Attualità >> Mostre e Luoghi >> Luoghi

Eremi e conventi della Maiella

Autore: Roda, Anna  Curatore: Mangiarotti, Don Gabriele
Fonte: CulturaCattolica.it
mercoledì 13 agosto 2014

La sacra montagna
Fin dall’epoca preistorica la Maiella ha visto la presenza dell’uomo; dopo gli insediamenti delle prime civiltà italiche (Peligni, Marrucini, Carricini e Pentri) furono i romani a colonizzare queste aspre e impenetrabili terre. Il cristianesimo si diffonderà solo in età longobarda, in particolare dopo la conversione dei longobardi al cattolicesimo.
Nell’età longobardo-franca sorgono le abbazie benedettine di San Vincenzo al Volturno e di San Clemente a Casauria che per vari secoli, insieme a Montecassino, costituiscono poli di riferimento nelle vicende del territorio della Majella e dell’area circostante. San Clemente, fondata nell’anno 871 dall’imperatore Ludovico II, è a diretto contatto con le pendici settentrionali del massiccio. La rete di monasteri che dal secolo IX si stende su questo territorio fa capo nella maggior parte dei casi alle tre abbazie benedettine sopra menzionate. Tra le fondazioni più antiche sono: San Liberatore a Maiella (Serramonacesca), dipendenza cassinese; San Salvatore a Maiella (Rapino), esistente alla fine del secolo X e forse di origine autoctona. Al secolo IX risalgono San Martino in Valle (Fara San Martino), San Nicola di Coccia (Palena) e la chiesa di San Leopardo (Pacentro).
In questa natura selvaggia e incontaminata hanno cercato rifugio uomini e donne che volevano dedicarsi a Dio nella preghiera, nel silenzio e nel faticoso ed umile lavoro manuale. A testimonianza di questo popolo silenzioso ancora oggi rimangono resti di grotte, ripari, piccoli monasteri che con la loro presenza, ormai assimilata alla nudità delle rocce, ci dicono di un fiume ininterrotto di santità e preghiera.

Complesso rupestre di San Liberatore
Nascosto da una fitta vegetazione, il complesso rupestre di San Liberatore (Immagine 1) è situato sotto una parete rocciosa a venti metri dalla strada che porta all’omonima abbazia benedettina. Il monumento è costituito da un frontone poggiante su due colonne, una delle quali s’interrompe all’ingresso della prima cella e da una nicchia posta al centro della facciata. Sia il frontone che le colonne recano lievi incisioni. La struttura presenta due celle (Immagine 2): nella prima una successiva fase di scalpellatura ha reso più grande lo spazio, mentre sul lato sinistro è stato ricavato un lungo sedile. La seconda cella, posta a circa quattro metri dalla prima, è a forma quadrata ed è coperta a volte a botte con un arco fortemente ribassato. Un’altra piccola nicchia è stata scavata sulla parete di fronte all’ingresso, mentre tracce del battente, dei buchi per i cardini ed una piccola soglia si trovano proprio all’ingresso. È presumibile ritenere che l’opera sia nata per volontà dei monaci benedettini di San Liberatore che la utilizzavano o per ricavarvi delle tombe o per realizzare delle celle eremitiche. Non è da escludere, inoltre, che sia stata utilizzata successivamente come ricovero per gli animali.

Complesso de la Madonna dell’Altare
Posto su uno strapiombo preceduto da un cortile recintato su tre lati, ha l’aspetto di una piccola rocca (Immagine 3) Il complesso è costituito dalla chiesa, da un nucleo abitativo molto articolato ed elegante e da un giardino pensile ricavato sulla rupe. Un lungo corridoio esterno, che si affaccia su una balconata, conduce fino all'ingresso del piazzale antistante il complesso, costituito da un semplice portale con arco a tutto sesto. La chiesa (Immagine 4) presenta un prospetto a coronamento orizzontale con, al centro, un portale architravato sormontato da una finestra a lunettone. Internamente la chiesa, ricostruita in epoca moderna, presenta un impianto rettangolare con copertura irregolare. Il santuario è costruito nei pressi della Taverna, la grotta presso cui Pietro da Morrone sostò tra il 1235-1236. Il toponimo deriva dalla forma della roccia su cui la struttura è costruita. Probabilmente la costruzione della struttura risale al XIV secolo e fu voluta dall’ordine dei Celestini in ricordo del suo fondatore. Essi dimorarono nel santuario fino al 1807 ponendosi come centro attrattivo per tutti i fedeli dei comuni vicini. Per duecento anni la famiglia Perticone di Palena gestì il santuario non senza problemi. Durante l’ultima guerra fu trasformata dall’esercito tedesco in carcere. (Immagine 5)

