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Sbaglia anche il prete sull’altare...

Autore: Genga, Glauco Maria  Curatore: Leonardi, Enrico
Fonte: CulturaCattolica.it
giovedì 5 febbraio 2015

Fino a qualche decennio fa, un bambino che aveva commesso un errore poteva sentirsi dire così: “Sbaglia anche il prete sull’altare”. (1)
Ma c’è errore ed errore, e non è detto che il celebrante ne esca obbligatoriamente penalizzato per aver fatto “brutta figura”. Il caso cui mi riferisco riguarda per l’appunto un errore fecondo narrato da un anziano e colto sacerdote mentre officiava messa, ormai vent’anni fa, in una importante chiesa del centro di Milano.
Messa vespertina, anzi serale, di una domenica di gennaio 1995, festività della Santa Famiglia.
Chiesa affollata da milanesi appena rientrati da qualche stazione sciistica alpina.
Molti gli affezionati: a quel rito, a quell’ora, a quel prete. Alcuni prendono appunti durante l’omelia o la registrano per poi riascoltarla: il prete è solito parlare con autorità, sa quel che dice e, per di più, sa dirlo. Tutto ciò è indice di un “capitale umano” circolante in quella comunità ecclesiale.
Il brano evangelico è quello che narra di Gesù dodicenne ritrovato fra i Dottori del Tempio: un brano difficile da commentare per chi sia alla ricerca di un facile contenuto edificante. Infatti Gesù, proprio come farebbe ogni ragazzo a quell’età, risponde seccamente ai genitori. E per di più li “mette in riga”, parlando loro di quel Padre dei cui affari, da ora in avanti, egli si occuperà più che di ogni altra cosa. (2)
Ed ecco che il don affronta il brano in modo del tutto personale e sorprendente. Racconta, con un candore di cui gli va dato atto e merito, ciò che gli è accaduto esattamente cinquant’anni prima.
Novello sacerdote, nel gennaio del ’45 si recava a celebrare la sua prima pubblica messa in un orfanotrofio milanese. L’istituto ospitava decine di bambini che avevano perso i genitori durante la guerra, in alcuni casi sotto i bombardamenti cui essi stessi erano sopravvissuti. Zelante qual era, il giovane prete aveva preparato con cura, e certo con un po’ di trepidazione, la sua prima omelia. Il brano evangelico era il medesimo: Gesù dodicenne parla del Padre ai suoi genitori (!).
Ma avvenne che, strada facendo, si imbatté in un sacerdote più anziano che egli conosceva bene: forse un superiore o il suo direttore spirituale. Questi lo fermò e, con un intento ben preciso, gli intimò: «Stai andando a dir messa a degli orfani: non parlerai mica del padre, vero? Stai attento, perché costoro non ce l’hanno un padre!» Ed egli, preso dagli scrupoli… cambiò l’omelia!
Lo racconta dopo cinquant’anni suonati, nella sua augusta parrocchia, in occasione della stessa festività dell’anno liturgico. Segno che, evidentemente, ancora non gli tornano i conti quanto alla correzione cui fu indotto in quei lontani tempi. Così nell’omelia del ’95, ricollegandosi a quella del ’45, egli dà voce alla sua elaborazione dell’accaduto, affidando i propri pensieri a quanti ora gli sono… fedeli, di nome e di fatto. I più attenti sono portati a chiedersi: chi ha sbagliato per primo, e in che cosa? Insolita e interessantissima confessione, la sua, niente affatto da “terza età”!
L’episodio è molto istruttivo, toccando il nocciolo stesso del pensiero di Gesù.
Il quale, ovviamente, non era orfano, né era stato adottato. Se il papà l’aveva lì con sé, di quale Padre stava parlando? (3) Il dodicenne Gesù presentava ai suoi qualcuno che essi non conoscevano ancora, cui competono possesso, regalità, titolarità: connotati che lo riguardano e coinvolgono… in Prima Persona. (4) Molti anni dopo lo stesso Gesù affermerà: «Ciò che mi ha dato il Padre è più grande di tutte le cose, e nessuno lo può strappare dalla mano del Padre. Io e il Padre siamo uno.» (5) Quanto a se stesso, si diceva figlio ed erede di quel Padre. Che avrà voluto dire? In ogni caso, osservo che nelle sue parole, papà e Padre non coincidono.
Peccato che il giudizio di quel giovane prete appena uscito dal seminario fosse stato letteralmente sviato e messo in dubbio dal prete più anziano. Non è esagerato parlare di trauma. Da cui sarebbe uscito corroborato se solo avesse resistito alla “tentazione di obbedire”. Non è un ossimoro, questo. Infatti egli obbedì, sì, ma a che cosa? Alla teoria del sacerdote più anziano: una teoria estratta da quella psicologia che a metà del Novecento aveva ormai diluito e annegato il concetto di Padre nelle nozioni di “figura” o “funzione” paterna, con tutte le conseguenti caleidoscopiche diffrazioni di essa: modello da interiorizzare, rifugio sicuro, padre assente, “mammo”, e così via. (6)
Non era certo questo il portato dell’ebreo Gesù il quale, intrattenendosi volentieri tra i Dottori per ben tre giorni, celebrava il suo Bar Mitzvah. (7)
Del resto, non si è mai sentito che un orfano si offenda se qualcuno gli parla del padre.
E per di più, esiste un gran numero di Dioguardi, Diotallevi, Dalla Dea, Esposito, etc., molti dei quali conoscono carriere e successi più che ragguardevoli. Cosa che tutti sanno e a cui nessuno pensa. Come (non) vi pensò quel prete, dal ’45 fino al ’95. Notevole.

