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2016 11 30 CAMERUN Distrutta croce Ngock Lituba VENEZUELA governo confisca le medicine INDONESIA minacce dai radicali islamici TESTIMONIANZA Aleppo assediata

Autore: Mazzucchelli, Don Pinuccio  Curatore: Mangiarotti, Don Gabriele
Fonte: CulturaCattolica.it
martedì 29 novembre 2016

CAMERUN - Distrutta la croce sulla “montagna sacra” Ngock Lituba: primo atto di un nuovo movimento integralista tradizionale
La distruzione della croce posta all’ingresso della grotta sulla montagna Ngock Lituba (nella Sanaga Marittima, in Camerun) segna l’inizio delle attività di un movimento integralista che vuole tornare alle tradizioni religiose locali.
Secondo quanto scrive il quotidiano camerunese “Le Messager” da diversi mesi all’interno della tribù Bassa era in gestazione la costituzione di questo movimento chiamato Mbog Bassa che intende sradicare ogni altra credenza che non sia quella della tradizione.
La distruzione della croce di Ngock Lituba (che significa “roccia forata”) è un gesto altamente simbolico, perché questa montagna è considerata sacra nella tradizione locale e non tutti avevano gradito l’erezione della croce in quel luogo.
Secondo il giornale, il nuovo movimento intende procedere nella distruzione dei luoghi di culto, come chiese e moschee, che sorgono nell’area abitata dalla popolazione Bassa. In seguito si intende procedere alla distruzione di ogni simbologia occidentale e alla sua sostituzione con quella locale.
Infine, secondo “Le Messanger”, il movimento vuole attaccare il sistema educativo camerunese di stampo occidentale per mettere in discussione le filosofie e le scienze occidentali, la libertà religiosa e la laicità dello Stato.
(L.M.) (Agenzia Fides 25/11/2016)

VENEZUELA - il governo confisca le medicine donate alla Caritas
“Caritas Venezuela, da luglio 2016, ha monitorato ed eseguito ogni procedura prevista dalla legge per il ritiro della donazione ricevuta”. Con queste parole, la Commissione di Giustizia e Pace della Conferenza episcopale venezuelana contesta, in un comunicato, la disposizione del governo di confiscare un carico di medicinali e supplementi alimentari donati all’istituzione religiosa per presunte irregolarità burocratiche. La settimana scorsa, il Servizio nazionale d’Amministrazione tributaria e doganale (Seniat), ha pubblicato nell’account di Twitter, che il carico indirizzato a Caritas Venezuela era stato dichiarato irricevibile per non avere presentato la documentazione richiesta entro i 30 giorni previsti dalla normativa. E aggiunge che “la dogana principale de La Guaira ha aggiudicato la merce all’Istituto Venezuelano dei Servizi Sociali (Ivss)”

Vescovi: “Abbiamo agito nel rispetto delle normative e della legge”
Il comunicato della Commissione episcopale spiega che il 5 agosto 2016 ha comunicato al Seniat (Servizio di amministrazione tributaria e doganale) e alle autorità del Ministero della Sanità l’imminente arrivo di un container con 525 scatole di medicinali e 92 scatole di supplementi alimentari. D’allora sono iniziati le procedure per la documentazione ed i permessi richiesti per l’ingresso della merce che è arrivata il 23 agosto al Porto principale de La Guaira. “Abbiano agito nel rispetto della legge – si legge nel comunicato-, abbiamo seguito le normative e ascoltato ogni raccomandazione affinché il ritiro della donazione proveniente da Caritas Cile potesse arrivare a buon fine”.

Evitare la politicizzazione del tema degli aiuti umanitari.
Il comunicato dei vescovi invita i cittadini, i funzionari, gli osservatori e le Ong a sollecitare ancora una volta allo Stato di facilitare l’ingresso di medicinali e di alimenti provenienti dalla cooperazione solidaria di altri Paesi. I vescovi chiedono ai leader nazionali di evitare di “politicizzare il tema” degli aiuti umanitari e di “agire a favore di chi soffre senza distinzioni di colore o di partito politico”. In questo contesto la Commissione episcopale chiama il governo a cercare soluzioni tempestive alle difficoltà generate dalla carenza di alimenti e di medicine. Anche la raccomandazione dei vescovi all’Ivss “di dare buon uso e distribuire in maniera equa i medicinali donati a questa istituzione fiduciosi del loro buon servizio”. (Radio Vaticana)

