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2017 01 04 VATICANO Gli Operatori pastorali uccisi nell’anno 2016 Persecuzioni anticristiane Introvigne 90 mila uccisi nel 2016 NORD COREA 25 dicembre cristiani obbligati ad osservare il culto della nonna del dittatore VENEZUELA - 30 persone in ostaggio d

Autore: Mazzucchelli, Don Pinuccio  Curatore: Mangiarotti, Don Gabriele
Fonte: CulturaCattolica.it
martedì 3 gennaio 2017

VATICANO - Gli Operatori pastorali uccisi nell’anno 2016
Nell’anno 2016 sono stati uccisi nel mondo 28 operatori pastorali cattolici.
Per l’ottavo anno consecutivo il numero più elevato si registra in America, mentre è drammaticamente cresciuto il numero delle religiose uccise, che quest’anno sono 9, più del doppio rispetto al 2015.
Secondo le informazioni raccolte dall’Agenzia Fides, nel 2016 sono morti in modo violento 14 sacerdoti, 9 religiose, 1 seminarista, 4 laici.
Per quanto riguarda la ripartizione continentale, in America sono stati uccisi 12 operatori pastorali (9 sacerdoti e 3 suore); in Africa sono stati uccisi 8 operatori pastorali (3 sacerdoti, 2 suore, 1 seminarista, 2 laici); in Asia sono stati uccisi 7 operatori pastorali (1 sacerdote, 4 suore, 2 laici); in Europa è stato ucciso 1 sacerdote.
Come sta avvenendo negli ultimi anni, la maggior parte degli operatori pastorali è stata uccisa in seguito a tentativi di rapina o di furto, compiuti anche con ferocia, in contesti che denunciano il degrado morale, la povertà economica e culturale, la violenza come regola di comportamento, la mancanza di rispetto per i diritti umani e per la vita stessa.
In queste situazioni, simili a tutte le latitudini, i sacerdoti, le religiose e i laici uccisi, erano tra coloro che denunciavano a voce alta le ingiustizie, le discriminazioni, la corruzione, la povertà, nel nome del Vangelo.
Per questo hanno pagato, come il sacerdote José Luis Sánchez Ruiz, della diocesi di San Andres Tuxtla (Veracruz, Messico), rapito e poi rilasciato con “evidenti segni di tortura”, secondo il comunicato della diocesi. Nei giorni precedenti al rapimento aveva ricevuto delle minacce, sicuramente per le sue dure critiche contro la corruzione e il crimine dilagante (vedi Agenzia Fides 14/11/2016).
Come ha ricordato Papa Francesco nella festa del protomartire Santo Stefano, “il mondo odia i cristiani per la stessa ragione per cui ha odiato Gesù, perché Lui ha portato la luce di Dio e il mondo preferisce le tenebre per nascondere le sue opere malvage” (Angelus del 26/12/2016).
Tutti vivevano la loro testimonianza di fede nella normalità della vita quotidiana: amministrando i sacramenti, aiutando i poveri e gli ultimi, curandosi degli orfani, dei tossicodipendenti, degli ex carcerati, seguendo progetti di promozione umana e di sviluppo o semplicemente rendendosi disponibili a chiunque potesse avere bisogno. Qualcuno è stato ucciso proprio dalle stesse persone che aiutava. Difficilmente le indagini svolte dalle autorità locali portano ad individuare gli esecutori e i mandanti di questi omicidi o i motivi.
Desta poi preoccupazione la sorte di altri operatori pastorali sequestrati o scomparsi, di cui non si hanno più notizie certe da tempo.
Agli elenchi provvisori stilati annualmente dall’Agenzia Fides, deve sempre essere aggiunta la lunga lista dei tanti, di cui forse non si avrà mai notizia o di cui non si conoscerà neppure il nome, che in ogni angolo del pianeta soffrono e pagano con la vita la loro fede in Gesù Cristo.
Papa Francesco ci ricorda spesso che “Oggi ci sono cristiani assassinati, torturati, carcerati, sgozzati perché non rinnegano Gesù Cristo”… “i martiri di oggi sono in numero maggiore rispetto a quelli dei primi secoli”. (Agenzia Fides 30/12/2016)