NOTE
1. “Anche”, cioè “perfino” il prete può sbagliare. Conforto assicurato? Non so: nel mio caso, vinceva piuttosto un senso di stupore procurato dal paragone inatteso.
2. Riporto il brano di Luca (2; 41-51) nella versione della CEI: «I suoi genitori si recavano tutti gli anni a Gerusalemme per la festa di Pasqua. Quando egli ebbe dodici anni, vi salirono di nuovo secondo l'usanza; ma trascorsi i giorni della festa, mentre riprendevano la via del ritorno, il fanciullo Gesù rimase a Gerusalemme, senza che i genitori se ne accorgessero. Credendolo nella carovana, fecero una giornata di viaggio, e poi si misero a cercarlo tra i parenti e i conoscenti; non avendolo trovato, tornarono in cerca di lui a Gerusalemme. Dopo tre giorni lo trovarono nel tempio, seduto in mezzo ai dottori, mentre li ascoltava e li interrogava. E tutti quelli che l'udivano erano pieni di stupore per la sua intelligenza e le sue risposte. Al vederlo restarono stupiti e sua madre gli disse: «Figlio, perché ci hai fatto così? Ecco, tuo padre e io, angosciati, ti cercavamo». Ed egli rispose: «Perché mi cercavate? Non sapevate che io devo occuparmi delle cose del Padre mio?». Ma essi non compresero le sue parole. Partì dunque con loro e tornò a Nazaret e stava loro sottomesso. Sua madre serbava tutte queste cose nel suo cuore.»
3. Circa il brano di Luca, G.B. Contri vi ha dedicato più di un commento. Per esempio, circa lo scambio, così asciutto, tra Gesù e sua madre, egli scrive: «Primo tempo: un intervento di lei che interferisce con la ragion d’essere di lui; secondo tempo: una risposta di lui, se non con le stesse parole, con lo stesso significato: ‘tu (anzi, “voi”) cosa c’entri?’, e: ‘io sono qui per una ragione alla quale non vi vedo adeguati’.» G.B. Contri, La decisione (II), in: SanVoltaire, Guaraldi, 1994, pag. 157. L’episodio è menzionato anche nel suo Il pensiero di Cristo e il pensiero di natura: le due mani, (12 aprile 2003) http://www.studiumcartello.it/public/editorupload/documents/Archivio/030412SC1.pdf

4. Il riferimento è al dogma trinitario affermato nel concilio di Nicea (325 d.C.).
5. Gv. 10; 29-30, qui nella traduzione offerta dal Nuovo Testamento Interlineare, a cura di P. Beretta, Ed. San Paolo, 1998. Si veda anche Mt. 23, 9: «E non chiamate nessuno “padre” sulla terra, perché uno solo è il Padre vostro, quello del cielo.»
6. A questo riguardo, bisogna riconoscere che il concetto di Padre resta in gran parte da esplorare, e potrebbe ben avvalersi dell’apporto di studiosi di più discipline, anche indipendentemente dalle loro posizioni in materia di religione. Una traccia di questo lavoro si trova in: M.G. Pediconi, G.M. Genga, The Father as a Concept and the Origin of the Institutions: Family, Religion and Law (Il padre come concetto e l’origine delle istituzioni: la famiglia, la religione e il diritto), Delfi, giugno 2013.
http://www.studiumcartello.it/Public/EditorUpload/Documents/INTERNATIONAL_PAPERS/2013_FATHER_CONCEPT.pdf Rinvio anche al mio articolo Cartolina da Delfi. La correzione del parricidio, luglio 2013, in questa stessa rubrica.
7. Il rito del Bar Mitzvah sancisce la maggiore età di ogni ragazzo ebreo al compimento dei tredici anni e un giorno. Anche duemila anni fa i bambini prossimi a quell’età, recandosi al Tempio, potevano interloquire con i Dottori della legge. E’ quel che fece Gesù.


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