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2017 01 25 Preghiera e verità: Ecumenismo nel sangue

Autore: Mazzucchelli, Don Pinuccio  Curatore: Mangiarotti, Don Gabriele
Fonte: CulturaCattolica.it
mercoledì 25 gennaio 2017

INDIA - In tutta l’India una giornata di preghiera per p. Tom
NIGERIA - Ad un anno dal rapimento, il Card. Onaiyekan ricorda p. Oyaka, della cui sorte non si sa nulla
MYANMAR - Due cristiani scomparsi nello stato Kachin
EGITTO - quattro cristiani uccisi in dieci giorni
INDIA - pastore evangelico arrestato perché distribuiva bibbie
ITALIA - ROSARIO IN PIAZZA PER I CRISTIANI PERSEGUITATI: “Abbiamo bisogno della verità sulla Siria e sull’Islam”
PAKISTAN - La cristiana Noreen chiede asilo politico: “Rischio morte per blasfemia”
INDIA - In tutta l’India una giornata di preghiera per p. Tom
Una Giornata di preghiera per la salvezza e la liberazione di p. Tom Uzhunnalil, il salesiano indiano rapito ad Aden, in Yemen, il 4 marzo 2016 dopo l’eccidio in cui sono state massacrate quattro suore e una dozzina di persone, è stata indetta per questo fine settimana, 21 e 22 gennaio, dai Vescovi indiani.
Il Card. Baselios Cleemis, Arcivescovo Maggiore di Trivandrum dei Siro-Malankaresi, Presidente della Conferenza Episcopale Indiana (CBCI), in un suo messaggio pervenuto a Fides chiama “l’intera Chiesa in India e tutti gli uomini e le donne di buona volontà a pregare per la salvezza e la liberazione di p. Tom” e invita anche a pregare “per la conversione di coloro che lo tengono prigioniero”, perché Dio “conceda loro la grazia di capire l’ingiustizia dei loro atti”.
Nella sua lettera il Card. Baselios Cleemis sottolinea che da 10 mesi si attende la liberazione di p. Tom Uzhunnalil “con grande angoscia, suppliche e preghiere”, e rilancia l’appello alle autorità affinché “facciano tutto il possibile per ottenere il rilascio di questo sacerdote cattolico, generoso ed altruista”. (Agenzia Fides 21/01/2017)

INDIA - l’Ecumenismo nel sangue: cattolici e non, in preghiera per la liberazione di p. Tom
Nel fine settimana la Chiesa indiana ha celebrato la giornata di preghiera per la liberazione di padre Tom Uzhunnalil, il 55enne missionario salesiano originario del Kerala, rapito nel marzo scorso in Yemen. All’iniziativa hanno aderito anche personalità cristiane del Paese, come il rev. Thomas Jacob, della Chiesa di Santo Stefano (Church of North India, Cni) a Bandra, nello Stato del Maharashtra. Secondo il motto “che siano tutti uno” [Giovanni 17;21], la comunità protestante locale si è unita ai cattolici accogliendo l’invito alla preghiera dei vescovi

Nel video padre Tom chiede di aver bisogno di cure mediche
Dopo mesi di silenzio, a fine dicembre è emerso un video di padre Tom Uzhunnalil, rilanciato in rete, nel quale il sacerdote declina le proprie generalità e afferma di “aver bisogno urgente di cure mediche in ospedale”. Leggendo un testo preparato in precedenza, egli avverte che i suoi rapitori hanno cercato a più riprese di contattare il governo indiano, il Presidente e il Primo Ministro “invano” e “nulla è stato fatto” per la liberazione. Dal 4 marzo scorso padre Tom Uzhunnalil è nelle mani del gruppo jihadista, con tutta probabilità legato allo Stato islamico, che ha assaltato una casa di riposo per malati e anziani delle missionarie della Carità ad Aden, nel sud dello Yemen. Nell’attacco sono state massacrate quattro suore di Madre Teresa e altre 12 persone, presenti all’interno della struttura.
RV 23 01

