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2016 05 11 Aleppo in agonia i ribelli colpiscono ospedale 17 bambini TANZANIA Chiesa cattolica incendiata AMAZZONIA Vescovo minacciato di morte perché lotta contro pedofilia PAKISTAN Boom di vocazioni al sacerdozio

Autore: Mazzucchelli, Don Pinuccio  Curatore: Mangiarotti, Don Gabriele
Fonte: CulturaCattolica.it
mercoledì 11 maggio 2016

SIRIA - Aleppo in agonia: i ribelli colpiscono ospedale, 17 bambini morti
Aleppo ha vissuto ieri (3 maggio) una delle peggiori giornate del conflitto
“Nella nostra zona (i quartieri cristiani a ovest di Aleppo, sotto il controllo governativo) questa mattina c’è un silenzio di tomba, poche le persone per strada e non si sente alcun rumore” prosegue padre Ibrahim, “ma in altre aree si continua a combattere. Ieri abbiamo vissuto la giornata peggiore della settimana, con bombardamenti pesantissimi” prosegue il parroco di Aleppo. Missili e razzi lanciati dalla zona sotto il controllo dei ribelli hanno colpito l’ospedale di Dabbi’t, centrando il reparto di ostetricia e uccidendo 17 bambini, oltre che donne e uomini. In precedenza avevano lanciato missili sulle università, in particolare l’università statale “costringendo migliaia di studenti a ripararsi per ore nei sotterranei per sfuggire alle violenze. Da qui il provvedimento del ministero dell’Istruzione di chiudere per tre giorni tutte le scuole della città”.

Quanto accade ad Aleppo è un vero e proprio crimine contro l’umanità
“Quanto stiamo vivendo - sottolinea il parroco di Aleppo - è un vero e proprio crimine contro l’umanità: perché colpire i bambini, i neonati, le donne partorienti, gli studenti universitari… chiamiamoli vendette o terrorismo, in realtà questi sono atti terribili. Chiediamo compassione e misericordia per queste vittime innocenti”. Ad Aleppo non esiste un ovest o un est, conclude il sacerdote, ma “tutti dobbiamo essere vicini a quanti hanno un motivo per soffrire, per chi ha subito violenze… per i neonati, gli anziani, i disperati. Come Chiesa siamo vicini non solo ai cristiani, ma a chiunque sia stato colpito nella sua dignità per queste violenze. E per questo rinnovo l’appello a tutti voi per la preghiera e vi ringrazio per la solidarietà, la vicinanza, la buona volontà!”.
(Radio Vaticana 04 05 2016)

Siria: i gesuiti sospendono il servizio per i rifugiati ad Aleppo
Un comunicato diffuso ieri sul sito del Centro Astalli rende noto che il Servizio dei Gesuiti per i rifugiati (Jrs) della regione Medio Oriente e Nordafrica (Mena) a seguito di “un’eccezionale ondata di violenza, come misura precauzionale in Siria ha sospeso, con grandissimo rammarico, con effetto immediato tutte le attività (centri di distribuzione aiuti, ambulatorio, mensa) ad Aleppo fino a nuovo ordine”.
(Radio Vaticana 05 05 2016)

TREGUA: La testimonianza: la città è una prigione
In Siria è entrata in vigore nella notte (tra il 4 e 5 maggio), dopo un accordo tra Usa e Russia, una fragile tregua ad Aleppo. La città è stata teatro, ieri e nei giorni scorsi, di intensi combattimenti tra ribelli e forze governative che hanno seminato morte, odio e paura. Su questi episodi di terrore Antonella Palermo ha raccolto la drammatica testimonianza di padre Ibrahim Alsabbagh, francescano, responsabile della Comunità cristiano-latina di Aleppo:

D. – Praticamente vivete come imprigionati…

R. – Viviamo come imprigionati. Non c’è tregua, non c’è pace: c’è soltanto il terrore. La gente rimane nelle case, anche se non è al sicuro. La città è bloccata, non c’è più lavoro. La gente anche se continua ad avere il fiato nei polmoni, non riesce più a respirare in modo normale. Abbiamo avuto tanti collassi di origine nervosa, abbiamo avuto tanti casi con problemi psicologici derivati dalla paura. I bambini e le mamme piangono. Un missile ha abbattuto un ospedale pediatrico e per donne partorienti e all’istante sono morti 17 bambini, di cui il più grande aveva un anno, senza contare poi le donne e gli uomini. Regna il terrore. Non sappiamo il perché di questo terrore, di quello che ci sta succedendo. Come se non bastasse, Aleppo è senz’acqua, senza elettricità, senza lavoro e nella povertà. Dopo tutto quello che è successo in cinque anni di guerra, adesso si è aggiunto l’inferno. Io non sono ancora potuto uscire dal convento, nonostante tutta la mia buona volontà di uscire, per andare a visitare le case danneggiate, per pregare con le famiglie. Per telefono sentiamo tanta sofferenza, vediamo anche tante lacrime negli occhi delle famiglie cristiane. Noi rifiutiamo tutti i modi di uccidere i civili, di colpire sia ospedali, scuole ed anche edifici, per utilizzare una pressione su una parte o sull’altra. Ci sentiamo veramente solidali con ogni persona che viene colpita, quando è innocente e non porta armi.
(Radio Vaticana 05 05 2016)