Papa: “Più martiri oggi che nei primi secoli”
La storia del primo martire, Santo Stefano, è il preludio ad una costante imprescindibile della vita cristiana: essere odiati dal mondo, come è stato odiato Gesù, “perché Lui ha portato la luce di Dio e il mondo preferisce le tenebre per nascondere le sue opere malvage”. Lo ha detto papa Francesco nel corso dell’Angelus di Santo Stefano, meditando sul Vangelo odierno (Mt 10,17-22), che profetizza le persecuzioni per i discepoli del Nazareno.

“Per questo c’è opposizione tra la mentalità del Vangelo e quella mondana – ha ricordato il Santo Padre -. Seguire Gesù vuol dire seguire la sua luce, che si è accesa nella notte di Betlemme, e abbandonare le tenebre del mondo”.
“Il protomartire Stefano, pieno di Spirito Santo, venne lapidato perché confessò la sua fede in Gesù Cristo, Figlio di Dio – ha proseguito il Pontefice -. L’Unigenito che viene nel mondo invita ogni credente a scegliere la via della luce e della vita”.
Stefano ha quindi scelto “Cristo, Vita e Luce per ogni uomo” ed ha scelto la “verità”, diventando nello stesso tempo “vittima del mistero dell’iniquità presente nel mondo. Ma in Cristo ha vinto!”.
La festa odierna ha dato lo spunto al Papa per rammentare le “dure persecuzioni, fino alla suprema prova del martirio”, che tanti “fratelli e sorelle nella fede” subiscono “per rendere testimonianza alla luce e alla verità”, i “soprusi” e le “violenze” che sperimentano, venendo “odiati a causa di Gesù”.
“Oggi vogliamo pensare a loro ed essere vicini a loro con il nostro affetto, la nostra preghiera e anche il nostro pianto – ha sottolineato Francesco -. Nonostante le prove e i pericoli, essi testimoniano con coraggio la loro appartenenza a Cristo e vivono il Vangelo impegnandosi a favore degli ultimi, dei più trascurati, facendo del bene a tutti senza distinzione; testimoniano la carità nella verità”.
Il Santo Padre ha quindi esortato i fedeli a rinnovare “la gioiosa e coraggiosa volontà di seguirlo fedelmente come unica guida, perseverando nel vivere secondo la mentalità evangelica e rifiutando la mentalità dei dominatori di questo mondo”.
A tal proposito, Bergoglio ha ribadito che “i martiri di oggi sono in numero maggiore di quelli dei primi secoli” e che a molti loro è riservata la “stessa crudeltà” patita dai cristiani delle origini.
Un elogio speciale il Papa l’ha rivolto ai cristiani iracheni che ieri hanno celebrato il Natale presso la loro “cattedrale distrutta”, dando un esempio di coraggio e “fedeltà” a Cristo.
(Zenit - Posted by Luca Marcolivio on 26 December, 2016)

Persecuzioni anticristiane. Introvigne: 90 mila uccisi nel 2016
La Chiesa festeggia il 26 dicembre, Santo Stefano, il primo martire. La persecuzione non è un fenomeno sporadico nella storia del cristianesimo ma ha segnato profondamente la vita dei cristiani fino ad oggi, in molti Paesi del mondo. Lo stesso Papa Francesco ha più volte ribadito che le violenze verso i cristiani sono più numerose oggi che nei primi tempi della Chiesa.
A dare una stima per il 2016, nell’intervista di Debora Donnini, è il prof. Massimo Introvigne, direttore del Cesnur, Centro Studi Nuove Religioni: si parla di circa 90 mila cristiani uccisi per la loro fede, cioè uno ogni sei minuti, e di un numero che va dai 500 ai 600 milioni di cristiani che non possono professarla in modo totalmente libero:

