Benvenuti nell’antica terra della libertà

Autore: Mangiarotti, Don Gabriele  Curatore: Saro, Luisella
Fonte: CulturaCattolica.it
giovedì 24 luglio 2014

Sono da tempo a San Marino, e il cartello che ogni volta che entro in Repubblica mi accoglie mi ha sempre colpito. Parla di libertà e ricorda una storia millenaria. In questo modo tocca le corde più profonde del cuore di ogni uomo e apre al rispetto e al riconoscimento dei tanti che ci hanno preceduto e che con la loro vita e con il loro impegno hanno reso possibile il nostro vivere di oggi.
Ho amato la storia degli uomini, amo il presente con le sue sfide, non smetto di sperare perché nulla è mai definitivamente compiuto e si può sempre ricominciare a guardarsi negli occhi.
Non mi ha mai fatto paura il confronto, all’unica condizione del rispetto reciproco. Mi ha sempre confortato quanto il mio maestro nella fede una volta ha affermato: «Dio permette l’umiliazione dell’errore del tuo fratello perché tu ti possa correggere».
Credo che questo tempo porti con sé una grande sfida, è il compito che già Papa Giovanni Paolo II ci lanciava col suo «Duc in altum». «Chi è l’uomo che di lui ti ricordi?» E allora come non ricordare queste belle parole di Thomas Mann: «Profondo è il pozzo del passato, non dovremmo dirlo insondabile? Insondabile, e forse allora più che mai quando si parla del passato dell’uomo: di questo essere enigmatico che racchiude in sé la nostra esistenza per natura gioconda ma oltre natura misera e dolorosa. È ben comprensibile che il suo mistero formi l’alfa e l’omega di tutti i nostri discorsi e di tutte le nostre domande, dia fuoco e tensione a ogni nostra parola, urgenza a ogni nostro problema. Perché appunto in questo caso avviene che quanto più si scavi nel sotterraneo mondo del passato, [...] tanto più i primordi dell’umano, della sua storia, della sua civiltà, si rivelano del tutto insondabili e, pur facendo discendere a profondità favolose lo scandaglio, via via e sempre più retrocedendo verso abissi senza fondo»?
L’amore a un passato che ci precede e che ha posto le basi per l’oggi, che ci ha fatto amare la vita nella storia di un santo, che ci ha fatto amare la famiglia nella unione di un uomo e di una donna, che ci ha fatto accogliere profughi e perseguitati in quella epoca oscura delle ideologie totalitarie.
E l’amore alla verità, condizione autentica di libertà, che in quel laico affermare di Cristo («La verità vi farà liberi»») indica l’unico autentico cammino di ogni uomo.
Verità che significa ascolto, e non fraintendimento, quell’ascolto che fa capire che la coscienza è il supremo criterio dell’agire e del pensare, una coscienza che si misura costantemente con la verità e che è certamente più dell’opinione indotta dal «pensiero unico». E francamente mi stupisce il richiamo insistente a Papa Francesco e alla CEI come coloro che dovrebbero in qualche modo correggere le mie posizioni. Perché a me non è data quella libertà di coscienza invocata per altri? Certo, mi si potrà obiettare che io desidero «difendere» i principi della Chiesa Cattolica. Ed è vero che intendo farlo, e che non riesco a accettare che ci si dica cattolici per una propria personale opinione. Il Catechismo non c’è come optional, va compreso e accolto. E mi pare che sulla famiglia abbia idee precise (che qui non riporto, avendolo già fatto). E non credo che richiamare questo elementare principio di coerenza, anche con una certa insistenza, significhi avere problemi mentali (come sembra alludere il buon Giardi).
Nella antica terra della libertà ci deve essere spazio per un confronto serio e appassionato per chi vuole il bene comune. In questa terra nella quale mi trovo benissimo, e che cerco di servire col patrimonio della mia esperienza, la radice «cattolica», imparata da un santo che ci ha lasciato la libertà «ab utroque», significa integralità e apertura, come ci ha insegnato il grande educatore Romano Guardini: «La Chiesa è l’intera realtà veduta, valutata, vissuta, dall’uomo totale. In lei soltanto c’è la totalità dell’essere; ciò che nell’essere è grande e ciò che è piccolo, la sua profondità e la sua superficie, la nobiltà e l’insufficienza, la miseria e la forza, lo straordinario e il quotidiano, l’armonia e la disarmonia. Tutti i beni nella loro graduatoria, conosciuti, affermati, valutati, vissuti. E non dal punto di vista di una individualità parziale, ma dell’umano integrale.
La totalità del reale, vissuta e dominata dalla totalità dell’umano: ecco, vista da questo lato, la chiesa».


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