Mons. Hinder: note “positive e negative” dal video di padre Tom
“L’elemento positivo” del video diffuso dai sequestratori di padre Tom è “il fatto che il sacerdote è, o sembra essere, ancora vivo”; di contro, vi è anche un “aspetto negativo, sembra infatti che egli parli sotto pressione e secondo le indicazioni dei rapitori”. È quanto afferma all’agenzia AsiaNews mons. Paul Hinder, vicario apostolico dell’Arabia meridionale (Emirati Arabi Uniti, Oman e Yemen), commentando il filmato in cui il salesiano indiano si rivolge al governo di New Delhi, alla comunità cattolica e al Papa chiedendo aiuto per la sua liberazione. “È evidente - prosegue il prelato - che padre Tom è stato informato male, perché non è vero che non è stato fatto nulla sinora. Non posso fornire dettagli, ma si sta lavorando su diversi fronti per cercare di ottenere il rilascio”.

Papa Francesco ha chiesto la liberazione del sacerdote
Dal primo giorno del suo sequestro la Chiesa ha rilanciato numerosi appelli “fino ai più alti livelli” per assicurarne la liberazione e sono in atto “sforzi concreti” in collaborazione con canali diplomatici internazionali e locali. E lo stesso Papa Francesco, ricorda il vicariato d’Arabia, ha ricordato in passato il sacerdote indiano chiedendo la sua liberazione e quella di tutte le persone imprigionate nelle aree teatro di conflitti armati.(Radio Vaticana 27 12 2016)

NIGERIA - Ad un anno dal rapimento, il Card. Onaiyekan ricorda p. Oyaka, della cui sorte non si sa nulla
Da oltre un anno non si hanno notizie di p. Gabriel Oyaka, religioso nigeriano spiritano (Congregazione dello Spirito Santo), rapito il 7 settembre 2015 nello Stato di Kogi (vedi Fides 10/9/2015). Parlando durante una conferenza stampa dopo la Messa celebrata per ricordare il sacerdote rapito, il Card. John Olorunfemi Onaiyekan, Arcivescovo di Abuja, ha ricordato che i rapitori non si sono fatti vivi e nessuna richiesta di riscatto è stata avanzata da parte loro, sottolineando che spetta alle autorità proteggere la vita e i beni dei nigeriani. “Il governo ha la responsabilità di proteggere le vite e le proprietà dei cittadini e la Chiesa non può fare nulla a parte chiedere al governo di fare il suo lavoro” ha detto il Cardinale.
Riferendosi ai diversi casi di rapimenti di cittadini innocenti, tra i quali vi sono diversi sacerdoti, il Cardinale ha osservato che “è una tragedia che ha travolto la nostra terra, e il nome che ricorre spesso è quello dei pastori Fulani che sarebbero dietro a questi omicidi, rapimenti e distruzioni di vite e di proprietà”.
I pastori Fulani sono accusati di aver assalito diversi villaggi di agricoltori nei loro spostamenti alla ricerca di nuovi pascoli per i loro greggi. “Dal mio punto di vista, siamo di fronte ad un’emergenza nazionale e l’intero Paese deve unirsi per far finire questa violenza” ha concluso. (L.M.)
(Agenzia Fides 20/1/2017)

