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La chiesa di S. Angela Merici a Milano e il Piano Montini

Autore: Roda, Anna  Curatore: Mangiarotti, Don Gabriele
Fonte: CulturaCattolica.it
martedì 11 novembre 2014

Un pastore provvidente
Le chiese del Piano Montini, costruite dentro i quartieri, tra un cortile e l’altro, sono ancora realtà ben vive a oltre 50 anni di distanza, testimonianza di una intuizione architettonica del futuro Paolo VI che ha resistito all’usura del tempo. Alla vigilia dell’elezione di Giovanni Battista Montini al papato, nel 1963, la popolazione di Milano si era quasi triplicata, passando dal mezzo milione del 1911 al milione e mezzo del 1959. Anche il numero di parrocchie era cresciuto in modo esponenziale in città, da 46 a 130. Quando il futuro Papa prese in mano la diocesi di Milano, nel 1954, capì che la costruzione di nuove chiese, già cominciata sotto il suo predecessore, cardinale Ildefonso Schuster, era la risposta indispensabile alla fede di centinaia di migliaia di fedeli, nati durante il baby boom post seconda guerra mondiale o arrivati sui treni dal sud. Fu deciso allora che le parrocchie dovessero accogliere ciascuna circa diecimila parrocchiani e comprendere le camere per il sacerdote e spazi per le attività di giovani e adulti. L’inserimento dentro condomini o palazzi avrebbe sottolineato il loro ruolo, proprio all’interno delle comunità che dovevano servire.
Montini, diventato arcivescovo (Immagine 1), lanciò un appello al mondo dell’industria, a parrocchie, associazioni cattoliche e fedeli spiegando che la costruzione delle nuove chiese era diventata una questione di “salute pubblica”. «L’artista cristiano può essere davvero un moderno», scrisse il futuro papa Paolo VI; «L’arte cristiana dovrebbe essere soprattutto cristiana nello spirito. La maniera in cui si esprime può essere varia».
Le chiese realizzate nel piano Montini furono 22 e vennero costruite tra il 1961 e il 1965. (Immagine 2)
La chiesa di S.Angela Merici pur non facendo parte di tale progetto è però perfettamente inserita in tale urgenza pastorale, sostenuta anche dal diretto coinvolgimento di Enrico Mattei che divenne tra i maggiori promotori di tali iniziative. Lo stesso arcivescovo Montini avrebbe dovuto consacrare la chiesa, un’indisposizione gli impedì di essere presente, per ciò l’altare maggiore venne consacrato dall’allora vicario mons.Giovanno Colombo il 2 luglio 1961. Montini verrà in S.Angela pochi mesi prima di essere eletto papa, il 3 febbraio 1963.

La storia
La chiesa venne edificata tra il 1957 e il 1959 su progetto dell’architetto Mario Baciocchi (1902-1974) (Immagine 3), grazie alla prodigalità di Enrico Mattei (1906-1962) (Immagine 4) che desiderava ricordare la madre Angela e per questo l’edificio sacro fu dedicato a sant’Angela Merici.
Non a caso le opere più significative dell’arc. Baciocchi sono legate proprio all’Eni, con edifici residenziali a San Donato- Metanopoli, il complesso parrocchiale di Santa Barbara a San Donato e numerose stazioni di servizio.
Nell’impresa della nostra chiesa Mattei coinvolse non solo il suo architetto di fiducia, ma anche altri numerosi artisti, come i fratelli Pomodoro (Immagine 5/6), che come collezionista d’arte contemporanea aveva conosciuto, nel 1958, in occasione di un concorso, presso la Permanente di Milano, per giovani artisti emergenti. Non a caso di lì a poco i fratelli Giò e Arnaldo Pomodoro si sarebbero affermati sulla scena internazionale.
La struttura
Già dall’esterno (Immagine 7/8) l’edificio si presenta come un ponte tra tradizione e modernità: l’utilizzo del mattone inserisce la nostra chiesa nella grande tradizione costruttiva lombarda che usa principalmente questo materiale, così come la semplice struttura a capanna, nonostante uno spiovente sia spezzato, ricorda le grandi basiliche romaniche milanesi. Accentuata è la verticalità della struttura che si sarebbe dovuta completare con la presenza di un campanile.
La facciata della chiesa è caratterizzata dalla presenza di un grande finestrone centrale ( quasi una rivisitazione delle grandi aperture in facciata delle chiese antiche) (Immagine 9), ma in questo caso l’apertura è sottolineata dalla struttura di un Tau – il cui valore simbolico indica salvezza e l’amore di Dio per gli uomini, Se ne parla infatti in Ezechiele quando Dio fa imprimere tale segno sulla fronte degli eletti…ora questo segno un po’ si perde per la presenza di un Angelo in terracotta sulla sommità, offerto da una famiglia in ricordo del figlio.
La modernità dell’insieme si nota in modo particolare nel coronamento del portale d’ingresso: come le entrate delle antiche chiese è decorato, ma la decorazione è molto moderna e suggestiva. Si tratta di ceramiche, opera di Nanni Valentini (1932-1985), collaboratore e amico dei due Pomodoro. Le ceramiche rappresentano in alto a destra lo stemma del Comune di Milano e sotto le insegne episcopali di Giovanni Colombo, successore di Montini; a sinistra in alto lo stemma eucaristico dei Padri Sacramentini e sotto la tiara segno dell’arcivescovo Montini ormai diventato Paolo VI (1963) collocando così la chiesa non solo nel tessuto religioso dell’epoca, ma anche nel tessuto della storia della nostra città. (Immagine 10/11)
Anche l’interno rivela la scelta dell’architetto di giocare le strutture tra antico e moderno, infatti l’insieme presenta in modo equilibrato tutta una serie di disarmonie.

