiante, lontana anni luce dalla meticolosa indagine della filosofa ebrea (GMG).
7. Il film è disponibile dal marzo scorso anche in dvd, corredato da una breve raccolta di saggi di Simona Forti, edito e distribuito da Feltrinelli.


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