Complesso de la Madonna della Mazza
La struttura, a circa 1000 m d’altezza è costituita da in due ambienti: romitorio, su due piani, e chiesa a navata unica sulla cui facciata (Immagine 6) c’è un portale di stile romanico, privo di archivolto, con colonne tortili terminanti in capitelli dai motivi floreali. Nella parte alta della facciata è un coronamento ad archetti pensili, che prosegue con alcune interruzioni lungo il lato rivolto a monte. Su questo lato sono presenti in alto quattro finestre a strombo, mentre una quinta si trova sull’abside; nella parte bassa è invece visibile un portale, oggi murato, che costituiva il secondo accesso alla chiesa. Il portale laterale è costituito del solo architrave, il cui fregio mostra una ricca ornamentazione. L’interno presenta sul fondo, orientato verso la parete rivolta a valle, un grande arco oggi murato, che forse costituiva l’antico accesso alla zona del romitorio. Sull’altare si trova la statua lignea quattrocentesca da cui il complesso prende il nome: si tratta di una Madonna con bambino che reca nella mano destra lo scettro (mazza). Chiamata anticamente S. Maria del Monte e attestata per la prima volta negli anni 1324/25. Nel 1838 la chiesa è ridotta in macerie a causa di eventi sismici e per l’abbandono degli eremiti. Nel 1843 i fedeli poterono rientrare nell’edificio sacro completamente restaurato assieme al romitorio. Da quella data continua la tradizione di riportare in paese la statua della Madonna prelevata dalla chiesa l’ultima domenica di aprile e riposta nell’originaria sede la prima domenica di luglio. La tradizione vuole che un 2 luglio nevicò e fu impedito lo svolgimento della processione. La Madonna, però, tornò a piedi nottetempo in montagna. (Immagine 7)

Eremo/grotta Sant’Angelo di Lama dei Peligni
Si tratta di un ampio androne largo circa 20 m all'ingresso con poche tracce superstiti di muratura che permettono di ricostruirne a grandi linee la struttura originaria (Immagine 8) La parte frontale della grotta era interamente chiusa, con un unico accesso al centro, mentre l’interno era costituito da due ambienti di diversa grandezza. Il primo, che conserva ancora i resti di un piccolo altare sormontato da un'edicola lignea (Immagine 9), costituiva la zona presbiteriale del complesso, come testimonia anche la presenza di un'acquasantiera scavata nella roccia della parete d'ingresso; il secondo ambiente, di dimensioni più piccole, era il nucleo abitativo dell’eremo. Storia e tradizioni: La prima attestazione certa risale al 1447, ma l’intitolazione a S. Michele Arcangelo fa presupporre una fondazione altomedievale. (Immagine 10)

