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2016 10 04 INDIA - Ucciso un politico cristiano in Tamil Nadu ALEPPO - il rischio della scomparsa dei cristiani. Informazione a senso unico prepara un bagno di sangue?

Autore: Mazzucchelli, Don Pinuccio  Curatore: Mangiarotti, Don Gabriele
Fonte: CulturaCattolica.it
martedì 4 ottobre 2016

ASIA/INDIA - Ucciso un politico cristiano in Tamil Nadu
Un cristiano pentecostale, impegnato in politica, è stato assassinato nei pressi di una chiesa a sud di Chennai, in Tamil Nadu (India meridionale). Come appreso da Fides, l’uomo si chiamava Dhanasekharan, aveva 34 anni e frequentava la chiesa pentecostale di Devasabha. La mattina del 2 ottobre si trovava in una sala di preghiera quando quando ha ricevuto una chiamata per partecipare alla preghiera in una chiesa di un’atra località. Uscito, è stato brutalmente aggredito da un gruppo di uomini armati di falci e armi da taglio. Secondo alcuni testimoni oculari, l’uomo ha cercato di fuggire, ma è stato inseguito e colpito a morte. Dhanasekharan era anche membro del Consiglio di un piccolo municipio locale, composto da sei villaggi, in qualità di appartenente al partito “Dravida Munnetra Kazhagam” (DMK).
Dopo l’omicidio i membri del partito si sono radunati chiedendo giustizia. Secondo gli inquirenti , dietro l’assassinio ci sono motivi di rivalità politica. Commentando l’omicidio a Fides, Sajan K. George, presidente del “Consiglio globale dei cristiani indiani” (Gcic) afferma: “Questo omicidio è l’ulteriore dimostrazione che le minoranze cristiane sono particolarmente vulnerabili. La scia di aggressioni compiute da militanti indù ai danni dei fedeli pentecostali è nota. La polizia sta indagando ma a nostro parere Dhanasekharan è stato ucciso anche a causa della sua fede” . (PA) (Agenzia Fides 4/10/2016)

SPECIALE SIRIA - Papa Francesco

Udienza generale del 28 settembre
Un vigoroso appello
per la Siria quello pronunciato dal Papa al termine dell’Udienza generale di mercoledì scorso. Dopo i saluti, Francesco ha detto: “Il mio pensiero va un’altra volta all’amata e martoriata Siria. Continuano a giungermi notizie drammatiche sulla sorte delle popolazioni di Aleppo, alle quali mi sento unito nella sofferenza, attraverso la preghiera e la vicinanza spirituale”.
Nell’esprimere “profondo dolore e viva preoccupazione per quanto accade in questa già martoriata città, dove muoiono bambini, anziani, ammalati, giovani, vecchi, tutti … “, il Pontefice “rinnova a tutti l’appello ad impegnarsi con tutte le forze nella protezione dei civili, quale obbligo imperativo ed urgente”.
A braccio infine aggiunge: “Mi appello alla coscienza dei responsabili dei bombardamenti che dovranno dare conto davanti a Dio”.

Il giorno dopo: mysterium iniquitatis
Dopo un anno, poco è cambiato in Siria e Iraq. Nonostante i vari sforzi prodigati in vari ambiti dalla Chiesa, “la logica delle armi e della sopraffazione, gli interessi oscuri e la violenza continuano a devastare questi Paesi” e “fino ad ora, non si è saputo porre fine alle estenuanti sofferenze e alle continue violazioni dei diritti umani”. Addirittura “ad Aleppo, i bambini devono bere l’acqua inquinata!”.
È un amaro bilancio quello che trae il Papa della crisi umanitaria che investe il Medio Oriente, incontrando i membri degli organismi caritativi cattolici attivi in tale contesto riuniti a partire da oggi (29 settembre) a Roma per un vertice promosso dal Pontificio Consiglio Cor Unum, che registra la presenza, tra gli altri, dell’inviato speciale Onu per la Siria, Staffan de Mistura.
“Le conseguenze drammatiche della crisi sono ormai visibili ben oltre i confini della regione”, afferma il Papa. Ne è espressione il grave fenomeno migratorio. “La violenza genera violenza”, commenta, e “abbiamo l’impressione di trovarci avvolti in una spirale di prepotenza e di inerzia da cui non sembra esserci scampo”.

“Questo male che attanaglia coscienza e volontà ci deve interrogare”, sottolinea il Santo Padre. E, rammaricato, domanda: “Perché l’uomo, anche al prezzo di danni incalcolabili alle persone, al patrimonio e all’ambiente, continua a perseguire le prevaricazioni, le vendette, le violenze?”.