Una sola ampia navata (Immagine 12), in cui la dimensione orizzontale quasi scompare davanti alla tensione verticale, verticalità ulteriormente evidenziata dalla scalinata dell’alto presbiterio e dall’imponente ciborio; inoltre occorre notare il contrasto tra i due lati lunghi della chiesa: a destra prevale l’ariosa cantoria, quasi rivisitazione moderna degli antichi matronei, a sinistra sotto la grande parete continua, quasi incombente sui fedeli – avrebbe dovuto in verità essere alleggerita con un dipinto con cori angelici- , spicca la navatella minore o meglio un corridoio separato dall’aula centrale solo grazie ad alcune colonne, che permette ai fedeli di raggiungere la cappella feriale senza intralciare lo svolgersi dei riti nell’aula centrale. Il percorso del fedele nella nostra chiesa e ben orientato:dall’ingresso che ci ricorda l’hic et nunc della nostra fede (Milano, Chiesa ambrosiana, Chiesa parrocchiale, Chiesa universale) si entra nella grande aula da dove, grazie agli spazi e alla luce, il nostro sguardo dal buio va verso l’alto e verso una luce che da fisica diviene spirituale. Dopo questo primo e fondamentale orientamento (la nostra chiesa è orientata ad est come le antiche chiese, l’est simboleggia Cristo sole che sorge ad illuminare gli uomini) il fedele può dedicarsi alle private devozione nelle quattro cappelle che si aprono sulle pareti laterali.
Dall’aula la lunga scalinata, ora purtroppo per esigenze liturgiche interrotta dall’altare post-conciliare, creava il raccordo tra fedeli e sacerdoti, tra terra e cielo, tra dimensione umana e dimensione celeste, reso ancor più evidente dalla decisa differenza di piani. Ma il ricordo va alla Scala di Giacobbe segno del Divino che si china sull’uomo per redimerlo.
Sappiamo che la decorazione delle pareti e del soffitto doveva essere in pietre e legno: la tinteggiatura dovrebbe suggerire quei diversi effetti cromatici e materici, creando un effetto di buio nella navata in contrasto con la luce del presbiterio. Infatti il presbiterio è caratterizzato dalla presenza di un deciso innalzamento del tetto che crea l’effetto di una specie di tiburio, di cupola invisibile dalla quale piove abbondante luce naturale che piano piano si stempera sulle strutture fino a creare un radente chiaro-scuro nelle cappelle.