Romitorio di Sant’Angelo di Palombaro
Il luogo è costituito da un ingresso largo circa 35 metri, parzialmente chiuso all’interno da una formazione rocciosa. (Immagine 11) Ad una parete si appoggiano i resti della chiesa: due tratti di mura e un’abside semicircolare. Le pareti sono realizzate in conci di pietra squadrata; una fila di archetti pensili corona un tratto di mura e l’abside, che presenta una cornice con cordonature a tortiglione. (Immagine 12) La chiesa ha una pavimentazione scoscesa ed irregolare costituita da una formazione rocciosa. Dedicata a Sant’Angelo, la chiesa fu costruita probabilmente tra XI e XII secolo, come attesta il sistema decorativo architettonico assimilabile a quello presente in San Liberatore a Maiella. Attualmente l’edificio è totalmente spoglio, ma le testimonianze ricordano che fino agli anni Trenta era presente un altare e due nicchie con statuine di santi. Nella parete della grotta antistante la chiesa e su di uno sperone posto all’ingresso dell’androne, sono scavate quattro vasche di raccolta dell’acqua. L’unica notizia sul complesso è presente in una bolla datata 1221 di Onorio III il quale conferma l’appartenenza delle chiese di Sant’Angelo e San Flaviano di Palombaro al monastero di San Martino in Valle. La chiesa sarebbe sorta dove un tempo si trovava un tempio dedicato a Bona, dea della fertilità. Le donne vi si recavano e bagnavano le mammelle con l’acqua della grotta al fine di favorire l’abbondanza di latte; in epoca cristiana questo culto fu sostituito con quello di sant’Agata, patrona delle puerpere; in seguito la titolazione a Sant’Agata fu sostituita con quella a Sant’Angelo. Quest’ultima dedicazione, insieme alla presenza dell’acqua e della costruzione dell’edificio all’interno di una grotta, rendono altresì plausibile la presenza del culto micaelico.

Grotta/eremo di S. Giovanni all’Orfento
Si tratta di una grotta, in parte trasformata a colpi di scalpello, posta sopra un riparo di roccia. Vi si accede attraverso una scalinata (Immagine 13) ed un angusto camminamento sul cui lato esterno, in passato, era fissata una staccionata per rendere sicuro il passaggio. Sebbene oggi l’ultimo tratto costringa a strisciare carponi (Immagine 14), rendendo la grotta ancora più suggestiva, nel Duecento era stata costruita una comoda e sicura passerella di legno. L’eremo è costituito da tre ambienti piccoli e scarni: una prima stanza rettangolare alta circa 2 m con 2 nicchie; un oratorio con un altarino e un tabernacolo scavato nella roccia; un piccolo vano con alcuni ripostigli. L’approvvigionamento idrico era assicurato in parte dall’acqua piovana ed in parte dall’acqua di stillicidio del riparo sottostante; il singolare ed ingegnoso impianto idraulico è costituito da un sistema di captazione, da un sistema di canalizzazione e da un serbatoio di raccolta. Nel sottostante riparo era stata costruita una struttura abitativa costituita da una chiesa, celle per i monaci e foresteria. L’eremo è attestato per la prima volta nel 1275 come dipendenza di Santo Spirito della Maiella. Non è possibile sapere con certezza se l’eremo sia stato fondato o ricostruito da fra Pietro del Morrone. Nella Vita del santo si narra che fra Pietro salì sulla Maiella e poi scese in una grotta posta in cima alla Valle dell’Orfento e pericolosa da raggiungere. Egli vi adattò delle assi di legno per salire e scendere senza pericolo. Quando i suoi confratelli seppero che aveva abbandonato San Bartolomeo iniziarono a cercarlo e lo trovarono in quella grotta dove rimase per diversi anni insieme a due compagni. Lì costruì un bell’oratorio e delle celle per se, per i confratelli e, all’esterno, per i pellegrini, poiché la grotta era grande. (Immagine 15)