MYANMAR - Due cristiani scomparsi nello stato Kachin, mentre il conflitto continua
Due leader cristiani di etnia kachin sono scomparsi nello stato Kachin, stato birmano dove proseguono i combattimenti tra gruppi indipendentisti ed esercito regolare e dove il flusso di profughi prosegue: di Dumdaw Nawng Lat e Langjaw Gam Seng, i due kachin cristiani, si sono perse le tracce dal Natale scorso e si teme siano stati sequestrati dai militari birmani. I due si erano spostati dalla città di Mong Ko alla città di Muse, nello stato Shan, per discutere con i militari stanziati in loco il caso dell’arresto di un uomo del posto, di loro conoscenza.
Secondo fonti locali di Fides, la responsabilità della scomparsa dei due va attribuita all’esercito. Dumdaw Nawng Lat e Langjaw Gam Seng avevano anche lavorato come “stringer” (guide locali), accompagnando alcuni giornalisti nello stato Kachin e mostrando una chiesa cattolica bombardata e danneggiata dai militari birmani. Il loro sequestro, si afferma, potrebbe essere una rappresaglia dell’esercito in risposta a quest’atto di “cattiva propaganda”.
Raggiunto da Fides, p. Joseph Yung Wa, sacerdote della diocesi di Myitkyina, capitale dello stato Kachin, racconta: “La situazione è ancora molto tesa. I combattimenti continuano e la sofferenza della popolazione civile non si ferma. I profughi aumentano e stentano a vivere. La gente è disperata. A Myitkyina come Chiesa locale ci occupiamo di due campi profughi, assistendo oltre cinquemila sfollati interni”.
Nell’area si nutrivano speranze dopo la conferenza sulla riconciliazione con le minoranze etniche, organizzata dal governo birmano a settembre 2016: “Quella conferenza non ha avuto un impatto nella nostra realtà. La presenza dei militari è invasiva, auspichiamo che il governo birmano si interessi con sollecitudine ad una vera pace e restituisca una vita dignitosa e serena alla popolazione locale, fatta di agricoltori” conclude il prete.
“In questa nuova fase della democrazia in Birmania, è scioccante sapere della scomparsa di due leader kachin cristiani e di altre violazioni dei diritti umani tuttora commesse da militari. Chiediamo alle autorità del Myanmar di intervenire e chiarire subito il caso” chiede l’Ong “Christian Solidarity Worldwide” (CSW). “Abusi dei diritti umani vengono ancora commessi negli stati di Rakhine, Kachin e Shan” afferma una nota della Ong inviata a Fides, chiedendo una speciale Commissione di inchiesta Onu per il Myanmar, “dove si commettono impunemente crimini contro l’umanità”, rileva CSW. La richiesta di una specifica Commissione d’inchiesta è condivisa da una rete di 40 organizzazioni della società civile birmana, che l’ha presentata alla coreana Yanghee Lee, relatore speciale delle Nazioni Unite sulla situazione dei diritti umani nel paese, che sta per concludere la sua visita in Myanmar, prevista dal 9 al 20 gennaio. (PA) (Agenzia Fides 19/1/2017)

EGITTO - quattro cristiani uccisi in dieci giorni
Non c’è pace per i cristiani d’Egitto, nonostante i tentativi concreti del presidente al-Sisi di tutelare e conservare le minoranze religiose. Il bilancio degli ultimi dieci giorni è tragico: quattro le persone che sono state uccise.

Il primo omicidio è avvenuto il 3 gennaio. Ad Alessandria un commerciante cristiano copto di 45 anni è stato sgozzato da un salafita perché nel suo negozio erano in vendita bevande alcoliche. L’autore dell’omicidio ha ammesso la colpa, dichiarando che aveva intimato in passato al commerciante di interrompere la vendita di alcol. Martedì prossimo la Corte d’Appello di Alessandria inizierà il processo a suo carico per omicidio intenzionale e possesso di un coltello.

Stessa sorte è toccata a una coppia di sposi cristiana, un uomo di 62 anni e sua moglie 55enne: sono stati trovati morti per sgozzamento nella loro casa di Menufia, nel nord dell’Egitto. Nell’appartamento non sono state registrate tracce di furto o scasso, motivo per cui gli inquirenti sospettano che si tratti di un crimine d’odio o di vendetta.