La zona del presbiterio
La nostra attenzione si rivolge ora alla zona presbiterale e ai due altari.
Come non ricordare la basilica di S.Ambrogio? La presenza del ciborio con la ricca cuspide decorata in ceramiche sempre dal Valentini (notiamo il ripetersi del disco solare), accompagnata da 4 cuspidi più piccole, i pilastrini su cui il tutto poggia con decorazioni a croce di ceramica su mosaico dorato, riecheggia sia l’arte ravennate che l’arte altomedioevale con il suo gusto per l’oro, la luce, le materie preziose. Nulla è abbastanza prezioso per sottolineare la presenza di Cristo eucarestia nel tabernacolo. (Immagine 13)
L’insieme venne disegnato dal Baciocchi, ma la grande croce, la mensa eucaristica in marmo verde, e i candelabri in bronzo e il seggio del celebrante sono opera dei due fratelli Pomodoro, Arnaldo (1926) e Giò (1930-2002). Si tenga conto che Giò. Giorgio, Pomodoro fu anche orafo, infatti questa sua particolarità la si nota soprattutto nella grande croce. (Immagine 14)
La Croce in bronzo lucido, tanto da sembrare oro, ricorda le grandi croci gemmate dell’antichità, in cui si ripete il motivo del disco solare già presente nel ciborio: al disonore e al supplizio si accompagnava la forte idea della redenzione da essa scaturita, attraverso l’uso dell’oro e delle pietre preziose.
Sul retro dell’altare spicca questa scritta: DONO MUNIFICO A GESU’ SACRAMENTATO DALLA FIGLIE DI S.ANGELA. ANNO DEL SIGNORE 1961.
Dopo la riforma del Concilio Vaticano II ogni chiesa si è dotata di un altare rivolto al popolo (Immagine 15). Nella stessa occasione si creò un ampio spazio a ridosso della scalinata e venne posto un altare provvisorio. L’attuale è del 1984, progettato da padre Maranta e realizzato da Noè Florio su cartoni di Bepi Modolo. La pietra, per forma e colore ricorda un pane rustico, mentre le figurazioni presentano sul lato verso i fedeli l’Ultima cena e a destra Emmaus, a sinistra le Nozze di Cana. Sui due amboni, dello stesso materiale e degli stessi anni notiamo invece sull’ambone di sinistra le due Adorazioni dei Magi e dei Pastori con i relativi annunci degli angeli nei lateralmente. (Immagine 16)

Le cappelle
La chiesa presenta la cappella battesimale e quattro cappelle.
Come da tradizione, anche nella nostra chiesa, il battistero è vicino alla porta principale sulla sinistra. Il lato sinistro infatti è, simbolicamente, quello degli impuri, mentre la vicinanza del Battistero all’ingresso ci ricorda che il Battesimo è il sacramento che dà origine al cammino del cristiano, simboleggiato dal cammino del fedele verso l’altare. (Immagine 17)
Altro segno fondamentale è il fonte battesimale a forma ottagonale, evidente il richiamo all’Ottavo giorno, il giorno della Resurrezione, segno dell’anima del battezzato che in Cristo, nell’immersione nell’acqua risorge a vita nuova. Un ulteriore segno di legame con la tradizione ambrosiana e con il battistero ambrosiano di San Giovanni alle fonti è la riproduzione ingrandita del mosaico raffigurante Ambrogio nel sacello di San Vittore in ciel d’oro.
Il fonte è di disegno del Baciocchi, donato da Anna Bonomi Bolchini (grande imprenditrice del boom economico e benefattrice milanese) si tratta di un unico blocco di pregevole marmo rosa antico, realizzato da Talacchini (1965), mentre alla parete si trova un prezioso armadio usato attualmente per contenere un’icona del Battesimo di Gesù. (Immagine 18)
Ulteriore richiamo all’ottagono è la piccola cupoletta che ricopre la cappella.
Di fronte si apre la cappella dedicata a San Pier Giuliano Eymard, fondatore dei Sacramentini. L’altare fu consacrato dal card. Montini il 3 febbraio 1963 (si pensi che il 21 giugno fu eletto papa). (Immagine 19)
L’altare in marmi pregiati è contornato dall’affresco raffigurante il santo con l’ostensorio, opera di Bepi Modolo,(1913- ?) uno dei maggiori esponenti dell’arte sacra del XX sec; l’ingresso della cappella presenta dei rilievi, tre per lato, con scene dell’Antico e Nuovo Testamento dedicate alla caduta dell’uomo e alla sua redenzione, sempre su disegni di Modolo, così come le figure sui vetri dei confessionali, ma realizzati dallo scultore Aldo Giaretta che collaborava spesso con il Modolo.
A sinistra notiamo: in alto una scena di difficile interpretazione: un angelo con un agnello tra le mani che sta per accedere in una tenda, poi segue il Peccato originale e infine la Cacciata dei progenitori dal Paradiso terrestre (Immagine 20); a destra in alto la parabola del Figliol prodigo, poi il Buon Pastore che salva la pecorella smarrita nei rovi ed infine l’episodio evangelico dell’angelo che agita le acque della piscina e il povero paralitico che nessuno calava nelle acque. (Immagine 21)