Monastero di San Liberatore a Maiella
Si tratta di uno dei più importanti esempi di architettura romanica abruzzese (Immagine 16). L’edificio a pianta basilicale è a tre navate terminanti con tre absidi semicircolari (Immagine 17). Le navate sono attraversate da sette archi poggianti su pilastri e conclusi dalla tipica cornice benedettina. Lungo la navata sinistra si aprono due porte: la prima dava accesso al chiostro, la seconda al monastero. La navata centrale è rivestita da un pavimento mosaicato risalente al 1275. È presente un ambone databile al 1180. Nelle absidi centrale e sinistra vi sono due importanti cicli di affreschi, i più antichi dei quali risalgono al XIII sec. La facciata esterna, in pietra concia della Maiella, è affiancata da un campanile a pianta quadrata ed era un tempo preceduta da un portico. La superficie muraria del prospetto è scandito in due ordini: superiore, con cornici sostenute da arcatelle cieche e da lesene, e inferiore, con i tre portali. Il portale centrale e destro sono databili al 1100 circa, il portale di sinistra è più tardo. (Immagine 18) Secondo il Memoratorium dell’abate Bertario di Montecassino nel sec. IX i territori di S. Liberatore si estendevano dal Pescara al Trigno. Dopo il terremoto del 990 il priore Teobaldo (1007-1022) avviò la ricostruzione del monastero e del suo patrimonio fondiario in parte occupato dai conti di Chieti. Nel sec. XI i Normanni sottoposero il monastero alla loro influenza. Sotto gli angioini i beni di San Liberatore furono più volte confiscati e restituiti da Carlo e Roberto d’Angiò. Nel 1465 il cardinale Ludovico Trevisan divenne abate commendatario del monastero di Montecassino e di tutte le sue pertinenze. Da quel momento in poi i priori furono nominati dall’abate commendatario e si occuperanno soltanto di ordinaria amministrazione fino alla soppressione napoleonica del 1808. (Immagine 19)

Resti del monastero di San Martino in Valle
Probabilmente il monastero sorse su un insediamento eremitico costituito da una cella scavata nella roccia. La struttura, riportata alla luce recentemente, ha subito dal IX al XVIII continui rifacimenti. Sono visibili i resti del cancello di accesso (Immagine 20) e un cortile interno dal quale si accede ad un portico originariamente a tre arcate sorrette da quattro colonne con capitelli a foglia. Sul lato nord del portico c’è un campanile a vela, ristrutturato nel Settecento, mentre il portale della chiesa è del XIII sec. L’interno è diviso in tre navate dalla planimetria irregolare e presenta una pavimentazione a lastre di pietra nella zona presbiteriale, dove si trovano anche dei sedili in muratura che dovevano formare il coro. (Immagine 21) Dalla navata centrale si passa a quella settentrionale attraverso un muro a tre arcate sul quale sono presenti tracce di affreschi; da questo lato di accede all’ambiente più antico della chiesa, interamente scavato nella roccia, dove sono conservate due colonnine datate 1411. Attestato per la prima volta nell’829 tra i possedimenti del monastero di Santo Stefano in Lucania ubicato tra Atessa e Tornareccio. Qualche anno prima San Martino era stato donato da Pipino, figlio di Carlo Magno, al monastero di Santo Stefano come testimonia una conferma dell’imperatore Lotario dell’ 832. L’intitolazione al vescovo di Tour fa pensare ad una fondazione di origine franca. Il monastero è tra le rendite del vescovo di Spoleto nell’844, ma subito dopo risulta tra i possedimenti cassinesi di San Liberatore a Maiella. Nel 1172 è tra i possedimenti della diocesi teatina e nel 1221 Onorio III concede al monastero la protezione pontificia. I contrasti tra i monaci ed i vescovi teatini durarono a lungo e nel 1451 il monastero venne soppresso e i suoi beni devoluti al Capitolo Vaticano. (Immagine 22)