INDONESIA - In costruzione la chiesa cattolica di Santa Chiara: minacce dai radicali islamici
“Bruceremo la chiesa se il cantiere continua il lavoro”: con questa minaccia oltre 500 musulmani hanno manifestato a Bekasi, vasto sobborgo della metropoli Giacarta, per impedire la costruzione della chiesa cattolica dedicata a Santa Chiara. I manifestanti, assiepatisi nei giorni scorsi, affermano con slogan e proteste che la chiesa ha violato la legge, manipolando e falsificando le firme dei cittadini che sostengono la costruzione dell’edificio di culto. Secondo disposizione di legge che variano da provincia a provincia, in Indonesia il rilascio del permesso per la costruzione di un tempio, per qualsiasi comunità religiosa, richiede una domanda pubblica firmata da un numero stabilito di credenti, residenti nella provincia interessata.
Come rileva una nota della parrocchia di Santa Chiara, pervenuta a Fides, i dimostranti hanno dichiarato la loro ferma opposizione alla costruzione della chiesa, minacciando di marciare e di incendiarla se la loro petizione sarà ignorata.
In risposta alle richieste dei manifestanti, il frate cappuccino Raymundus Sianipar, parroco di Santa Clara, ha spiegato a Fides che la parrocchia ha regolarmente richiesto e ottenuto il permesso di costruzione, seguendo in modo rigoroso i termini amministrativi: “La domanda è stata presentata ben 17 anni fa. In questi anni abbiamo rispettato tutti i requisiti e le normative. Abbiamo atteso con pazienza rispettando la legge e affrontando le sfide necessarie”.
Sul numero dei parrocchiani, don Rasnius Pasaribu, segretario del consiglio pastorale parrocchiale, ha spiegato che la chiesa ha quattro sacerdoti che curano 9.422 fedeli sparsi nella vasta area di Nord Bekasi che abbraccia 58 quartieri. Si tratta di un alto numero di fedeli che vivono anche a notevole distanza dalla chiesa, ed è dunque difficile garantire un adeguato servizio pastorale. “Oggi – rileva don Rasnius – la domenica si celebra la messa in una sala improvvisata che ospita 300 persone. E molte altre seguono la messa in strada. Quando piove le persone si accalcano nella sala e nelle terrazze delle case dei vicini”.
Dopo una verifica durata 17 anni, il 28 luglio 2015 il sindaco di Belasi, il musulmano Rahmat Effendi, ha rilasciato la concessione edilizia per costruire la chiesa cattolica di Santa Chiara. “Abbiamo correttamente soddisfatto tutti i requisiti. Tutto è documentato” dichiara Rasnius a Fides, rigettando le illazioni sul fatto che la chiesa in costruzione sia la più grande dell’Asia. “Il terreno a nostra disposizione è di soli 6.500 metri quadrati, e stiamo costruendo un edificio di 1.500 metri quadrati, arricchito da spazi verdi esterni” spiega il sacerdote.
La comunità cattolica non ha alcuna ostilità verso i residenti di Bekasi e “la chiesa è un luogo che accoglie sempre tutti a braccia aperte”: “Siamo fratelli, concittadini e compatrioti”, afferma don Rasnius, chiedendo ai residenti di mostrare il medesimo spirito di accoglienza e di reciproca tolleranza.
Il governo dell’attuale presidente indonesiano Joko Widodo aveva annunciato di voler affrontare la questione dei permessi per costruire i luoghi di culto, eliminando alcuni vincoli stabiliti dal famigerato “Izin mendirikan bangunan”, il permesso di costruzione che dal 2006 regola la nascita o la ristrutturazione degli edifici di culto. Secondo il decreto oggi in vigore, ogni progetto per essere approvato deve avere la firma di almeno 99 fedeli e deve essere sostenuto da almeno 60 residenti nell’area, approvati dal capo villaggio. Nel corso degli anni, il permesso per edificare o restaurare una cappella o una sala di preghiera è divenuto una questione cruciale, attirando le proteste dei gruppi islamici radicali, che hanno arbitrariamente bloccato progetti già avviati o in fase di studio. (Agenzia Fides 29/11/2016)