Venerdì 13 gennaio un altro omicidio è avvenuto ad Assiut, città dell’Egitto meridionale con una massiccia presenza del radicalismo islamico. Un giovane chirurgo cristiano è stato trovato morto dal fratello nel suo appartamento. Il suo corpo era costellato di coltellate, sul collo, sul petto e sulla schiena. I colleghi del medico hanno affermato che l’uomo si distingueva per le buone maniere e aveva un buon rapporto con tutti i colleghi.

L’11 dicembre scorso un attentato suicida ha colpito la cattedrale copto-ortodossa di San Marco, a Il Cairo, uccidendo 27 persone. L’attacco è stato rivendicato dall’Isis.
(a cura di Federico Cenci, Zenit Posted by Redazione on 20 January, 2017)

INDIA - pastore evangelico arrestato perché distribuiva bibbie
In India, il pastore K.A. Swamy è stato arrestato nella zona di Tankbund a Hyderabad, nel Telangana, mentre distribuiva copie della Bibbia. La notizia – ripresa dall’Agenzia AsiaNews - viene diffusa da Sajan K George, presidente del Global Council of Indian Christians (Gcic), che spiega: “L’uomo è stato aggredito da un gruppo di fanatici che gli hanno ordinato di bloccare la distribuzione e lo hanno incolpato di proselitismo con false accuse”. In seguito il pastore è stato condotto presso la stazione di polizia locale, dove è stato tenuto in custodia per tutto il giorno e sottoposto a tortura mentale e fisica. Nonostante tutto, “è rimasto fermo nella sua fede e ha dichiarato che egli stava esercitando un suo diritto fondamentale”. Rilasciato in serata, è stato colpito da una paralisi e trasportato d’urgenza al Kamineni Hospital. Lì i medici hanno diagnosticato una grave emorragia cerebrale. Ad oggi le sue condizioni sono critiche ed è ricoverato per ulteriori accertamenti.

Sajan K George parla delle persecuzioni contro i cristiani, frequenti ancora oggi. “Mentre ricordiamo nella preghiera il brutale omicidio del pastore Graham Staines e dei due figli più piccoli – dice – è importante osservare che il loro sangue che scorreva a fiotti non è stato versato invano, ma è insieme al sangue dei martiri di Kandhamal”. Ricordando la morte del missionario australiano avvenuta nel 1999, preludio delle persecuzioni subite dai cristiani dell’Orissa nel 2008, il leader cristiano ortodosso sostiene che il sacrificio del pastore anglicano e quello dei 100 martiri di Kandhamal non hanno frenato la spinta alle vocazioni, in aumento nello Stato indiano.

Il presidente del Gcic riferisce che “il movimento vigila sul rispetto della libertà religiosa ed è attento alla salvaguardia delle garanzie costituzionali per la minuscola minoranza cristiana dell’India, che rappresenta poco più del 2% della popolazione totale”. “Dobbiamo ringraziare Gesù Cristo – continua – per il miracolo avvenuto a Kandhamal e in tutta l’Orissa, dove il sangue dei martiri è stato versato nel suo nome”.

Il Gcic, conclude, “piange le vittime di Kandhamal e continua negli sforzi affinché sia data giustizia ai parenti e ai sopravvissuti. Allo stesso tempo, celebriamo la loro fede eroica e il bene che Dio ci ha donato dopo tutto quel male. Preghiamo inoltre per il pastore K.A. Swamy, le cui condizioni sono serie. Possa il sangue dei martiri essere il seme dei futuri cristiani e dell’unità ecumenica”.

ROSARIO IN PIAZZA PER I CRISTIANI PERSEGUITATI

“Abbiamo bisogno della verità sulla Siria e sull’Islam”
di Paolo Facciotto LNBQ 19-01-2017

Sarà Philip Astephan a portare dalla Siria la sua personale testimonianza al Rosario in piazza per i cristiani perseguitati, il 20 gennaio sera a Rimini.
Siriano di Aleppo, appartenente alla parrocchia dei francescani di padre Ibrahim, 39 anni, studi in psicologia, Philip Astephan è attualmente rifugiato e vive a Roma, dopo una serie di peripezie seguite a quella che in Occidente viene chiamata “primavera araba”, “ed io invece - dice Astephan - chiamo l’autunno arabo”.