Eremo di S. Onofrio del Morrone
Un lungo terrazzo dà accesso al complesso, restaurato dopo l’ultima guerra. La chiesa ha un impianto rettangolare ad aula con soffitto ligneo quattrocentesco. Sulla parete sinistra, in alto, vi sono due affreschi del XV sec. raffiguranti il Cristo Re e San Giovanni Battista. Sulla parete di fondo è la parte più antica dell’eremo: a sinistra un arco dà accesso ad un piccolo oratorio (Immagine 23), a destra un corridoio dà accesso a due piccoli ambienti, identificati con le cellette di Pietro del Morrone e di Roberto da Salle. Gli affreschi (Immagine 24) che ornano l’oratorio - una Crocifissione, una Madonna con il Bambino e i busti di San Mauro e Sant’Antonio ai lati di San Benedetto - sono tradizionalmente attribuiti a Gentile da Rocca (seconda metà del sec. XIII), ma studi recenti mettono in dubbio tale attribuzione. Nella parete sinistra è un’immagine di Celestino V (sec. XIV) rappresentato in vesti papali e con la palma del martirio. Al di sotto della chiesa è la Grotta di Pietro che presenta intatta, sul fondo, l’impronta nella roccia che, secondo la tradizione, rappresenta il luogo in cui Pietro era solito coricarsi. Quasi certamente l’eremo fu ristrutturato e non fondato da Pietro del Morrone. Secondo i biografi, fra Pietro si fece sistemare una cella sopra al monastero di Santo Spirito di Sulmona e vi si trasferì nel giugno del 1293. In quell’occasione gli abitanti di Sulmona e Pacentro gli tributarono onori e gli offrirono doni; fra Pietro scese al monastero di Santo Spirito e celebrò una messa su un palco allestito all’aperto. Nel luglio 1294 i messi papali si inerpicarono lungo il sentiero che saliva dal monastero di Santo Spirito e raggiunsero l’eremo per annunciare a fra Pietro la sua elezione al soglio pontificio. Dal Trecento in poi se ne perdono le tracce nelle fonti. (Immagine 25)

Monastero di S. Spirito del Morrone
Sorto nella seconda metà del XIII secolo, è oggi il risultato di diverse fasi costruttive e di una sostanziale ricostruzione avvenuta dopo il terremoto del 1706. La struttura ha una pianta quadrangolare (Immagine 26) circondata da una cinta muraria, con quattro torrioni ottocenteschi a base quadrata posti agli angoli, ed è articolato attorno a tre cortili maggiori e due minori. Il settecentesco portale d’ingresso immette nel Cortile dei Platani, in fondo al quale è la chiesa (Immagine 27/28) e dal quale si dipartono gli accessi agli ambienti che in origine costituivano il complesso monastico (dormitorio, refettorio, ecc.). La chiesa ha una facciata d’ispirazione borrominiana, una pianta a croce greca con l’asse longitudinale leggermente allungato e, all’incrocio dei bracci, una copertura a cupola con tiburio. A sinistra del presbiterio c’è la Cappella Cantelmo-Caldora, o dell’Ecce Homo, con il monumento funebre di Restaino Caldora-Cantelmo realizzato dal tedesco Gualtiero d'Alemagna nel 1412, mentre, sulle pareti, sono affrescati alcuni episodi della Vita di Cristo realizzati da una bottega di Subiaco. Al di sotto della zona presbiteriale è collocata una struttura ipogea (Immagine 29) di impianto irregolare costituito da colonne reggenti archi a tutto sesto che individuano una serie di campate a copertura voltata con scarse tracce di decorazione trecentesca, limitata alle fasce decorative di volte e capitelli e ad un affresco raffigurante Pietro del Morrone che dispensa la regola. Di grande pregio è la decorazione monocromo del refettorio (Immagine 30), realizzata dal monaco Joseph Martinez tra il 1717 e il 1719, con soggetti tratti dalle Storie bibliche, con episodi della vita di Pietro Celestino e con le Virtù. Il monastero è attestato per la prima volta nel biennio 1289-1290. Nel 1293 diventa la nuova casa madre dell’Ordine fondato da Pietro del Morrone. Soppresso nel 1807 ed adibito a penitenziario.
Galleria di immagini

Immagine 1

Immagine 2

Immagine 3

Immagine 4

Immagine 5

Immagine 6

Immagine 7

Immagine 8

Immagine 9

Immagine 10

Immagine 11

Immagine 12

Immagine 13

Immagine 14

Immagine 15

Immagine 16

Immagine 17

Immagine 18

Immagine 19

Immagine 20

Immagine 21

Immagine 22

Immagine 23

Immagine 24

Immagine 25

Immagine 26

Immagine 27

Immagine 28

Immagine 29

Immagine 30



Pagina:  1  2  3  4  5  6


© Copyright 1995-2010 | CulturaCattolica.it | Privacy Policy |Credits