R. – L’autorevole Center for Study of Global Christianity il mese prossimo pubblicherà la sua statistica 2016, che parla di 90 mila cristiani uccisi per la loro fede, un morto ogni 6 minuti, un po’ diminuiti rispetto ai 105 mila di due anni fa. Di questi il 70 per cento, cioè 63 mila, sono stati uccisi in conflitti tribali in Africa. Il Centro americano li include nella statistica perché ritiene che in gran parte si tratti di cristiani che si rifiutano di prendere le armi per ragioni di coscienza. L’altro 30 per cento, cioè 27 mila, deriva invece da attentati terroristici, distruzione di villaggi cristiani, persecuzioni governative, come nel caso della Corea del Nord.
D. - Per quanto riguarda invece una stima dei cristiani perseguitati nel mondo, quanti sono all’incirca?
R. – Mettendo insieme statistiche di almeno tre diversi centri di ricerca degli Stati Uniti e anche del mio, il Cesnur, e paragonandoli fra loro in 102 Paesi del mondo, le stime variano fra 500 e 600 milioni di cristiani che non possono professare la propria fede in modo totalmente libero. Senza voler dimenticare o sminuire le sofferenze dei membri di altre religioni, i cristiani sono il gruppo religioso più perseguitato del mondo. Qualcuno può rimanere perplesso di fronte alle statistiche perché da qualche parte il Center for Study of Global Christianity ci dà questa cifra di 90 mila mentre altri ci parlano di alcune migliaia, altri ancora di alcune centinaia. Quando le discrepanze sono così grandi, è chiaro che si stanno contando cose diverse. Chi conta le persone messe di fronte consapevolmente alla tragica scelta: “O rinneghi la tua fede o muori”, ne conta ogni anno alcune centinaia. Chi ha una nozione un più larga: non “candidati alla Beatificazione” ma persone che mettevano in conto che potevano essere uccisi compiendo certi gesti o pratiche di fede, parla di alcune migliaia. Se però si parla di persone che sono uccise in senso lato perché sono cristiane, allora arriviamo ai 90 mila cioè un morto ogni sei minuti.
D. – Non si può non ricordare quella che è appunto la brutale persecuzione verso cristiani, e non solo, perpetrata dal sedicente Stato islamico nei territori conquistati. Ci sono esempi di cristiani che hanno perso la vita pur di rimanere fedeli al Signore in questi territori?
R. – Sì, nei territori del cosiddetto Stato islamico ci sono diversi casi, fra alcuni che la Chiesa sta studiando in vista di una possibile Beatificazione; ci sono cristiani che hanno scelto consapevolmente di rimanere in questi territori e di continuare, come potevano, a testimoniare la loro fede. Parlando dello Stato islamico non dobbiamo dimenticare che lo Stato islamico uccide anche molti musulmani e che nel 2016, secondo le nostre stime, il numero di cristiani uccisi per la loro fede e il numero di musulmani uccisi per la loro fede, se si eccettua l’Africa, ma parliamo degli altri Continenti, in particolare dell’Asia, è un numero molto simile. I musulmani in genere sono uccisi da altri musulmani: i musulmani sciiti sono uccisi da musulmani sunniti e questo è il caso più frequente. Qualche volta musulmani sunniti sono uccisi da musulmani sciiti, musulmani che non sono d’accordo con una certa declinazione dell’Islam sono uccisi da musulmani più estremisti, come nel caso dell’Is.

D. - Cosa la colpisce di più di questo fenomeno di persecuzione?
R. – Due punti. Il primo è che un po’ in tutti i Paesi cresce l’intolleranza e l’intolleranza è l’anticamera della discriminazione che poi a sua volta è l’anticamera della persecuzione. E poi l’atteggiamento calmo, nobile, molte volte esemplare di minoranze cristiane sottoposte a ogni sorta di vessazione ma che solo in casi rarissimi hanno risposto alla violenza con la violenza, mentre nella maggior parte dei casi hanno testimoniato serenamente la loro fede, molto spesso perdonando i persecutori e pregando per loro.
(Radio Vaticana 26 12 2016)