Com’è la situazione oggi ad Aleppo?
“E’ migliorata per l’intervento russo e dell’esercito siriano, che hanno liberato Aleppo dall’Isis, ma ancora non si può dire che ci sia la pace. Ci sono ancora esplosioni di bombe fuori città, nel territorio attorno ad Aleppo. Spesso non c’è acqua né elettricità, è difficile trovare le medicine e molte cose hanno prezzi alti”.
La situazione per i cristiani in Siria è migliorata?
“Certo, perché con il regime ed anche con l’esercito siriano noi stavamo e stiamo bene. La maggior parte dei cristiani siriani è a favore del cambiamento, ma sia chiaro che il cambiamento è andare avanti, e non tornare indietro. Sapevamo dall’inizio che la guerra era un gioco che veniva da fuori, da conflitti di interessi fra Russia ed America. Tornando al tema del cambiamento, non è logico che venga favorito dai soldi dell’Arabia Saudita, che non ha la democrazia… Se pensiamo a queste cose, allora capiamo meglio la situazione”.
Per voi cristiani siriani, che cosa è utile che facciano i cristiani occidentali?
“La nostra gente ha certo bisogno di medicinali e altri generi di necessità, quindi un aiuto economico è utile. Ma i cristiani siriani vogliono soprattutto che il mondo occidentale sappia la verità. Almeno un po’ di verità… Vogliamo che la verità diventi un po’ più chiara”.
Intende circa l’atteggiamento verso l’Islam?
“Io ho tanti amici musulmani buoni, ma bisogna capire con chi parliamo.. Ad esempio, vengono chiamati «ribelli» quelli che dall’Occidente vanno in Siria a combattere. Ma quali ribelli… Sono stranieri andati a pagamento in Siria, sono strumentalizzati per fare un gioco politico, perché la Siria è importante geopoliticamente”.

Quello del 20 gennaio 2017 è il trentesimo Rosario in piazza.
L’”Appello all’umano” del Comitato Nazarat si tiene ogni 20 del mese, ininterrottamente dall’agosto 2014, quando un gruppo di riminesi - fra loro anche alcuni laici - diede vita all’iniziativa di preghiera e di testimonianza a favore dei cristiani e delle altre minoranze religiose perseguitate in Medio Oriente, Africa e Asia.
Nel corso dell’estate le milizie agli ordini dell’autoproclamato Califfato erano dilagate nella piana di Ninive, nord dell’Iraq, ed in Siria. Popolazioni cristiane fra quelle di più antica data, erano state costrette a lasciare case, terre, villaggi e città dove si erano stabilite da quasi due millenni: si ricorderanno le cronache di esodi forzati a piedi, minacce, violenze, stupri, massacri e distruzioni di chiese. Anche gli Yazidi fecero le spese dell’avanzata dell’Isis, e particolarmente le donne.

La lettera “nun”, iniziale di Nazarat (o Nassarah), veniva dipinta dagli invasori sugli stipiti delle porte o sui muri delle case dei cristiani: nata come marchio spregiativo, la lettera è divenuta un simbolo distintivo dell’identità cristiana che tenta, malgrado mille difficoltà, di rimanere in vita, per il bene stesso delle società siriana e irachena. Questa stessa lettera contraddistingue il Comitato Nazarat e il manifesto di invito al rosario in piazza, tanto a Rimini quanto nelle altre 15 città. In contemporanea con l’iniziativa in pubblico, 26 comunità religiose femminili e maschili - in Italia, altri paesi europei, Medio Oriente e Africa - tengono la preghiera dentro i rispettivi conventi e monasteri.