“È l’esperienza di quel mysterium iniquitatis, di quel male che è presente nell’uomo e nella storia e ha bisogno di essere redento”, rileva Francesco, “distruggere per distruggere”. Tuttavia, una risposta a tali drammi esiste e “si trova nel mistero di Cristo”, “Misericordia incarnata che ha vinto il peccato e la morte”.

Bergoglio cita le parole di San Giovanni Paolo II: «Il limite imposto al male, di cui l’uomo è artefice e vittima, è in definitiva la Divina Misericordia» e invita a fissare lo sguardo su Gesù e anche sui “tantissimi volti sofferenti, in Siria, in Iraq e nei Paesi vicini e lontani dove milioni di profughi sono costretti a cercare rifugio e protezione”. È in essi, infatti, che “la Chiesa scorge il volto del suo Signore durante la Passione”.

Riflesso di tale misericordia è proprio il lavoro di quanti sono impegnati ad aiutare tutta questa gente, salvaguardandone la dignità; un segno – annota il Pontefice – “che il male ha un limite e che non ha l’ultima parola”. Un segno di “grande speranza”, per il quale il Papa ringrazia anche “tante persone anonime (ma non per Dio!) le quali, specialmente in questo Anno giubilare, pregano e intercedono in silenzio per le vittime dei conflitti, soprattutto per i bambini e i più deboli, e così sostengono anche il vostro lavoro”.

Un ultimo, ma non per questo meno importante, pensiero va alle comunità cristiane del Medio Oriente, che soffrono le violenze e guardano con timore al futuro. “In mezzo a tanta oscurità – dice il Vescovo di Roma – queste Chiese tengono alta la lampada della fede, della speranza e della carità. Aiutando con coraggio e senza discriminazioni quanti soffrono e lavorano per la pace e la coesistenza, i cristiani mediorientali sono oggi segno concreto della misericordia di Dio”.
“Ad esse va l’ammirazione, la riconoscenza e il sostegno della Chiesa universale”, conclude il Santo Padre, che affida queste comunità e quanti operano al servizio delle vittime della crisi all’intercessione di Santa Teresa di Calcutta, “modello di carità e di misericordia”.

Aleppo: guerra anche di informazione

L’informazione a senso unico rischia di suggerire che l’unica soluzione è un bagno di sangue dei “buoni” verso i “cattivi”.

Da almeno due settimane la metropoli del nord - divisa nei settori occidentale sotto il controllo del governo (oltre un milione di persone) e orientale (250mila gli abitanti) in mano ai ribelli e alla galassia jihadista - è oggetto di una pesante campagna di bombardamenti.
Sotto accusa è il governo russo.
Il governo russo, a sua volta, imputa agli Stati Uniti l’incapacità di separare i movimenti di opposizione moderata rispetto ai gruppi jihadisti ed estremisti islamici presenti sul territorio.

Il conflitto siriano, divampato nel marzo 2011 come rivolta di piazza contro il governo del presidente Bashar al Assad, e trasformatosi in una guerra regionale con derive jihadiste, ha causato sinora oltre 300mila morti (430mila secondo altre fonti). Sono milioni i profughi, costretti a fuggire dalle loro case a causa delle violenze, originando una catastrofe umanitaria senza precedenti. Oltre 4,8 milioni di persone sono fuggite all’estero, 6,5 milioni gli sfollati interni.

I media occidentali:
“La comunità internazionale, autoproclamatasi amici della Siria, ha subito privato ogni possibilità per lo stato siriano di comunicare con i propri cittadini utilizzando il satellite Arabsat perché le trasmissioni sarebbero state di parte. Nello stesso tempo tutti i nostri media hanno iniziato a utilizzare come unica fonte di notizie provenienti dalla Siria l’Osservatorio siriano per i diritti umani (Ondus) con sede a Londra, diretta espressione dei ribelli Siriani…” (Patrizio Ricci, il sussidiario.net)

