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2017 02 08 CENTRAFRICA 18 morti nell’assalto a Bocaranga depredata anche una missione cattolica SUD SUDAN Wau centinaia di sfollati in gravi difficoltà accolti in una parrocchia cattolica STATI UNITI Un sacerdote perdona in anticipo il suo assassino

Autore: Mazzucchelli, Don Pinuccio  Curatore: Mangiarotti, Don Gabriele
Fonte: CulturaCattolica.it
martedì 7 febbraio 2017

CENTRAFRICA - 18 morti nell’assalto a Bocaranga; depredata anche una missione cattolica
Assalita la missione cappuccina a Bocaranga, una cittadina di 15.000 abitanti, nel nord-ovest della Repubblica Centrafricana. Fonti missionarie riferiscono a Fides che all’alba del 2 febbraio, intorno alle 5,45, almeno 3 gruppi di ribelli per un totale di una sessantina di persone, hanno assalito la cittadina, sparando all’impazzata e terrorizzando la popolazione.
Si tratterebbe del gruppo 3R (“Retour, Réclamation et Réhabilitation”) formato da pastori Peuls, “una ribellione che ha portato allo sfollamento, solo nella nostra regione, di più di 30.000 persone”. I tiri delle armi da fuoco sono durati per circa 4 ore, mentre i ribelli saccheggiavano negozi (almeno 35), diverse abitazioni e le sedi locali di due Ong, il Consiglio Danese per i Rifugiati (DRC) e dell’IRC (International Rescue Committee).
I ribelli hanno forzato le porte della missione cappuccina, dove si erano rifugiate una ventina di persone, e hanno portato via computer, denaro e una moto. Le Suore della Carità sono riuscite a rifugiarsi nelle loro missione insieme a circa 200 tra donne e bambini.
Al termine della razzia si contavano 18 morti, uccisi a colpi d’arma da fuoco o sgozzati, mentre i numerosi feriti sono stati trasportati negli ospedali della zona.
“Come è possibile che una sessantina di persone terrorizzino una cittadina di 15.000 abitanti, senza contare gli sfollati? Dove trovano le armi, per quale motivo, per ottenere cosa?” si chiedono i missionari. (L.M.) (Agenzia Fides 6/2/2017)


SUD SUDAN - Wau: centinaia di sfollati in gravi difficoltà accolti in una parrocchia cattolica
Centinaia di sfollati accolti all’interno della chiesa Nazareth di Wau si trovano in forte sofferenza per la scarsità di cibo e di riparo. Lo ha detto a Radio Tamazuj, Natalina Andrea Mambo, Direttore della Commissione Giustizia e Pace della diocesi di Wau. Gli sfollati sono stati costretti alla fuga per gli scontri tra agricoltori e pastori nella Contea di Jur River. Queste persone vivono all’aperto nel comprensorio della parrocchia cattolica e soffrono per la forte carenza di cibo e di protezione dagli agenti atmosferici, anche se hanno ricevuto assistenza dalle locali organizzazioni umanitarie.
Nonostante ciò “la loro situazione è ancora la stessa, sono stata questa mattina (5 febbraio, ndr.) alla chiesa Nazareth e ho trovato che molti di loro vivono ancora all’aperto senza protezione” ha detto la responsabile di Giustizia e Pace.
“In questi giorni a Wau fa freddo e gli sfollati stanno ricevendo solo alcuni aiuti per i bambini. Non hanno fogli di plastica per poter fare delle tende, ed anche quelli che si trovano nella chiesa episcopale non hanno ricevuto nulla”.
Wau si trova 650 km a nord-ovest di Juba, capitale del Sud Sudan. La guerra civile che oppone il Presidente Salva Kiir all’ex Presidente Riek Machar ha accentuato i conflitti a sfondo etnico-tribale e quelli tra agricoltori e pastori.
Un’altra area del Paese maggiormente colpita dall’insicurezza è quella di Yei, dove il Vescovo, Sua Ecc. Mons.Erkolano Lodu Tombe, ha affermato che la parrocchia del Sacro Cuore di Lomin rischia di chiudere, come altre sei parrocchie, se l’insicurezza nella zona dovesse persistere. Domenica 5 febbraio durante la Messa nella cattedrale di Cristo Re, Mons. Lodu ha invitato i fedeli a pregare affinché i missionari e le missionarie comboniani non siano costretti ad abbandonare la parrocchia, alla quale sono annessi una scuola e un ambulatorio. Strutture che, se abbandonate, rischiano di essere saccheggiate con grave danno per la popolazione locale. (L.M.) (Agenzia Fides 7/2/2017)

STATI UNITI - Un sacerdote perdona “in anticipo” il suo assassino


“Non condannate a morte il colpevole del mio omicidio”. Lo ha scritto nel 1995, padre René Wayne Robert, ucciso nell’aprile scorso, in Georgia, negli Stati Uniti, da uno dei tanti ragazzi con problemi psichici che aiutava e che ora è condannato a morte. Tre vescovi e oltre 7.400 persone della diocesi di S. Augustine hanno firmato una petizione chiedendo che non venga inflitta la pena capitale. E il dibattito sulla cultura della vita torna in primo piano negli Usa. Massimiliano Menichetti:

“Chiedo che la persona trovata colpevole del mio omicidio non sia condannata a morte, non importa quanto sia stato efferato il crimine e quanto io possa aver sofferto”. Padre Robert ha cinquant’anni quando scrive queste parole in quella che chiama “Declaration for life”, una Dichiarazione per la vita fatta autenticare da un notaio.

Nato a New York, Robert è prima frate francescano, poi prete diocesano, senza mai rinunciare al voto di povertà. Dedica la sua vita all’assistenza di detenuti e persone con disabilità anche psichica. E’ un faro nella diocesi di S. Augustine in Florida, ma conosce i rischi che corre, proprio per quelle debolezze con cui lui lotta e per cui prega ogni giorno.

Nell’aprile dello scorso anno, Steve Murray, un ventottenne che lui aiutava, dopo avergli chiesto un passaggio lo uccide a colpi di pistola. “Avevo problemi mentali e ho perso il controllo” dirà ai giudici dopo l’arresto. Il procuratore di Augusta ha definito l’omicidio di padre Robert “orribile e inumano. Ora Murray è condannato a morte. Ma la luce del sacerdote degli ultimi non si spegne. Ieri tre vescovi, diversi sacerdoti e attivisti, hanno chiesto al procuratore distrettuale che sia sospesa la pena capitale in rispetto al lascito, al perdono di padre Robert. Con loro anche una petizione di 7.400 firme della sola diocesi di S. Augustine. Un incontro definito “cordiale” anche se il magistrato non si è però sbilanciato sule future decisioni del tribunale.

Uno dei vescovi ha detto che Murray merita di essere punito, tuttavia “imporre una sentenza di morte come conseguenza di un omicidio perpetua il ciclo di violenza nella nostra comunità”. Negli ultimi dieci anni la Georgia ha eseguito 33 condanne a morte.
(Radio Vaticana 01 02 2017)


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