TANZANIA - Chiesa cattolica incendiata: terzo luogo di culto cristiano dato alle fiamme dall’inizio dell’anno
Una chiesa cattolica è stata data alla fiamme nel nord-ovest della Tanzania. Si tratta della chiesa di Nyarwele, nella regione di Kagera, nell’estremo nord-ovest della Tanzania, al confine con Uganda, Burundi e Rwanda.
Secondo notizie solo ora pervenute all’Agenzia Fides, il fatto è avvenuto il 2 maggio. Secondo i testimoni le fiamme hanno distrutto tra l’altro documenti della parrocchia, sedie, panche, libri liturgici e il generatore.
Si tratta del terzo luogo di culto cristiano dato alle fiamme nell’area dall’inizio dell’anno. Negli ultimi quattro mesi sono stati bruciati un tempio della Tanzania Assemblies of God ed uno Pentecostale. Nel settembre 2015, sempre a Kagera, erano state bruciate nel giro di una settimana ben sei chiese, tra cui quella cattolica di Kitundu.
“Quelli che pensano che distruggendo le nostre chiese non pregheremo più, si sbagliano...c’è un grande albero vicino alla chiesa e continueremo a riunirci lì per pregare” ha detto don Fortunatus Bijura, uno dei sacerdoti che operava nella chiesa distrutta.
Sua Ecc. Mons. Almachius Vicent Rweyongeza, Vescovo di Kayanga, la diocesi sotto la quale ricade Nyarwele, ha invitato tutti alla calma e alla collaborazione con le autorità di polizia per portare di fronte alla giustizia gli autori di questi crimini. (Agenzia Fides 9/5/2016)

AMAZZONIA - Vescovo minacciato di morte perché lotta contro pedofilia
Il cardinale Cláudio Hummes, presidente della Commissione episcopale per l’Amazzonia, ha appena compiuto un viaggio nell’isola brasiliana di Marajó, situata alla foce del Rio delle Amazzoni. Una realtà difficile, dove povertà e abusi, soprattutto ai danni dei più piccoli, sono all’ordine del giorno. Per questo è stato accolto con grande soddisfazione l’appello-denuncia lanciato domenica scorsa dal Papa al Regina Caeli contro le violenze sui bambini. Ma ascoltiamo il cardinale Hummes al microfono di Cristiane Murray:
R. – C’è questo grande flagello dell’abuso sessuale sui minori, sui bambini, nei barconi che passano per i grandi fiumi, dove la gente è molto povera e, dall’altra parte, un’impunità totale, che è qualcosa di intollerabile, qualcosa che non si può veramente accettare in nessuna forma. E’ inaccettabile! Il Papa ha parlato di questo e noi ne siamo molto contenti, perché qui rafforza tutto il lavoro fatto dalla Chiesa contro questa piaga. E’ veramente un flagello. La Chiesa lì è sul posto, soprattutto mons. Azcona, vescovo di Marajó, che soffre delle persecuzioni a causa di questo e di altro. Persecuzioni e persino minacce di morte. Lui è sotto la protezione ufficiale dello Stato, perché è stato minacciato di morte a causa della sua lotta contro tutte queste miserie. Siamo, allora, molto contenti e grati al Papa, per questo intervento, per queste parole che lui ha pronunciato domenica, dicendo che è una vera tragedia che non può essere tollerata in nessuna forma e che quelli che sono coinvolti, i criminali, devono essere puniti severamente. Questa impunità, infatti, che tante volte si vede, non può essere accettata. Siamo, allora, davvero molto contenti di queste parole del Papa di domenica scorsa.
(Radio Vaticana 04 05 2016)

PAKISTAN - Boom di vocazioni al sacerdozio: una Chiesa viva e fervente nella fede
Quella pakistana è una Chiesa che vive la fede nelle difficoltà di ogni giorno, in un paese al 95% musulmano ed è “fervente nelle vocazioni sacerdotali e alla vita consacrata, segno della benedizione di Dio, che è sempre vicino al suo popolo”: lo rimarca all’Agenzia Fides p. Inayat Bernard, Rettore al Seminario minore di “Santa Maria” a Lahore.
P. Bernard, che guida una struttura con 26 giovani seminaristi, ricorda le cifre che contraddistinguono la Chiesa pakistana, fiorente nelle vocazioni: 23 ordinazioni sacerdotali, tra preti diocesani e religiosi, dall’inizio del 2015 a oggi, e 15 nuovi diaconi che si preparano a essere ordinati nel 2016. Intanto all’Istituto nazionale di teologia di Karachi studiano 79 seminaristi maggiori, e al Seminario maggiore intitolato a San Francesco Saverio a Lahore sono ben 96: “Sono numeri che preannunciano un futuro roseo per la Chiesa cattolica in Pakistan”, commenta p. Inayat, “senza dimenticare le numerose vocazioni negli ordini religiosi femminili: un segno di speranza che infonde fiducia e coraggio anche nelle difficoltà”. E’ vero che la comunità cristiana, nella complessa situazione socio-politica del Pakistan, a volte soffre di patenti discriminazioni o che vi sono episodi di violenza, come l’attentato avvenuto a Pasqua a Lahore, “mentre il terrorismo colpisce in modo indiscriminato obiettivi religiosi, civili e militari”, osserva. Ma queste difficoltà “non intaccano la nostra libertà e la fede della popolazione, anzi la rafforzano e oggi ne stiamo apprezzando i frutti”, conclude. “E’ proprio vero che il martirio, che a volte sperimentiamo, è di per sè seme di nuovi cristiani e resta un dono di Dio che solo con la fede si può comprendere e vivere”, conclude. (PA) (Agenzia Fides 4/5/2016)


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