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Jeshua e la bambina della tenda accanto

Autore: Genga, Glauco Maria  Curatore: Leonardi, Enrico
Fonte: CulturaCattolica.it
venerdì 8 gennaio 2016

Sollevò lo sguardo dalla pergamena: al vecchio professor Jacoby gli occhi guizzarono come a un bambino. Era così ogni volta che si imbatteva in una scoperta, grande o piccola che fosse. Del resto, Ben Jacoby aveva imparato con l’età a non avere fretta nel valutare gli esiti delle sue ricerche: anche una lettera nel margine di un cartiglio poteva portare la soluzione di un enigma secolare. Sapeva lavorare.
Si affacciò alla finestra, gustò per qualche minuto l’aria pungente della notte, quindi passò davanti alla litografia di Gerusalemme appesa alla parete e tornò soddisfatto alla scrivania. La Biblical Archaeology Society gli aveva affidato l’incarico di tradurre l’ultimo frammento di un rotolo di Qumran tralasciato, chissà perché, dai suoi colleghi nel lontano 1947. L’articolo ora in gestazione sarebbe stato il suo commiato dal mondo accademico. Entusiasta, rilesse la traduzione appuntata poco prima:
«E quando ormai la stella era scomparsa all’orizzonte, il bambino si destò e mosse il capo. Sembrava cercare i doni ricevuti poco prima da quei signori avvolti nelle magnifiche vesti cariche di colori e di broccati. Il piccolo vide l’incenso, vide la mirra, ma non vide il terafim d’oro, dono di Belshatzzar. Accennò ad una smorfia. Ma ecco, si voltò verso la mangiatoia accanto e vi scorse una bambina sorridente coi riccioli d’oro. Vederla così contenta lo riempì di gioia. Anche i suoi se ne accorsero

Mai letta una cosa del genere: forse era una leggenda essena del I secolo. Vi erano poi due righe del tutto illeggibili: in nessun modo il professore riusciva a decifrarle, nonostante l’ottima conoscenza dell’aramaico. Pazienza, l’avrebbe segnalato in nota con l’acribia che l’aveva reso celebre. Il manoscritto proseguiva:
«Accaduto nell’alloggio grande di Beit Lehem. Così racconta la gente di quelle parti. Ma gli Esseni, con i quali abito orsono tre anni, vanno dicendo che non fu così. Fu invece a Nazaret qualche anno dopo. Lì conobbe Rachel dai riccioli d’oro. A sette o otto anni giocavano spesso insieme e talvolta si azzuffavano, non visti, nella tenda di lei. Vi era anche il fratello di Rachel Antioco, o Antimo».
A Jacoby ciò bastava: anche se la nascita di Jeshua fosse stata tanto speciale come voleva la tradizione cristiana, Myriam e Joseph non avranno certo tenuto il bimbo sotto una teca di vetro. Dunque l’autore esseno doveva avere ragione: il villaggio di Nazaret avrà avuto 400 o 500 abitanti in tutto: molte tende, come dappertutto in Palestina, e poche case, una delle quali doveva essere quella del carpentiere. Jeshua sarà stato un bambino uguale in tutto e per tutto agli altri bambini.
Gli tornò in mente che in un vangelo apocrifo aveva letto come egli, dodicenne, avesse assistito ad una scena drammatica: a causa della siccità, erano morti quasi tutti i capi del gregge di certi vicini. Aron, suo coetaneo, cercava disperatamente di mantenere in vita un capretto soffiandogli aria in bocca: bocca a bocca con un capretto! Jeshua avrebbe ricordato per sempre la scena: piuttosto che perdere un compagno, avrebbe dato la vita per averlo ancora con sé.

Ma poi veniva la parte più interessante del frammento. Riguardava qualcosa che i teologi e i padri della chiesa non avevano mai indagato, dando troppo credito alla “scienza infusa” di Jeshua. Certo, anche gli esseni non scherzavano: la loro teoria dei “sette specchi dei rapporti umani” non l’aveva mai persuaso. Qui però il brano dello sconosciuto mostrava di avere colto nel segno: il figlio di Myriam e Joseph aveva avuto una vita affettiva davvero molto vivace. Il manoscritto terminava così:
«Uno dei discepoli che trovarono riparo qui da noi dopo il supplizio e la morte di Jeshua, racconta che, negli anni in cui il rabbino viaggiava e insegnava, a volte era amareggiato e contrariato. La sua gente non lo capiva. Ma egli non cessava di amarli. E in uno di quei giorni mi aveva raccontato di tornare spesso e volentieri con il pensiero ai suoi primi anni e a Rachel, la bambina della tenda accanto».
Come omaggio al Rettore della Gregoriana, amico di vecchia data, Ben Jacoby avrebbe intitolato il suo articolo: “Jeshua e la bambina della tenda accanto”.




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