Contro ogni schiavitù

Autore: Mangiarotti, Don Gabriele  Curatore: Saro, Luisella
Fonte: CulturaCattolica.it
giovedì 7 maggio 2015

Abbiamo parlato di libertà di stampa, e abbiamo ascoltato tante buone riflessioni. Mi ha colpito una «frecciata» di Vincino, in cui diceva pressappoco così: avevate nella vostra legislazione un articolo sulla libertà di informazione e avete voluto fare una legge, che forse restringe gli spazi della stessa libertà.
E poi ho letto su vari organi di informazione in Repubblica che anche qui tale libertà sembra essere a rischio.
Per parte mia so quanto costa restare liberi nel mondo della comunicazione, e conosco, per averne fatto l’esperienza, quanto si debba pagare per non chinarsi di fronte al potere di turno, che non è tanto il politico d’occasione, ma soprattutto l’autocensura che il politically correct impone a chi osa esprimere pareri difformi rispetto a ciò che «si deve» comunicare. E penso qui a quanto mi è capitato parlando della cara Eluana Englaro e della sua triste fine.
Soprattutto però mi impressionano le «notizie scomparse», autentiche desaparecidos dei nostri giorni.
Un esempio, sui tanti. Ho pubblicato su CulturaCattolica.it la lucida analisi che le femministe svedesi hanno fatto riguardo all’utero in affitto e alla maternità surrogata. Il silenzio assordante su questa notizia mi fa credere che spesso i nemici della liberà di stampa non siano soprattutto i poteri esterni, ma un vincolo culturale che impedisce di dare voce a chi parla in nome di un’altra logica.
Vi riporto alcune affermazioni di questa Lobby delle femministe svedesi (e sarebbe bello poter citare tutti i firmatari di questo documento. Alcuni esempi: Collettivo per il rispetto della persona (CoRP – Francia); la Lobby delle donne europee (EWL); No femminista alla maternità surrogata – Feminist No to Surrogacy (Svezia) e tante, proprio tante altre). Vedete voi: «Il principio alla base della maternità surrogata, chiamata eufemisticamente “surrogazione”, costituisce una violazione dei diritti fondamentali. A differenza di molto di ciò che è stato scritto a proposito di questa pratica, è un nuovo fenomeno il cui sviluppo è stato reso possibile da nuove tecnologie riproduttive. La maternità per surrogazione non è in sé una tecnica riproduttiva, comunque, ma una pratica sociale che impiega tecniche che sono state create per altri scopi e che hanno favorito l’avvento di un vasto mercato della riproduzione umana… La parola “gestante” è usata dalle agenzie e dai sostenitori della maternità surrogata. Il termine è apertamente un eufemismo per suggerire che la gravidanza si riduca al semplice funzionamento di un organo – l’utero – e quindi alla semplice “gestazione” del bambino.
In realtà, la madre surrogata non solo mette l’utero, ma anche il suo intero corpo insieme alla mente a disposizione della controparte, per “produrre” un bambino a cui si intende che lei debba rinunciare alla nascita… Alla luce di questi legami, cedere un bambino a una coppia o ad un individuo committente è semplicemente un abbandono programmato. A questo riguardo, è vitale non farsi ingannare né dalle agenzie, né da certe madri surrogate, che impiegano la retorica che descrive “il meraviglioso dono della vita”. La maternità surrogata mette a rischio la salute sia fisica che psicologica della donna che partorisce… La surrogazione risulta infine in una vera e propria reificazione di un bambino. Essa comporta la fabbricazione di un embrione (o di molti) al fine di impiantarli nel corpo di una donna (che normalmente non fornisce l’ovulo, affinché lo sviluppi fino alla nascita, giunta la quale il bambino/a è donato agli sponsors, che hanno generalmente fornito parte del materiale genetico e sono descritti dall’industria come i “genitori aspiranti”. Questo processo è regolato da un contratto. Se da un punto di vista strettamente legale non si pone il caso, la realtà resta la stessa: c’è un accordo tra gli “sponsors” e la madre surrogata, e gli intermediari per ottenere l’obiettivo. Il bambino è quindi trattato alla stregua di uno scambio commerciale…
L’Articolo 1 della Convenzione del 26 settembre 1926 sulla schiavitù definisce la schiavitù come “lo stato o la condizione di un individuo sul quale si esercitano gli attributi del diritto di proprietà o alcuni di essi”.
In base alla presente definizione, può sussistere una condizione di schiavitù anche in assenza di possesso dell’intera persona, come era il caso di antiche forme di schiavitù. E’ sufficiente appropriarsi dell’uso o dei prodotti di una persona. In base a questa definizione, la maternità surrogata assomiglia molto a una moderna forma di schiavitù…»
Davvero c’è un grande lavoro da compiere, e non solo nel campo dell'informazione, per la libertà di tutti.

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Tribuna del 7 maggio 2015


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