ESEMPI

NORD COREA - 25 dicembre: cristiani obbligati ad osservare il culto della nonna del dittatore
Il leader nordcoreano Kim Jong Un ha dato ulteriore prova del suo dispotismo e della sua intolleranza verso il Cristianesimo. Secondo quanto rivela il New York Post, infatti, ha imposto a tutti cittadini del Paese, compresa la sparuta minoranza cristiana, di celebrare il 25 dicembre scorso l’anniversario della nascita di sua nonna, Kim Jong-suk, anziché Gesù Cristo.
La trovata strumentale è dimostrata dal fatto che sua nonna, in realtà, è nata il 24 dicembre (del 1919). Guerrigliera che combatté contro le truppe giapponesi nel corso dell’invasione della Manciuria, militante comunista, sposò Kim Il-sung, presidente della Repubblica Democratica Popolare di Corea dal 1948 al 1994. Dalla loro unione è nato Kim Jong-il, leader supremo del Paese nonché predecessore e padre di Kim Jong Un.
La donna morì nel 1949, in circostanze mai chiarite. Il 25 dicembre è stata ricordata dal regime come la “madre sacra della rivoluzione”.

L’odio contro il Natale rappresenta una vera e propria ossessione per Kim Jong
Un. Due anni fa, dopo aver saputo che in Corea del Sud si stava pensando di preparare un immenso albero natalizio lungo il confine, il leader nord-coreano minacciò un conflitto. A quel punto l’idea dell’albero fu accantonata dai vicini.
Nella capitale Pyongyang, tuttavia, è possibile imbattersi nella presenza di alberi di Natale, specie all’interno degli esercizi commerciali. Tutti gli addobbi sono però rigorosamente privi di riferimenti religiosi.
La repressione anti-cristiana in Corea del Nord ha avuto inizio nel 1950.
Si stima che ad oggi sono stati imprigionati dal regime circa 70mila cristiani. Attualmente i cristiani oscillano tra i 300 e i 500mila.
La Commissione degli Stati Uniti per la libertà religiosa nel mondo (Uscirf) nel suo rapporto annuale ha scritto: “La Corea del Nord figura tra i regimi più repressivi al mondo”. Il rapporto rileva che Pyongyang “è convinta che la sua ideologia assoluta sostenga tutta la società della Corea del Nord – politicamente, economicamente e moralmente – e che le credenze alternative, tra cui la religione, rappresentino una minaccia”.
Di qui la dura repressione da parte del Governo nei confronti di quanti sono impegnati in attività religiose. Il rischio per costoro e per i loro familiari è di essere sottoposti ad arresti, torture, reclutamento nei campi di lavoro, finanche all’esecuzione. La Uscirf designa pertanto ancora una volta, nel 2016, la Corea del Nord quale “Paese di particolare preoccupazione”.
[a cura di Federico Cenci] ZENIT Posted by Redazione on 30 December, 2016