Fuga dalla zona in mano ai ribelli (testimonianze)
Intanto sul fronte del conflitto decine di famiglie di Aleppo sono riuscite in queste ore a superare la linea di demarcazione che separa la zona est (in mano ai ribelli) al settore ovest, chiedendo protezione al governo siriano. Una fuga dalla zona teatro di pesanti bombardamenti congiunti russo-siriani, nonostante il divieto di abbandonare la zona orientale imposto dalle milizie estremiste islamiche di al Nusra e Harakat Nur Eddin Al Zenki. Un dramma che coinvolge 300mila civili, che vivono da ormai quattro anni nel terrore e che, di recente, sono stati usati come scudi umani.
Gli abitanti della parte ovest di Aleppo - oltre un milione di persone - pur essendo anch’essi in una situazione umanitaria catastrofica, si sono uniti in una catena di solidarietà senza precedenti. Testimoni riferiscono di persone che arrivano da tutte le parti, di tutte le confessioni (musulmane e cristiane), portando con loro il poco che hanno per aiutare gli sfollati. Coperte, materassi, asciugami, giocattoli, cibo, qualcuno ha perfino portato una radiolina con batterie; il governo siriano ha trasferito gli esuli verso un campo di prima accoglienza, già allestito in precedenza.
Le autorità municipali di Aleppo ovest hanno messo a disposizione dei pulmini bianchi, per il trasferimento degli sfollati; da stamane sono attivi camion che caricano acqua, una risorsa primaria che comincia a scarseggiare in questo settore della città. Le autorità hanno allestito un forno per la distribuzione gratuita di pane; al contempo hanno attivato un dispensario medico, per effettuare visite e amministrare le cure agli esuli. In aggiunta vi è anche un team di psichiatri - tutti volontari - che ha dato la propria disponibilità per trattare i traumatizzati.
Una donna fra le decine di profughi fuggiti dal settore orientale descrive il clima di paura, privazione e divieto che si vive sotto il controllo delle milizie estremiste (e jihadiste) del settore est. “Avevamo difficoltà a garantirci il pane - racconta alla tv di Stato siriana - senza parlare della corrente elettrica e dell’acqua. Non potevamo nemmeno mandare i figli a scuola”. Un uomo ha descritto il “terrore con il quale ci tenevano segregati, facendoci credere di continuo che l’esercito regolare ci avrebbe massacrato tutti. E se avessimo tentato di passare dall’altra parte, la nostra vita non sarebbe più stata in salvo”. I nuovi arrivati hanno lanciato un appello ai loro concittadini rimasti nella parte est della città, invitandoli a “rompere le barriere del terrore” e “passare alla parte ovest”.

Le armi continuano ad arrivare
Sul fronte dei belligeranti giunge però anche voce che i miliziani abbiano ricevuto “un quantitativo eccellente di lancia missili di tipo Grad, con una gettata che raggiunge i 40 km”, da impiegare “nelle battaglie di Aleppo, Hama e della zona costiera”. A riferirlo alla Reuters è Fares Al Biush, uno dei capi delle cosiddette milizie moderate che controllano il settore orientale.
Il pericolo, come del resto è avvenuto anche in passato, è che armi e munizioni finiscano nelle mani dello Stato islamico (SI). Inoltre, secondo quanto riferisce la rivista Focus al Nusra avrebbe ricevuto un rifornimento di missili anti-aerei trasportabili a spalla. Una notizia che rischia di far aumentare il tunnel di morte e distruzione che da anni colpisce questa parte del pianeta, dove tutti gettano benzina sul fuoco. Dagli Stati Uniti giunge infine voce che molti emirati del Golfo, con l’Arabia Saudita in testa, siano pronti a fornire altri missili anti-aerei ai gruppi ribelli armati e ai jihadisti di Aleppo est.

Il dramma della chiesa: la fuga dei cristiani. Le chiese si possono ricostruire, le comunità no.
Nel frattempo, non si fermano “l’esodo e l’emorragia di cristiani” dalla regione. “Possiamo avere qualche chiesa danneggiata – ha commentato monsignor Zenari – ma la ferita più grossa è l’esodo dei cristiani. Una chiesa intesa come edificio si può ricostruire ma la chiesa intesa come comunità viene irrimediabilmente distrutta dall’esodo: una volta partiti, i cristiani verranno accolti da altre chiese in Europa ma per le chiese apostoliche di origine, questi cristiani sono perduti…”.

