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“And the winner is…”
Il totem degli Oscar e Dustin Hoffmann (1980)

Autore: Genga, Glauco Maria  Curatore: Leonardi, Enrico
Fonte: CulturaCattolica.it
giovedì 5 novembre 2015

Che cosa fa uno psicoanalista quando non siede dietro il divano? Va al cinema, o legge un libro, o fa altre cose che gli piacciono quanto ascoltare i suoi pazienti. Nel mio caso, amo vedere buoni film.
Di recente, consultando il web in cerca di notizie su qualche film, mi sono imbattuto negli archivi dei “Premi Oscar”, rimanendo catturato dall’evento mediatico che fa gola ai cinefili di quasi tutto il mondo. Lì accade un po’ di tutto: un tripudio che sembra accomunare tutti i protagonisti dello star system, dai più vecchi ai più giovani. Molti gli ingredienti di quella “magica” atmosfera: abiti elegantissimi o a dir poco stravaganti, acconciature costosissime e look che si impongono per la ricercatezza e i dettagli, ma anche performance inaspettate (il settantatreenne Jack Palance improvvisò sul palco una serie di flessioni su un solo braccio!) o irrefrenabili commozioni in cui non si riesce a distinguere quel che c’è di vero e quel che è frutto del mestiere.
Americanate…Non solo o non sempre. Dustin Hoffman, per esempio, fa eccezione.
Per cominciare, il lettore può dare un’occhiata a questo breve e divertente videoclip:

DUSTIN HOFFMAN, TRA IL COMICO E IL SERIO, RICEVE L'OSCAR PER 'KRAMER CONTRO KRAMER' (1980) (1)

Che cosa combina Dustin Hoffman subito dopo aver ricevuto l’Oscar dalla splendida Jane Fonda?
Accenna a sorridere, tace a lungo, poi prende in mano la preziosa statuetta la rimira… e l’appoggia nuovamente sul tavolino di cristallo. (2)
Le prime parole sono una formidabile battuta di spirito, con cui sembra dirci che non abbiamo ancora ben capito quel che la mitica statuetta rappresenta veramente: «Non ha organi genitali e tiene in mano una spada!». Còlti di sorpresa, tutti ridono. Un attimo di suspense, poi riprende e sorprende ancora: «Vorrei ringraziare i miei genitori perché non hanno praticato il controllo delle nascite.» Altra risata generale.
Il breve discorso di poco dopo è invece molto serio: «Sono qui con sentimenti contrastanti. Sono stato critico nei confronti dell’Academy, e con ragione. Sono profondamente grato per l’opportunità di poter lavorare e molto onorato per essere stato scelto dal produttore Stanley Jaffe e dal regista Bob Benton, e per avere lavorato come in famiglia con loro…».
La lezione non è finita: «Ci prendono in giro quando siamo qui, talvolta a ringraziare altri. Ma quando si lavora ad un film, si scopre che ci sono persone che danno il meglio di sé - la loro parte artistica - che va oltre lo stipendio; eppure non compaiono mai su questo palco. Molti di loro non sono Membri dell’Academy né abbiamo mai sentito parlare di loro. Ma questo Oscar è un simbolo, credo, ed è dato dall’apprezzamento di quanti ci votano senza che noi li vediamo. Anche costoro fanno parte della nostra vita.»
Hoffman non smorza i toni, anzi: «Mi rifiuto di credere che ho battuto Jack Lemmon, che ho battuto Al Pacino, che ho battuto Peter Sellers. Mi rifiuto di credere che Robert Duvall abbia perso. Noi tutti siamo parte di una famiglia di artisti. Ci sono sessantamila attori in questa Academy - pardon - nella Screen Actors Guild, (3) e probabilmente un centinaio di migliaia in Equity. (4) E la maggior parte degli attori non lavorano, mentre pochi di noi sono così fortunati da avere la possibilità di lavorare ad un copione e con una regia. Perché quando sei un attore squattrinato non puoi scrivere, non puoi dipingere, ma devi solo fare esercizio con gli accenti mentre guidi un taxi. (…) A voi dico che nessuno di voi ha mai perso, e io sono orgoglioso di condividere questo premio con voi. E vi ringrazio.»