TESTIMONIANZA

Aleppo assediata. P. Ibrahim: chiedo a tutti di pregare per la pace

Sempre più grave la crisi in Siria e in particolare ad Aleppo, con la città assediata dall’esercito governativo che ha conquistato due quartieri della zona Est. Intervistato da Francesco Gnagni, il parroco della parrocchia latina di Aleppo, padre Ibrahim Alsabagh parla della situazione drammatica che sta vivendo la sua gente:

R. – Sentiamo l’esercito regolare, che avanza insieme con i caccia e gli aerei russi e con le forze iraniane per liberare la parte Est della città. Si vede che c’è un’avanzata organizzata proprio bene. Ci sono tantissimi bombardamenti da tutte le parti. Durante il giorno, se non anche di notte, in questa parte occidentale, subiamo tanti lanci di missili sulle abitazioni e sulle case, e questo terrorizza di più la gente.

D. – Le organizzazioni internazionali parlano del numero dei bambini in una situazione di assedio che negli ultimi dodici mesi è raddoppiato, ed è salito quindi a 50 mila…

R. – Noi qui abbiamo assistito a tanti funerali di bambini. Abbiamo assistito a veri massacri, con missili che sono caduti nelle aule scolastiche in pieno giorno, aule affollate di bambini… Poi, abbiamo visto con i nostri occhi che cosa vuol dire anche per un giovane perdere tutte e due le gambe, o ritrovarsi con il corpo pieno di pallottole o di particelle delle bombe esplose. Purtroppo, chi subisce, come in qualsiasi guerra, è sempre il più debole: ossia i bambini, che soffrono tanto, anche a causa della malnutrizione, e che vivono nel terrore, con problemi psicologici. Ma soffrono anche le donne, e specialmente le giovani donne.

D. – Quali sono principalmente le loro richieste o i loro desideri?

R. – Sicuramente le richieste e i desideri sono gli stessi: avere un po’ di pace, poter vivere senza ogni volta dover avere paura quando il proprio marito esce di casa. E sicuramente la speranza, la richiesta, è quella di avere un po’ di pace, per poter vivere con dignità.

D. – Si dice che il destino di Aleppo sia ormai quasi segnato: cioè che l’eventuale caduta della città rappresenterebbe una svolta a favore del regime di Assad, la cui azione tuttavia, come sta anche lei descrivendo, sta letteralmente demolendo un’intera città…

R. – Sicuramente, il rischio è sempre quello di parlare, e di concentrarci mentre lo facciamo, sulla parte Est della città o su quella Ovest. C’è una lettura che vede in quell’avanzata dell’esercito una liberazione dal terrorismo che la gente subisce nella parte occidentale; mentre quelli che si trovano nella parte Est vedono, in questa stessa avanzata dell’esercito, proprio l’apocalisse, la morte e la distruzione totale. Noi ci concentriamo di più sulla sofferenza dell’uomo, sull’uomo che viene privato della sua dignità umana. La Chiesa, dal primo momento del conflitto, aveva chiaramente detto che c’era tanto da cambiare e che bisognava farlo: “siamo tutti a favore del cambiamento, però un cambiamento che si fa con il dialogo, non con le armi”.

D. – Tutte le parti continuano a voler risolvere questo conflitto attraverso la soluzione militare, mentre alla guerra e alla violenza i cristiani di Aleppo rispondono con preghiere e digiuno. In modo particolare, in corrispondenza dell’inizio dell’Avvento…

R. – Infatti, ultimamente è un momento di grande disperazione. Abbiamo deciso – tutte le comunità cristiane insieme – mettendo davanti a noi i nostri bambini, di fare una preghiera insistente e continua per la pace. E quindi io approfitto anche di questa occasione per invitare tutte le parrocchie, tutti gli oratori, tutti i centri dei bambini, ma anche tutte le congregazioni e le case religiose, ad associarsi a noi in questa iniziativa di preghiera per la pace. Affinché ogni prima domenica del mese, preferibilmente in una Messa del Catechismo, una Messa per i bambini e da loro frequentata, sia dedicata in modo speciale alla pace per Aleppo, per la Siria, ma anche per tutto il mondo. (Radio Vaticana)


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