I bombardamenti colpiscono tutti
Aleppo (AsiaNews) - Ad Aleppo si continua a combattere e a morire non solo nella zona est, teatro dell’offensiva dell’esercito siriano sostenuto dai raid russi, ma anche nei quartieri occidentali controllati dal governo. Fonti locali riferiscono che nel fine settimana i raid aerei russo-siriani hanno colpito un ospedale del settore orientale. Intanto, da giorni i quartieri armeni della metropoli del nord della Siria, concentrati nel settore ovest di quella che un tempo era la capitale commerciale ed economica del Paese, sono finiti di nuovo sotto il tiro incrociato dei missili provenienti dal settore est della città, controllato dai jihadisti.
L’attacco è iniziato la mattina del 30 settembre e, secondo fonti locali ha riguardato con particolare intensità le aree (a maggioranza armena) di Nor Kiugh e Villa. Dietro i lanci vi sarebbero i miliziani di al Nusra, che agirebbero - spiegano testimoni della zona - su ordine diretto della Turchia. Dai vertici di Ankara partirebbero infatti le istruzioni, precise e dettagliate, di come colpire i civili armeni.
Dalle pagine del quotidiano Kantzasar, la comunità armena di Aleppo ha lanciato appelli e richieste di aiuto a tutte le Chiese del mondo, affinché “cessino i bombardamenti contro i civili innocenti in ambedue le parti della città”. Il quotidiano armeno della metropoli settentrionale ha inoltre ringraziato “Sua Santità il papa, che durante la sua visita pastorale in Georgia non ha dimenticato la tragedia di Aleppo”.

I Francescani: fare di Aleppo una “Zona di Sicurezza” sotto il controllo dei Caschi Blu
La comunità internazionale deve adoperarsi concretamente “per fare di Aleppo una Zona di Sicurezza” da porre sotto il controllo diretto “delle Forze di pace dell’Onu”, applicando alla tragica situazione siriana “le migliori soluzioni apprese in precedenti esperienze per garantire la massima collaborazione e la riuscita dell’iniziativa”. Nel giorno in cui la Chiesa celebra la festa di San Francesco di Assisi, i Frati Minori – componente della Famiglia francescana di cui fa parte anche la Custodia di Terra Santa – lanciano un appello urgente e pieno di implicazioni operative per chiamare la comunità internazinele a fermare la carneficina in atto nella città martire e in altre aree della Siria.
L’appello, co-firmato dal Ministro generale Fr. Michael A. Perry OFM e dal Custode di Terra Santa Fr. Francesco Patton OFM, richiama l’attenzione sul fatto che anche “altre zone di Sicurezza dovrebbero essere create in Siria, come parte integrante di un piano completo per garantire l’incolumità di tutti e raggiungere definitivamente la pace. Queste Zone – si legge nel testo dell’appello, pervenuto all’Agenzia Fides - dovrebbero essere poste sotto il controllo delle Forze di Pace dell’ONU, che opererebbero su mandato del Consiglio di Sicurezza e con la totale cooperazione delle diverse parti coinvolte nella guerra”.
I superiori dell’ordine dei Frati Minori e della Custodia di Terra Santa chiedono a “tutte le forze in campo e a tutti coloro che hanno responsabilità politiche, di mettere al primo posto il bene della popolazione inerme della Siria, di far immediatamente tacere le armi e di porre fine all’odio e a qualsiasi tipo di violenza, in modo tale che si possa davvero trovare e percorrere la via della pace, della riconciliazione e del perdono”.
In particolare – fanno notare p. Perry e p. Patton - l’istituzione di una Zona di Sicurezza attorno ad Aleppo “permetterebbe alla popolazione tutta, provata dalle immani conseguenze del conflitto, senza discriminazione alcuna, di poter ricevere i necessari aiuti umanitari, ritrovare sicurezza e protezione e riscoprire la fiducia e la speranza in un futuro immediato abitato e animato solamente dalla pace”. Un pensiero è rivolto dai due Superiori religiosi anche “ai nostri confratelli che con coraggio continuano a vivere in Siria e a testimoniare, come veri “buoni samaritani”, la loro vicinanza di servizio concreto a tutta la popolazione gravata dalle strazianti conseguenze del conflitto”.
Attualmente sono circa quindici i Frati Minori presenti in Siria. Tra loro – confermano a Fides fonti locali -, oltre ai religiosi dislocati a Damasco, Aleppo e Latakia, ci sono due frati che continuano a svolgere la loro opera pastorale a Knayeh, Yacoubieh e Jdeideh, i paesini della Valle dell’Oronte, sottoposti al dominio delle forze jihadiste, dove alcune centinaia di battezzati continuano a vivere, pregare e partecipare alle Messe celebrate nelle tre parrocchie cattoliche spogliate delle campane, delle croci e delle statue dei Santi. I due frati che stanno con loro sono gli unici sacerdoti e religiosi cristiani rimasti nelle terre dove dettano legge le milizie jihadiste. (Agenzia Fides 4/10/2016).