Le vetrate
Dedicheremmo l’ultimo passo al notevole corpus vitrearum della chiesa.
La facciata della chiesa, che all’esterno presenta un grande finestrone, all’intero rivela lo splendore di una vetrata. Autore è uno dei maestri vetrai d’arte sacra tra i più importanti del 1900, Giovanni Hajnal (1913-2010); di origine ungherese, naturalizzato italiano fin dagli anni ’50, ha realizzato vetrate per il Duomo di Milano e anche per l’aula Paolo VI in Vaticano. (Immagine 22)
Divisa in due parti raffigura a sinistra il Cristo morto in croce: sopra la croce si nota un torchio (Cristo è stato “torchiato” e il suo sangue è bevanda di salvezza, infatti ai suoi piedi il sangue è raccolto in un calice. (Immagine 23)
A destra si vede il Cristo risorto che, con un piede, schiaccia la testa del serpente con testa di teschio, simbolo del male e della vittoria di Gesù sulla morte; nella zona alta della vetrata campeggia un pavone, da sempre simbolo paradisiaco e di salvezza. La vetrata è imponente, così come le due figure di Gesù veramente monumentali: l’artista con moderna sensibilità si inserisce nell’antica tradizione dell’iconografia e della arte della vetrata. La scelta dei colori fa sì che nelle belle giornate luminose nella chiesa piova una luce soffusa che crea un effetto di meditazione e silenzio. (Immagine 24)
Anche le tre cappelle rimanenti, due a sinistra e una a destra, sono caratterizzate dalla presenza di vetrate.
La cappella seconda cappella è dedicata s San Giuseppe: le vetrate con tono e colore intimo, delicato e femminile, sono di un’importante artista Amalia Panigati (1901-1975), anch’essa maestra nell’arte del vetro tra le più richieste nelle chiese del secondo ‘900 (basta pensare che sue realizzazioni sono in Duomo, in S.Maria delle grazie…). Le tre piccole vetrate raffigurano: Gesù adolescente a cui Giuseppe insegna il lavoro, Giuseppe con il piccolo Gesù e infine il Matrimonio tra Maria e Giuseppe (probabilmente la vetrata è stata montata male perché la cronologia della storia richiederebbe esattamente il contrario. (Immagine 25) Ai lati due santi: Antonio da Padova e Rita da Cascia. (Immagine 26/27)
La cappella successiva è dedicata alla Madonna del SS.Sacramento: al centro sul piccolo altare una Vergine in rame smaltato, sempre della Panigati, e altre vetrate dedicata alla Madonna: a sinistra in alto l’Annunciazione e sotto la Natività; a destra in alto le Nozze di Cana, sotto Cristo che dà la comunione a S.Caterina da Siena . (Immagine 28/29)
L’ultima cappella a destra è dedicata a Sant’Angela Merici. Tralasciando il dipinto realizzato pochi anni fa con i santi, vorrei soffermarmi sulle belle vetrate della Panigati relative alla vita della santa titolare realizzate nel 1966.
Le vetrate, sempre con tono e disegno delicato, raffigurano alcune momenti delle vita della santa.
In alto sia a destra che a sinistra sono rappresentate le due visioni che la santa ebbe: in entrambi i casi vide una scala che collegava il cielo con la terra e su di essa angeli e vergini cantavano e suonavano. Nella seconda occasione la beatifica visione fu anche accompagnata dall’invito a fondare una compagnia di vergini, cosa che Angela fece molto tardi, quasi a sessant’anni.
Un altro episodio facilmente riconoscibile, e che l’autrice ha voluto collegare anche con l’allora appena terminato Concilio Vaticano II, è quello che si vede a destra in basso. Nel 1525 Angela si recò a Roma in occasione del giubileo e fu ricevuta dal papa Clemente VII che la voleva trattenerla presso di sé.
L’ultima immagine rappresenta Angela mentre riceve l’eucarestia: una scena che sicuramente si riferisce alla sua fedele partecipazione ai sacramenti, con evidente richiamo ai padri Sacramentini a cui la chiesa venne affidata. (Immagine 30/31)
Galleria di immagini

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