VENEZUELA - 30 persone in ostaggio dei rapitori in un monastero
L’irruzione - riferisce il quotidiano Avvenire - è avvenuta in pieno giorno, poco dopo pranzo. Mercoledì – ma la notizia è stata diffusa solo nella notte tra giovedì e venerdì – un commando di uomini armati e incappucciati ha assaltato il monastero trappista di Nuestra Señora de los Andes. La struttura è situata in un luogo impervio, fra le gole dei monti tra Canagua e Vigía, nello Stato occidentale di Mérida. È un’oasi di silenzio e preghiera, in cui venezuelani da tutto il Paese si recano per trascorrere qualche giorno in ritiro. Al momento della rapina, c’erano trenta persone, tra religiosi e ospiti.
30 persone in ostaggio dei malviventi per diverse ore, senza che la polizia intervenisse
Uno dopo l’altro sono stati malmenati, imbavagliati, legati con nastro adesivo e derubati. Poi, sono stati rinchiusi nelle celle mentre i banditi rovistavano dappertutto, portando via qualunque cosa trovassero, dai computer ai mobili, ai sacchi di caffè prodotto dai frati. La trentina di persone è rimasta in ostaggio dei malviventi per diverse ore, senza che la polizia della zona intervenisse, nonostante le numerose richieste di aiuto. Gli agenti hanno detto di non aver potuto raggiungere il monastero poiché non hanno mezzi di trasporto. Alla fine, alcuni privati – avvertiti da Nuestra Señora de los Andes – sono andati a prenderli e li hanno portati sul posto.
La recessione nel Paese ha fatto impennare il tasso di criminalità
La rapina, al di là degli aspetti grotteschi, mette in luce il dramma venezuelano, in cui la feroce recessione ha fatto schizzare alle stelle il livello di criminalità. Con 92 omicidi ogni 100mila abitanti – secondo l’Osservatorio sulla criminalità –, il Paese ha ottenuto il tragico secondo posto dei più violenti al mondo, dopo El Salvador.
Il governo Maduro nega l’emergenza
​Il governo del Presidente Nicolás Maduro, però, da parte sua nega l’emergenza. I dati ufficiali parlano di 51 assassini ogni centomila abitanti. La stessa crisi – con conseguente assenza di beni primari, dalle medicine al cibo – sarebbe la conseguenza dell’accaparramento di risorse da parte dell’oligarchia. (Lucia Capuzzi) RV 31 12 2016

Bangladesh - a Natale sventato attentato contro chiesa cattolica
Le forze antiterrorismo - riferisce l’agenzia AsiaNews - hanno sventato un attentato contro una chiesa cattolica della capitale, pianificato per il giorno di Natale. Lo rivela un funzionario di polizia, che riporta la notizia dell’arresto di esponenti del gruppo estremista “Nuovo Jamaatul Mujahideen Bangladesh” (Neo-Jmb) che progettavano di farsi esplodere nella chiesa del Santo Spirito, nel quartiere di Banani.
Per Natale aumentati controlli e misure di sicurezza per 62 chiese di Dhaka
L’arresto dei militanti è avvenuto il 24 dicembre in un’abitazione nell’area di Ashkona, ma i dettagli dell’operazione sono trapelati solo ieri. Gli agenti del Counter Terrorism and Transnational Crime (Cttc) hanno fermato il nuovo leader operativo del gruppo terrorista, Moinul Islam alias Abu Musa, insieme ad altri complici.
Trovati documenti e carte che delineano le modalità dell’attacco
Monirul Islam, capo de Cttc, riferisce al Dhaka Tribune che l’appartamento era usato come rifugio dagli attentatori. All’interno sono stati trovati documenti e carte che delineano le modalità dell’attacco, al quale avrebbe dovuto prendere parte anche una donna. Gli agenti sostengono che da mesi il gruppo stava riorganizzando la propria leadership, dopo che i capi sono stati via via decimati nei raid successivi alla strage di stranieri avvenuta il primo luglio scorso all’Holey Artisan Bakery Cafè di Dhaka. Ora le indagini sono concentrate per rintracciare fonti di finanziamento e altri probabili fiancheggiatori. (R.P.)
(Radio Vaticana 28 12 2016)

NIGERIA - Ragazze di Chibok fuggite da Boko Haram: li abbiamo perdonati
Carestia e terrorismo stanno devastando la Nigeria e i militari hanno scelto la strategia della paura, ma nel Paese prevale la speranza. Così il giornalista freelance Daniele Bellocchio arrestato e rilasciato nei giorni scorsi a Maiduguri capitale dello stato federale di Borno, dove si era recato per raccontare, anche per la Radio Vaticana, la realtà della guerra contro Boko Haram e il volto di alcune studentesse di Chibok riuscite a fuggire dopo il rapimento, nel 2014 di 276 ragazze, da parte degli estremisti islamici. Massimiliano Menichetti lo ha intervistato:

R. – Io avevo – è una premessa da fare – tutti i visti e gli accrediti giornalistici in regola per lavorare in Nigeria. Questi accrediti, per i quali tra l’altro ci vuole anche parecchio tempo per poterli ottenere, mi consentivano di lavorare proprio negli Stati del Nord, ma non mi permettevano di lavorare all’interno delle aree sotto controllo militare: per entrare nei campi profughi dovevo per forza avere un permesso in più rilasciato dall’esercito. Mi sono, quindi, recato in caserma insieme al fotografo e al fixer a Maiduguri, ma una volta arrivato in caserma c’è stata però questa sorpresa: anziché dirmi semplicemente puoi o non puoi andare nei campi profughi, mi hanno trattenuto il mio accredito e i miei documenti dicendo che io, essendo entrato in una caserma, avevo violato in qualche modo uno spazio militare…

D. – In sostanza, sei andato lì per chiedere una autorizzazione e invece ti hanno arrestato…
R. – Esattamente! Sono stato in arresto all’interno di questa caserma quasi 14 ore: subendo interrogatori e trattenuto in questa cella con i militari armati che ci piantonavano… Quando io ho chiesto di potermi mettere in contatto anche con la mia ambasciata, questo mi è stato impedito. In piena notte siamo stati poi trasferiti dai servizi segreti nigeriani: anche qui ci sono stati altri interrogatori, è stato compilato l’intero modulo d’arresto, le foto segnaletiche, le impronte digitali… Quello che continuavano a dirci i militari era che noi abbiamo violato questo spazio militare, essendo entrati in caserma, e che quindi non potevamo più rimanere a Maiduguri e dovevamo tornare ad Abuja. Effettivamente così è stato: ci hanno proprio espulsi dalla città…

D. – Ma, secondo te, perché è accaduto questo: si vuole evitare la presenza della stampa o è una norma militare, seppur inspiegabile?
R. – Credo che sia la prima, ovvero che anche l’esercito non gradisca molto la presenza dei giornalisti, di osservatori stranieri nel Nord della Nigeria. Ora come ora vige la legge marziale e all’interno di questo contesto, anche di violenza, anche i militari non sempre hanno un comportamento che rende loro molto onore. Quello che anche io ho potuto capire, attraverso le interviste che ho fatto nella zona con i civili e con i profughi, è che i militari stanno cercando di combattere una guerra del terrore usando come antidoto la paura. C’erano anche diversi profughi che raccontavano di episodi di violenza commessi dall’esercito, che spesso interviene in modo brutale, in modo molto violento nei confronti anche della popolazione civile.

D. – Daniele, nel tuo viaggio hai comunque raccontato la realtà terribile dei campi profughi, ma anche la speranza negli occhi delle ragazze che sono riuscite a fuggire da Boko Haram. Che volto ha questa speranza, in questo Paese così complesso e dilaniato dal conflitto?
R. – E’ proprio negli occhi delle ragazze che sono riuscite a fuggire. Quando è stato loro chiesto se saranno liberate le loro ex studentesse, in modo lapidario e senza pensarci su due volte, hanno risposto: “Sì! La situazione volgerà per il meglio!”. Ma credo che la cosa più importante sia che quando l’abbiamo interrogate sul fatto se siano in grado di perdonare gli jihadisti di Boko Haram per quello che hanno fatto, anche in quel caso loro non hanno avuto esitazioni e ci hanno detto di sì.

D. – Nonostante siano state vittime di violenze…
R. – Esattamente! Quindi penso che questa volontà, questa capacità di essere predisposte al perdono sia la base più forte e più concreta per poter vedere della speranza all’interno della Nigeria, dove la situazione è molto difficile, dove c’è anche una crisi alimentare che sta falcidiando il Paese, che sta provocando delle stragi di bambini… La guerra ha avuto degli effetti collaterali che fanno proprio pensare che ormai il Nord della Nigeria sia un Paese di dannazione! Sentire, invece, delle risposte così umane, così sincere da parte delle ragazze che dicono: “Noi siamo anche disposte a perdonare, perché bisogna ricreare una nuova Nigeria, dimenticando la violenza, e per farlo serve il perdono”. Ecco, questa, penso che sia la frase che più di tutte possa dare una dimensione della speranza e del domani in Nigeria.
(Radio Vaticana 02 01 2017)


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