Come a dire:
1) premiandomi, mi dite che sono il migliore. Ma attenti: nessuno di noi può arrivare a questi risultati se non grazie all’apporto di tutta la troupe. E nessuno può vantarsi per avere battuto un collega, perché siamo tutti accomunati dalla medesima passione per la recitazione.
2) so di essere un bravo attore, e lo so indipendentemente da questa buffa statuetta, che oltretutto rappresenta un tizio poco raccomandabile che, se mi fidassi di lui, finirebbe con il… tagliarmelo!
3) sono grato ai miei genitori, che mi hanno messo al mondo infischiandosene del controllo delle nascite!
Un’ottima lezione su come distinguere il successo dal narcisismo, ancor più potente se si pensa che viene da qualcuno che ha imparato ad amministrare un’infinità di pensieri, affetti, posture e mimiche per interpretare alla perfezione ruoli e tipi umani così diversi tra loro: il “Sozzo” in Midnight Cowboy, il laureato sedotto dal fascino della donna matura, il maratoneta di Central Park, il giustiziere improvvisato de Il cane di paglia, il giornalista d’assalto di Tutti gli uomini del presidente, e ancora Tootsie, Capitan Uncino, l’autistico Rain Man o il commesso viaggiatore in preda alla demenza, e molti altri ancora!
E nessuna illusione circa l’essersi “fatto da sé”. Complimenti, Dustin Hoffman.

Avevo venticinque anni quando, dopo aver letto, tutto d’un fiato, Opinioni di un clown di Heinrich Böll, (5) accarezzavo l’idea di scrivere all’agente di Hoffman per proporgli di farne un film: nessuno come lui avrebbe saputo portare sullo schermo quel che paralizza il protagonista dalla prima all’ultima pagina: l’ingenuità. La psicoanalisi insegna a riconoscerla come la buccia di banana che fa scivolare chiunque nella psicopatologia. Mi spiace non avere dato seguito a quell’idea. Ne dò notizia oggi che compio sessant’anni. Chissà che qualcuno non voglia raccoglierla. (6)

NOTE
1. Il video ha una durata di circa 8 minuti, di cui i primi 3 sono dedicati alle nominations. Poi Dustin Hoffman sale sul palco. Kramer contro Kramer (regia di Robert Benton), uscì nelle sale l’anno prima e vinse ben cinque Oscar, ottenendo diverse altre nominations. Riporto qui per intero il discorso di Hoffman in lingua originale:
«Thank you. [Inspects the Oscar.] He has no genitalia and he’s holding a sword. I’d like to thank my parents for not practicing birth control.
I’m up here with mixed feelings. I’ve been critical of the Academy, and for reason. I am deeply grateful for the opportunity to be able to work. I am greatly honored for being chosen by the producer, Stanley Jaffe, and the director, Bob Benton, and to have worked in a family with them, and with Meryl and with Justin, who if he loses again we’ll have to give him a lifetime achievement award. And to Jane Alexander and to Jerry Greenberg and to Néstor and to the crew on the film who was part of that family. And to the crew and to the directors like Bob Fosse and Mike Nichols and John Schlesinger that I’ve worked with before. We are laughed at when we are up here, sometimes, for thanking. But when you work on a film you discover that there are people who are giving that artistic part of themself that goes beyond a paycheck, and they are never up here. And many of them are not members of the Academy, and we never hear of them. But this Oscar is a symbol, I think, and it is given for appreciation from those people whom we never see. They are part of our life.
I refuse to believe that I beat Jack Lemmon, that I beat Al Pacino, that I beat Peter Sellers. I refuse to believe that Robert Duvall lost. We are a part of an artistic family. There are sixty thousand actors in this Academy – pardon me – in the Screen Actors Guild, and probably a hundred thousand in Equity. And most actors don’t work, and a few of us are so lucky to have a chance to work with writing and to work with directing. Because when you’re a broke actor you can’t write; you can't paint; you have to practice accents while you’re driving a taxi cab. And to that artistic family that strives for excellence, none of you have ever lost and I am proud to share this with you. And I thank you.»
(Fonte: Academy Awards Acceptance Speech database, http://aaspeechesdb.oscars.org/link/052-1/)
2. Il valore commerciale della piccola scultura, alta 35 centimetri e placcata in oro 24 carati, si aggira intorno ai 300 dollari; sembra che sia stata chiamata “Oscar” da una certa Margaret Herrik, Segretaria dell’Accademia delle Arti e della Scienza del Cinema la quale, nel vedere la statuetta, avrebbe esclamato: «Somiglia a mio zio Oscar!». E’ solo una delle tante leggende legate all’Academy Awards e al mondo del cinema hollywoodiano.
3. Screen Actors Guild è un sindacato statunitense che rappresenta più di 150.000 attori di cinema e televisione.
4. Equity è una organizzazione molto influente che si occupa di finanziamenti, agenzie, diritti di proprietà intellettuale, assicurazioni ed altro ancora a favore degli artisti che lavorano nel cinema e in TV.
5. H. Böll, Opinioni di un clown, traduzione di Amina Pandolfi, Oscar Mondadori, 2001 (1963). Ringrazio Alberto Brasioli che mi fece conoscere questo affascinante e sferzante romanzo.
6. In realtà, si tratterebbe di raccoglierla di nuovo: all’epoca non sapevo che nel 1976 un regista ceco, Vojtěch Jasný, aveva già realizzato il film Opinioni di un clown, che tuttavia rimase pressoché sconosciuto.


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