PAKISTAN - La cristiana Noreen chiede asilo politico: “Rischio morte per blasfemia”
“Ho chiesto asilo politico in Italia perché in base all’art. 295 del Codice Penale Pakistano, più noto come ‘legge anti-blasfemia’, potrei essere condannata a morte”. Si chiama Noreen Yousaf, ha 28 anni ed è nata in Pakistan. Laureata in Scienze dell’educazione ad Islamabad, attualmente studia in Italia per conseguire il dottorato. Ha deciso di impiegare il tempo libero come volontaria in ACS-Italia, cioè nella Fondazione che si occupa dei Cristiani perseguitati, e le abbiamo chiesto per quale motivo abbia inoltrato domanda di asilo politico.

“Nel giugno 2016 il pastore Qandeel della Full Gospel Assembly of Pakistan, una chiesa protestante locale, ha convertito al cristianesimo una ragazza musulmana a West Colony Jhelum, unendola in matrimonio con un cristiano di nome Nadeem. In Pakistan un musulmano può sposare una cristiana, ma se è una musulmana a sposarsi con un cristiano la società e la sua famiglia non lo accettano. Gli ulema incitano le folle contro i cristiani, e a soffrirne le conseguenze non è solo lo sposo, ma anche la sua famiglia e il suo quartiere. La situazione è resa ancor più complicata dal fatto che sia avvenuta anche una conversione alla fede cristiana”.

La notte del 10 luglio, prosegue Noreen, “la polizia è entrata nel quartiere cristiano di West Colony, ma non sono riusciti ad arrestare Qandeel. Con la polizia c’erano anche musulmani locali, che hanno rubato e picchiato brutalmente uomini e donne cristiani.”. Il motivo di tale livore, secondo Noreen, è evidente: “volevano vendicarsi del matrimonio tra un cristiano e una ragazza ex-musulmana convertitasi al cristianesimo. Hanno distribuito anche dei volantini nei quali c’era scritto che avrebbero convertito all’Islam tutte le ragazze di West Colony, facendole sposare con i musulmani. A questo punto mi sono trasferita a casa di mia sorella, a 200 km da Jhelum, sperando che la situazione potesse migliorare.”. Purtroppo però la lontananza non ha impedito che il fanatismo facesse il suo corso.

Uno dei volantini distribuiti faceva riferimento ad una collaborazione resa da Noreen per la stesura di un opera critica della cosiddetta legge anti-blasfemia. “Mio padre ha letto: ‘Tua figlia Noreen Yousaf è blasfema perché ha insultato il profeta scrivendo il libro sulla legge della blasfemia e per questo deve essere uccisa.”. Dopo questa minaccia Noreen ha avuto l’opportunità di venire in Italia, ma non può tornare in patria perché, sottolinea, “se mi rivolgessi alla polizia chiedendo protezione e se registrassi io stessa la denuncia per le minacce ricevute sarei subito arrestata e condannata a morte. In quanto accusata di blasfemia, infatti, è sufficiente che sia un musulmano a denunciarmi, anche se l’accusa è falsa. Il Pakistan è vittima del fondamentalismo e dell’estremismo!”, conclude amaramente.

“Per contribuire a sostenere le donne del Pakistan, che come Noreen soffrono la discriminazione, abbiamo presentato ai nostri benefattori due progetti”, commenta Alessandro Monteduro, direttore di ACS-Italia. “Il primo è “Formiamo giovani ostetriche”, un programma per la formazione di 75 ostetriche tradizionali nel distretto di Faisalabad: assisteranno le partorienti delle aree rurali. Il secondo progetto è “Aiutiamo le donne povere”, e coprirà i costi del Crisis Intervention Center di Lahore per 5 anni. Il Centro è stato fondato dalle Suore del Buon Pastore, e il suo scopo è aiutare donne povere e con problemi psichici. Sono due strumenti concreti per contribuire a tutelare la dignità della donna in un contesto in cui, come ha spiegato bene la nostra volontaria Noreen, tale dignità viene calpestata.”.
(Zenit Posted by Redazione on 18 January, 2017)


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