Il commento

Quel popolo di Aleppo che non merita solidarietà
di Robi Ronza
24-09-2016 LNBQ
(…)
Tuttavia, più che mai in questa guerra, l’informazione è così strumentalizzata e distorta che in fin dei conti ancora una volta l’unica cosa certa è che le sofferenze degli abitanti della città non accennano a finire; che il mistero del male di cui la strage degli innocenti è paradigma non cessa di riproporsi. Sappiamo, insomma, che Aleppo è di nuovo un campo di battaglia. Al di là di questo dato complessivo tutto il resto è confuso ed incerto, fermo restando un fatto sin qui sempre confermato: il grosso delle notizie sulle sofferenze dei civili a causa dei bombardamenti e dei cannoneggiamenti proviene dai quartieri orientali sotto il controllo degli “insorti”.
Delle bombe e dei tiri di mortaio che invece prendono di mira i quartieri occidentali sotto il controllo dei governativi, dove tra l’altro vive la maggior parte dei cristiani, si sa poco, tardi e male. Come si ricorderà, infatti, la malaugurata rivolta senza prospettive contro il regime di Assad, che ormai cinque anni fa precipitò la Siria nella guerra, si fondava su una strana alleanza fra Stati Uniti, ambienti della borghesia progressista locale e movimenti integralisti islamici, questi ultimi incautamente ritenuti da Washington non determinanti. Nonostante tutto quello che da allora a oggi è accaduto, l’occhio di riguardo verso gli “insorti”, con cui l’ordine costituito dei media e delle grandi ong cominciò a guardare alla crisi siriana, non è più venuto meno.
Perciò – osserviamo per inciso -- le grandi agenzie e i grandi giornali continuano tra altro a definire “insorti” quella che invece è in larga misura una grande “legione straniera”, armata e rifornita attraverso la Turchia; in realtà una forza di invasione costituita da jihadisti provenienti da circa quaranta diversi Paesi di ogni parte del mondo. Nel convulso conflitto che ne è derivato, anche a seguito del successivo intervento della Russia, con le potenze della coalizione che mentre fanno la guerra ai jihadisti (dell’Isis e di altre sigle) si fanno anche la guerra tra loro, chi paga le spese del conflitto è innanzitutto la popolazione civile.
Non però soltanto quella che si trova nelle aree sotto il controllo degli “insorti”; e quindi subisce i bombardamenti aerei russi e governativi di cui poi le grandi agenzie e gli uffici stampa delle grandi ong distribuiscono a piene mani informazione e servizi video. Non sta meglio, infatti, quella che si trova nelle aree sotto il controllo del governo di Damasco, e quindi subisce i tiri indiscriminati di mortaio e gli agguati dei cecchini degli “insorti”. Ad Aleppo, che aveva circa tre milioni di abitanti, si stima che ne restino ancora circa un milione e mezzo; si tratta in genere dei più poveri tra i poveri, di coloro che non hanno né i mezzi economici né la possibilità pratica di allontanarsi dalla città.
Di questi circa tre quarti vivono nell’area sotto il controllo del governo e il resto in quella sotto il controllo degli “insorti”. In quanto ai cristiani, dei 150 mila che vi abitavano ne restano ad Aleppo circa 30 mila. Rimane in funzione una sola parrocchia, quella di San Francesco, cui provvedono cinque frati della Custodia di Terra Santa, fra cui padre Firas Lufti e padre Ibrahim, che molti in Italia e altrove in Europa hanno avuto modo di conoscere. La parrocchia è divenuta un centro di soccorso, di aiuto sanitario e alimentare e di assistenza aperto a tutti, cristiani e musulmani.

Sembra purtroppo che le potenze coinvolte nella crisi non riescano a risolverla con un accordo diplomatico. In tal caso siamo inevitabilmente alla vigilia di una grande battaglia per la definitiva conquista di Aleppo, chiave di volta del conflitto. E perciò alla vigilia di altre distruzioni indiscriminate e di altre sofferenze di innocenti e di indifesi, in particolare donne, vecchi e bambini. Attendiamoci tra l’altro la consueta informazione unilaterale, ricca di immagini e di particolari con riguardo alle sofferenze causate dai bombardamenti aerei delle forze della coalizione e del governo di Damasco, e muta invece sulle sofferenze causate dalle armi degli “insorti” ai civili che vivono nei quartieri sotto controllo governativo.
Le tv, le grandi ong francesi e inglesi, e gli inviati dei grandi giornali ci parleranno molto delle prime. Le seconde dovremo per lo più immaginarcele, ma nella realtà non saranno da meno.


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